Opera Omnia Luigi Einaudi

Concetto e limiti della uguaglianza nei punti di partenza

Tipologia: Paragrafo/Articolo – Data pubblicazione: 01/01/1949

Concetto e limiti della uguaglianza nei punti di partenza[1]

Lezioni di politica sociale, Einaudi, Torino, 1949, pp. 169-246

 

 

 

 

90. Il dominus del mercato: la domanda effettiva dei beni diretti.

 

La teoria economica la quale sta a fondamento della esigenza dell’uguaglianza nel punto di partenza tra gli uomini viventi nel medesimo tempo e nel medesimo paese è nota. Nessun metodo di suffragio sta a pari di quello che automaticamente, spontaneamente si stabilisce sul mercato. Invano si è tentato, con elaborati metodi di suffragio proporzionale, di attribuire al singolo cittadino quel giusto proporzionato peso che nella decisione degli affari pubblici gli spetta nella sua qualità di uomo. Le differenze di età, di sesso, di attitudini ad interpretare e far propri i programmi dei candidati, l’intervallo fra una elezione e l’altra, i resti di voti perduti o non utilizzabili vietano che i governanti siano, se non con assai larga approssimazione, la espressione genuina della volontà quotidianamente mutabile dei governati. Nelle faccende economiche, invece, è certo che la volontà di ogni uomo, di ogni donna, dei giovani e dei vecchi, dei sani e dei malati, dei savi e dei pazzi, dei geni e dei mediocri, dei bambini medesimi inetti a parlare si fa sentire ad ogni ora, istantaneamente, ed è ubbidita. Gli uomini dispongono, per ottenere che il governo economico del paese sia quello che essi vogliono e sia condotto nella maniera e per i fini da essi desiderati, di un’arma assai più potente ed efficace della scheda elettorale; ed è la domanda effettiva, appoggiata cioè da un numero più o meno alto di unità monetarie, ad es., di lire, da essi recate sul mercato. Il re del mondo economico, in un libero mercato, è il consumatore ed egli ha, ministro ubbidiente, esecutore fedele dei suoi ordini, il prezzo. Il consumatore che, in veste di uomo bisognoso di un abito o di un libro, di una cura medica o di un divertimento, o di massaia affaccendata a far le spese di casa, si reca in una bottega, in un ufficio a contrattare ed acquistare merci o servigi, quegli, con la sua domanda, consiglia e decide gli imprenditori – agricoltori, industriali, artigiani, professionisti, commercianti, a produrre il tale o tal altro bene, nella quantità desiderata dai consumatori. L’imprenditore, il quale non interpreta bene i desideri presenti dei consumatori o non riesce ad intuirne i desideri futuri, e produce la merce od i servigi non richiesti dai consumatori o richiesti in una quantità minore di quella per errore prodotta ed offerta, perde ed alla lunga deve abbandonare la partita. Le perdite e i fallimenti sono uno strumento per eliminare dal governo economico i ministri incapaci od infedeli ben più efficace dei plebisciti e delle votazioni parlamentari. La loro forza è silenziosa, ma inesorabile. La domanda stabilisce non solo quel che si deve, ma anche il quanto si deve produrre, in modo perfettamente corrispondente alla scelta liberamente compiuta dai consumatori. Ognuno di questi, ad ogni momento, distribuisce la qualunque ricchezza da lui posseduta in modo da destinarla all’acquisto dei beni da lui reputati più urgenti. Né egli destina una qualunque anche minima parte della ricchezza sua, del qualunque numero di lire disponibile per lui in quel momento, ad acquistare una data dose di un bene che per lui, a suo esclusivo giudizio, abbia un indice di importanza onore dell’indice di importanza di una dose di un altro bene pur da lui desiderato; ma si regola in modo che, al margine, le ultime dosi dei singoli beni e servigi da lui acquistati abbiano un uguale indice di importanza. Poiché egli, con la sua domanda effettiva, così comanda, gli imprenditori – produttori debbono ubbidire e di fatto ubbidiscono e producono i beni ed i servigi nella quantità e nella qualità desiderata dai consumatori. Né v’ha comando che non sia ubbidito e comando che sia trascurato, quando esso sia espresso a mezzo di una bastevole somma di denaro; ché l’interesse di guadagnare e il timore di fallire obbligano gli imprenditori a cercare ansiosamente non solo di comprendere ma di prevedere i desideri, efficacemente manifestati, dei consumatori. Né, nell’ubbidire, l’imprenditore può rivalersi sfruttando il consumatore colla pretesa di un prezzo esoso. Ché, di nuovo, il meccanismo automatico del mercato costringe l’imprenditore a spingere la produzione sino al punto nel quale l’ultima unità di bene prodotto costi a lui quanto è il prezzo che sul mercato i consumatori sono disposti a pagare per ottenerla. Ben può darsi che a lui convenga produrre solo un milione di unità del bene allo scopo di ottenere un lucro massimo; ma se, data una quantità offerta di un milione di unità il prezzo al quale tutta la quantità offerta viene altresì domandata è dieci, ed il produttore, dopo aver soddisfatto a tutte le spese, compreso l’interesse corrente sul capitale investito ed il compenso ordinario per l’opera sua di direzione e di organizzazione, a quel prezzo ottiene ancora un profitto di due, altri, se non lui, ha interesse ad aumentare la produzione ed a crescerla, a cagion d’esempio, a un milione e duecentomila unità, sino a quel punto cioè nel quale la somma dei costi, ad esempio nove, sia precisamente uguale al prezzo nove che i consumatori, data la quantità di numerario da essi posseduta, sono disposti a pagare per acquistare tutte le unità offerte. A quel prezzo nove, si stabilisce un equilibrio fra quantità domandata ed offerta ed il prezzo nove, uguale al costo marginale, diventa prezzo effettivo o prezzo di mercato.

 

 

91. La domanda effettiva dei beni diretti determina l’utilizzazione, la manutenzione, la rinnovazione e l’incremento dei beni strumentali.

 

Il consumatore non è soltanto il re del mondo economico perché con la sua domanda effettiva ordina quel che si deve e quanto si deve produrre e comanda agli imprenditori produttori di consegnargli la merce prodotta ad un prezzo uguale al costo sostenuto; ma è re, perché attraverso il mercato egli fissa i prezzi, oltreché dei beni direttamente da lui desiderati e consumati, anche dei beni «strumentali», i quali servono cioè alla produzione dei beni diretti; oltreché del pane, i prezzi delle farine e del frumento e dei forni e degli aratri e dei concimi e delle sementi e delle terre necessarie a produrre il pane; oltreché delle case, dei mattoni e della calce e della sabbia e del ferro e del legname lavorato a porte e finestre e pavimenti e delle foreste e delle miniere da cui si traggono i tronchi ed i minerali necessari a produrre travi e ferro; e così di tutti gli altri innumerevoli beni strumentali necessari a produrre i beni desiderati ed acquistati dagli uomini. Il prezzo del pane pronto per essere consumato a sua volta invero determina i prezzi di tutti i fattori che sono entrati nella sua produzione, che in quel prezzo trovano la loro somma e nulla più e nulla meno. Il che vuol dire che, con la sua domanda, il consumatore determina quella che è la remunerazione spettante ai fornai che hanno impastato la farina e cotto il pane, agli agricoltori che hanno lavorato i campi, ai meccanici i quali hanno foggiato l’aratro, ai fonditori che hanno fuso l’acciaio, ai minatori, i quali hanno scavato il minerale di ferro, da cui l’acciaio, l’aratro e quindi il grano, la farina e il pane sono stati, per infinitesima particella, ricavati. La domanda di pane, insieme a quella della bevanda e del vestito e delle scarpe e della casa e dei divertimenti e dei viaggi e dei libri, fatta dai consumatori, ciascuna in quella data quantità e per quelle date qualità corrispondenti alla quantità di numerario disponibile in lor mano, determina l’indirizzo comparativo che gli imprenditori debbono dare, pena il fallimento, alla produzione. Essa stabilisce quali beni capitali esistenti – terre aratorie o prative od a colture arboreo – forestali, case, stabilimenti industriali, ferrovie, porti, canali ecc. – debbono essere mantenuti e rinnovati perché esista una offerta attiva, uguale alla domanda, dei beni diretti, prodotti col loro ministero, atta a compensare il costo della loro conservazione e quali debbono essere trascurati e lasciati a poco a poco decadere perché non giovano a produrre beni domandati a prezzi atti a remunerare la produzione. Essa induce gli imprenditori ad aumentare la quantità dei beni strumentali, ossia ad impiantare nuovi stabilimenti, a migliorare le terre destinate a talune colture, a scavar nuove miniere, a costruir ferrovie, porti, lanciare linee di navigazione ogni qualvolta l’imprenditore veda o speri di godere di un margine di profitto fra il prezzo di vendita ed il costo di produzione; margine dovuto a chi sa interpretare i desideri presenti e sovratutto quelli futuri dei consumatori, i desideri di beni noti e sovratutto di beni ancora ignoti, ma capaci di fare appello alla fantasia e al gusto della gente fornita dei mezzi d’acquisto a ciò opportuni. Il profitto, che talvolta si ottiene dagli imprenditori più abili nell’indovinare i gusti latenti di consumatori potenziali od i gusti nuovi di consumatori eccitati all’acquisto dalla novità dell’offerta, tuttavia sfugge continuamente; ché, dopo il primo inventore, subito altri dieci, altri cento, altri mille imprenditori si lanciano sul nuovo bene e lo riproducono e lo moltiplicano e ne fanno discendere il prezzo al limite uguale al costo marginale di produzione. Il profitto non è, esso, il re del mercato, è un segugio dall’odorato finissimo, sempre lanciato alla caccia della selvaggina nuova atta a soddisfare i gusti ed a sollecitare l’appetito del consumatore sovrano.

 

 

92. Robinson Crusoè e la eguaglianza fra quantità domandata e quantità prodotta dei beni economici.

 

Chi è, a guardar bene, il re del mondo economico? Robinson Crusoè, nell’isola deserta, ordinava metodi e fini della produzione così come fa il consumatore moderno. Ma poiché egli era solo, ordinava a se stesso. Non sprecava tempo e lavoro, che erano per lui il numerario, il denaro, il mezzo con cui egli faceva domanda di beni, a soddisfare desideri ultimi nella scala da lui fissata in mente per se stesso, ma li dedicava a produrre direttamente i beni che egli giudicava più urgenti; e via via soddisfatti questi, dedicava il tempo e il lavoro residui a procacciare a sé soddisfazioni di grado meno intenso. Era chiaro ai suoi occhi che egli poteva far domanda solo dei beni da lui prodotti ed entro i limiti di quantità e di qualità, assoluti e proporzionali, dei beni prodotti. Quantità prodotta e quantità domandata erano per lui quantità uguali. Non poteva egli crescere la quantità domandata di un bene se prima non aveva cresciuto la quantità prodotta; e gli conveniva crescerla solo, se dopo averla paragonata con la quantità di ogni altro bene che egli avrebbe potuto produrre con il tempo e la fatica per lui ancora disponibili, giudicava che quel bene gli dava, in confronto con gli altri, una soddisfazione da lui giudicata maggiore.

 

 

93. La uguaglianza in regime di divisione di lavoro.

 

Così accade anche oggi, attraverso ad un nitrico grandissimo di rapporti fra uomo ed uomo, intrico diventato ogni giorno più fitto e complicato dal momento in cui gli uomini si accorsero che, continuando nel metodo dei Robinson Crusoè, ossia producendo, come s’usava, ciascuno in casa tutto quello che alla famiglia abbisognava, poco e male si produceva; e via via si estese il principio della divisione del lavoro, in virtù del quale il contadino semina il campo e miete e trebbia il frumento, il mugnaio lo macina ed il fornaio lo impasta e riduce a forma di pane; ed in realtà molti più uomini diversamente provvedono, ognuno per una piccolissima parte, a produrre i pani fragranti i quali allietano, od allietavano in tempi più miti, le nostre tavole. Ma il filo conduttore rimane quello antico: non Robinson Crusoè produttore impone a Robinson Crusoè di consumare pane, perché egli ha voluto coltivare quel campo a frumento; ma Robinson Crusoè consumatore ha deciso, a un certo momento della sua vita solitaria, che valeva la pena di rinunciare a consumar subito quella manciata di frumento salvata dal naufragio della nave per assicurarsi in anni futuri una provvista regolare di farina e di pane. Se egli si fosse contentato di latte, non avrebbe perso tempo alla fatica agricola; ma si sarebbe dedicato tutto alla pastorizia. Fu l’indole della sua domanda, varia per diversità di beni e delle loro qualità, che lo indusse a dedicare tempo e lavoro e cioè a produrre quei certi beni in quella data quantità. Ancor oggi il consumo determina la produzione; e ancora la offerta non è se non un aspetto della domanda. Il consumatore fa quella certa domanda ed ordina quella certa produzione, perché e in quanto è egli medesimo produttore. Il fornaio non potrebbe far domanda dei beni e servigi svariatissimi destinati a soddisfare i vari suoi desideri se non in quanto egli abbia prodotto una quantità equivalente di pane che egli prevede sarà da altri domandata. La somma dei prezzi dei beni e servizi prodotti e venduti da ogni produttore è il suo reddito; è il mezzo col quale egli interviene sul mercato a far domanda di beni e servigi, presenti e futuri, che sono il reddito di altri, per un valore uguale all’ammontare del suo reddito.

 

 

94. Condizioni dell’uguaglianza fra quantità domandata e quantità offerta di beni e servigi esistenti innanzi al 1914: universalità del sistema aureo, rispetto dei contratti, eliminazione dello spazio e del tempo, contratti a termine, città di mercato mondiale.

 

Che in ogni momento, la domanda di beni e servigi recata da ogni capo-famiglia o consumatore attivo sui mercato mercé l’offerta del suo reddito (somma dei prezzi dei beni e dei servigi da lui prodotti al netto dei costi) trovi la esatta contropartita nella offerta di beni e servigi portata sui mercato dai produttori, è la meraviglia delle meraviglie, è il giocattolo miracoloso che per poco gli uomini impazziti non distrussero dopo il 1914. Erasi, in quell’agosto 1914, che agli storici avvenire parrà la fine del secolo d’oro dell’economia mondiale, creato, al disopra e al di là dei confini legali fra stato e stato, delle dogane, delle distanze, delle lingue, dei costumi, un meccanismo complicatissimo fondato:

 

 

  • sulla unità sostanziale dei sistemi monetari, basati tutti, od almeno i principali di essi, sulla moneta d’oro o su monete permutabili a vista e senza alcuna inchiesta in un peso noto d’oro fino;
  • sui rispetto dei contratti, in virtù del quale le obbligazioni contratte in un dato paese dovevano essere adempiute in quello e in tutti gli altri paesi del mondo, sotto la sanzione sicura della perdita immediata del credito dell’inadempiente;
  • sulla nazione dello spazio e del tempo, sicché il compratore era certo di poter disporre a distanza di mesi e di migliaia di miglia della merce convenuta in una data precisa quantità e qualità;
  • sulla possibilità della cancellazione dei contratti stipulati, grazie alla stipulazione di uno o di parecchi contratti in senso inverso aventi la medesima scadenza e per l’importo della medesima quantità e qualità della merce prima acquistata; cosicché ad ognuno era dato di potere, osservando il contratto antico, uscire dal mercato nel quale si era entrati o rientrarvi quando se ne fosse usciti;
  • sulla costituzione di «piazze» o grandi mercati, come Chicago e Budapest per i cereali, Londra e Le Havre per le lane, Londra per i metalli, S. Paolo, Genova e Trieste per il caffè, Milano e Lione per le sete, i Lloyd, di Londra per i noli marittimi ecc. ecc. nei quali ad ogni momento si potevano acquistare e vendere per contanti ed a termine qualsiasi quantità di merci o di servigi tipici, sulla cui qualità non insorgeva dubbio alcuno; sicché i prezzi che ivi si formavano ed erano immediatamente dal telefono e dal telegrafo fatti noti in tutte le altre piazze del mondo, provocavano subito la stipulazione di altri contratti da parte di chi coll’arbitraggio industriavasi a profittare delle differenze di prezzo anche di minuti centesimi; e così i prezzi si uguagliavano, con la rapidità del lampo, in tutti i paesi del mondo, e questo era di fatto divenuto un mercato solo.

 

 

Il meccanismo meraviglioso funzionava senza che ad esso presiedesse alcuna mente ordinatrice; l’orologio segnava il passar del tempo con precisione cronometrica senza che nessuno mai l’avesse caricato. L’ordine perfetto nasceva dalla mancanza di chi regolasse la marcia dei complicatissimi ordigni, gli uni negli altri incastrati e tutti gli uni dagli altri interdipendenti, dello stupendo meccanismo. Il re consumatore, anzi centinaia di milioni di re consumatori, nessuno sapendo e nessuno occupandosi degli altri, col solo recarsi sul mercato, il quale tendeva, oltre le infinite varietà dei suoi aspetti tecnici e dei suoi luoghi, a diventare un solo mercato unificato nel mondo intiero, ordinava quante e quali cose dovessero essere prodotte, faceva ad esse travalicare oceani e continenti e superare il trascorrere inesorabile del tempo, indirizzava i risparmi e li trasformava in capitali investiti nelle maniere più opportune, affinché in quell’ora di quel giorno ed in quel luogo sul desco di una famiglia europea comparissero cibi confezionati con carni in conserva provenienti dall’Argentina, vini italiani o spagnuoli, frutta fresche africane, zucchero delle Antille, caffè del Brasile e questi fossero serviti a uomini vestiti con panni e lini tessuti con lane australiane e con cotoni nordamericani.

 

 

Tutto ciò era meraviglioso eppure sembrava ovvio, ché tutti si erano abituati all’idea che le diversità e le variazioni dei prezzi e le differenze fra i prezzi delle materie prime e dei beni finiti pronti al consumo regolassero le azioni degli uomini e li spingessero qua a scavar miniere, là a coltivar terre, altrove a foggiare il ferro od a filare e tessere lane e sete e cotoni; e poi a noleggiar navi ed a spedire merci, attraverso i mari e le terre, dai luoghi di origine sino al luogo preciso dove esse erano attese dai consumatori forniti della quantità del numerario atta a farne acquisto.

 

 

95. Significato del concetto «domanda effettiva».

 

I «desideri» non sono «domanda». Il mercato è un meccanismo perfettamente adatto alla domanda, ma non si occupa dei desideri; è indifferente alla distribuzione del numerario fra i cittadini.

 

 

«Forniti della quantità di numerario atta a fare acquisto delle merci desiderate!» Ecco il grande atto di accusa elevato contro l’economia di mercato. Questa è, sì, un meccanismo meraviglioso atto ad indirizzare la produzione verso i beni ed i servizi «desiderati» dagli uomini ed a fare a questi giungere i beni e servizi medesimi nella precisa quantità e della precisa qualità opportune a soddisfare i loro «bisogni»; ad una condizione tuttavia: che per «desideri» e «bisogni» non si intendano quelli che sono o sarebbero ritenuti tali dagli uomini, ma quelli soltanto, i quali possano trasformarsi in una domanda effettiva, corroborata dal possesso del numerario all’uopo occorrente. Perciò, il povero nullatenente dovrà ricorrere all’elemosina per piatire dal mercato il tozzo di pane ed il ricco epulone, dopo avere saziato il suo appetito verso ogni sorta di desideri più capricciosi, rimarrà con ampia riserva di numerario, alla quale la sua stanca fantasia non saprà più trovare alcun impiego. Lo strumento perfetto «economia di mercato» può servire dunque ai fini più diversi: ad indirizzare e distribuire la produzione in una società nella quale i redditi siano ripartiti nei modi più diversi e contrastanti. Siano i redditi ridotti alla perfetta uguaglianza numerica monetaria; ed i consumatori, re del mercato, faranno, a seconda dei gusti individuali, domanda di beni e servigi alquanto, ma non troppo, diversa l’uno dall’altro, perché il reddito basterà a soddisfare poco più delle esigenze fondamentali della vita. Si produrranno più pane e cibi semplici, vestiti e scarpe ordinarie e minor copia di beni secondari e superiori, comunemente detti di comodo o di lusso. I costumi dovranno essere spartani e l’industria dovrà essere meno varia. Scemeranno gli artigiani-artisti e si ridurrà il numero dei fornitori di raffinati singolari beni e servigi personali. Siano i redditi invece disugualissimi e distribuiti lungo una scala la quale vada dalle poche unità monetarie giornaliere appena bastevoli a sostenere la vita più miserabile alle cifre altissime delle migliaia e centinaia di migliaia di unità monetarie al giorno; ed i consumatori, sempre re, ordineranno al mercato altre produzioni, meno abbondanti quelle grossolane, più varie e fini e capricciose quelle superiori. Il mercato, descritto dagli economisti, si adatta dunque egualmente bene ai più diversi tipi di società e la sua eccellenza lascia insoluto il problema, moralmente e politicamente, sostanziale: quale delle diverse forme di distribuzione dei redditi è la migliore?

 

 

96. Scarsa rilevanza di fatto dei tentativi di una diversa distribuzione del numerario.

 

Probabilmente le idee le quali corrono solitamente tra i più intorno alla possibilità di mutare in maniera notabile la quantità di numerario disponibile per le moltitudini col portar via il supero ai ricchi non sono fondate sulla esperienza dei fatti. In un libro, consacrato a dimostrare l’avvento «fatale» dell’economia collettivistica in luogo della gloriosa, «eppure» tramontante, economia da lui detta «capitalistica»[2], lo Schumpeter calcola che «nel paese più capitalisticamente moderno del mondo», gli Stati Uniti d’America nel 1929, ossia innanzi alla grande crisi, in un tempo di piena prosperità; i percettori di redditi superiori a 50.000 dollari all’anno, i soli che egli consideri veramente sia pure moderatamente ricchi, percepissero 13 sui 93 miliardi di reddito nazionale. Deducendo però dai 13 miliardi le somme spese, per coazione legale o morale, per imposte e sottoscrizioni e doni a fini pubblici e quelle consacrate al risparmio, che è ufficio pubblico al quale in ogni società si deve provvedere ed è nelle «economie di mercato» affidato sovratutto ai redditi alti e medi, la somma disponibile per il consumo dei ricchi si riduce a non più di 4 miliardi e un terzo, circa il 4,6% del reddito nazionale totale. Se poi si tiene conto che solo in parte i percettori di redditi alti sono ricchi «oziosi», laddove molti sono professionisti di grido e capi effettivamente dirigenti delle grandi imprese economiche, rimunerati, in ogni tipo di società, anche collettivistiche, con compensi assai alti, il residuo appartenente ai ricchi «oziosi» e ripartibile a pro delle moltitudini a stento potrebbe essere reputato superiore all’1% e tutt’al più potrebbe essere spinto al 2 percento. Se si voglia ripartir qualcosa di più del quasi zero, bisogna scendere assai più in basso nella scala dei redditi; ed appiattire quasi del tutto la piramide o meglio trottola sociale, al solo intento di abolire o ridurre la sezione della trottola situata al disotto della più larga base, supposta uguale al minimo necessario ad una vita decente.

