Comuni municipalizzati e comuni insolventi

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 29/10/1908

Comuni municipalizzati e comuni insolventi

«Corriere della Sera», 29 ottobre 1908

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II, Einaudi, Torino, 1959, pp. 634-637

 

 

Fra i molti rapporti che veggono la luce ad opera di commissioni governative, uno dei più interessanti è senza dubbio quello che per il triennio 1905-907 ha recentemente presentato l’on. Salvarezza, presidente della commissione reale pel credito comunale e provinciale e per la municipalizzazione dei pubblici servizi. La commissione ha un duplice compito innanzi a sé: la tutela dei comuni e delle province insolventi e la trattazione delle domande di assunzione diretta di pubblici servizi per parte di comuni. Sono due compiti che per ora non hanno nulla a che fare l’uno coll’altro: nell’un caso occorrendo rimediare alle distrette, in cui si trovano taluni comuni per ragione di insolvenza. Il fatto che un comune municipalizzatore (Catania) si sia trovato in imbarazzi di cassa prova, benché l’insolvenza non sia poi stata dichiarata, non essere fuor di luogo temere che dalle audacie eccessive e non ponderate nascano non buone conseguenze. Per fortuna, il caso è, per ora, isolato; auguriamoci non abbia a moltiplicarsi.

 

 

Di una provincia (Reggio Calabria) e di 52 comuni più o meno ridotti a mal partito ebbe la commissione ad occuparsi dalla sua istituzione sino alla fine del 1907. Di essi, 1, il comune di Pisa, le fu sottoposto per legge speciale, 30 vennero dichiarati insolventi, per 8 sono in corso gli studi e per i rimanenti 14, non ricorrendo gli estremi dell’insolvenza, o diversamente essendosi potuto provvedere in base ad amichevoli accordi, gli atti vennero restituiti alle rispettive prefetture perché avessero corso secondo le norme ordinarie. Fanno parte di quest’ultima categoria i comuni di Catania, Torre Annunziata, Catanzaro, Cosenza, Lecce, Tropea, Serra San Bruno, Sant’Antimo, Trapani, Tufaro, Salza Irpina, Casoria, Summonte e San Massimo e sono in corso gli studi per i comuni di Cropani, Sersale, Zagarise, Cerva, Galatina, Cutrofiono, Ruffiono, Sogliano Cavour e Trentinara.

 

 

Delle 30 amministrazioni dichiarate insolventi, quella provinciale di Reggio Calabria e le comunali di Bari, Reggio Calabria, Livorno, San Benedetto del Tronto, Potenza e Baselice non sono oramai più soggette alla vigilanza speciale per decorrenza quinquennale e per i comuni di Chieti, Vocca, Vallego e Davagna fallirono le trattative coi creditori, mentre infine per i comuni di Triona e Mulini di Triona fu sospesa provvisoriamente la dichiarazione di insolvenza. Perciò adesso i comuni insolventi sottoposti alla vigilanza della commissione sono diciotto: Campobasso, Spinazzola, Montemilone, Amalfi, Portici, Mojo della Civitella, Castellammare di Stabia, Pescara, Paola, Avellino, Barletta, Corato, Lacedonia, Volturara Arpina, tutti posti in province meridionali, Jenne in provincia di Roma, la città di Pisa, ed i comuni di Carrodano e Carro in provincia di Genova.

 

 