 

 

Non si è riportato qui il calcolo dello Schumpeter se non perché fu costrutto da un economista e statistico di grande valore e per giunta storico persuaso del fatale tramonto della civiltà dell’economia di mercato. Ben si sa che siffatti calcoli sono grandemente ipotetici, ignorando essi quali mutazioni avverrebbero nella produzione della ricchezza in più ed in meno e quale la risultante finale della variazione in una società nella quale i redditi fossero ripartiti diversamente dal modo odierno. Il calcolo vuole dimostrare soltanto che, fermi rimanendo tutti gli altri dati del problema, una ripartizione ugualitaria del reddito nazionale totale oggi esistente non muterebbe in maniera apprezzabile le sorti delle moltitudini; e, tenuto conto del costo e delle resistenze generate dalla mutazione, probabilmente le peggiorerebbe.

 

 

97. Scarsa variabilità della distribuzione dei redditi nel tempo.

 

Né si vuole opporre alle richieste di elevazione degli umili e di abbassamento dei grandi la replica sconsolata la quale può essere dedotta dalla celebre legge paretiana della distribuzione dei redditi: inutile cercar di mutare la distribuzione dei redditi, ché questa sembra storicamente essere costante. In tempi e luoghi diversi esiste una distribuzione dei redditi che si può dir naturale. Bresciani[3] calcolando quanti individui su cento abbiano un reddito inferiore al reddito medio del paese, trovò che in Inghilterra la percentuale scemò dall’82% nel 1801 all’80% nel 1850-51, risalì all’83% nel 1879-80, ridiscese all’81% nel 1913 e ritornò all’80% nel 1924; ed in Prussia, che è l’altro grande paese per il quale si posseggono dati riducibili ad omogeneità lungo un periodo di tempo ragguardevole, la percentuale variò appena dal 78% nel 1875 al 79% nel 1913. Né mutazioni grandiose di struttura economica, né variazioni notabili di peso dell’attività agricola o commerciale o manifatturiera, né guerre né paci sembrano avere efficacia a mutare la distribuzione dei redditi; sicché Pareto quasi finisce di ritenerla una espressione delle qualità innate di attitudine al procacciamento della ricchezza da parte degli uomini.

 

 

98. L’indifferenza del mercato non dipende dalla mancanza di istituzioni correttive?

 

Non si vuole qui opporre siffatta sconsolata replica, perché se anche fosse vero che la distribuzione della ricchezza segna una norma costante, e precisamente quella accertata dalle indagini del Pareto, del Bresciani e di altri insigni, ciò accade entro società nelle quali facciano difetto istituzioni consapevolmente intese a mutare quella distribuzione; e nel tempo dall’inizio dell’800 a oggi, sebbene la legislazione sociale, le leggi di tutela del lavoro delle donne e dei giovani, la libertà di associazione, la diffusione dell’istruzione e la produzione economica subissero variazioni profonde e tutte favorevoli all’elevazione delle sorti delle classi più numerose, nelle somme linee rimase invariato il quadro di una società economica nella quale non esistevano freni vigorosi al successo delle qualità umane favorevoli al procacciamento della ricchezza. Rimane perciò vivo l’atto di accusa rivolto contro il formalismo dei pregi attribuiti al meccanismo del mercato. Quel meccanismo lavora con perfezione mirabile; ma dà la risposta congrua alle domande che arrivano sino ad esso, da quelle di plutocrati miliardari alle infime di mendicanti straccioni. Il meccanismo è un impassibile strumento economico, il quale ignora la giustizia, la morale, la carità, tutti i valori umani.

 

 

99. La esigenza della uguaglianza nei punti di partenza.

 

Si ignori la esigenza di coloro i quali, partendo dalla premessa della uguaglianza degli uomini, vorrebbero che ognuno potesse, in ogni momento della vita, fare una domanda di beni e di servizi uguale a quella di ogni altro uomo. La esigenza contraddice apertamente ad altre esigenze, pur morali, le quali vogliono che ad ognuno sia diversamente dato secondo i suoi meriti ed a constatazioni empiriche universali le quali provano la impossibilità della persistenza di società inspirate al concetto della uguaglianza assoluta o della proporzionalità ai bisogni. Proporzionalità che, dovendo essere osservata secondo le regole oggettive proprie dei comandi legislativi, non potrebbe non ridursi alla uguaglianza, sia pure temperata dalla considerazione di circostanze esterne, accertabili imparzialmente, come l’età, il sesso, la salute, il mestiere e simiglianti. Un consenso abbastanza largo sembra, nel contrasto fra le opposte esigenze della proporzionalità ai bisogni od ai meriti, essersi affermato intorno ad un altro principio: quello della uguaglianza nei punti di partenza.

 

 

Qual colpa ha un bambino di essere nato da genitori miserabili e per giunta viziosi, alcoolizzati ed ignavi e di essere perciò costretto a morte precoce ed in caso di sopravvivenza, a vita dura, in stanze sovraffollate, in ambiente privo di ogni luce spirituale e morale, predestinato alla miseria, alla delinquenza o alla prostituzione? Qual merito ha un altro bambino, se, nato frammezzo ad agi, ha avuto salva la vita anche se di costituzione debole, l’ha potuta fortificare con gli esercizi fisici, nell’aria pura dei monti o del mare, ha avuto larghe possibilità di coltivar la mente, di frequentar scuole ed ottenere titoli, che gli hanno aperto la via ad una fruttuosa carriera, del resto facilitata dalle molte relazioni di parentela, di amicizia e di affari dei genitori? Il povero resta dunque povero e il ricco acquista ricchezza non per merito proprio, ma per ragion di nascita; ed ai posti di comando, nelle imprese economiche, nel governo degli stati, nell’amministrazione pubblica, nelle lettere, nelle scienze, nelle arti, nell’esercito giungono non i più meritevoli, ma quelli che meglio furono favoriti dalla sorte dalla nascita. Quante invenzioni utili, quante scoperte scientifiche, quanti capolavori di scultura, di pittura, di poesia, di musica non poterono mai giungere a perfezione, perché l’uomo, il quale vi avrebbe potuto dar nascimento, dovette sino dai primi anni addirsi a duro brutale lavoro, che gli vietò di far germogliare e fruttificare le qualità sortite da natura? La produzione medesima economica non sarebbe forse grandemente diversa da quella che è e maggiore se tutti gli uomini potessero ugualmente dar prova delle proprie attitudini di lavoro, di invenzione, di iniziativa e di organizzazione? La produzione è quella che è, partendo dalla premessa che solo una minoranza degli eletti può giungere sino ai posti di comando; ma sarebbe ben diversa se la selezione degli eletti potesse farsi tra l’universale degli uomini.

 

 

100. Cautele necessarie nella valutazione degli effetti della disuguaglianza nei punti di partenza.

 

V’ha una grande virtù nella esigenza morale della uguaglianza nei punti di partenza. Ma gioverebbe assai se i suoi banditori non la esponessero spesso unicamente in termini che sanno troppo di esagerazione retorica per essere atti a cogliere la realtà vera. Il contrasto fra lo sciocco «figlio di papà», il quale occupa i posti più remunerativi ed il «genio misconosciuto» il quale trascina una vita miserabile in lavori oscuri perché ebbe la disavventura di nascere da genitori poveri impressiona nella bocca del tribuno o nelle pagine del romanziere celebre; ma quale statistico ha potuto mai misurare la frequenza del fatto? La vita dura non è forse la cote alla quale sono provati i caratteri saldi e tenaci; e non furono durante il secolo 19esimo ed ancora oggi nel secolo 20esimo numerosi i casi di coloro per i quali si addimostrò vero il monito del volere è potere? Vi è qualche indizio, il quale consenta di dare una misura anche approssimativa dei geni o semplicemente degli uomini meritevoli di un comando più o meno elevato i quali, per colpa della miseria, non siano giunti al luogo al quale l’indole del loro ingegno li faceva adatti? Le agevolezze moltiplicatesi nell’ultimo secolo di educazione e di istruzione gratuita, di borse di studio non hanno grandemente ridotto gli impedimenti a salire, i quali, del resto, nelle epoche storiche di artigianato, di bottega e di piccole imprese economiche apparivano ben minori di quanto parvero diventare nell’epoca moderna delle grandi imprese, delle grandi banche e dei consorzi industriali e commerciali? Esistono studi intorno alla frequenza maggiore o minore di self-made men, di uomini venuti su dal nulla e giunti a posti di comando? Se si dovesse giudicare da prime impressioni, si dovrebbe concludere che gli homines novi siano in tutti i paesi e in tutti i rami della vita politica, religiosa, intellettuale, artistica ed economica la maggioranza degli arrivati. Se si dovesse giudicare dalla esperienza, corroborata dalla sapienza dei proverbi, si dovrebbe giudicare che il privilegio della nascita ha ben scarsa persistenza attraverso le generazioni; ché il proverbio afferma che la sostanza messa insieme dal padre è per lo più conservata dal figlio e fatta svaporare dal nipote. Chi, se non un curioso erudito Baudi di Vesme, ha mai fatto indagini intorno ai discendenti di famiglie nobili i quali, dal medioevo in qua di secolo in secolo, sono ritornati al popolo e si sono confusi di nuovo tra contadini, fabbri, scrivani, popolo minuto, perdendo a poco a poco persino la ricordanza degli illustri antenati dai quali sono discesi?

 

 

101. Paragone con le condizioni di «lealtà» poste nelle gare di corse.

 

Sebbene non se ne possegga alcuna esatta misura, fa d’uopo affermare tuttavia che se la disuguaglianza dei punti di partenza potesse essere eliminata sarebbe notabilmente variata la produzione dei beni e dei servizi a causa delle agevolezze concesse a tutti gli uomini di far valere nel modo migliore le proprie attitudini. Come una gara di corse non è considerata leale se tutti i concorrenti non balzano in avanti nel medesimo momento e se qualche concorrente è impedito da qualche particolare inconveniente dal far valere le sue qualità; così la gara della vita tra gli uomini non appare leale se a tutti non sia concessa la medesima opportunità di partenza per quel che riguarda l’allevamento, la educazione, la istruzione e la scelta del lavoro. Se poi, durante la vita, l’uno riesce e l’altro soccombe, l’uno giunge a posti elevati di comando e l’altro ubbidisce in posizioni subordinate, l’uno accumula ricchezze e l’altro non riesce a formarsi un patrimonio o consuma tutti i suoi guadagni, qui il merito o la colpa è dei singoli, che sono diversi l’uno dall’altro ed hanno ottenuto quel che singolarmente hanno meritato.

 

 

102. L’esigenza della uguaglianza non vuol dire taglio netto fra le successive generazioni; ed imponendo un minimo di agevolezze nei punti di partenza, non vieta lo sforzo dei genitori per elevare i figli al disopra del minimo.

 

L’esigenza dell’uguaglianza nel punto di partenza vuol dire dunque che vi possono essere ricchi, mediocri e poveri, forti e deboli, arrivati e rimasti in coda, potenti che comandano ed umili che ubbidiscono durante la vita sino al momento della morte; ma tutti debbono partire ugualmente nudi od ugualmente provveduti nel giorno nel quale si inizia per l’uomo la vita produttiva ed indipendente? Evidentemente no. L’esigenza postulata non significa vi debba essere un taglio netto fra una generazione e l’altra, sicché, ove la vita produttiva indipendente si supponga iniziata ai 20 anni, la disuguaglianza possa nascere e perdurare solo fra i 20 ed i 70 anni, supponendo quest’ultima sia l’età terminale della vita umana. L’idea della perpetuazione della specie, della continuità della famiglia non avrebbe senso se i genitori tra i 20 ed i 70 anni non potessero provvedere diversamente con i loro mezzi diversi di guadagno personale e con le proprie relazioni di parentela, di amicizia, di colleganza e di posizione sociale ad allevare, educare, istruire ed agevolare nella vita i figli tra la nascita ed i 20 anni. Essa vuol dire soltanto che se i genitori non riescono per incapacità od ignoranza o mancanza di mezzi a dare ai loro figli un minimo di sanità fisica, di istruzione e di educazione atto a consentire ad essi di partecipare alla gara della vita senza troppo grave soma iniziale, qualcun altro debba provvedere a dare quel minimo che sia indispensabile affinché essi non siano costretti ad accettare subito quelle qualsivoglia più basse occasioni di lavoro che ad essi si presentano e possano attendere fino al limite dei 20 anni od a quell’altro che l’opinione prevalente nella società giudichi più adatto, a fare la scelta di lavoro da essi considerata meglio conforme alle loro attitudini. L’esigenza postulata non vieterebbe dunque ai genitori, posti più in alto nella scala sociale, di dare ai propri figli una educazione ed una preparazione migliore di quella minima garantita a tutti dall’ente pubblico. Non vieterebbe neppure ai genitori, preoccupati di morire innanzi tempo o di perdere le proprie attitudini a procacciarsi col lavoro un reddito bastevole, di assicurare in qualche maniera, anche in loro mancanza, ai figli quella formazione morale ed intellettuale che essi giudicassero opportuna per il loro avvenire. Esisterebbe dunque una qualche disuguaglianza nei punti di partenza fra i giovani i quali a 20 anni hanno potuto fruire delle agevolezze di vita, di studio, di educazione e di relazioni apprestate, direttamente o con provvidenze assicurative, dai genitori elevatisi con i loro sforzi di lavoro e coloro i quali hanno potuto utilizzare solo le minime agevolezze offerte dall’ente pubblico. Persisterebbe ancora una certa disuguaglianza: i genitori potrebbero, elevandosi e risparmiando, usare dei propri mezzi esclusivamente per dare ai propri figli educazione, istruzione e lancio nella vita. Non sarebbe esclusa la trasmissione di una casa fornita di qualche adiacenza di giardino od orto, di mobilio, di biancheria, di libri, di oggetti d’arte o di ornamento limitatamente all’uso personale della famiglia. Sarebbe, in questo tipo di disuguaglianza, esclusa la trasmissione ereditaria di sostanze produttive di reddito pecuniario, atte a consentire ai figli di condurre una vita indipendente in tutto od in parte dall’obbligo di lavorare.

 

 

103. Non è accetta universalmente a tutti la condizione che a tal fine sia vietata la proprietà privata dei mezzi di produzione.

 

Anche così interpretata, con una certa larghezza, la norma dell’uguaglianza dei punti di partenza suppone però una società collettivistica, nella quale il possesso ed il governo dei mezzi di produzione, dalla terra alle sue migliorie, dagli impianti industriali alle macchine ed agli utensili, dalle ferrovie ai porti, dai magazzini commerciali alle case d’affitto, dalle miniere agli acquedotti, dalle centrali idroelettriche alle reti di distribuzione, dagli acquedotti ai gasometri spetti allo stato o ad altro ente pubblico; e nella quale all’ente regolatore pubblico spetti la determinazione di quel che deve essere prodotto per soddisfare alle esigenze dei consumi quotidiani e di quel che deve essere parimenti prodotto per conservare l’attrezzatura industriale, agricola e commerciale (cosidetta quota di manutenzione e di sostituzione) e per darvi incremento progressivo (risparmio). Qui si enuncia la condizione alla quale è subordinata la persistenza del tipo sopra definito di limitazione della disuguaglianza, solo per constatare che quel tipo non può essere accettato da tutti coloro i quali ripugnano a vivere in una società collettivistica, perché diventare funzionari di un unico datore di lavoro appare ai loro occhi troppo grande sciagura morale.

 

 

104. Escluso il collettivismo pieno, l’uguaglianza nei punti di partenza sembra richiedere un’imposta ereditaria nel tempo stesso uguagliatrice e stimolatrice.

 

Se la condizione non può da costoro essere accettata, può la norma della uguaglianza dei punti di partenza essere fatta altrimenti osservare? Se noi non vogliamo una società collettivistica, se noi ammettiamo che debba continuare ad esistere, accanto alla sfera pubblica, una sfera privata della vita economica, l’uguaglianza nei punti di partenza dovrebbe essere compatibile con due condizioni, le quali dovrebbero ambedue coesistere. Dovrebbe cioè in primo luogo l’imposta ereditaria falcidiare, alla morte di ogni uomo, tutta l’eccedenza della sostanza che egli in vita ha saputo cumulare al di là di quanto basti a garantire la vita del coniuge superstite, la educazione e la istruzione dei figli sino alla maggiore età economica, la sussistenza dei figli inetti, per deficienze fisiche o mentali, a procacciarsi il sostentamento, il possesso della casa, provveduta di adiacenze, di mobilio, di libri ed oggetti vari, reputata bastevole alla famiglia sopravvivente; sicché la sostanza riservata sia tenuta entro limiti atti ad impedire disuguaglianze apprezzabili nei punti di partenza. In secondo luogo, la imposta falcidiatrice ed uguagliatrice dovrebbe lasciare sussistere lo stimolo necessario affinché l’uomo durante la sua vita produttiva, suppongasi dai 20 ai 70 anni, lavori quant’è necessario affinché siano conservati in buon essere i mezzi di produzione (terre migliorate, case d’affitto, impianti industriali, scorte vive e morte dell’agricoltura, e scorte di materie prime, di semi-lavorati e di prodotti finiti), necessari al regolare funzionamento della vita economica nella sfera non pubblica (quota di manutenzione e di sostituzione), ed affinché gli esistenti mezzi di produzione siano incrementati così come richieggono le invenzioni di nuove macchine, di nuovi processi e di nuovi beni e l’esigenza di un continuo miglioramento nel tenor di vita degli uomini (risparmio).

 

 

105. Incompatibilità fra i due connotati. I beni strumentali sono una continua creazione.

 

Basta porre le due condizioni per vedere come esse siano incompatibili tra di loro. Il capitale esistente non è, come immaginano taluni ingenui, una quantità data della quale si possa disporre a piacimento di un qualunque riformatore. Coloro i quali parlano di trapasso della proprietà dei mezzi di produzione dai cosidetti capitalisti agli operai ed ai contadini, compresi i tecnici e gli impiegati, e nel tempo stesso non vogliono il collettivismo (comunismo o socialismo, che sono sinonimi) non sanno quel che si dicono, non avendo essi riflettuto al contenuto necessario delle parole pronunciate. Il capitale è una creazione continua e faticosa dell’uomo. La casa abbandonata a se, in breve volger d’anni è soggetta alle infiltrazioni delle piogge, alle rotture dei tubi d’acqua, alla degradazione degli infissi e dei pavimenti e diventa inabitabile. La terra non curata e non restaurata si degrada; la sua fertilità scema e la produttività si riduce. Bastano pochi anni, durante i quali l’agricoltore pensi soltanto a «cogliere i frutti» della vigna, del frutteto, del prato e del campo perché la vigna sia invasa dalla gramigna e le viti uccise dalle crittogame, perché gli olivi periscano vittime dei nemici pullulanti nel mondo vegetale ed animale ed inselvatichiscano e campi e prati producano erbacce invece di frumento e di erbe nutrienti. Gli impianti industriali hanno forse una vita la quale vada in media oltre il decennio? Non rinnovata e non sostituita da macchine più perfezionate, la macchina esistente diventa in breve volger d’anni ferraccio. Il capitale esistente è men che nulla se non è conservato e rinnovato ed accresciuto. Accresciuto, si aggiunge, perché noi non possiamo immaginare una società stazionaria, composta di uomini i cui gusti, per quantità e qualità di beni, non mutino col tempo; i cui bisogni, astrazion fatta dall’incremento determinato da un aumento della popolazione, che potrebbe anche venir meno, non aumentino col tempo e cioè non diventino più vari e raffinati. Le quali verità sono così evidenti che non varrebbe la pena di neppure enunciarle, se spesso non ci si dimenticasse della illazione la quale logicamente segue alla esigenza della conservazione e dell’incremento del capitale. Importa che qualcuno provveda al compito ora affermato necessario; e due sole sono le maniere sin qui inventate. O vi provvede la collettività o vi provvedono i singoli uomini.

 

 

106. I piani delle società collettivistiche sono imposti dalla necessità di consacrare il lavoro di una parte degli uomini alla conservazione ed all’incremento dei beni strumentali.

 

In una società collettivistica provvede all’uopo l’autorità pubblica, e cioè lo stato e gli enti delegati dallo stato. I cosidetti piani quinquennali russi non hanno altro significato. Essi vogliono dire che, durante un dato periodo di tempo, suppongasi un quinquennio, il lavoro degli uomini viventi è diviso in due parti. Alcuni lavoreranno a produrre beni diretti, ossia alimenti, vestiti, scarpe, bevande, combustibili per riscaldamento e per cucina, mezzi di illuminazione e servizi pure diretti di insegnamento, di stampa e diffusione di libri e di giornali, di conservazione della salute fisica, della sicurezza sociale, della difesa nazionale, della giustizia ed in genere tutti i beni ed i servizi che sono consumati dagli uomini di giorno in giorno, beni e servizi i quali costituiscono il reddito consumato, goduto dagli uomini. Costoro, che così lavorano, danno opera a produrre beni e servizi diretti non soltanto per se stessi, ma anche per il secondo gruppo di uomini i quali invece sono addetti alla produzione dei beni strumentali. Chiamansi così tutti i beni i quali non giovano immediatamente a soddisfare un bisogno dell’uomo, ma gioveranno in seguito. Chi è occupato a costruire dighe su un fiume ed a compiervi un grande impianto idroelettrico, chi costruisce uno stabilimento industriale od è addetto alla produzione delle macchine che vi saranno collocate, chi scava un canale d’irrigazione o rimboschisce la montagna o risana la palude od impianta vigneti, oliveti, aranceti o frutteti, chi innalza muretti su un terreno in pendio, chi costruisce case nuove, e chi provvede a mantenere, restaurare, rinnovare impianti e canali e muretti e piantagioni, non produce nulla che possa immediatamente od anche nell’anno in corso e talvolta per quinquenni e decenni essere goduto. Egli lavora e deve perciò vivere; ma non può vivere sul frutto del lavoro proprio, ché questo non è assimilabile dal suo organismo. Il produttore di beni strumentali deve essere mantenuto dal frutto del lavoro del produttore di beni diretti. Ridotti alla loro espressione più semplice, i piani quinquennali russi non furono altro se non il comando dato a 50 su 100 lavoratori (dirigenti, tecnici, impiegati, contadini ed operai) di provvedere col lavoro proprio a mantenere se stessi e gli altri 50 lavoratori ai quali invece era comandato di lavorare per provvedere alla fabbricazione dei beni strumentali (capitali) necessari alla attrezzatura civile e militare del paese. In altre parole, ai russi fu comandato di vivere per cinque anni, e poi per altri cinque e poi per un terzo quinquennio col prodotto del lavoro di metà della popolazione, per consentire all’altra metà di produrre beni futuri. Siamo nel quarto quinquennio e la produzione degli uomini destinata alla produzione di beni strumentali o futuri (detti anche beni capitali) che si supponeva non fosse inferiore al 50%, oggi, date le urgenze della guerra, è forse cresciuta. Il che in termini conformi all’uso del parlare europeo occidentale, vuol dire che la popolazione intiera ha dovuto assoggettarsi ad un prelievo del 50% e probabilmente più sul proprio reddito allo scopo di provvedere all’incremento dell’attrezzatura industriale, sovratutto bellica, del paese.

 

 

107. Gli uomini egoisti individuali e gli uomini costruttori. Il medioevo ed il concetto dell’eterno.

 

Chi non voglia una società collettivistica, nella quale necessariamente i piani di produzione e di distribuzione della ricchezza vengono dall’alto ed ogni traccia di libertà, di determinazioni individuali economiche è spenta, deve trovare altra via per conservare e crescere il capitale esistente. Ci si accorge allora che la vera unità sociale non è l’individuo isolato ma la famiglia.

 

 

Vi sono certamente due tipi di uomini: coloro che pensano a sé soli e quindi restringono i propositi d’avvenire alla propria vita od al più a quella della compagna della vita loro. Ad ogni generazione il corso della vita ricomincia. Essi creano le società stazionarie, anzi regressive, ché se tutti gli uomini fossero simili ad essi, non sarebbe neppure conservato il capitale esistente. Il tipico investimento dell’individuo egoista provvisto di salario di lavoro, intellettuale o manuale, è la pensione vitalizia. Se costoro risparmiano, il risparmio è investito in una annualità su una o su due teste ed è distrutto interamente al termine della vita dell’individuo o della coppia di individui. A che conservare qualcosa, se per essi il mondo muore al termine della vita terrena?

 

 

Accanto agli uomini, i quali concepiscono la vita come godimento individuale, vi sono altri uomini, fortunatamente i più, i quali, mossi da sentimenti diversi, hanno l’istinto della costruzione. Forse in nessuna epoca storica l’istinto della costruzione fu così evidente come nel medioevo, quando si costruiva per l’eternità. I castelli erano fortezze, con muraglie dallo spessore ciclopico e le case erano torri che volevano sfidare i secoli. Non si parlava di prestiti di denaro ad interesse, rimborsabili e perciò consumabili entro pochi anni, ma di costituzione di rendite perpetue, grazie a cui il debitore diventava proprietario della somma ricevuta e non aveva obbligo di restituzione; ma il creditore diventava a sua volta proprietario in perpetuo di una rendita garantita dal fondo assoggettato, soggiogato all’onere. Il fondo, e non il proprietario del fondo, era obbligato in perpetuo al pagamento della rendita. Il fedecommesso, il maggiorasco contenevano l’idea della perpetuità, della continuità delle generazioni. Chi aveva costrutto il castello, la torre, la casa, chi aveva dissodato il terreno boscoso od incolto e vi aveva eretto una masseria voleva che il castello, la torre, la casa, la masseria rimanesse per sempre nella sua famiglia. Era vivo in tutta l’Europa il principio delle famiglie-ceppo, nelle quali il podere veniva trasmesso di primogenito in primogenito o di ultimogenito in ultimogenito e gli altri sciamavano all’intorno o lontano a creare nuove famiglie; ma taluno rimaneva, celibe, nella casa paterna, ad aiutare gli altri e tutti, se la sventura li coglieva, vi potevano ritornare a cercarvi ospitalità e conforto negli ultimi anni della vita. Il tipo della famiglia-ceppo che si perpetua sul fondo non frazionabile perdura in talune regioni germaniche e scandinave; ma in forme diverse è vivo dappertutto. Il padre non risparmia per sé; ma spera di creare qualcosa che assicuri nell’avvenire la vita della famiglia. Non sempre l’effetto risponde alla speranza, ché i figli amano talvolta consumare quel che il padre ha cumulato; e se non i figli, i nipoti od i pronipoti potranno appartenere alla specie degli egoisti individuali, i quali non guardano oltre il momento che fugge od oltre la soglia della morte. Ma se i figli sono parecchi, come è uso dei costruttori, l’istinto della perpetuità si rinnova in taluno di essi; e se l’uno scialacqua, l’altro riscatta colla fatica diuturna i frammenti sparsi della costruzione paterna; e la famiglia dura, talvolta nei secoli. Se mancano i figli, l’uomo dotato dell’istinto della perpetuità costruisce perché un demone lo urge a gettare le fondamenta di qualcosa. Il patrimonio sarà destinato ai parenti, ad opere pie, a scopi educativi o benefici. Non si costruisce perché alla morte, la casa costruita sia venduta all’incanto ed il denaro ricavato sia dato alla collettività anonima per essere speso. Ciò ripugna profondamente al risparmiatore. Nessuno abbandona volontariamente la propria eredità allo stato, perché questi ne consumi il valsente per provvedere alle spese correnti pubbliche. Il testatore pensa alla «fondazione» del museo, della collezione di libri raccolta in una stanza col nome del fondatore. del giardino pubblico, del parco destinato al riposo della cittadinanza, dell’asilo infantile, dell’orfanatrofio, dell’ospedale dei vecchi. Se l’opera fondata non potrà portare, per la piccolezza dell’offerta, il nome del fondatore, questo sarà iscritto su una lapide, in un albo di benemeriti, posto al disotto di un busto in marmo o di un ritratto ad olio. Vi sono avari, i quali conducono vita stenta e confessano di cumulare per il piacere di cumulare, perché la contemplazione del gruzzolo crescente è cagion per essi di intenso piacere; ma in fondo al loro animo vi è un proposito: essere segnalato, nel ricordo dei beneficati, tra i benemeriti di un’opera pia, del Cottolengo o dei Salesiani a Torino, dell’Ospedal maggiore a Milano o tra i fondatori di illustri premi universitari od accademici.

 

 

108. L’ideale della città-giardino.

 

Coloro che così vorrebbero costruire per l’eternità hanno una concezione dell’uguaglianza nei punti di partenza ben più alta di quelli che vorrebbero che la gara ricominciasse per tutti ad ogni generazione; che il risparmio fosse investito esclusivamente nell’uomo ed in quelle cose materiali, le quali sono come il prolungamento della persona umana: la casa dove si abita, il mobilio, i libri, gli oggetti cari, il piccolo giardino, dove si coltivano i fiori e gli ortaggi e si allevano, insieme col cane ed il gatto, i volatili da cortile. L’ideale della città-giardino supera certamente quello dell’alveare della grande città, dove gli uomini non si conoscono, dove tutti hanno lo stesso volto, e, per fuggire la noia della vita nelle due camere, cucina e bagno, corrono tutti allo stesso cinematografo, ascoltano la medesima radio, leggono il medesimo giornale e si entusiasmano alle medesime gare di uomini che si prendono a pugni o giocano alla pallacorda; ma i figli pagano, appena possono, una pensione alimentaria alla madre e fanno, con quel che avanza dei loro salari, borsa a sé, consumandola in sigarette od in calze di falsa seta; salvo a ricominciare da capo, in unioni legali o libere, nella solita cellula dell’alveare cittadino, che tutto adegua ed appiattisce. Vi è, nella città-giardino, l’inizio della costruzione; la famiglia comincia a diventar qualcosa di distinto e superiore alle persone fisiche in cui essa si concreta nella generazione presente. Vi sono le mura della casa, le stanze, il terreno circostante, gli oggetti acquistati od ereditati dagli avi, i quali dicono: qui, entro queste mura, voi siete nati, qui siete cresciuti, qui avete avuto l’esempio dei vecchi, i ricordi di quel che di bene e di male essi fecero, l’indicazione della via che dovete seguire e di quella che dovete fuggire. I ritratti che pendono alle pareti, gli album famigliari, i libri annotati vi dicono di generazioni nelle quali regnò la concordia fra padre e madre e crebbe la prosperità della famiglia e di generazioni nelle quali invece dominò la discordia ed il disamore e la famiglia decadde e dal naufragio si salvarono appena pochi oggetti, ad ammaestramento dei venturi.

 

 

109. L’ideale della città-giardino non vive di vita autonoma.

 

Tuttavia, sebbene l’ideale sia posto già più in alto, una società composta di città-giardino, di villette e di casette sparse nei sobborghi è cosa fragile, la quale non vive di vita indipendente, autonoma. L’uomo non è più il salariato puro, colui che vive del tutto alla dipendenza altrui; egli trae già dalla casa propria un senso di autonomia, la sua persona non è più un atomo vagante simile a tutti gli altri atomi, egli possiede un prolungamento esterno di sé, attorno a cui può prendere corpo ed anima la famiglia, un focolare attorno al quale gli altri individui che da lui nascono si possono raccogliere e presso cui possono trovare protezione. Come vive però là città-giardino? Essa non ha in se stessa le fonti della vita. Si è compiuto per fermo un passo innanzi nella costruzione di una società stabile, perché accanto ai beni di consumo immediato gli uomini hanno cominciato ad apprezzare i beni di consumo durevoli. È nato il senso del tempo che verrà, del tempo nel quale chi ha costrutto la casa, adunato i libri, acquistato i mobili e gli oggetti non sarà più vivo; ma le cose da lui create conforteranno ancora la vita dei figli e dei nipoti. È nata la famiglia; ma questa non vive ancora. Non può nemmeno vivere del proprio lavoro; come può vivere se tutti ugualmente pensano soltanto a risparmiare quel che è necessario per i consumi dell’oggi e del domani? L’uomo, per vivere, deve uscire dalla casa e recarsi altrove, dove adatti strumenti produttivi – terreni coltivati ed appoderati, fabbriche, laboratori, ferrovie, ponti, strade, porti, scuole, mezzi di trasporto, macchine e strumenti di ogni sorta – gli consentano di produrre, trasportare, scambiare e distribuire gli alimenti, i vestiti, le scarpe, i libri, le cose che egli poi consumerà e in cui vivrà ed avrà ed alleverà ed educherà una famiglia. Chi crea questo mondo esterno grazie a cui si producono i beni di consumo immediati e durevoli che l’uomo vuole possedere e godere? Chi se non l’uomo medesimo? Chi non vuole una società collettivistica nella quale lo stato stabilisce coattivamente quanta parte degli uomini viventi produce beni diretti e quanta parte beni strumentali, deve consentire alla necessità che l’uomo sia stimolato a risparmiare quanto occorre affinché sia conservato e sia cresciuto il capitale esistente in ogni dato momento nella società. Ed in una società libera, nella quale non sia coattivamente stabilito che ogni uomo debba destinare il 70% del proprio reddito al consumo, il 10% alla conservazione del capitale o patrimonio preesistente, ed il 20% al risparmio – suppongasi che questa sia nel dato tempo e luogo la distribuzione del reddito in media occorrente affinché il capitale esistente sia mantenuto e cresciuto in guisa da consentire alla popolazione (stazionaria o crescente) di migliorare gradatamente il proprio tenore di vita – fa d’uopo consentire agli uomini di manifestare liberamente le proprie preferenze; e gli uni consumeranno tutto, gli altri risparmieranno il 5, od il 10, od il 20% e vi sarà chi, per avarizia o per larghezza di reddito, risparmierà il 50, il 70 od il 90% del proprio reddito; ed accadrà che in media, dopo aver provveduto ad accantonare il 10% a titolo di quota di manutenzione, il risparmio giungerà al 20% del reddito nazionale, quanto basta a crescere convenientemente il capitale esistente nel paese.

 

 

110. Il tipo dell’uomo dilapidatore.

 

Facendo astrazione dagli squilibri momentanei fra risparmio ed investimento, la destinazione che gli uomini in media facciano del 20% del proprio reddito al risparmio fa sì che la produzione riceva un indirizzo peculiare diverso da quello che esisterebbe se il risparmio fosse nullo o diversamente superiore od inferiore allo zero. Il risparmio è inferiore allo zero quando gli uomini, non potendo consumare il capitale esistente a fini di godimento perché non è possibile fisicamente che gli uomini consumino, col mangiare, bere, vestire e divertirsi, la terra, le piante, le macchine, le scorte di materie prime tali e quali, trascurano di mantenerle, di rinnovarle quando sono deperite, di sostituirle quando non sono più atte, per mutati gusti o per invenzioni di nuovi strumenti, al loro ufficio produttivo. L’uomo, il quale faticherebbe 30 sui 300 giorni lavorativi all’anno per conservare e rinnovare il capitale esistente e durante i 30 giorni non potrebbe perciò produrre nessun bene o servizio atto a soddisfarei suoi desideri di godimento, può rinunciare all’opera di conservazione e dedicare anche i 30 giorni a produrre beni diretti. Talvolta segue siffatta condotta per ragioni superiori di salvezza del paese; come quando in tempo di guerra si sfruttano le dosi di fertilità accumulate nel terreno con fatiche lunghe di lavorazione o con ammegliamenti di concimazione o di irrigazione o di livellamento; ed in tal caso la degradazione del terreno è giustificata dal nobile fine. Può invece seguire la stessa condotta per avidità di godimenti immediati; ed in tal caso la quantità dei beni di consumo o godimento presente cresce a scapito della produttività futura. Il capitale esistente si degrada, la terra è assoggettata a coltura di rapina e scema di valore perché gli uomini non guardano all’avvenire. In ogni società vi sono dilapidatori i quali trascurano il buono stato delle loro case e dei loro terreni, riducono le loro fabbriche in breve volger di anni ad un cumulo di stridule ferraglie e conducono se stessi alla rovina.

 

 

111. Quello dell’uomo conservatore.

 

Il risparmio è nullo, quando gli uomini si limitano a serbare intatto il valore del patrimonio posseduto. Faticano i 30 giorni necessari, sui 300 lavorativi, per mantenere terreni, case, macchinari in buono stato e per sostituirli quando siano fisicamente od economicamente inservibili; ma vogliono dedicare tutti gli altri 270 giorni a produrre beni di consumo, siano deperibili come gli alimenti o durevoli come la casa o la vettura automobile o la radio. Se tutti gli uomini agissero in tal modo, la società sarebbe stazionaria, il tenor di vita non muterebbe, né muterebbe il numero degli uomini. Se il numero crescesse, il tenor di vita dovrebbe abbassarsi. Potrebbero mutare i gusti, ma a soddisfare i nuovi gusti farebbe d’uopo durare la medesima fatica richiesta dal soddisfacimento dei gusti precedenti. Tutto il lavoro degli uomini, col concorso di un capitale (beni strumentali o mezzi di produzione), intatto, sarebbe consacrato alla produzione di beni di consumo e questi si identificherebbero coll’intiero reddito netto, tutto reddito consumabile e consumato.

 

 

112. E quello dell’uomo risparmiatore.

 

Il risparmio è positivo, ad es. del 20% del reddito, quando gli uomini, dopo aver faticato i 30 giorni necessari alla conservazione e rinnovazione del capitale esistente, serbato così intatto, deliberano di dividere i restanti 270 giorni in due parti; e 210 giorni (70% di 300) li destinano alla produzione di beni e servizi di diretto consumo e 60 giorni (20% di 300) alla produzione di beni strumentali: piantagioni, strade poderali, dissodamenti, macchine nuove, impianti industriali, bonifiche, rimboschimenti, ferrovie, porti, bacini d’acqua per la produzione di energia elettrica ecc. ecc. Nello stesso tempo restano modificate la produzione da un lato, ché, oltre alle 10 unità di beni di sostituzione o manutenzione del capitale esistente, si producono 70 unità di beni di consumo e 20 unità di beni strumentali; e la distribuzione del reddito dall’altro lato, ché si destinano 10 unità di reddito a comprare beni di sostituzione, 70 ad acquistare beni di consumo e 20 unità di reddito a risparmio, il che vuol dire ad investimento in beni strumentali. La quota del reddito che è consumata fa domanda di beni di consumo; e la quota del reddito che è risparmiata fa domanda di beni strumentali.

 

 

113. In una società risparmiatrice esiste una divisione del lavoro fra produttori di beni di consumo e beni strumentali la quale non coincide con quella fra dilapidatori, conservatori e risparmiatori.

 

Non occorre che ogni uomo consacri 30 giorni a produrre beni di sostituzione, 210 a produrre beni di consumo, i quali costituiscono il reddito consumato e 60 giorni a produrre beni strumentali in cui si investe il suo reddito risparmiato. Ciò fa l’agricoltore, il quale di fatto può consacrare 10 giorni del suo tempo ai lavori di manutenzione delle strade poderali, dei sentieri, dei canali di irrigazione ecc., 210 alle opere ordinarie di coltivazione, che gli frutteranno il frumento, il granoturco, il vino, l’olio, il latte, la lana, di cui si ciberà o si vestirà; e 60 giorni alle opere di ammegliamento, di piantagione, di dissodamento, di rettifica di canali di scolo o di strade poderali, da cui egli spera in avvenire un incremento di produzione. I 210 giorni gli forniscono il reddito consumabile e da lui consumato; laddove i 60 giorni sono il suo risparmio, da lui investito direttamente nella terra e danno luogo ad un incremento del valore capitale e del reddito del podere.

 

 

In regime di divisione del lavoro, il processo di investimento è scisso da quello del risparmio. In media gli uomini ripartono, sì, il proprio reddito totale in tre parti: il 10% del reddito lordo totale alla manutenzione e mera sostituzione del capitale esistente; il 70% al consumo ed il 20% al risparmio. Ma schiere diverse di uomini attendono ai tre diversi compiti: 30 uomini su 300 attendono a serbare intatto il capitale esistente (quote di manutenzione e sostituzione), 210 a produrre beni e servizi di consumo diretto (reddito consumato) e 60 a produrre beni strumentali (risparrmio-investimento-aumento del capitale esistente). Grazie allo scambio fra gli uomini che così si sono divisi i compiti, il frutto del lavoro dei 210 uomini che si sono dedicati a produrre beni e servizi di consumo, è distribuito fra tutti i 300 uomini componenti la nostra società immaginaria; e questo frutto consumabile si mantiene intatto grazie al lavoro dei 30 uomini che riparano e sostituiscono il capitale esistente; ed anzi di anno in anno cresce grazie al lavoro dei 60 che si dedicano a produrre nuovi beni strumentali. Se però in media gli uomini non risparmiassero il 20% del reddito, se cioè non vi fossero, accanto agli uomini dilapidatori che distruggono ed agli uomini conservatori che puramente conservano, altri uomini detti risparmiatori, i quali, oltre a conservare intatto il patrimonio esistente, risparmiano una quota positiva del proprio reddito netto che può andare dall’1 al 80% ed in media è del 20% del reddito nazionale totale (lordo di quote di manutenzione), il capitale esistente non solo non crescerebbe ma di anno in anno degraderebbe, con irrimediabile decadimento del tenor di vita generale.

 

 

114. In una società non comunistica, deve esistere il risparmio volontario con la proprietà privata dei beni strumentali.

 

È dimostrato così che, ove non si voglia affidare allo stato il compito di costringere coattivamente gli uomini a conservare e ad incrementare il capitale esistente; ove non si voglia cioè che lo stato coattivamente ripartisca gli uomini in 30 destinati a conservare il capitale esistente, 210 a produrre beni e servizi di consumo diretto e 60 a produrre nuovi beni strumentali ossia a crescere il capitale esistente, deve esistere un meccanismo che induca gli uomini ad assolvere volontariamente il compito necessario.

 

 

Il meccanismo è la attribuzione agli uomini risparmiatori della proprietà dei beni strumentali i quali sono stati creati dal risparmio. Per qual motivo l’uomo rinvierebbe il godimento di parte del proprio reddito ad un momento futuro, quando sapesse a priori che delle 100 parti del reddito solo le 70 consumate rimangono di spettanza del risparmiatore e le 20 risparmiate, insieme con le 10 destinate alla manutenzione, passano in proprietà di qualcun altro, di un ente pubblico, il quale ne avrebbe la compiuta disponibilità?

 

 

Il risparmio volontario è assurdo se la proprietà della cosa risparmiata non spetta al risparmiatore. L’alternativa è il risparmio obbligatorio, ossia in primo luogo il prelievo forzoso, con l’imposta sul reddito del cittadino, non solo delle 10 parti destinate alla conservazione ma anche delle 20 consacrate all’incremento del capitale esistente ed in secondo luogo l’impiego pubblico delle somme così accantonate. La sostituzione del risparmio obbligatorio a quello volontario significa la sostituzione di un tipo collettivistico di organizzazione della società economica a quello di mercato. La scelta fra i due tipi è fatta dagli uomini per molteplici ragioni, che non accade qui discutere. Coloro i quali sono contrari al tipo collettivistico per lo più sono mossi dalla convinzione, derivata dall’osservazione e dal ragionamento, che così fatto tipo sia sinonimo con il comando dall’alto, epperciò incompatibile con la libertà politica e personale dell’uomo.

 

 

Il risparmio volontariamente compiuto può essere volontariamente affidato per l’impiego all’ente pubblico; ma rimane pur sempre, sia a mezzo del rimborso della somma mutuata sia a mezzo della vendita dei titoli di debito pubblico, nella piena disponibilità del risparmiatore. Questi, che oggi ha rinviato ad un tempo futuro il consumo delle 20 unità, potrà così domani, sorgendo nuove circostanze, consumare in tutto od in parte il risparmio prima compiuto. Possono verificarsi malattie costose, può crescere la figliuolanza bisognosa di educazione, può, coll’aumentare della somma risparmiata, essere pensabile l’acquisto di beni di consumo durevoli (la casa, la vettura automobile ecc.) prima inaccessibili. Il meccanismo del mercato offre agevolezze infinite di investimenti temporanei o duraturi e di disinvestimenti successivi, sì da soddisfare alle più varie esigenze dei risparmiatori.

 

 

Se il principio del risparmio volontario importa logicamente la proprietà della cosa risparmiata, non è altrettanto evidente la logica necessità di un’altra diversa illazione, per cui il risparmiatore possa trasmettere per eredità o donazione ad altri (figli o discendenti o parenti od eredi in genere) la proprietà delle cose acquistate a mezzo del risparmio. Non tutti i risparmiatori sono mossi dai medesimi motivi e alcuni di questi paiono compatibili con la trasmissione allo stato della proprietà della ricchezza accumulata – chiameremo così d’or innanzi le cose nelle quali è stato investito il risparmio – all’atto della morte del risparmiatore.

 

 

115. Le varie fonti del risparmio: il non saper cosa fare del reddito. Colui che non sa per lo più appartiene alla schiera dei dilapidatori.