L’intervento della commissione fu certamente utile ai comuni insolventi, i quali in 19 casi, per cui si poté giungere ad una sistemazione, ottennero per un debito di lire 84.405.513 una riduzione di lire 27.973.235 ed invece di un onere annuale di 3.114.314 lire, rimasero obbligati a pagar soltanto lire 1.498.490, con un vantaggio annuo di lire 1.645.823. Sistemazione vantaggiosa senza dubbio; ma a quali tristi riflessioni conduce il dover constatare l’esistenza di comuni dichiarati insolventi, come un qualunque commerciante fallito! Nella relazione son citati casi tipici: da quello notissimo di Barletta, che tuttavia poté concordare sulla base del 63%, a quello di Corato, transatto col 70%, a quello di Lacedonia, per cui fu respinta la transazione del 44,75%, a quello di Chieti, per cui non si poté giungere, sulla base del 70%, a nessuna conclusione, per il rifiuto del maggior creditore, per la malavoglia del consiglio comunale e per l’aspirazione di fare un trattamento diverso al maggior creditore (una ditta forestiera, costruttrice dell’acquedotto) ed ai portatori paesani del prestito civico! I casi più interessanti sono quelli dei comuni della provincia di Genova, che la legge ha costretto (é la parola dura, ma vera) a diventare bancarottieri. Citiamo fra i parecchi, il caso del comune di Carro, che nel 1881 aveva 1.900 abitanti e forse li avrebbe ancora se la costruzione delle strade obbligatorie, appaltate d’ufficio dalla prefettura, non l’avesse costretto a far debiti per 350.000 lire. Comune poverissimo, dovette applicare ben 6.500 lire di sovraimposta, corrispondenti a lire 1,60 per ogni lira d’imposta principale erariale; oltre lire 2.700 per tassa focatico, lire 550 per tassa esercizi e 800 lire per dazio. Gli abitanti, angariati, presero il partito di fuggire dalla natia terra ingrata; ed oggi il comune conta poco più di 1.400 abitanti e sempre più arduo diventa far fronte ai crescenti debiti. Al più la percentuale da offrirsi ai creditori giungerà al 10% . Del disastro il maggior responsabile non i forse lo stato?

 

 

Dopo i comuni insolventi, i comuni municipalizzatori. La commissione fu chiamata a dare il suo parere su 32 proposte di assunzione diretta di pubblici servizi nel 1905, su 34 nel 1906 e su 24 proposte nel 1907. La diminuzione delle proposte portate dinanzi alla commissione in parte è dovuta alla maggior complessità delle questioni che gli uffici dovettero istruire nel 1907, e in parte ad una certa prudenza con cui le amministrazioni si valgono della facoltà accordata dalla legge; prudenza che va lodata. Il maggior numero delle proposte municipalizzazioni si riferisce ad acquedotti, illuminazione elettrica ed a gas, impianti termoelettrici, tramvie. Qualche progetto di case popolari, di farmacie, di forni normali, di mulini municipali, di pompe funebri completano il novero. Aggiungasi, per la loro singolarità, il progetto di cantina sperimentale di Canneto Pavese (parere favorevole) e di stabilimento balneare di Castel San Pietro dell’Emilia (istruttoria).

 

 

Come indice di una tendenza, che potrebbe diventare pericolosa, a sottrarsi alla vigilanza voluta dalla legge sulle municipalizzazioni, si devono notare le lagnanze mosse dalla commissione a proposito della soverchia facilità con cui qualche giunta provinciale amministrativa accordava ai comuni l’autorizzazione ad esercitare in economia servizi che per i loro peculiari caratteri avrebbero dovuto essere gestiti per mezzo di azienda speciale. L’inconveniente non è cessato affatto ed è grandemente pericoloso poiché in tal guisa i comuni possono arrischiarsi in imprese industriali, senza pur quelle guarentigie, già scarse ed inefficaci, che il legislatore ha voluto. Gli elettori non hanno il mezzo di potersi opporre alle imprudenze delle loro amministrazioni; come è provato dal fatto che in tre anni un solo ricorso fu presentato dagli elettori contro l’autorizzazione data dalla giunta amministrativa di esercitare ad economia servizi che meglio avrebbero dovuto essere assunti per azienda speciale, ed anche quell’unico ricorso (Grignasco in provincia di Novara> fu dichiarato irricevibile perché le firme degli elettori non erano autenticate da notaio e perché non presentato in tempo. Onde giustamente la relazione afferma che da troppe pastoie è vincolato il diritto di ricorso, Massima fra esse la necessità dell’intervento di un quinto degli elettori. Nessun ricorso fu presentato nel triennio contro atti di gestione delle aziende municipalizzate; ciò che induce la commissione a bene arguire del senno e della prudenza degli amministratori eletti dai consigli comunali. Speriamo che i fatti rispondano alle favorevoli previsioni e che nuovi casi di comuni municipalizzatori in pericolo di insolvenza non abbiano ad aggiungersi a quello di Catania.

 

 

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