 

Vi è una prima quota del risparmio la quale da taluno è caratterizzata colla frase: «quel tale dispone di reddito siffattamente ampio, che, dopo avere soddisfatto a tutti i propri desideri, anche, se vuolsi, a quelli più capricciosi, non sa cosa farsi di quel che gli rimane ed è obbligato a risparmiarlo e ad investirlo, pur di trovare al reddito una destinazione». Dubito assai che questa frase non sia una figura retorica di intellettuali, i quali osservano il mondo colla lente del cinematografo, delle spiagge mondane, dei circoli di ballo e dei luoghi di ritrovo di gente sfaccendata od equivoca. Coloro che soddisfano ad inclinazioni comunemente giudicate voluttuarie o capricciose non appartengono al mondo dei risparmiatori, ma piuttosto a quello dei dilapidatori. Costoro non creano risparmio, ma danno fondo al risparmio altrui: essi sono gli eredi o gli sfruttatori, non i creatori delle fortune, dei capitali esistenti. Convertono i beni strumentali esistenti in beni di consumo; non rinunciano a questi per costruire nuovi beni capitali. Rispetto a questa gente non si può parlare di mezzi atti ad impedire che essi trasmettano ad altri il risparmio che non hanno prodotto, ma di mezzi atti ad impedire che essi ricevano il risparmio altrui. Possiamo tuttavia immaginare astrattamente, per compiutezza teorica di indagine e non per ossequio a tipi propri di una letteratura deteriore, per lo più immorale se non addirittura pornografica, che esista una prima categoria di risparmiatori i quali risparmiano una parte del proprio reddito, perché non saprebbero quale altro uso farne. Se questa categoria potesse essere distinta dalle altre, sembra che nessuno o scarso nocumento nascerebbe dalla norma la quale devolvesse, alla morte del risparmiatore, od anche prima, la ricchezza accumulata allo stato. Non allo stato in genere, atto per lo più solo a consumare il provento delle imposte, ma allo stato quale ente pubblico incaricato di gerire e conservare i beni strumentali costituiti col risparmio privato[4].

 

 

116. I risparmiatori per istinto. Gli «avari» non sono indifferenti alla sorte del risparmio dopo la loro morte.

 

Una seconda categoria di risparmiatori è quella di coloro che sono tali per istinto. Nel linguaggio comune costoro sono detti «avari»; e risparmiano a qualunque costo, perché essi si compiacevano un tempo nella contemplazione del crescere del mucchio d’oro o nell’ascoltare il gioioso tintinnio del suo fluire di tra le dita del contemplatore, ed oggi, venuto meno a causa della appropriazione dell’oro da parte dei tesori pubblici o delle banche centrali e non sostituito siffatta specie di godimento da quello del cumulare pacchi di biglietti da mille, sono forzati a cumulare carte valori, obbligazioni di debito statali o fondiarie o private, azioni di società, titoli di proprietà di terreni o case. Risparmierebbero costoro se sapessero che alla loro morte il patrimonio cumulato è destinato a passare in proprietà dell’ente pubblico? La risposta è dubbia. Vi è nel fondo dell’animo loro una certa indifferenza rispetto alla sorte del patrimonio dopo il momento supremo; ma forse è più vivace il sentimento, la speranza che il frutto dell’opera compiuta non vada dispersa. Perciò sono frequenti i testamenti di cosidetti avari i quali diseredano parenti per destinare tutto il loro patrimonio ad una fondazione che ricordi il loro nome, ad un’opera benefica che iscriva il loro nome nell’albo dei benemeriti o faccia dire una messa annua in suffragio della loro anima, o ad un istituto scientifico, che bandisca premi ad incremento di un particolare ramo di scienze o distribuisca borse a giovani studiosi. Ognuno di noi ha conosciuto uomini assai facoltosi, i quali si compiacevano di menar vita semplice e talvolta inutilmente dura pur di poter cumulare un patrimonio cospicuo, destinato a questa o quell’opera pia, il Cottolengo, le opere salesiane, l’ospedale maggiore, l’ospizio dei vecchi, che essi reputavano maggiormente benefica; e non di rado si spogliarono in vita della ricchezza posseduta, pur continuando a cumulare i frutti del lavoro personale o del patrimonio residuo allo scopo di integrare, in morte, le donazioni già fatte. È presumibile che minore sarebbe il capitale costituito dagli avari se costoro sapessero che tutto sarebbe appropriato da un ente pubblico diverso da quello da essi preferito. Sarebbe per lo meno necessario consentire la facoltà all’uomo di testare e di destinare la propria sostanza a quelle, vecchie o nuove, fondazioni benefiche scientifiche educative sportive od altre le quali rispondessero a scopi di interesse pubblico.

 

 

117. Il risparmio derivante dal bisogno di fondare una famiglia.

 

Poiché fu già supposto che all’uomo fosse consentito di compiere risparmi nella misura necessaria a provvedere ai propri bisogni futuri in caso di malattia, infortunio, disoccupazione, vecchiaia ed a quelli del coniuge e dei figli, limitatamente per questi all’inizio della vita produttiva, e quindi anche per tutta la vita, se impotenti al lavoro per difetti fisici o mentali; poiché fu supposto che l’uomo potesse trasmettere in eredità beni durevoli, come la casa di abitazione, il terreno annesso per godimento della famiglia, il mobilio, i libri, e oggetti vari di uso e di ornamento, quale ulteriore stimolo al risparmio può avere l’uomo? Un primo stimolo è dato dal desiderio di «fondare» una famiglia. Il contadino non acquista nuovi terreni in aggiunta a quelli ereditati dal padre, se a sua volta non ha figli. A che pro allargare il podere, renderlo capace di divisione tra due o tre figli, se quel che è posseduto basta ad assorbire il lavoro suo e dell’unico figlio? Perciò la terra ha un prezzo più alto là dove le famiglie sono numerose che là dove prevale il sistema dell’unico figlio. È istintivo nell’uomo provveduto di figli il bisogno di garantirli contro le difficoltà che egli ha dovuto sormontare per giungere all’indipendenza economica. Il lavoro manuale od intellettuale, applicato al podere od alla fabbrica od al negozio propri, l’esercizio della professione preferita non assillato dall’urgenza di procacciarsi a qualunque costo una occupazione qualsiasi; la lunga attesa di studi richiesta per la preparazione all’insegnamento superiore o per l’entrata nella magistratura richieggono il possesso di un patrimonio, sia pure modesto, il quale ecceda i limiti di beni di consumo durevoli. Lo scapolo, i coniugi senza figli possono contentarsi di una pensione vitalizia, la quale sia pagata sino all’ultimo momento della vita; il padre di famiglia risparmia purché e se reputa di aver fondato qualcosa che sia di sostegno nella vita ai figli ed ai nipoti. Amplia la casa, perché essa possa ospitare, almeno per qualche mese dell’anno, le famiglie dei figli; la vuole divisibile affinché ognuna delle famiglie che da lui discendono possa allogarvisi. Non concepisce la casa come un ente a sé stante. Il «castello» fu sempre e, divenuto villa o casa di campagna, è ancora adesso un ente artificioso, mancante di vita propria, cagione di spese, le quali non possono essere sopportate dal proprietario sfornito di mezzi. Perciò castelli e ville decadono, sono abbandonati e finiscono di ridursi a rovine pittoresche se attorno ad essi non esista la terra coltivata, con i cui frutti la famiglia può vivere e conservare e migliorare la casa avita. Il palazzotto o la villa di città hanno significato solo come accessorio di una impresa economica che dia alla cosa inerte la vita. Se il risparmiatore che fonda una famiglia non avesse la speranza di far godere i discendenti dei frutti del capitale accumulato, il cumulo non avrebbe luogo e la collettività sarebbe di altrettanto più povera. Quelle case, quelle fabbriche, quei negozi, quelle terre migliorate non esisterebbero.

 

 

118. Il risparmio derivante dal bisogno di fondare un’impresa.

 

Il secondo stimolo al risparmio eccedente i beni durevoli d’uso diretto del risparmiatore è il bisogno di «fondare» l’impresa. Anche questa è opera istintiva. Quando si riprodusse l’opinione comune per la quale i facoltosi risparmiano perché non sanno come consumare gran parte dei propri redditi, si aggiunse subito che coloro i quali si trovano veramente nella condizione di «non sapere» appartengono quasi sempre alla categoria dei dilapidatori e non dei costruttori di fortune. Qui si parla di risparmiatori, che vuol dire di gente la quale ha il senso dell’avvenire ed, avendo provveduto alle necessità quotidiane, preferisce beni futuri a beni presenti. Se non risparmiano perché costretti dall’istinto di fondare la famiglia, ubbidiscono all’altro istinto del fondare l’impresa. Nella stessa maniera come il professionista, l’ingegnere, l’avvocato, il medico, non vede mai giunto il momento di ritirarsi dall’esercizio della professione e godere di un meritato riposo, sicché negli elogi che di lui sono pronunciati o scritti si dice che egli «rimase sino all’ultimo sulla breccia del lavoro»; nella stessa maniera che per coloro i quali sono giunti a posti direttivi o di rilievo, l’andare in pensione è atto non volontario, ma imposto dalla norma inesorabile di legge per i limiti di età e spesso i pensionati si adattano ad occupazioni di scarso rilievo e poco remunerate, pur di poter dire di sé: «ancora sono atto a qualche cosa»; così l’industriale, il commerciante, il banchiere, l’agricoltore non si rassegna a porre un limite alla sua impresa; anzi la vagheggia sempre più forte e grande e dominatrice. Ognuno di costoro ambisce a far riconoscere la sua impresa come «primaria» fra le altre. Investire una parte, spesso la più gran parte del reddito dell’impresa nell’acquistare nuove macchine, nel costruire un nuovo padiglione, nell’abbellire le vetrine del negozio, nel trasportarlo dai ristretti locali, dove ebbe inizio la sua fortuna, in altri più spaziosi e centrali e bene arredati; il costruire nuove stalle e nuove case coloniche, il migliorare le strade poderali, far opere di irrigazione e di bonifica, impiantare nuove vigne e nuovi frutteti od oliveti od agrumeti, il rimboschire il monte o sistemare il pascolo alpino non appaiono spesso neppure atti volontari di preferenza di beni futuri a beni presenti, di scelta fra il consumo ed il risparmio. Per questo tipo di risparmiatori il motivo dell’azione è l’istinto, è la necessità psicologica di fare più perfetta l’impresa alla quale si è dedicato la vita. Di solito codesti cosidetti ricchi vivono vita modesta e parca di cibi e di godimenti materiali; primi ad arrivare sul luogo del lavoro ed ultimi ad abbandonarlo. Quelli che li osservano, pensano: perché tanto lavorare e faticare? perché non gustare, come sarebbe ad essi possibile e lecito, qualcuna delle dolcezze della vita? Perché rimanere, talvolta, rozzi e poco coltivati, occasione di sorriso ironico per gli intellettuali? Ma fate che essi discorrano dell’impresa che han creato e diventano eloquenti ed inspirati al par del sacerdote e del poeta. Chi li ascolta si avvede di trovarsi dinnanzi a uomini sperimentati e sapienti, i quali hanno creato qualcosa che senza la loro opera non sarebbe esistito. Essi hanno ubbidito, col dedicare la vita alla propria impresa e col rinunciare, senza sacrificio, anzi con inconsapevole soddisfazione, al godimento presente del reddito, allo stesso demone interno, al quale ubbidisce lo studioso, che, bene avanti negli anni, trascorre la giornata fra i libri ed i nipotini, i visitatori ed i famigli stupiscono dicendo: perché costui seguita a studiare? quale bisogno ha di continuare a leggere, affaticando il cervello, se ha già ottenuto la laurea e compiuto la sua carriera? Ma come lo studio non affatica il cervello ed è una esigenza naturale della vita dello studioso, così l’attendere all’impresa e l’ampliarla e il condurla ai primi posti non è cagion di fatica o di rinuncia alcuna all’imprenditore di industrie, di terre o di commerci.

 

 

119. Il bisogno del risparmio degli enti collettivi.

 

L’orgoglio dei fondatori di famiglie o di imprese non è solo un fatto individuale. L’istinto del risparmiare dell’uomo persona fisica si propaga presto a quei complessi di uomini che si chiamano enti collettivi, società anonime, società cooperative, enti semi-pubblici. Notabile parte del risparmio nuovo che ogni giorno va formandosi nelle società moderne non è risparmio individuale, bensì collettivo. La società anonima, dopo avere riconosciuto che il reddito netto, depurato dalle quote mandate a riserva per insolvenze future, per deprezzamento di scorte, per ricostituzione degli impianti deperiti, per rischio di cambi o di mutazioni monetarie, per fondi vari di indennità di licenziamento o di riposo ai dipendenti, per opere sociali, è di un milione di unità monetarie, non distribuisce agli azionisti ed agli amministratori se non una parte dell’utile conseguito; e manda 300.000 o 400.000 unità ad ulteriore riserva. I motivi che si danno per l’operato sono vari: l’opportunità di fronteggiare i rischi di crisi impreviste o di inasprimenti fiscali, la necessità di alleggerire la situazione debitoria dell’impresa verso le banche, la convenienza di trasformare gli impianti, oramai antiquati. Ma si tratta di pretesti; ché in verità si vuole ampliare l’impresa; crescerne l’attitudine di lotta contro le imprese concorrenti; e raggiungere la vetta tra le imprese dello stesso tipo. La lettera delle leggi vigenti e dello statuto vorrebbe che tutto il milione fosse ripartito tra gli amministratori e gli azionisti proprietari. Sottoscriverebbero però costoro volentieri alla nuova emissione di azioni necessarie ad ampliare l’impresa; ossia compirebbero volontariamente l’opera individuale di risparmio all’uopo necessaria? O non è meglio fare a meno di distribuire una parte dell’utile ed impiegarlo subito a comprare macchine nuove od a costruire il nuovo padiglione? Gli azionisti, in fondo, sono forse danneggiati, se si cresce il valore capitale dell’impresa e si rende questa atta a fruttare redditi maggiori in avvenire? Il consiglio direttivo di un acquedotto municipale o di una rete tranviaria o del gasometro o della centrale elettrica della città non reputa forse di fare opera pienamente corretta se, invece di versare nella cassa del comune tutto il reddito netto dell’impresa pubblica, ne preleva una parte prima della chiusura dei conti e la destina, sotto nome di riserva di deperimento o sostituzione o rinnovazione, a migliorare gli impianti, a crescerne la potenzialità produttiva? Questo è risparmio dovuto all’istinto di chi ha la cura dell’impresa e la vuole fare sempre più prospera e robusta.

 

 

120. Il comportamento del legislatore di fronte alle diverse specie di risparmio.

 

È logico che diversa possa essere la condotta del legislatore di fronte alle diverse specie del risparmio:

 

 

  • 1) di beni durevoli (casa, mobilio, giardino od orto e cose annesse) destinati all’uso personale del risparmiatore e dei suoi famigliari; e di quell’ulteriore capitale necessario al coniuge superstite od ai figli sino all’inizio della loro vita economica;
  • 2) compiuto dai ricchi oziosi i quali non saprebbero che cosa fare del reddito risparmiato;
  • 3) compiuto dagli avari, risparmiatori per esigenza della loro indole propria;
  • 4) compiuto istintivamente dai fondatori di famiglia;
  • 5) e, per lo stesso istinto, dai fondatori di imprese. Sembra pacifica, rispetto al risparmio posto nella prima categoria, la convenienza di consentire che i genitori procaccino ai figli i mezzi di essere allevati ed istruiti sino alla loro maggiore età produttiva ed assicurino al coniuge superstite ed ai figli inabili al lavoro i mezzi di sussistenza per il resto dei loro giorni.

 

 

È grandemente incerto il peso del risparmio della seconda categoria; ed è disputabile se una parte notevole del risparmio degli avari (terza categoria) sarebbe ancora prodotta se non fosse impedita la trasmissione ereditaria; e pare certo che una quota notabilissima dei risparmi dovuti all’istinto proprio dei fondatori di famiglia e di imprese cesserebbe di aver luogo se non esistesse la trasmissione ereditaria.

 

 

Nelle condizioni odierne, nelle quali, per la tendenza ancora prevalente della popolazione a crescere e sovratutto per la necessità di promuovere l’incremento della produzione epperciò l’innalzamento del tenor di vita dei popoli, tuttora basso nei paesi più civili, nei quali il reddito medio è pur discreto, e bassissimo, straordinariamente basso, nei paesi dove tenue è il reddito medio, è possibile rinunciare alla formazione di una qualunque delle categorie di risparmio sopra elencate? Pare potersi rispondere con tutta sicurezza di no; sicché è legittima la illazione che, ove non si voglia attribuire allo stato il compito di formare, con un prelievo forzoso sul reddito collettivo, il nuovo risparmio assolutamente necessario per l’incremento pure necessario, della produzione, l’istituto della eredità deve essere conservato.

 

 

121. L’eredità si riferisce alle cose; ma il limite di essa si misura a norma del valore in moneta stabile. Il caso dei beni durevoli di consumo.

 

Prima di discutere quali limiti debbano essere posti all’istituto medesimo e quali altri istituti debbano essere creati allo scopo di modificare gli effetti del limitato diritto ereditario allo scopo di ubbidire all’altro principio ugualmente logico e necessario di garantire a tutti gli uomini la possibilità di iniziare, senza disparità dannose, il corso della vita, importa esaminare un altro punto capitale. Ammesso cioè il principio della eredità questa deve riguardare le cose esistenti nel patrimonio del defunto, ovvero il loro valore monetario? La questione non riguarda il risparmio della prima categoria: quello che il capo-famiglia investe nei beni durevoli destinati all’uso proprio e dei famigliari: la casa, il mobilio, e simili. Qui il capo – famiglia è libero di dare al risparmio d’uso quella qualunque forma che a lui paia più opportuna: di cose concrete materiali ovvero di denaro utile a procacciare a sé ed ai famigliari le cose ad essi necessarie. Probabilmente, il capo darà ad una parte del risparmio famigliare una forma reale ed a un’altra parte una forma monetaria. Quest’ultima forma sarà scelta di solito per i fondi destinati a garantire un reddito al coniuge superstite e i mezzi di allevamento e di istruzione per i figli. Se il genitore non crede, per ragione del proprio lavoro od impiego, di acquistare la casa propria, darà anche a questa parte la forma monetaria di un capitale il cui reddito basti al pagamento dell’affitto di casa.

 

 

Ove l’unità monetaria sia stabile, non dovrebbe essere difficile di stabilire un limite di valore entro il quale il risparmio trasmesso per eredità si reputi possedere indole di fondo famigliare trasmissibile senza impedimento veruno di generazione in generazione nella forma che al defunto sia piaciuto scegliere.

 

 

122. Nel caso dei beni strumentali la convenienza degli eredi provvede alla loro trasformazione.

 

Il problema si presenta solo per le altre categorie del risparmio. Pure essendo la sua trasmissione ereditaria legittima e necessaria nell’interesse comune, essa deve aver luogo in natura e cioè nella forma data al risparmio dal defunto, ovvero nel suo equivalente in denaro? Si pone il quesito da chi ritiene che gli eredi di colui il quale ha risparmiato ed ha costrutto una fortuna sotto forma di podere, di fabbrica, di laboratorio, di negozio, di ufficio siano inetti a gerirla. La risposta è ovvia e perentoria. Se inetti, una breve esperienza persuaderà gli eredi della convenienza di vendere. Se vorranno salvare i rottami della fortuna avita dal naufragio, essi dovranno trasformare l’indole dell’investimento, in guisa che esso sia più conforme alle loro attitudini. Il processo di trasformazione è rapidissimo per l’avviamento degli uffici professionali, per i quali il figlio medico presto vende al sostituto del padre l’avviamento dell’ufficio paterno d’avvocato, insieme con le raccolte giurisprudenziali che ne ornavano lo studio, riservando a sé solo i libri di cultura generale ed i ricordi personali; è pronto per i negozi, gli uffici di rappresentanza, i laboratori e le industrie, il cui rendimento cade senz’altro a zero senza l’intervento quotidiano del «padrone». È forse più lento e può durare per una generazione o due, se si tratti di poderi di campagna, ma anche qui spunta inesorabile il giorno nel quale il podere, non più curato dall’occhio vigile di colui il quale lo aveva creato, aveva ricostrutto le case rurali, riattato le strade poderali, curate le piantagioni, dà segni di vecchiaia e di mancanza di reddito netto, il giorno nel quale è vero il vecchio adagio del mezzadro il quale: «signor padrone – dice – venga a dividere la sua metà», ed il quarto padronale non basta a pagare le imposte e le spese minime inevitabili di manutenzione delle case, di concimazione e di cure contro le malattie delle piante. Ben prima che questo momento giunga, un mediatore è giunto a fare offerte di vendita e poi un secondo ed un terzo; e le offerte sono così allettanti, il reddito netto dei titoli di tutto riposo che si potrebbero acquistare col ricavo della vendita è tanto superiore a quello del podere, che l’animo del proprietario cittadino, oramai lontano dalle cose rustiche, non regge alla tentazione; e la proprietà passa al nuovo acquirente, il quale restaurerà, bonificherà, costruirà strade, farà piantagioni. Il processo è lento assai per le case d’affitto cittadine, la cui decadenza è meno avvertita; in cui bastano poche cure di manutenzione per tenere il fabbricato in buono stato locativo. Ma giungono anche qui i giorni della resa dei conti; quando la casa, costrutta secondo sistemi antiquati, più non regge alla concorrenza delle nuove abitazioni; ed ai vecchi inquilini appartenenti ai ceti medi amanti della casa si sono a poco a poco sostituiti inquilini nuovi, appartenenti a ceti via via meno affezionati alla dimora, a gente la quale non appartiene neppure al ceto dei lavoratori abituati a stare nei quartieri periferici, ma vive di professioni svariate, talvolta equivoche e la casa è divenuta scura, male abitata, dalle scale rotte e viscide per umidità cancrenosa. In un certo momento, i proprietari i quali facevano amministrare da altri il fabbricato, odono parlare di risanamento necessario, sono minacciati di multe dall’ufficio di igiene municipale, vedono crescere senza tregua le imposte; finché l’amministratore parla di alternativa fra il demolire il fabbricato e ricostruirlo ovvero venderlo; ed un mediatore offre per la sola area un prezzo superiore al valore capitalizzato degli affitti netti. La casa è venduta, affettasi di dire con rincrescimento; e l’area passa in mano di chi vi costruisce un fabbricato di dieci piani, di stile moderno, con molta aria e molte finestre; con uffici e laboratori ed appartamenti affittati, a metro quadrato, a canone triplo delle vecchie abitazioni dai pavimenti sgangherati e dalle finestre, le quali lasciavano passare il vento. Nessun interesse pubblico preminente viene leso dal processo ora descritto.

 

 

123. Il «milionario» in tempi di svalutazione monetaria. Necessità di mutare i nomi usati nel linguaggio monetario.

 

Invero, la lesione al principio dell’uguaglianza nei punti di partenza è affermata rispetto alla trasmissione non dei patrimoni in generale, ma dei patrimoni superiori a una certa dimensione e di quelli consistenti nella proprietà di determinate «grandi» imprese. Trattasi di concetti diversi che occorre accuratamente distinguere. Naturalmente, si suppone che esista un metro monetario stabile e che siasi formata una opinione generale ragionevole intorno al significato delle parole «piccolo» «medio» «grande» applicate ai valori patrimoniali. Nel linguaggio comune, la attribuzione ad un uomo del connotato di «milionario» ha in tutti i paesi suscitato l’idea della ricchezza, diversa a seconda dei paesi, ma pure sempre ricchezza. Il milionario inglese in lire sterline e quello americano in dollari era venti volte più ricco del milionario tedesco, in marchi, e venticinque volte più del milionario francese, italiano o svizzero nei franchi o lire, tra di loro, prima del 1914, equivalenti. Oggi il milionario inglese e quello americano possono ancora essere considerati ricchi, sebbene la loro ricchezza, rimasta uguale in moneta, sia stata dimezzata in sostanza ossia in potenza d’acquisto; e sebbene il reddito della medesima ricchezza monetaria sia stato ridotto dalle imposte ad una mera frazione, probabilmente non superiore ad una quarta o quinta parte in Inghilterra, di quello antico. Ad ogni modo, la parola milionario non ha perso nei paesi anglo-sassoni del tutto l’antico significato. Non l’ha perso del tutto in Svizzera, anche se l’attuale milionario ha dimensioni forse neppure eguali, quanto a patrimonio, alla metà e, quanto a reddito, al quarto del milionario ante-1914. In Italia, come pure in Francia, sarà necessario invece procedere ad una revisione profonda dell’unità monetaria ovvero del vocabolario. La lira, anche quando sarà stabilizzata, frenandone ad un certo punto il precipitare nella via discendente, ha perso oggi ogni relazione con l’antica lira tradizionale, alla quale si riferivano i concetti di povero, agiato e ricco. Una fortuna di 100.000 lire del 1914, fruttante al corso dei titoli di stato d’allora 3.500 lire all’anno, era considerata l’inizio della agiatezza di una famiglia della modesta borghesia. Con quel reddito, una vedova, col carico di quattro figli, vivendo misuratissimamente in un villaggio di campagna, poteva far studiare in città i figli maschi sino al compimento degli studi universitari, a condizione che i figli ottenessero, studiando assai, la esenzione dalle tasse scolastiche ed abbreviassero la dimora all’università a non più di otto o nove mesi dell’anno. Oggi, a tenere lo stesso luogo nella società, occorrerebbe, secondo il rapporto di 40 ad 1, una fortuna di 4 milioni ed un reddito di 140.000 lire, ovvero in eventuali rapporti fra lira 1914 e lira futura di 100, 200 e 300 ad 1 occorrerebbero rispettivamente fortune di 10, 20 o 30 milioni di lire e redditi di 350.000, 700.000 ed 1.000.000 lire. Parlare di milionari in lire come se fossero ricchi, è oggi una burlesca facezia.

 

 

In verità, la lira ha cessato di essere una unità monetaria appropriata ad un paese nel quale l’unità di consumo non sia più il bicchiere d’acqua come bevanda, un pugno di riso bollito come cibo, ed uno straccio attorno ai fianchi come vestito. I brasiliani, quando si trovarono di fronte allo stesso frangente, ebbero la fortuna di possedere una unità monetaria, il reis, anteponendo alla quale il prefisso mil, se ne poté cavare una nuova unità di milreis, non sgradevole alla pronuncia nell’uso comune. Ma in Italia il «cento-lire» e il «mille-lire» sarebbero parole troppo larghe e non entrerebbero nell’uso quotidiano; e poiché adottare il dollaro o la sterlina parrebbe atto di servitù allo straniero, converrà ricorrere a vecchie parole paesane, come il fiorino o lo zecchino o lo scudo; sì da ridare alla parola «milionario» un significato plausibile.

 

 

124. L’innalzamento del minimo a mezzo della estensione dei servizi pubblici gratuiti.

 

Fatta la quale ipotesi, è chiarito il problema del limite da porsi alla trasmissione dei «grandi» patrimoni allo scopo di evitare le eccessive disuguaglianze nei punti di partenza tra i giovani giunti all’età produttiva.

 

 

L’innalzamento del minimo si opera con la graduale estensione del campo dei servizi pubblici gratuiti. L’ente pubblico dovrà, fra l’altro, gradualmente provvedere a fornire ai ragazzi istruzione elementare, refezione scolastica, vestiti e calzature convenienti, libri e quaderni ed ai giovani volenterosi, i quali diano prova di una bastevole attitudine allo studio, la possibilità di frequentare scuole medie ed università a loro scelta senza spesa o con quella sola spesa la quale possa essere sostenuta dal giovane disposto a lavorare senza nocumento degli studi; e le scuole dovranno essere varie ed adatte, per numero e per attrezzatura, alle occupazioni diverse manuali od intellettuali ai quali i giovani si sentiranno chiamati.

 

 

125. L’abbassamento del massimo si ha in primo luogo con la riduzione delle imposte sui consumi, con l’imposta progressiva sul reddito normale con detrazione del credito dei contribuenti verso lo stato a titolo di assicurazioni sociali.

 

L’abbassamento del massimo si opera con le imposte. Il meccanismo è noto ed è applicato in tutti i paesi civili con metodi sempre più perfezionati. Abolite tutte le imposte dette indirette, le quali colpiscono, col nome di tasse di registro e bollo, di dazi doganali o di imposte sulla produzione (accise) o sui consumi, i beni di consumo o strumentali nel momento in cui stanno producendosi e conservate unicamente, in questo campo, le imposte su alcuni beni di consumo diffuso e secondario nell’ordine dei bisogni fisiologici (tabacco, vino, bevande alcooliche, tè, caffè, scommesse, giuoco e, se vuolsi, teatri, cinematografi, circhi, corse di cavalli, di cani, esibizioni di uomini professionisti in gare sportive e simiglianti prove di volontà di spendere un reddito superfluo alle esigenze della vita reputate comunemente necessarie o vantaggiose fisiologicamente o spiritualmente), il congegno tributario dovrà fondarsi su due pilastri: l’imposta sul reddito e quella ereditaria. La prima destinata, col sussidio delle imposte sui consumi serbate in vita, a provvedere alle spese correnti del bilancio annuo dell’ente pubblico; la seconda a quelle del bilancio ultra – annuale, rivolto a provvedere alla estensione graduale del campo dei servizi pubblici gratuiti e ad una politica di lavori pubblici ed interventi diversi atti a promuovere la occupazione regolare ed, entro i limiti del possibile, compiuta di tutti gli uomini desiderosi di lavorare. L’imposta sul reddito, partendo dal concetto che sia reddito imponibile quel che l’uomo medio dovrebbe ottenere se usasse convenientemente, ossia secondo le norme osservate dal lavoratore o produttore ordinario, i mezzi produttivi personali e materiali da lui posseduti, dovrebbe essere per tutti i contribuenti prelevata ad un saggio uguale determinato dal fabbisogno dell’ente pubblico, suppongasi del 30 percento. Dal debito d’imposta dovrebbe, per tutti, sotto e sopra al limite dei milionari, essere, con avvedimenti contabili semplici, dedotto il credito dei contribuenti – e contribuenti sarebbero tutti indistintamente gli uomini viventi nel corpo politico ed i capi-famiglia in rappresentanza della moglie e dei figli minori d’età od incapaci al lavoro – verso l’ente pubblico a causa degli assegni che per ogni figlio o per i vecchi o per gli invalidi l’ente pubblico medesimo volesse attribuire ai cittadini. Così sarebbe osservato il principio dell’uguaglianza di tutti rispetto all’imposta; ma, discendendo nella scala dei redditi, ad un certo punto i contribuenti vedrebbero compensato il proprio debito d’imposta dal credito per assegni sociali e, discendendo ancora, avrebbero diritto di riscuotere un saldo a proprio favore. Colui che, vecchio, non possedesse altro reddito all’infuori della pensione pubblica, lo vedrebbe ugualmente decurtato del 30%, a testimonianza necessaria della propria partecipazione agli oneri della cosa pubblica. Per i milionari, ossia per coloro i quali avessero un reddito uguale a quello che il milionario mediamente capace dovrebbe normalmente ricavare dal suo patrimonio – e peggio per lui se a tanto non giungesse – per i milionari dunque, definiti come coloro i quali avessero un reddito di 30.000 lire zecchine da capitale o di 60.000 lire zecchine da lavoro, all’imposta normale si dovrebbe aggiungere una sovraimposta progressivamente crescente dall’1% sino, suppongasi, ad un massimo del 30% per i redditi di 100.000 lire zecchine da capitale e di 200.000 lire zecchine da lavoro. L’erario pubblico sarebbe così debitore di una differenza a saldo per i contribuenti minori sino, suppongasi, a 360 lire zecchine, e creditore, a partire dai redditi di 360 lire zecchine, di una imposta del 30% del reddito, diminuita per tutti dell’ammontare degli assegni sociali ed aumentata da una sovraimposta crescente dall’1 al 30% per i redditi superiori a 30.000 lire zecchine se da capitale ed a 60.000 se da lavoro.

 

 

L’esemplificazione numerica sopra fatta non ha alcun valore di consiglio, essendo fatta al solo scopo metodologico di chiarire il congegno dell’imposta; spettando invece ad ogni legislatore di applicare il concetto generico alle condizioni particolari del paese.

 

 

126. Il limite dell’imposta ereditaria normale, e l’avocazione del valore monetario del patrimonio allo stato in tre generazioni.

 

L’avvicinamento fra gli estremi sarebbe ancora ulteriormente favorito dall’imposta ereditaria. La quale dovrebbe anch’essa ridursi alla massima semplicità: e così, e sempre a mero scopo di esemplificazione, una tariffa uniforme minima od anche l’esenzione per tutte le quote ereditarie assegnate dal defunto a fini pubblici di beneficenza o di istruzione; una tariffa minima od anche l’esenzione per le quote ereditarie fino al milione assegnate alla vedova ed ai figli; una tariffa crescente moderatamente sino al 10% per le quote superiori al milione assegnate parimenti alla vedova ed ai figli; ed una tariffa variabile crescente, come già si usa, dall’1% per le quote minime superiori a 1.000 lire zecchine al 20% per le quote massime superiori al milione per gli altri parenti e del doppio per i parenti oltre il terzo grado e gli estranei. L’imposta così congegnata varrebbe tuttavia solo per il «primo» trapasso da colui che ha formato il patrimonio alla generazione successiva. Libero cioè il creatore di una fortuna, piccola o grande, di trasmetterla, franca d’imposta ereditaria o gravata da moderate imposte, alla generazione successiva od a scopi collettivi da lui preferiti; ed incoraggiata perciò la formazione del risparmio ed il suo investimento produttivo. Ma, a partire da questo punto, come propose un tempo l’ing. Rignano, la quota spettante alla collettività crescerebbe. Il padre, il quale ha accumulato, nonostante l’imposta sul reddito del 30%, un patrimonio di 1.000.000 di lire zecchine, lo potrebbe trasmettere intatto al figlio; ma il nipote od altri che ricevesse lo stesso patrimonio dal figlio, dovrebbe versare allo stato una imposta ereditaria del terzo sull’ammontare originario; il pronipote un altro terzo e col terzo trapasso il resto del patrimonio di 1.000.000 di lire zecchine finirebbe di essere tutto trasmesso all’ente pubblico. Poiché il creatore della fortuna può darsi vegga vivo con i suoi occhi il pronipote, sarebbe sicuro di vedere trasferita a lui una terza parte della fortuna; ma poiché è impossibile andare più innanzi nel seguito delle generazioni l’una all’altra fisicamente note, a quel punto la trasmissione della fortuna prenderebbe fine. Se il figlio vorrà trasmettere al figlio suo (nipote del padre) intatta la fortuna, ricevuta dal padre, di 1.000.000 di lire zecchine, dovrà lavorare e risparmiare almeno 333.333 lire, le quali essendo create da lui, non sarebbero soggette ad imposta ereditaria; e così pure dovrebbe fare il nipote. Quelle sole famiglie durerebbero, che serbassero virtù di lavoro e di ricostruzione, non di mera conservazione. Una fortuna, la quale non fosse diuturnamente ricostituita con nuovo risparmio, sarebbe ridotta dall’imposta inesorabilmente e gradualmente a zero col trascorrere di tre generazioni dopo quella del suo creatore. Ma si annullerebbe di fatto prima, se è vero essere, come afferma la sapienza Popolare, assai più difficile conservare una fortuna del crearla. La imposta ereditaria avrebbe sovratutto lo scopo e l’effetto di accelerare il processo per sé naturale e di volgere a profitto della cosa pubblica la tendenza alla dilapidazione propria delle nuove generazioni non astrette al lavoro dalla necessità di procacciarsi da vivere.

 

 

127. L’imposta successoria avocatrice suppone una moneta stabile.

 

Il meccanismo tributario ora descritto suppone una moneta stabile. Non si tratterebbe invero di devolvere all’ente pubblico una miscela di frazioni di patrimonio consistenti in beni stabili, fondi rustici, carature di stabilimenti industriali, azioni ed obbligazioni, miscela fastidiosa ad amministrare e cagione di perdite e di inganni per l’erario; ma i valori corrispondenti. Determinato nel primo inventario al momento del passaggio della fortuna dal suo creatore al figlio l’ammontare di essa, ad es. in lire zecchine 1.250.000, sarebbe dedotto l’ammontare minimo, suppongasi di lire 250.000 franco d’imposta perché uguale alla somma ritenuta necessaria al sostentamento della vedova, dei figli minori ed impotenti al lavoro e per assicurare ad essi una casa, ammontare uguale per tutti, qualunque fosse il grado della loro ricchezza; e sarebbe senz’altro fissata in 333.333,33 lire zecchine l’imposta ereditaria, la quale dovrebbe essere versata per tre volte all’erario pubblico: al momento della morte del figlio, del nipote e del pronipote. Sui registri degli uffici catastali ipotecari per la proprietà immobile e sui libri degli enti e società emittenti azioni ed obbligazioni verrebbe iscritto privilegio a favore dell’erario per l’ammontare dell’imposta totale di 1.000.000 di lire zecchine, frazionate alle scadenze sopra dette. Il privilegio escluderebbe ogni possibilità per gli eredi di dilapidare il patrimonio ricevuto in eredità.

 

 

128. L’eliminazione degli eredi incapaci a gerire imprese od a conservare patrimoni conseguente all’imposta successoria avocatrice.

 

Risoluto così il problema della devoluzione graduale e totale all’ente pubblico nel giro di poche generazioni dei patrimoni tassabili superiori ad un certo ammontare, suppongasi di 1.000.000 di lire zecchine, è contemporaneamente risoluto il problema del comando degli eredi sulle imprese facenti parte dei patrimoni superiori a quell’ammontare. Dicesi invero che il creatore di una fortuna ha dimostrato di avere le attitudini necessarie a costruire e governare l’impresa il cui valore è indice della fortuna medesima. Il fondatore di un grande stabilimento industriale con 1.000 e più operai, il quale ha il valore di 10 milioni di lire zecchine, ha dimostrato, col fatto della creazione ed organizzazione, col credito che egli si è saputo assicurare, di avere le qualità necessarie a governare l’impresa. Chi meglio di lui atto al comando? Ma i figli, ma i nipoti ed i pronipoti? Vi è ragion di credere che essi, insieme alla fortuna, abbiano ereditato le qualità che fanno i grandi capitani d’industria? Perché essi dovrebbero avere il diritto legale, oltreché di godere della fortuna del padre o nonno o bisnonno, anche di governare l’impresa, di sceglierne i dirigenti, gli impiegati, i tecnici e gli operai? Facciasi astrazione per il momento dal problema del miglior modo di selezione dei dirigenti le imprese economiche; e si limiti qui l’indagine alle attitudini degli eredi saggiate alla cote dell’imposta ereditaria. Il figlio ha ereditato il governo dell’impresa che vale nette 10 milioni di lire zecchine, delle quali, suppongasi, 5 milioni sono proprietà di obbligazionisti, correntisti, depositanti diversi per fondi di indennità di licenziamento e vari, e 5 di azionisti, dei quali egli è il primo, possessore di 3 milioni di lire zecchine di azioni. Sui registri pubblici è iscritto un privilegio per altrettanto credito di 3 milioni a favore dell’erario pubblico, esigibile per un terzo alla sua morte, per un terzo alla morte del figlio suo o genero o parente od amico e per un terzo alla morte del nipote. Se egli vuole conservare il governo dell’impresa creata dal padre e trasmetterlo intatto al figlio suo, fa d’uopo che egli sappia almeno aumentare il valore totale del suo patrimonio da 3 a 4 milioni di lire zecchine; perché solo così il figlio suo potrà assolvere, alla sua morte, il tributo di 1 milione ed ereditare la padronanza dell’impresa. Se egli semplicemente conserva invariato il valore dell’impresa, il figlio suo invece di 3 milioni di lire zecchine in azioni ne possederà solo 2, avendo dovuto vendere azioni per il valsente di 1 milione allo scopo di pagare l’imposta e sarà caduto in minoranza in confronto agli altri azionisti. Sarà inoltre scaduto il suo credito; ché correntisti e banche ed obbligazionisti fanno poco volentieri credito ad un’impresa, la quale non sia governata da mano ferma e nella quale l’equilibrio che prima esisteva, sino alla morte del fondatore, fra capitale proprio dell’impresa (5 milioni) e capitale accattato a prestito (5 milioni), sia guasto dal privilegio creditorio di 1 milione a favore dello stato, il quale più o meno presto ma sicuramente deve condurre ad un trapasso di azioni in mani ignote. Il credito e la prosperità dell’impresa riposano dunque sull’attitudine del figlio a risparmiare; e così ad ogni generazione successiva. Se essi saranno capaci a ricostituire, col risparmio, il patrimonio ogni volta ereditato, essi conserveranno il governo dell’impresa; e lo conserveranno meritamente perché il loro risparmio deriverà da nuovo impulso dato all’impresa medesima. Altrimenti, saranno estromessi dal governo dell’impresa a mano a mano siano costretti a vendere le azioni ereditate per poter pagare l’imposta. Non è necessario che gli eredi governino essi medesimi l’impresa; basta sappiano scegliere dirigenti atti a crescerne il valore; così risparmiando, potranno conservare il patrimonio ed insieme il diritto di scelta dei dirigenti. Ma che cosa si può chiedere di più ai proprietari di un’impresa economica fuor del saper scegliere bene i governatori di essa? Sceglier bene vuol dire saper distinguere fra i funzionari, i tecnici, gli impiegati e gli operai gli uomini atti ad assumere uffici, minori o maggiori, di comando, sapere conservare armonia fra i dipendenti, saper crescere la produttività dell’impresa e quindi il reddito di tutti i partecipanti al prodotto totale. O gli eredi posseggono queste qualità e ad ogni generazione ricostruiranno il terzo del patrimonio ereditato e prelevato dall’imposta; o non le possederanno e l’inesorabile opera dell’imposta ereditaria li priverà insieme del patrimonio e del governo dell’impresa.

 

 

129. L’uguaglianza nei punti di partenza, se si riferisse ad uomini nudi, condurrebbe ad una società di mandarini, con preferenze per i figli dei mandarini.

 

L’uguaglianza nei punti di partenza non vuole perciò dire uguaglianza di uomini nudi i quali, giunti all’età economicamente produttiva, si lancino all’arrembaggio per la conquista della ricchezza, della fama, degli onori, dei posti migliori. Una società, nella quale veramente ad una nuova generazione dovesse ricominciare il libro della vita, sarebbe un inferno di uomini scatenati a lottare gli uni contro gli altri per il primato, ovvero un falanstero o monastero governato da mandarini. Qual è in quella società, il criterio di scelta per l’avanzamento se non le prove, gli esami, i concorsi? Contro l’uniformità, contro la subordinazione verso il giudice della prova del lavoro del concorso, unico rifugio sarebbe il possesso eventuale della casa paterna, dei ricordi e mobili famigliari, dell’appartamento cittadino, dell’orto e del giardino nel suburbio o nella campagna. Non piccolo presidio; ma non bastevole a salvare dal grigiore di una vita sottoposta al comando altrui sino al giorno nel quale non si possa salire a posti di comando, prima umili e poi alti. Ed ogni volta la medesima vicenda: mantenimento ed educazione compiuta a carico dell’ente pubblico, prove di attitudine ai diversi mestieri ed occupazioni manuali ed intellettuali, esami, concorsi, carriera, promozioni, conquista di posti più o meno segnalati, oscurità o fama, riposo con pensione; la famiglia ridotta ad un ospizio provvisorio dal quale si parte per l’esame. L’essenza di una siffatta società è l’avanzamento attraverso prove di esame. Il giovane nudo, uguale ad ogni altro giovane, non può a proprio rischio e di propria iniziativa cercare e tentare la sua via. Egli non dispone dei mezzi di produzione, ma soltanto di quelli di consumo non convertibili nell’altro tipo di beni; e deve sottoporsi a prove continue per ottenere impiego ed avanzamento. Ad ogni passo un esaminatore lo sottopone a prove (test) di intelligenza, di forza, di destrezza. Le prove sono fissate secondo schemi dettati dalla scienza e la punteggiatura è automatica. Tizio è classificato buono per l’avvocatura, Caio per la potatura delle viti, Sempronio per la composizione di novelle fantastiche; né è lecito deviare dalla via così determinata, senza nuove prove di esami, di sperimenti, di domande e risposte in minimi di «tempi» la cui durata è decisiva per l’esito. Contempliamo la società perfetta del mandarino, in cui l’uguaglianza nei punti di partenza e nelle promozioni successive si sostanzia nella prontezza mnemonica nel rispondere ai quesiti, nella attitudine ad indovinare le risposte conformi alle idee dell’esaminatore, nella capacità di ossequio e di intrigo nell’accaparrarsi il favore dei superiori. Si crea una società di burocrati, tutta diversa da una società di uomini liberi, legati da forti vincoli di famiglia e di luogo.

 

 

130. Le disuguaglianze ereditarie apparenti a danno delle femmine, dei sacerdoti e dei figli cittadini. Come nasce la disuguaglianza tra figli ugualmente dotati dal padre.

 

L’uguaglianza ai punti di partenza suppone la continuità della famiglia e la preservazione dei valori i quali non si estinguono coll’individuo, ma si tramandano di generazione in generazione. Il contadino, il quale ha ereditato il podere dal padre, avendo, come accade, tre figli maschi e tre femmine, risparmia dapprima allo scopo di costituire la dote alle figlie e mandarle con Dio. A lui non cade in mente di essere ingiusto verso di esse, se la dote non è uguale alla sesta parte del patrimonio ereditato, ma alla dodicesima od a quell’altra la quale sia imposta come minima dal codice civile. Le figlie non perpetuano il nome della famiglia. Quel che egli deve dare è quel tanto che valga a farle rispettare nella famiglia in cui entrano, l’abitudine al lavoro e quei modesti costumi che le facciano buone madri di famiglia. Di più né egli ne altri sente di dover dare; e né le ragazze né i generi si aspettano di più. Coi figli invece la norma è l’uguaglianza. Chiedeva un inquirente, che aveva la mente rivolta alla conservazione del bene di famiglia ed al trapasso del podere indiviso a pro del primogenito o dell’ultimogenito: non è un peccato dividere in tre parti questo bel podere, che basta appena ad una famiglia? E la madre rispondeva: che mai dite? correrebbero coltelli tra i fratelli! Il costume italiano, se non quello germanico o scandinavo è un altro; dotate le figlie e dotati con la legittima anche i maschi, che, fattisi preti o cittadini professionisti, abbiano abbandonato la famiglia, il resto della vita è consacrato a crescere il podere, cosicché esso basti alle due o tre famiglie che porteranno il nome avito, sicché alla morte del padre, ognuno dei figli, il quale sia rimasto sulla terra, possegga un patrimonio non troppo minore e, se possibile, superiore a quello che il padre ha ereditato. Poiché fra la benedizione data, con la dote, alle figlie ed al sacerdote, e la morte del padre corrono solitamente parecchi anni, durante i quali il padre ed i figli maschi lavorano all’incremento del podere, tutti reputano giusto che la divisione in parti uguali avvenga, alla morte del padre, esclusivamente tra i figli i quali sono rimasti, lavorando, con i vecchi. L’incremento avviene per due vie. In virtù della prima, il podere di venti ettari il quale trent’anni prima, quando il padre lo ereditò, era capace di mantenere appena una famiglia, alla fine ne mantiene due. I campi sono stati migliorati, spianati, arati in profondo. Con duro lavoro gli appezzamenti incolti sono stati scassati e ridotti a coltura redditizia. Alle antiche rotazioni sfruttatrici di grano e granoturco si sono sostituite rotazioni miglioratrici ed induttrici di azoto con il trifoglio o l’erba medica o la sulla. Il carico di bestiame che giungeva a malapena ad un paio di buoi magri ed una vacca sfiancata è cresciuto; e nella stalla vivono un paio di buoi grassi, due vacche, quattro vitelli da allevamento, due maiali ed un cavallo. La stalla si è ampliata e schiarita; una concimaia razionale utilizza il letame che prima aduggiava il cortile ed era dilavato dalle piogge. Dopo di aver provveduto agli animali, si è anche pensato ai cristiani. La cucina è sempre quella, ampia ed accogliente; ma accanto e sopra sono state aggiunte, un po’ imbrogliate le une nelle altre, parecchie altre camere per le età ed i sessi diversi. Il podere non è più lo stesso e può alimentare due famiglie. Poiché i figli sono tre, occorre crescerlo ancora.

 

 

La divina provvidenza vuole che, accanto alle famiglie che salgono, vi siano le famiglie le quali discendono. Erano fratelli i due padri; ma laddove il primo ebbe sei figli e dotò convenientemente le tre femmine, il secondo non fece mai bene. Aveva avuto, il primo, la fortuna – ma fu fortuna o saggezza? – di sposare donna casalinga, assestata, curante del marito, dei figli, del pollaio e delle pecore, la quale faceva trovare sempre pronta, a tempo giusto, la colazione, il pranzo, la merenda e la cena; due volte al giorno la minestra calda fragrante e, sempre, col pane qualche companatico; aggiustati i panni e grossamente ben tacconati gli abiti da lavoro; pulite la stalla e la cucina e le camere. Simili a sé aveva allevato le ragazze, sicché i giovani dei dintorni che sapevano da qual casa uscivano, gliele portarono via a gara quasi prima che fossero da marito, né sofisticarono, prima o poi, sulla dote, tanto ne furono contenti. Il secondo, il quale da giovane amava andare in festa ed ai balli, aveva scelto invece donna piacente e prosperosa, che lo allietò senza tregua di molti figli. Ma dello scuro della casa non si compiaceva, più confacendole lo stare sull’uscio di casa a spettegolare coi passanti e colle vicine. Sempre in faccende e mai nulla di fatto. Il cane ed il gatto mangiavano i pulcini; i ladri rubavano i capponi e le oche; la stalla scura di ragnatele e di sporcizia; nella cucina non si sapeva dove porre i piedi sul pulito. A mezzogiorno od a sera, l’uomo ritornando a casa, doveva contentarsi di pane e formaggio e di un bicchiere di vino. «Noi poveri paesani – badava a dire la donna – dobbiamo faticare da mane a sera e neppur la domenica possiamo sederci a tavola tranquilli a mangiare la minestra». Frattanto la cognata dava, con la stessa terra, minestra tutti i giorni ai suoi e la casa era lieta e ridente. Qui gli uomini siedono a tavola al caldo; là, non si sa come, ogni tanto un tintinnio avverte che qualche vetro si è rotto; e la donna scempia si querela: «in campagna, si sa, il vento passa dappertutto; non come in città, dove le case in faccia riparano; qui i vetri sono sempre rotti; e noi, poveretti, non abbiamo i denari per farli rimettere». Frattanto il marito, tra i colpi d’aria ed il cibo asciutto, si ammala; ed i quattrini sfumano a pagare un garzone che lo sostituisca nei lavori. Se capita la grandine, la stretta di caldo, l’invasione della peronospora non combattuta a tempo – siamo corsi subito, imperversa la donna, e le foglie erano già bianche di muffa!; ma il fratello un’ora prima con una irrorazione tempestiva aveva ancora salvato il raccolto – ecco che fa d’uopo vendere un campo per tirare innanzi. Chi lo compra? Il fratello, che aveva ricevuto dal padre la stessa parte, che aveva subito la stessa grandinata, che aveva dovuto lottare contro la stessa invasione peronosporica. Al momento buono, accadde che l’uno aveva messo da parte i denari, del quale l’altro aveva bisogno. Così una famiglia sale e l’altra scende. L’uno cresce il fondo avito e consente ai suoi figli di muovere nella vita passi sicuri; l’altro si stanca a curvar la schiena ogni giorno a zappare la terra al solleone o sotto la pioggia e sogna più facili ricchezze. Vende il campo o lo ipoteca; e col ricavo acquista un camioncino e una macchina da far pasta. I conti preventivi sono lampanti; tanti poderi visitati, tanti chilogrammi di farina da trasformare in paste alimentari, che le massaie saranno liete di avere con poca spesa, affrancandosi dalla noia faticosa delle tagliatelle fatte in casa. L’incasso giornaliero è sicuro; alla fine di due o tre anni, camioncino e macchina sono pagati, e, dopo, tutto è reddito netto. Purtroppo, il diavolo ci mette la coda; le paste, senza uova, si spappolano cuocendo; i clienti volenterosi si diradano; il petrolio rincara. Non sarà gran male vendere il camioncino e sostituirlo con un vecchio mulo, che giunto nel cortile del podere farà girare la ruota della macchina. Il lavoro rallenta ancor più e non paga le spese. Dopo pochi anni, quel contadino, che lavorando, avrebbe potuto vivere nel suo, se ne va ramingo ad allogarsi come manovale e discorre della fortuna avversa col fratello, il quale nell’inverno lo accoglie talvolta nella stalla ben popolata e calda.

 

 

131. La persistenza dei patrimoni nelle famiglie è dovuta a fattori morali; che soli possono sormontare l’ostacolo dell’imposta ereditaria avocatrice.

 

Lungo tutta la scala sociale, i medesimi fatti sono chiari e dimostrano che l’unità sociale non è l’individuo, ma la famiglia. Un’impresa dura, secolare, nella medesima famiglia, là dove l’onestà, l’ordine nella vita, la temperanza nei godimenti consentono di cumulare riserve per i giorni avversi, per le annate dalle vacche magre. Lentamente cresce, di generazione in generazione, il patrimonio di esperienza, di affiatamento con i dipendenti, di amichevoli rapporti con i clienti. Se ad ogni generazione si dovesse ricominciare dallo zero, codesto patrimonio di tradizioni e di relazioni, spesso assai più prezioso del patrimonio pecuniario e materiale, andrebbe disperso, senza vantaggio per nessuno. Accanto alle banche, le quali sin dall’origine furono costituite per azioni e si presentarono al pubblico con volto anonimo, vivono in ogni città banche private, delle quali nessun cliente si cura di indagare il capitale versato. Portano un nome, che significa, di padre in figlio, onestà, puntualità, osservanza degli impegni presi, prudenza negli investimenti, osservanza scrupolosa dell’unica regola che il banchiere, degno del suo nome, deve osservare: «come debbo investire le somme altrui, le quali mi sono affidate, in modo da essere sicuro di restituirle al tempo fissato?». L’improvvisatore, il progettista, l’uomo fornito di idee facili e tutte promettenti bada a raccogliere depositi; l’erede prudente di un nome accreditato pensa all’obbligo di restituire. Il primo fallirà o scaricherà, se i suoi depositi montano a miliardi, sullo stato le conseguenze della sua avventatezza. Il secondo potrebbe lavorare senza capitale e tuttavia prospererebbe. Perché il figlio non deve poter ricevere dal padre e dall’avo l’eredità di un punto di partenza nella vita, che fu posto in alto senza recare danno anzi recando vantaggio alla collettività?

 

 

I più grandi giornali del mondo – e si potrebbe aggiungere le maggiori case editrici che durarono oltre il secolo – furono all’inizio l’opera di un uomo ma furono continuate da famigliari conservatori gelosi di una tradizione onorata. Alla radice del «Times», del «Manchester Guardian», dell’«Economist» ci sono un Walter, uno Scott, un Wilson; e lungo il secolo si leggono, tenaci tutori della onorabilità del foglio quotidiano o settimanale, i nomi dei figli, dei genitori e dei nipoti del fondatore. Così, anche, era stata creata in Italia la grandezza del «Corriere della sera», della «Stampa», del «Giornale d’Italia», della «Gazzetta del popolo», del «Giornale di Sicilia» e di tanti altri. Non il capitale anonimo, ma uomini che si chiamavano Torelli-Viollier, Albertini, Frassati, Bergamini, Botero, Ardizzone crearono la fortuna del giornale, fortuna che dipendeva esclusivamente da qualità intellettuali e morali e più da queste che da quelle. L’intelligenza di uno scrittore può essere presa a nolo; ma non si negozia il senso morale di chi vuole il suo diario esponga la sua opinione e non quella dell’industriale che paga gli annunci, del dittatore che impone opinioni, del pubblico tumultuante esasperato da demagoghi. In Italia si volle distruggere questo patrimonio prezioso famigliare, sostituendolo con leggi scritte; e per un ventennio più non avemmo giornali; né questi esistono nella Germania nazista o nella Russia comunista, dove, come tra noi, si leggono soltanto bollettini i quali esprimono la volontà di chi comanda. La libertà di stampa non esiste se non vi è continuità di possesso famigliare dei giornali, delle riviste, delle case editrici; o se, dove per il trascorrere del lungo tempo la famiglia fondatrice viene meno o si disperde, non si riesce a creare un istituto, indipendente da ogni ingerenza pubblica o privata, atto a conservare la continuità dell’idea incarnata nell’impresa. L’imposta ereditaria, del tipo che fu descritto sopra, può e deve efficacemente intervenire per obbligare gli eredi, in poche generazioni, a rifare, col proprio sforzo, il capitale materiale di macchine, di edifici, di scorte tramandato dall’avo; così come può e deve intervenire ad obbligare l’attuale proprietario di un fondo a riacquistare col proprio risparmio la terra quale l’avo l’aveva consegnata al padre suo. Ma il nome, ma la tradizione, ma l’esperienza sono ricchezza propria della famiglia, che, serbata in essa, reca vantaggio agli altri e, toltale, rimane distrutta con danno universale.

 

 

132. La venalità delle cariche giudiziarie fu in tempi di assolutismo inizio e garanzia dell’indipendenza della magistratura.

 

Bene massimo fra tutti in un paese è l’indipendenza della magistratura, sola garanzia di giustizia che è fondamento dei regni. Ma la indipendenza della magistratura non si ottiene abilitando i giovani forniti del sesto senso necessario ad emergere nella vita e che per essi è quello giuridico, ad addottorarsi grazie a borse di studio in legge ed a partecipare, tra i venti ed i venticinque anni, ai concorsi di ammissione alla carriera giudiziaria. Il concorso attesta, forse, l’attitudine alla interpretazione della legge; non, quel che sovratutto monta, la fermezza del carattere morale. Il concorso, anzi, pone tutti, a parità di intelligenza, alla medesima stregua: tutti uguali, l’arrivista, il procacciante, colui che pesa il torto e la ragione al lume della sola giurisprudenza, e l’uomo retto, che non transige colla coscienza e non si piega, per esigenze di carriera, ai desideri dei superiori e dei potenti. Concorso e promozioni per esami e per anzianità sono formule tipiche di chi non tollera disuguaglianze di trattamento, e vuole tutto sia valutato alla stregua di punti di merito, e sono formule necessarie ad evitare l’arbitrio. Ma con corsi e promozioni per esami eccitano anche le ambizioni e sono scuole di servilismo verso chi deve pronunciare il giudizio. Debbono perciò essere corretti, se si vuole che il magistrato sia libero, con rimedi inspirati a criteri che formalmente sanno di privilegio e di disuguaglianza. Il rimedio varia da tempo a tempo, assume forme diversissime e può anche prendere nome di spirito di corpo o di casta. Nella Francia di antico regime, innanzi al 1789, lo spirito di corpo si concretava nella venalità delle cariche giudiziarie. Venalità e giustizia paiono due concetti contraddittori ed invece la prima fu, per secoli, salda garanzia dell’altra. mercante, il quale aveva mandato il figlio agli studi ed era riuscito ad addottorarlo in legge, acquistava una carica di consigliere o di presidente in uno dei parlamenti o di altra corte giudiziaria a favore del figlio; il quale, divenuto così nobile di toga, fondava una famiglia chiamata a dare, uno dopo l’altro, magistrati all’ordine giudiziario. Proprietari, in virtù del titolo accademico, che era cosa personale, e del prezzo pagato, che era cosa trasmissibile, di una carica giudiziaria, codesti magistrati si consideravano sovrani e resistevano, se dottrina e coscienza lo ordinassero, agli editti del principe. In Francia, occorreva un solenne letto di giustizia, con l’intervento di tutta la corte e dei pari del regno, perché i tribunali si adattassero a registrare editti sgraditi, prendendo a testimonianza, con solenne rimostranza, che esse cedevano soltanto alla forza; in Piemonte senati e camere dei conti interinarono parimenti editti reputati contrari alle tradizioni, all’ordine legislativo vigente, alle pattuizioni fra sovrani e popoli, soltanto dopo tre ripetuti comandi (iussu) e protestando di cedere soltanto, contro la propria volontà e coscienza, al comando espresso; cosicché l’effetto morale del comando agli occhi del popolo restava annullato; ed a Potsdam il mugnaio replicava a Federico secondo, che voleva ingiustamente la casa sua: vi sono dei giudici a Berlino! Abolita per sempre, con la rivoluzione francese, la proprietà e la venalità delle cariche giudiziarie, rimase la tradizione nelle famiglie dei magistrati; ed ancor oggi in Francia e forse anche altrove, di padre in figlio si tramanda il deposito di massime, di tradizioni, di vita riservata, di orgoglio di appartenere ad un ceto posto fuori e al disopra del resto del mondo che può produrre quel fiore supremo della civiltà, che è il magistrato incorruttibile. Che se anche i magistrati di antica famiglia sono una minoranza, essi danno il tono al corpo intiero. I nuovi venuti, tratti da ceti sociali mercantili o agricoli nei quali sono diffusi sentimenti latitudinari intorno ai limiti fra la mera onestà del non far torto altrui e l’imperativo duro del render stretta giustizia, si avvedono presto di vivere in un mondo diverso da quello consueto, il quale vincola e limita i loro modi, le loro parole, l’espressione dei loro sentimenti ed imprime su di essi quasi un’impronta sacerdotale.

 

 

133. L’indipendenza della magistratura oggi connessa con la persistenza dello spirito di corpo proprio di un ceto chiuso.

 

I cento, e non più, giudici inglesi sono forse individui scelti, all’inizio della loro carriera, per concorso accessibile a tutti i giovani forniti dei medesimi titoli? Non pare. Il caso, le relazioni famigliari consigliarono al giovane, uscito dagli studi umanistici, di entrare in uno degli studi legali od uffici di avvocato di cui sono costituiti i cosidetti «Inns of Court»; e qui dopo avere assistito riverente ai riti periodici dei pranzi onorati dalla presenza degli anziani e dopo avere sostenuto qualche esame e più aver fatto lungo tirocinio in uno studio, diventa barrister o avvocato patrocinante presso qualcuna delle corti del regno. Se egli acquista clientela e, salito in fama di avvocato principe, guadagna larghi emolumenti, taluno comincia a dirlo degno di salire dalla sbarra (bar) dove si tengono gli avvocati, al banco (bench) dove siedono i giudici. Nominato, sa di fare un grave sacrificio economico, lo stipendio del giudice, anche elevato, essendo sempre inferiore Agli emolumenti lucrati come avvocato, ma sa di diventare non solo pari agli altri giudici, ma la voce medesima del sovrano, che lo ha cresimato giudice e che per bocca sua dichiara il torto e la ragione. Chi ha creato costui, il quale crede di essere ed è superiore in dignità a chiunque copra altissima carica politica od elettiva? Ad un nuovo recente presidente americano, il quale aveva ritenuto inavvertitamente, di richiamare l’attenzione di un giudice della Suprema corte su una interpretazione da lui proferita di un punto di diritto allora controverso, la risposta fu: «signor presidente, io sono un giudice!».

 

 

La risposta riassume l’orgoglio di chi sente di appartenere ad un corpo il quale trova la sua legge solo in se stesso, nella coscienza di un dovere compiuto. Ma un corpo è una famiglia chiusa, non un’accolta di individui giunti prima degli altri, senza conoscersi, al traguardo, dopo essere partiti nello stesso istante dal medesimo punto. Nel corpo si entra per lenta ascensione, al cui fondo sta una scelta dettata da ragioni morali, che sono ragioni di privilegio e non di uguaglianza.

 

 

134. La famiglia è inconcepibile in una società non differenziata.

 

Quello di «famiglia» non è un concetto il quale stia a se. Non esistono famiglie in tutti i tipi di società; ma soltanto in quelli nei quali la famiglia può vivere e perpetuarsi. Là dove vivono famiglie, vivono anche ceti, gruppi, vicinanze, amicizie, comunità, mestieri, professioni, associazioni libere ed aperte, corpi chiusi esclusivi. Esiste una società differenziata, articolata, elastica, mobile, consapevole; esiste un popolo e nasce e cresce uno stato. Là dove invece un uomo ed una donna stanno insieme per ragioni di lavoro e di utilità, non esistono né casa, né vicini, né amici, né corpi; ma individui singoli, classi composte di individui raggruppati per connotati oggettivi di salario, di stipendio, di patrimonio o di reddito. Classi e non ceti; individui e non uomini; atomi e non anime.

 

 

135. Le case alveari e la inesistenza della famiglia. Ivi è uguaglianza nei punti di partenza per uomini nudi.

 

Che cosa vuol dire uguaglianza nei punti di partenza individuali? Ecco la casa ad appartamenti in città. È comoda, ben congegnata: i quartieri sono minimi, di una o due stanze, con bagno e cucinetta. Riscaldamento centrale; nella cucinetta di tre o quattro metri quadrati, ghiacciaia, cucina elettrica od a gas, acqua corrente fredda e bollente, in tutte le ore del giorno e della notte. Radio, grammofono, telefono. Al piano terreno i servizi centrali. Ad ore fisse un impiegato della casa vien su a pulire e far le stanze, a tirar su il falso letto e nasconderlo, insieme con i materassi e le lenzuola, nell’armadio, sicché sino a sera la stanza diventa salotto da stare e cosidetto studio, dove si guardano le ultime novità prese a prestito dalla biblioteca circolante. Nella cucinetta, la signora prepara rapidamente il primo asciolvere del mattino, col latte che è venuto su ad ora giusta dal servizio centrale del pianterreno. Poi, ciascuno va al suo lavoro; ed i due si rivedono alle cinque, al tè presso amici o in una sala da tè. Hanno fatto colazione, in piedi o rapidamente, nel ristorante annesso all’ufficio od alla fabbrica dove lavorano. La sera, forse, la trascorrono insieme se la signora non si annoia troppo a preparare il pranzo, sovratutto con roba in scatola. Ma al pian terreno, il ristorante comune è accogliente e risparmia fatica. Poi il cinematografo. Una lavanderia ed una stireria comune provvedono, a prezzo fisso, alle esigenze di casa. Probabilmente, nel semisotterraneo vi è anche la bottega del barbiere, del manicure, e l’istituto di bellezza per la signora. La casa è quasi un albergo, dove i servizi funzionano automaticamente. Gli inquilini non è necessario si conoscano e si frequentino. Un cenno del capo, un atto di cortesia all’incontro nell’ascensore ed è tutto. Sono forse costoro uomini o non invece comparse le quali si dileguano indistinte dopo essere rimaste per qualche tempo sulla scena del teatro sociale? Amici od amiche o non invece conoscenze a cui si dà del tu, che si incontrano al circolo, al caffè, nei campi del golf o della pallacorda, nelle sale di conversazione e di conferenze, e, se non si incontrano più, si dura fatica a ricordarne il nome ed il viso? Che ci sta a fare il bambino in una casa ad appartamenti? Dove gioca, dove corre e cade, dove sono i piccoli amici coetanei? Fratelli non ci sono od al più ve n’è uno. Troppa noia allattare ed allevare tanti bambini. In quel piccolo appartamento non ci sarebbe più pace. Deve forse la donna rinunciare all’impiego ed al lavoro, che consentono comodità, vestiti, calze, cinematografo e gite? Sacrificarsi e perché? A vent’anni, se femmina, la bambina d’oggi è destinata ad andare, con un altro uomo, ad abitare in un altro appartamento; e la si vedrà di rado e di furia. Se maschio, l’impiego lo porterà forse in un’altra città. Una lettera ogni tanto ricorderà che un tempo si aveva avuto un figlio, che si è reso indipendente e probabilmente considera i genitori come gente antiquata, che ha altri gusti e con cui non c’è modo di capirsi. Frattanto, non c’è la sala per i lattanti, l’asilo per i bambini? Non vi sono forse suore, magnifiche di amore per i figli altrui, nutrici ed istitutrici educate in istituti appositi, le quali sono pronte a pigliarsi cura dei bambini della gente affaccendata nel non far nulla o costretta a lavorare per guadagnarsi la vita. Per la gente facoltosa vi sono filantropi intelligenti pronti a sostituirsi ai genitori con l’aiuto di suore cattoliche o protestanti o laiche; per i mediocri ed i poveri provvedono lo stato, il comune e le istituzioni benefiche. Nessuno deve essere abbandonato a sé; tutti i nati hanno diritto alla medesima educazione ed istruzione; dall’asilo per i lattanti all’asilo infantile, su su fino alle scuole elementari, al ginnasio, al liceo, all’università. Poiché tutti gli uomini sono uguali, qualcuno veglia affinché le medesime nozioni siano egualmente offerte a tutti, con la scuola unica in basso, sino almeno a tre anni dopo le scuole elementari. Poi si concede, con molta ripugnanza, che taluno impari il latino ed il greco e la filosofia; meglio sarebbe se tutti, per suggerimento di genitori o di maestri che tirano al sodo, attendessero in primo luogo alle cose tecniche, utili nella vita quotidiana, alla fisica, alla chimica, alla stenografia, alle lingue moderne, alla contabilità, al disegno, alla meccanica, relegando alle horae subsicivae quelle cose che i vecchi chiamavano umanità e mettevano a fondamento della cultura. Così, a venti od a ventidue anni il giovane si presenterà a correre la gara della vita alla pari con ogni altro giovane, maschio o femmina, tutti egualmente formati fisicamente ed intellettualmente, tutti uguali per vestito, scarpe ed acconciatura di testa. Tutti destinati a trascorrere le ore lavorative nell’ufficio o nello stabilimento, pubblico e privato, dove la carriera, dato l’uguale punto di partenza, sarà offerta con diversità nei punti di arrivo a seconda del merito. L’uno percorrerà solo i gradi dovuti all’anzianità; l’altro diventerà direttore generale o membro del consiglio di amministrazione. Ma ogni uomo vivrà con una donna in una casa ad appartamenti; l’uno fruendo di una stanza sola e l’altro di tre o quattro, arredate con maggior lusso e con maggior comodità di servizi comuni. L’uno avrà una sola vettura automobile e l’altro ne possederà una per ciascuna persona di famiglia. Ma nessuno avrà più di uno o due figli; e nessuno avrà gran casa, che i domestici privati sono scomparsi, da quando gli uomini hanno cominciato ad apprezzare l’indipendenza. Il cameriere o la cameriera che fa i servizi di pulizia giungono anche essi in automobile e, compiuto il servizio secondo l’orario stabilito, ritornano nella propria casa ad appartamenti, dove alla lor volta i servizi sono compiuti da addetti dello stesso loro tipo.

 

 

136. Dove non esiste la famiglia, domina il programmismo.

 

Una società così composta può essere, per accidente, una società libera; ma è accidente storico. Essa è, fatalmente, destinata ad essere governata secondo un piano, un programma bene congegnato, bene incastrato in tutti i suoi elementi. La casa ad appartamenti è essa stessa un programma. A seconda del numero degli abitanti, delle vie, delle distanze, della localizzazione degli uffici, degli stabilimenti, dei luoghi di lavoro, vi deve essere un optimum nelle dimensioni di ogni singola casa. Trenta, quaranta appartamenti, con altrettante coppie di uomo e donna; tanti pasti in comune e tanti separati, tanti servizi di lavanderia, di stireria, di rammendo, di bucato. Il perito ingegnere od architetto costruisce la casa; altro perito maggiordomo organizza i servizi interni. E così per i servizi esterni: di ristorante, botteghe di caffè e di tè, teatri, cinematografi, asili, scuole, circhi, fori per adunanze e spettacoli. Parimenti per le fabbriche, le manifatture e le imprese agrarie. Uomini periti calcolano i chilogrammi di pane, di pasta, di carni, di pesce, di verdura, di frutta, i capi di vestiario e di scarpe, le lenzuola, i grammofoni, i dischi, le radio, gli apparecchi telefonici, le automobili ecc. ecc. bisognevoli per ogni abitante in media. Poiché i desideri degli uomini sono suppergiù uguali per ogni gruppo di reddito, statistici e contabili fanno i calcoli del fabbisogno; periti tecnici valutano gli ettari, le macchine, le superfici coperte occorrenti per la produzione; e nei luoghi opportuni, tenuto conto dei mari, dei fiumi, dei canali navigabili, delle ferrovie, delle distanze, delle montagne, costruiscono dighe, creano laghi artificiali, fanno impianti idroelettrici, fanno sorgere città industriali, dissodano ed arano e coltivano terreni. Perché l’uomo dovrebbe ribellarsi alla vita comoda, che gli è offerta al minimo costo, nella casa ad appartamenti, con gite in automobile, radio, grammofono, telefono e libri a prestito; e con i bambini curati in scuole ed asili luminosi e sani, e recati sino all’età nella quale potranno cominciare anch’essi a condurre la medesima vita tranquilla e contenta in una casa ad appartamenti nuova di zecca, più comoda e meglio organizzata di quella dei genitori?

 

 

137. Ma, se così piace agli uomini, non è una società di parassiti.

 

Quella che ora è stata descritta non è una caricatura. È l’ideale onesto di molti uomini. Una società, nella quale una parte degli uomini e delle donne abbia ideali simili a questi non è una società corrotta e decadente. Questi uomini e queste donne, che lavorano in uffici ed in fabbriche e ivi danno un rendimento uguale perlomeno al salario ricevuto, possono tenere la testa alta. Non sono parassiti. Hanno gusti uniformi, desiderano i beni ed i servizi che tutti desiderano; non sono pronti a sacrificarsi troppo per le generazioni venture. Poiché lo stato provvede alla istruzione dei figli e li mette in grado di partecipare, a parità con altri, alla gara della vita, perché essi dovrebbero sacrificarsi di più? Poiché tutti coloro che lavorano sono sicuri di una carriera decorosa, poiché qualcuno provvede ai casi di malattia, di infortuni, di disoccupazione, poiché è assicurata una pensione di vecchiaia, vi è ragione di rinunciare a usufruire oggi dei beni della vita per un futuro posto al di là del termine della vita? I figli non godranno dei medesimi vantaggi e maggiori di quelli di cui fruirono i genitori?

 

 

138. È una società di uomini impiegati, ubbidienti. Manca chi comanda.

 

Il vizio di una società cosiffatta è quello di essere composta di onesta gente di tipo normale. Gli uomini nudi o normali hanno l’animo dell’impiegato. Sono nati ad ubbidire. È normale che molti uomini, forse i più, siano nati ad ubbidire. Un esercito è composto di molti soldati e di un solo generale; e guai se tutti i soldati pretendessero di comandare e di criticare gli ordini del generale. Correrebbe diritto alla disfatta. Ma guai anche ad un esercito, di cui i soldati e gli ufficiali subalterni e superiori, su su sino al comandante in capo attendessero sempre, prima di muovere un passo e sparare un colpo di fucile o di cannone, l’ordine del superiore gerarchico! L’esercito sarebbe sopraffatto dall’avversario più agile, più deciso, dei quali i membri fossero forniti, ciascuno entro i limiti del compito ricevuto, di spirito di iniziativa. Vedemmo centinaia, talvolta migliaia di uomini armati arrendersi a un pugno di uomini. Ma i primi aspettavano gli ordini degli ufficiali subalterni, e questi dei superiori e gli ufficiali superiori invano chiedevano nell’ora del pericolo istruzioni al comandante supremo; laddove i secondi erano guidati da un caporale risoluto, il quale aveva visto essere urgente ed efficace intimidire il nemico numeroso con l’uso pronto della mitragliatrice. Così è in una società. Accanto agli uomini che ubbidiscono, i quali compiono degnamente il lavoro ad essi assegnato, adempiono scrupolosamente all’ufficio coperto, vi debbono essere gli uomini di iniziativa, i quali danno e non ricevono ordini, compiono un lavoro che nessuno ha ad essi indicato, creano a stessi il compito al quale vogliono adempiere. La società ideale non è una società di gente uguale l’una all’altra; è composta di uomini diversi, i quali trovano nella diversità medesima i propri limiti reciproci. La società ideale si compone di gente che comanda e di gente che ubbidisce, di uomini al soldo altrui e di uomini indipendenti. La società non vivrebbe se accanto agli uni non vi fossero gli altri. Essa deve espellere dal proprio seno soltanto i criminali, i ribelli ad ogni disciplina sociale, gli irregolari incoercibili; e poiché espellerli non può, deve creare le istituzioni giuridiche necessarie a ridurre al minimo il danno della loro mala condotta. Per tutti gli altri, ossia per la grandissima maggioranza degli uomini viventi in società, l’ideale è la varietà e la diversità. Non esiste una regola teorica la quale ci dica quando la diversità degenera nell’anarchia e quando la uniformità è il prodromo della tirannia. Sappiamo soltanto che esiste un punto critico, superato il quale ogni elemento della vita sociale, ogni modo di vita, ogni costume che era sino allora mezzo di elevazione e di perfezionamento umano diventa strumento di degenerazione e di decadenza.

 

 

139. La teoria del punto critico nella scienza economica.

 

La teoria del «punto critico»[5] è fondamentale nella scienza, sia economica sia politica, degli uomini viventi in società. In economia, dicesi teoria dei gradi decrescenti di utilità. Il primo bicchiere d’acqua ridà la vita all’assetato nel deserto, sicché, per non morire costui è pronto a dare per esso tutta la propria sostanza; il secondo è bevuto ancora con avidità; il terzo ed il quarto sono ancora desiderati. Ma, ad un certo punto, mutevole a seconda delle circostanze, l’offerta non è più gradita; e poi diventa addirittura spiacevole, sinché, crescendo tuttora l’offerta, questa finirebbe per essere reputata nociva e pericolosa e finalmente mortale; come nel caso di straripamenti di fiumi, rotte di argini, distruzioni di case, di raccolti e di vite umane. Il lucro, altissimo dapprima per i beni nuovi, coll’intensificarsi della concorrenza scema, diventa inferiore a quello normale e crescendo ancora l’offerta del bene, dà luogo ad una perdita. I punti critici qui sono due: il primo che fa scendere il lucro al disotto del normale e rende antieconomica, ma tuttavia vitale, l’impresa; il secondo che lo abbassa al disotto dello zero e prelude alla rovina. Tutte le teorie economiche e finanziarie sono pervase da considerazioni relative ai punti critici.

 

 

140. La teoria del punto critico nelle scienze politiche.

 

Così sono anche le teorie politiche. È ragionevole che due sposi cerchino di costituirsi un nido che sia tutto loro proprio e nel tempo stesso non riduca la donna in pochi anni ad un tronco sformato dalla fatica del far cucina, dello strofinare, pulire, lavare e stirare; e perciò la casa ad appartamenti, con servizi centrali, soddisfa ad una esigenza di un certo momento della vita umana. Ma quando l’abitudine della convivenza sia cosa fatta, quando sono passati i primi trasporti dell’amore e siano sopraggiunti i figli, i genitori salgono ad un livello superiore, superano il punto critico morto del loro duplice egoismo individuale se si decidono a rinunciare a qualcuna delle comodità offerte dalla casa ad appartamenti e si muovono verso una più ampia casa ordinaria, verso, se possibile, una casa, anche piccola, ma indipendente, con orto e giardino, nella quale possa vivere non più la coppia degli sposi, che è fatto transitorio, ma la famiglia che è fatto permanente, destinato a perpetuarsi nei secoli.

 

 

141. Il punto critico nell’uso della radio.

 

È ragionevole che ogni famiglia, anche modesta, aspiri al possesso della radio, che la tiene in contatto col mondo, che consente audizioni musicali elevatrici, con minimo costo e senza danno per l’adempimento dei doveri famigliari. Ma la radio fu altresì frutto della rabbia sentita dal demonio che è in noi contro lo spirito di critica il quale conduce gli uomini a ribellarsi contro la ripetizione, contro l’ordinario, contro ciò che tutti dicono e pensano; e in quel giorno l’uomo – demonio inventò questo che può diventare strumento perfettissimo di imbecillimento della umanità quando cada in mano di chi se ne valga a scopo di propaganda. Propaganda orale e vocale, insinuante, quotidiana mille volte più efficace della propaganda scritta e stampata. La voce comanda, ordina di pensare in un certo modo, ingiuria il disubbidiente e lo scettico; e colla figura della ripetizione ottiene effetti sorprendenti di ubbidienza cieca, di persuasione convinta a cui nessuna parola scritta può giungere. Il passaggio dalla radio che allieta ed istruisce e fa dimenticare i dolori, alla radio che è causa di imbecillimento della umanità è graduale. Chi sa premunirsi dall’andare oltre il punto critico nell’uso della radio?

 

 

142. Il punto critico nel numero dei figli.

 

È ragionevole che gli sposi usino prudenza nelle relazioni sessuali sì che il numero dei figli non cresca repentinamente e troppo ed i genitori non siano costretti a fatiche disumane per allevarli e, non riuscendo nell’intento, i figli crescano male educati, rissosi, insofferenti di ogni disciplina e presto dediti al vagabondaggio ed al vizio. Il punto critico sia nel trovare il giusto limite fra l’osservanza del comandamento del crescite et multiplicamini e l’ubbidienza al dovere di dare ai figli salute fisica ed educazione spirituale. Nessun figlio od un figlio solo è dapprima indice di egoismo nei genitori e cagione poscia di ansie continue per la vita e l’avvenire del figlio; ma dodici figli, come usava nelle vecchie famiglie, vuol dire apparecchiare, tra i tanti, una recluta alla delinquenza od alla infelicità, cagione di angoscie ai genitori e di vergogna ai famigliari. Socialmente, ove si ritenga pericolosa la caduta della popolazione di uno stato al disotto di un certo numero, il punto critico si raggiunge quando la fecondità media dei matrimoni non è bastevole a mantenere costante quel numero. Ma il punto critico sociale è sempre la risultante dei singoli punti critici validi per ogni famiglia?

 

 

143. Il punto critico nelle regole monastiche.

 

Come per i singoli istituti sociali ed i diversi costumi, così esiste un punto critico, al di là del quale una società degenera e decade per esagerazione di uno dei suoi elementi. Una società di onesta gente ubbidiente diventa presto vittima del tiranno o morta gora di impiegati e di mandarini, la cui carriera si svolge attraverso ad esami e concorsi, concorsi ed esami, gerarchie di gradi, di onorificenze e di stipendi. Chiamavasi «regola» quella che S. Benedetto, S. Francesco e gli altri fondatori avevano dato agli ordini monastici; così come oggi si chiamano «piani» o «programmi» quelli che i consigli dirigenti delle società comunistiche formulano per la organizzazione del lavoro e la giusta ripartizione del prodotto totale sociale fra tutti i cittadini. La «regola» era fondata sullo spirito di rinuncia dell’individuo, sulla dedizione dei singoli al bene comune, sull’abbandono dei beni terreni per la conquista della felicità eterna. Finché durò lo spirito di rinuncia, di dedizione, di abbandono, conventi e monasteri prosperarono; si dissodarono lande incolte, la vita materiale e spirituale risorse attenuando la ferocia dei costumi barbari, furono coltivate le discipline sacre e profane ed i conventi diventarono fari luminosi di cultura in mezzo alle tenebre medioevali. Giunse tuttavia il momento in che i più degni, i fratelli maggiormente dotati dello spirito di carità, di rinuncia e di ubbidienza riluttarono ad assumere le redini del convento e queste caddero in mano agli ambiziosi, agli ipocriti, a coloro che perseguivano ideali terreni. Dappertutto, a distanza di cento anni dalla fondazione, più o meno, si assiste alla medesima vicenda: un padre guardiano, un priore il quale per adornare meglio l’altare o per fare sfoggio di liete accoglienze ai potenti della terra, esige strettamente le prestazioni dovute dai villani deditizi, i quali avevano donato sé, i famigliari e la terra al convento in cambio di protezione; riduce il cibo ed i vestiti prima ai conversi e poi ai fratelli. L’uguaglianza tra i fratelli ed i conversi è violata a favore dei cadetti delle grandi famiglie feudali; le cariche vengono attribuite a preferenza ai fratelli privilegiati e poi diventano ereditarie; sinché verso la fine del secolo 19esimo l’antica uguaglianza comunistica è venuta meno e sul convento impera l’abate commendatario, designato tra i cadetti della famiglia che forse in origine aveva dotato il convento di qualche terra. I redditi delle terre conventuali sono suoi; ed i frati vivono di questue e di elemosine. Trascurate le sacre funzioni, negletti gli studi, la vita trascorre uniforme nell’adempimento dei riti consueti ed in inutili maldicenze. Sinché i contenti furono poveri, solo gli uomini pronti al sacrificio vi entravano; e questi si dedicavano con entusiasmo a dissodar la terra, a leggere negli antichi codici, a predicare la parola di Cristo; e tra i migliori l’ottimo era, per consenso universale eletto capo. Ma egli non aveva uopo di comandare, ché bastava il suo esempio a fare osservare spontaneamente da tutti la regola. Così il convento prosperava; e le donazioni dei fedeli affluivano; e molti desideravano dedicar ad esso sé e la famiglia ed i beni, sicuri di ottenerne protezione e pace. Ma la ricchezza partorisce la corruzione; agli uomini del sacrificio si aggiungono i procaccianti, gli amanti della vita detta contemplativa perché comoda. I grandi destinano al convento i cadetti e questi ambiscono i posti di comando; e così ha inizio la decadenza.

 

 

144. Il punto critico nelle società comunistiche. Il programma nelle scoperte scientifiche, nelle opere letterarie ed artistiche.

 

Non diverso è il giudizio sulle società comunistiche, dove si è oltrepassato il punto critico dell’equilibrio tra la sfera pubblica e quella privata; e tutti i mezzi di produzione sono divenuti pubblici. Se tutti gli uomini fossero nati all’ubbidienza e se esistesse un mezzo di selezione per cui i migliori fossero portati ai posti di comando, quella società potrebbe vivere e se non grandeggiare, rendere contento l’universale. Ma ridotta nelle campagne la sfera privata a quella d’uso, all’economia della casa dove la famiglia vive, dell’orto e del giardino, degli animali da cortile e di quell’unico grosso capo il quale può essere alimentato coll’erba del breve terreno circostante alla casa; scomparsa del tutto ogni sfera privata nelle città all’infuori delle poche camere d’abitazione, subito si vede quanto sia grande il potere di coloro che stanno ai posti di comando, là dove si compilano i piani della produzione e si sovraintende alla loro esecuzione. Ai posti di comando si delibera quanta parte dei fattori di produzione – terre, macchine, scorte, lavoro – debba essere destinata a produrre beni strumentali (risparmio-investimenti) e quanta a produrre beni di consumo. Se i dirigenti hanno l’occhio intento più al futuro che al presente, minore sarà la quota destinata a produrre beni presenti e più basso il tenore di vita della popolazione. Il lavoro, impiegato a costruire ferrovie nuove, a regolar fiumi, a contenere acque ed a renderle atte a produrre energia elettrica od a irrigar campi non può essere contemporaneamente destinato a produrre frumento o carni o latte o vestiti o case. Se i dirigenti paventano o desiderano guerra di difesa o di conquista, hanno il potere di destinare i fattori produttivi a creare mezzi strumentali di guerra invece che di pace. Per ciò che si riferisce ai beni di consumo, essi hanno il potere – e perché, avendolo, non lo userebbero? – di scegliere quei beni i quali, secondo il loro criterio, sono più utili ai consumatori. Al luogo della domanda volontaria essi hanno la facoltà di porre un loro proprio criterio, il quale potrà essere oggettivo, scientifico, ad es. l’ottima dieta alimentare calcolata con i più perfetti metodi consigliati dalla fisiologia e dall’igiene, ma è diverso da quello che spontaneamente sarebbe adottato dagli uomini consumatori. Se trattasi di beni di consumo durevoli, gli ordinatori del piano hanno il potere di dichiarare preferenze per le vetture automobili, o per gli apparecchi radio o per quelli telefonici, o per una camera di più; e la scelta può essere determinata da ragioni economiche o politiche o propagandistiche. Chi, se non le autorità dei piani, deciderà quali classici debbano essere ristampati, quali correnti di idee diffuse nei libri, nelle riviste e nei giornali? Chi sceglierà, fra le innumerevoli proposte di invenzioni, quelle le quali meritano di essere sperimentate e poi attuate? Chi adotterà metodi, diversi da quelli usati, nel produrre, nel vendere, nel trasportare? L’unico criterio il quale sembra dovere essere accolto è quello consigliato, comandato dalla scienza. Il programma, se non è di umiliazione, come nei conventi, alla volontà di Dio, di rinuncia ai propri desideri a vantaggio altrui, non è nulla se non è razionale. Solo la ragione, guidata dalla scienza, decide le scelte che devono essere compiute dai dirigenti fra le tante vie le quali si presentano dinnanzi ad essi. La scienza di chi? La scienza teorica insegnata nelle scuole, accolta dagli scienziati già famosi; la scienza applicata con successo da tecnici accreditati, i quali hanno già fatto le loro prove; ovvero la scienza la quale si oppone ora ai principi accolti, che pretende di scuoterne le fondamenta astratte e le applicazioni concrete? I dirigenti del piano non possono arrischiare le risorse, sempre limitate, della collettività in esperimenti, i quali potrebbero riuscire male. Affideranno il nuovo, il mai tentato, l’innovatore ad un laboratorio studi, a uso istituto universitario sperimentale. Frattanto, il metodo usato sarà quello già provato, già sperimentato. Una società a programma non può subito tentare il nuovo. Che se, nelle cose riguardanti la materia, la produzione dei beni materiali, le invenzioni finiranno pur sempre, essendo apprensibili dalla ragione, con l’essere accolte, quali probabilità ci saranno che il nuovo e il diverso trovino accoglienza nelle cose dello spirito? Quale la sorte di colui il quale affermasse che, accanto ai libri indirizzati a spiegare ed a descrivere il «programma», a dimostrarne la razionalità, a chiarire i vantaggi del consumare quei tanti grassi e proteine e vitamine le quali compongono l’ottima razione posta dai dirigenti a disposizione dei consumatori, devono essere pubblicati libri i quali cerchino di dimostrare la necessità di lasciare ai dirigenti il piano alimentare la mera facoltà del consiglio, non mai della decisione? Spettare questa decisione all’uomo singolo, al quale deve essere riconosciuto il diritto di non seguire i piani ottimi dei dirigenti, di mettere sotto i piedi i consigli più razionali della scienza; di preferire il pane di segala, se così gli talenta, a quello di frumento, pur maggiormente nutritivo, di mettere la polenta al disopra della carne; di non volerne sapere della radio o del telefono o dei giornali pubblicati col consenso dei dirigenti intellettuali; ma di volere invece dar opera a restaurare una cappella distrutta dagli atei o di voler acquistare un giornale straniero, il quale ogni giorno pubblica critiche delle economie a programma ed insegna che i programmi consacrano l’onnipotenza dei dirigenti?

 

 

145. Il bando agli eretici, l’ostracismo ai ribelli al programma.

 

Come nei conventi, coloro i quali non credono nella «regola» e discutono qualcuno degli articoli di fede su cui la regola è fondata, sono eretici vitandi e, scomunicati, sono posti al bando della comunità, così i ribelli ai principi medesimi del programma in una società comunistica sono corpi estranei, i quali non possono essere tollerati. Anche se si fa astrazione dallo sterminio fisico dei milioni di eretici, presunti tali perché appartenenti ai ceti dell’aristocrazia o della borghesia o della vecchia intelligenza, anche se non si voglia, contro le offerte testimonianze, prestar fede ai processi contro gli eretici usciti fuori dalle file medesime dei comunisti ma non ossequenti in tutto al comando dei dirigenti, è evidente che in una società programmata o comunistica il dissidente, colui che nega il diritto dei dirigenti di decidere al luogo dei singoli uomini nelle cose che li riguardano singolarmente non può né ora né poi né mai essere tollerato. In tempi divenuti più gentili, meno feroci per essere oramai il sistema saldo in arcione, l’eretico deve essere se non soppresso, messo al bando. L’ostracismo è la sanzione più tenue si possa immaginare contro il ribelle ai programmi. La scelta dei nuovi dirigenti è fatta in ragione dell’ossequio prestato a coloro i quali già si trovano a capo dei corpi, dei consessi direttivi dei programmi. Prima importa essere ammessi a dirigere; e poi si potrà dimostrare che la via seguita fino ad ora non è in tutto razionale, ma può e deve essere modificata in ossequio alla ragione. Il dettame della scienza deve, prima di diventare norma di condotta, passare attraverso alla trafila degli organi costituzionali. Giova ciò al progresso della scienza e delle sue applicazioni? Anche se non si voglia risolvere il quesito, importa constatare che il metodo dei programmi applicato a tutta la vita, quella materiale e quella intellettuale, accentua il carattere di uniformizzazione, di livellamento, di adeguamento ad un metro comune che è proprio della civiltà moderna industriale e ne costituisce uno dei maggiori pericoli. In omaggio alla ragione, in ossequio alla scienza, la vita che è il nuovo, che è l’insolito, che è varietà, che è contrasto, che è dissidio, che è lotta, perde la sua medesima ragione d’essere.

 

 

146. Il punto critico segna il passaggio dagli uomini vivi agli automi.

 

Ancora una volta, coll’estendere il programma fuori della sua sfera propria, che è quella pubblica, alla sfera che è invece propria dell’individuo, della famiglia, del gruppo sociale, della vicinanza, della comunità, della associazione volontaria, della fondazione scolastica benefica educativa, tutti istituti coordinati bensì ed interdipendenti ma forniti di propria vita autonoma, di propria volontà, noi abbiamo oltrepassato il punto critico. Siamo di fronte non ad una società di uomini vivi, ma ad un aggregato di automi manovrati da un centro, da una autorità superiore. Sinché in costoro non siano ancora spenti altri impulsi, altri sentimenti ereditati dalle generazioni passate, succhiati col sangue materno, appresi dalla tradizione degli avi, questi automi saranno dei magnifici soldati pronti ad ubbidire al comando di chi ordina loro di farsi uccidere; ma non sono cittadini consapevoli, non sono uomini, i quali a chi comanda di compiere un atto contro coscienza sappiano rispondere: no, fin qui comanda Cesare, al di qua ubbidiamo solo a Cristo ed alla nostra coscienza.

 

 

147. La società di uomini liberi è un fatto morale. Essa esiste anche nelle galere.

 

Quale è dunque la società, nella quale gli uomini si sentano veramente liberi e liberamente operino? La risposta è venuta da Socrate, è venuta da Cristo. Non dalla società la quale circonda l’uomo viene la libertà; ma dall’uomo stesso. L’uomo deve trovare in se stesso, nel suo animo, nella forza del suo carattere la libertà che va cercando. La libertà è spirito non è materia. Il prigioniero, il quale potrebbe acquistare la libertà se chiedesse grazia al tiranno e non la scrive perché non riconosce nel tiranno e nei suoi giudici la potestà di giudicarlo, è uomo libero. L’eretico, il quale potrebbe coll’abiura od anche solo colla dissimulazione, l’ebreo, il quale potrebbe, facendosi marrano, salvare la vita, ed invece confessa la sua fede e cammina diritto verso il rogo, è uomo libero. Il pensatore potrebbe dichiarare nel libro apertamente il suo pensiero, purché nella dedica, nella prefazione e nella chiusa avvertisse che i principi da lui esposti si muovono in un campo terreno ed astratto e non infirmano l’osservanza dovuta ai precetti della religione dominante od ai comandamenti della setta che è padrona dello stato. Se non scrive la dedica perché sente che il suo pensiero mina appunto quella religione o il potere di quella setta e non la scrive, pur sapendo di correre il rischio di prigionia o di morte, quegli è uomo libero.

 

 

148. La libertà può esistere nei conventi e nelle imprese comunistiche; ma può esistere anche, fuori degli uomini gregari, tra artigiani, capitani d’industria, agricoltori, professionisti, artisti.

 

La libertà, che è esigenza dello spirito, che è ideale e dovere morale, non abbisogna di istituzioni giuridiche che la sanciscono e la proteggono, non ha d’uopo di vivere in questa o quella specie di società politica, autoritaria o parlamentare, tirannica o democratica; di una particolare economia liberistica o di mercato ovvero comunistica o programmata. La libertà esiste, se esistono uomini liberi; muore se gli uomini hanno l’animo di servi. I fratelli che si riuniscono a vita religiosa, e rinunciando ai beni del mondo, mettono tutte le loro ricchezze in monte per sé e per i poveri, e conducono quella vita che al padre guardiano piace di ordinare e consumano quei cibi e vestono quei panni che sono ad essi distribuiti d’autorità, quei fratelli sono liberi nella società comunistica che essi ogni giorno consapevolmente vogliono e ricreano. Potrebbero uscire dal convento; ma poiché volontariamente vi rimangono, si riconosca che quella società comunistica è un frutto della libera determinazione. Quegli operai, i quali, volendo sottrarsi alle dipendenze di un imprenditore, hanno, con lunghi mesi di rinuncia, risparmiato inizialmente il fondo necessario ad acquistare badili e zappe e vanghe e carrette e cavalli ed a mantenere nell’attesa se stessi e la famiglia ed hanno costituito una cooperativa, inspirata al principio: tutto il prodotto del lavoro a chi lavora ed hanno, fattisi terrazzieri, assunto un appalto di lavoro e quel lavoro hanno compiuto a regola d’arte; ed avendolo meritato, hanno ottenuto il credito necessario ad allargar l’impresa; ma sempre perseverarono nel principio che tutti i nuovi lavoranti, dopo bastevole prova di onestà e di laboriosità, diventassero soci e sempre, tratti dal loro seno, ebbero capi pronti ad ordinarne la fatica, con remunerazione non diversamente misurata da quella dei gregari; quegli operai, anche essi, sono uomini liberi, sebbene ed appunto perché essi persistono nel condursi vicendevolmente secondo principî comunistici, conservando in comune gli strumenti della produzione e ripartendo tra i singoli soltanto i frutti del lavoro comune. Ma è anche libero l’artigiano, proprietario della bottega, del macchinario, degli utensili e delle scorte, il quale acquista sul mercato le materie prime, assolda, pagando il salario corrente, i garzoni di cui si aiuta e vende il prodotto direttamente alla clientela. Nessun cliente è costretto, dall’amicizia, dalla vicinanza, o da vincoli legali a servirsi di lui; nessun apprendista o garzone è legato, ognuno potendo offrire ad altri i propri servigi ed i più irrequieti si muovono infatti frequentemente dall’uno all’altro, né è grave la difficoltà per il giovane laborioso e di buona volontà, di mettere su bottega per proprio conto. L’artigiano trova libertà nella letizia del lavoro compiuto, nella soddisfazione di averlo condotto a termine a perfetta regola d’arte, nella meritata lode del cliente. In una economia di mercato, non programmata dall’alto, molti imprenditori ed operai, proprietari e contadini e professionisti sono uomini liberi. Forse non sanno di esserlo; ma di fatto sono. L’industriale, il quale è riuscito a produrre una data merce ad un costo minore dei concorrenti e ne ha cresciuto lo spaccio, con risparmio dei consumatori e vantaggio proprio, il quale, forse senza proposito deliberato, ha contribuito con la sua domanda e grazie all’incremento del prodotto, a migliorare il compenso pagato agli operai nella sua industria, sente di essere stato qualcheduno, sente di aver creato qualcosa che prima non esisteva. Se anche la sua creazione è effimera, ha recato, finché durò, vantaggio a qualcuno. L’orgoglio che egli sente, forse grossolano, forse oggetto di compassione per gli eredi di una secolare fine educazione, è orgoglio d’uomo, di uomo che volle e riuscì. I suoi sentimenti paiono terra terra; né egli innalza lo sguardo verso l’alto; ma senza il demone interiore che agitava il suo spirito, egli non avrebbe creato qualcosa. Il proprietario il quale, giunto verso la sera della vita, ricorda i lunghi decenni durante i quali egli ha rinunciato a godere il frutto della sua terra e col risparmio così compiuto, l’ha trasformata con strade nuove e case ricostruite e spianamenti ed impianti di frutteti o di vigneti o di oliveti o con opere di irrigazione, sicché dove viveva miseramente una famiglia, oggi due o tre famiglie traggono vita decorosa, sente, anch’egli, di aver creato qualcosa. Quelle case, quegli spianamenti, quegli alberi fruttiferi, quei campi fecondi sono cose materiali sì, ma sono creazioni del suo spirito, che volle quel risultato invece di altre cose materiali che avrebbe potuto godere lungo quel mezzo secolo: dal fumo delle sigarette, a cui rinunciò, all’eccitazione del gioco, dai viaggi con amici o famigliari ai pranzi in lieta compagnia, dalla frequenza a spettacoli agli sport invernali. La volontà sua libera decise altrimenti ed egli ora si compiace di avere fatto quell’uso della sua libertà. Così l’avvocato, ripensando la sera al lavoro della giornata trascorsa, ricorda di avere licenziato il cliente che gli faceva sperare forte lucro se avesse consentito a difendere una causa ingiusta e si compiace del buon consiglio, dato ad altro cliente con modico compenso, di transigere, a risparmio di spese forensi e giudiziarie, una lite pur fondata su sicure ragioni. Così il medico medita sulla diagnosi che gli fa sperare di ridonar presto la salute ad un ammalato od all’altra che gli ha fatto sconsigliare un intervento chirurgico, lucroso per lui ma inutile per il cliente, oramai condannato. La voce della coscienza gli dice: anche se non avrai coltivato, prolungandola innocuamente, la malattia dell’uno e sfruttato la speranza di salvezza dell’altro cliente, tu hai compiuto il tuo dovere. Hai usato della tua libertà per rinunciare al vantaggio che poteva venirti dal danno altrui; epperciò tu sei uomo libero.

 

 

149. I nemici della libertà possono esistere in tutti i tipi di società economiche.

 

Sì; in ogni tipo di società e di economia, l’uomo che ubbidisce alla voce della coscienza, è libero. La libertà individuale, dell’uomo consapevole, dell’uomo che sa di dovere ubbidire alla voce del dovere non dipende da fatti esteriori come l’organizzazione sociale e politica. Queste sono non la causa, ma il risultato della libertà o della sua mancanza. Se in una società esiste un bastevole numero di uomini veramente liberi, non importa quale sia la sua organizzazione economica sociale o politica. La lettera non potrà uccidere lo spirito. Una economia comandata o programmata dall’alto presuppone o cagiona od in ogni modo è inscindibilmente collegata con la tirannia dei pochi e la servitù dei più, se nei pochi e nei più manca il sentimento della libertà, se i pochi intendono giovarsi del potere per affermare la propria dominazione ed i più si acquetano al comando e perfezionano le qualità di intrigo di adulazione e di ubbidienza cieca che giovano a far ascendere a posti di comando. Ma se domini invece senso del dovere, coscienza civica, abnegazione individuale, rispetto alla persona altrui, potranno essere commessi errori, i risultati ottenuti potranno essere inferiori a quelli ideali sperati; ma quella sarà la società voluta dalla coscienza collettiva. E se così è, perché altri può asseverare non esistere libertà? è nemico di libertà tanto il legislatore il quale vieta al fratello di rinunciare al voto professato altra volta ed oggi non più rispondente alla coscienza, quanto quegli il quale espelle a forza i fratelli dal convento dove essi liberamente intendono rimanere. È nemico di libertà tanto il governante il quale usa la forza legale o morale per costringere l’uomo a lavorare nella fabbrica appartenente allo stato quanto quegli che, in una economia di mercato, vieti od impedisca, a chi vuole vivere comunisticamente, di costruire una impresa informata a criteri contrari alla proprietà individuale dei mezzi di produzione. Gli eretici hanno ragion di vivere in ogni tipo di società; sia che, in una economia di mercato, eretici siano coloro i quali volontariamente deliberano di mettere sforzi e risparmi in comune e ripartire il frutto del lavoro presente e di quello passato secondo la regola del bisogno od altra voluta dalla comunità, sia che, in una economia comunistica, eretici siano coloro i quali deliberano di non lavorare in comune e di ripartirsi tra loro i frutti dell’impresa individuale secondo le regole dello scambio in libera contrattazione. Dove gli ortodossi sono tali per comando dall’alto e gli eretici sono messi al bando dall’acqua e dal fuoco; dove è impossibile la fuga degli anacoreti nel deserto o nella foresta, ivi non è libertà, se non per i santi e gli eroi.

 

 

150. Della libertà desiderata dall’uomo comune e delle forze sociali contrarie alla tirannia.

 

Neghiamo forse così l’insegnamento il quale afferma il dominio dello spirito sulla materia, la indipendenza della libertà dalle istituzioni sociali e politiche ed ordina all’uomo: cerca la libertà in te stesso, nella tua volontà di essere libero? No. Accanto alla libertà dell’eroe che sfida la galera, del martire il quale confessa la fede in Cristo dinnanzi alle belve del circo, del pensatore, il quale, ignorando il tiranno e reputandolo non esistente, dichiara la verità senza preoccuparsi delle conseguenze di essa, vi ha invero la libertà dell’uomo, dell’insegnante, dell’artista, del contadino, del risparmiatore, del lavoratore, del giornalista, dell’amministratore pubblico, del cittadino comune, in genere, il quale vuole godere della libertà pratica, della libertà intesa e desiderata dalla maggior parte degli umani: quella di pensare ad alta voce, di scrivere e di pubblicare quel che ad ognuno capita di pensare e di voler scrivere senza essere guidato e diretto da una autorità superiore coattiva; di operare e lavorare e muoversi senza dovere obbedire ad altre regole se non quelle dichiarate in leggi scritte, deliberate da organi legislativi eletti secondo la volontà liberamente e segretamente manifestata da tutti gli uomini; di lodare biasimare, senza ingiuria o calunnia, legislatori e governanti senza tema di carcere, di multe o di confische; di tentare di cacciar di seggio il governo in carica se a taluno riesca di conquistare la maggioranza degli elettori o degli eletti; di rimanere al governo sinché non si sia cacciati via dalla maggioranza medesima degli elettori e degli eletti; di condurre la propria vita, da solo od associato ai propri compagni di lavoro, costruendo imprese individuali od associate o cooperative o comunistiche, entro limiti posti dalla legge esclusivamente allo scopo di impedire che ognuno danneggi l’uguale diritto altrui a condurre medesimamente la propria vita a proprio piacimento. L’uomo della strada, l’uomo comune, quando cerca di riassumere in poche parole quella che egli intende per libertà, è portato ad identificarla con uno stato di cose nel quale non esista il tiranno, il dittatore in tempo di pace, sia che il tiranno a sua volta ubbidisca alla volontà dei pochi sia che si faccia eco o sfrutti la volontà o gli oscuri desideri delle moltitudini. Egli sa che la mala pianta della tirannide, coll’accompagnamento necessario dello stato di polizia, della mancanza della indipendenza della magistratura, dello spionaggio universale e persino famigliare, della soppressione della libertà di stampa e della sostituzione ai giornali dell’unico bollettino, con titoli diversi, della voce del padrone, della riduzione ad uno solo dei partiti politici, delle elezioni plebiscitarie al 99% dei sì, prospera volentieri in un dato clima economico e preferisce perciò una struttura della società nella quale al sorgere del tiranno siano posti argini variamente efficaci di forze sociali avverse per indole propria alla tirannia. Egli sa che la tirannia è vicina quando esista una disparità notevole nelle fortune e nei redditi dei cittadini, sicché accanto a pochi ricchissimi si osservino moltitudini di nullatenenti e non esista un numeroso e prospero ceto medio; sì che il tiranno può venir fuori sia dai pochi desiderosi di disporre di uno strumento della propria dominazione economica, sia dai molti ai quali il demagogo ambizioso di conquistare il potere assoluto prometta il saccheggio delle ricchezze dei pochi. Egli sa che la tirannia è vicina ed anzi è già quasi in atto quando lo stato abbia cresciuto siffattamente i suoi compiti che troppa parte della popolazione attenda i mezzi di esistenza da un pubblico impiego in una delle tradizionali pubbliche amministrazioni ovvero in qualcuna delle nuove gestioni industriali assunte dallo stato; poiché quando l’uomo dipende per il pane quotidiano da un funzionario statale il quale sta al disopra di lui, e questi a sua volta dipende da un funzionario ancor più alto situato, nasce una gerarchia di uomini ubbidienti invece di una società di liberi cittadini. Perciò l’uomo della strada, nemico del tiranno e desideroso di vivere liberamente così come piace all’uomo comune, desideroso di pace e di giustizia, involontariamente, pur non avendo notizia di alcuna teoria in proposito, aborre dai tipi di società i quali si avvicinino al punto critico; aborre cioè ugualmente dalle società dove la ricchezza è concentrata in poche mani come da quelle nelle quali i beni strumentali, i cosidetti strumenti della produzione, sono posseduti da una mitica cosidetta collettività, che vuol dire il gruppo politico o sociale impadronitosi del potere, qualunque sia la formula, nazionalistica o razzistica o comunistica, con la quale si sia giustificata la conquista del potere. Egli sa o sente che questi tipi di società e di governo tendono alla tirannia ed, essendo instabili, abbisognano di sempre nuove conquiste e sono perciò inesorabilmente tratti alla guerra.

 

 

151. La riprova tratta dalla esperienza di un paese dove esistono le condizioni favorevoli alla libertà e contrarie alla tirannia.

 

L’uomo comune aspira dunque, come sempre accadde in passato e sempre accadrà, ad un ideale; ha dinnanzi agli occhi un suo paradiso in terra. È un ideale, che i cantori dell’eroico, che gli ammiratori del superuomo, che gli spregiatori delle cose umili e dei propri simili, guardano forse con disprezzo e reputano troppo terra a terra. È l’ideale della maggioranza dei cittadini del paese del quale in questo momento, pur ansiosi di tornare in patria, siano gli ospiti. È un paese dove non esistono i ricchissimi e dove il numero dei grandi ricchi va rapidamente diminuendo; dove le fortune non tendono ad uguagliarsi, ma il distacco fra i redditi minimi ed i massimi va scemando; dove la confederazione ed i cantoni acquistano sempre nuovi compiti sociali ed economici, dopo lunghe defatiganti discussioni le quali si concludono in assensi quasi unanimi; dove comuni, cantoni e confederazione sono gelosi tutori delle proprie autonomie e non soffrono invadenze altrui; dove le varie nazionalità convivono concordi in una emulazione feconda; dove i partiti più diversi coesistono non solo nei parlamenti ma nei governi; e nei consigli di stato dei cantoni e nel consiglio federale collaborano conservatori e radicali, liberali e socialisti, protestanti e cattolici, in modo siffatto che la deliberazione del collegio diventa la volontà dei singoli i quali, all’atto di entrare nel collegio, hanno rinunciato ad essere il portavoce della propria parte. In questo ospitale paese, il tiranno non incute soltanto orrore, come accade anche nei paesi che gli prestano ubbidienza forzata, ma desta sentimenti di attiva repugnanza e contrasto. Se si indaga la ragione della repugnanza, una se ne scopre, e principalissima, nella costruzione medesima di questa società libera: la varietà e la autonomia delle sue forze economiche sociali e politiche. Esistono numerosi dipendenti dallo stato: ma dipendono da enti diversi ed autonomi: da comuni, da cantoni, dalla confederazione, da enti pubblici forniti di vita propria. I dipendenti pubblici talvolta sono eletti dal popolo, talaltra sono nominati dall’alto; e spesso non hanno dinnanzi a sé una carriera, l’ambizione di percorrere la quale li renda mancipi ed adulatori dei superiori. I proprietari di terreni sono numerosi; e sebbene esista varietà grande nella grandezza del possesso, non si conoscono latifondi, salvo che per le montagne e foreste comunali. L’industria è sviluppata e moderna; ma non esistono colossi sopraffattori, anche per la mancanza di materie prime e di carbone, che fortunatamente costringe la Svizzera ad acquistarli vendendo all’estero al minimo costo manufatti e macchinari di qualità a prezzi di concorrenza. Sicché, essendo tante le forze sociali, di artigiani, di contadini, di proprietari, di industriali, di commercianti, di professionisti, le quali sono indipendenti dallo stato e fra loro contrastanti, la tirannia non trova il luogo propizio al suo prosperare e la libertà amata dall’uomo comune trionfa ed ai nostri occhi invidiosi appare incrollabile. Ho parlato di un’utopia ed ho analizzato, così come deve fare l’uomo di studio, un fatto? A noi che contempliamo angosciati lontani dalla patria la fine sanguinosa miseranda di un esperimento che si disse eroico, che si affermò inspirato ad ideali patriottici di grandezza, lo spettacolo di libertà e di concordia fervida di discussioni e di contrasti che vediamo attorno a noi sembra un racconto di utopia; ma poiché esso esiste e poiché anche in Italia, qua e là in diverse regioni ed or sì or no in tempi diversi, quell’utopia fu una realtà, dobbiamo concludere che l’analisi fatta in quest’anno di alcuni fattori di una struttura sociale stabile non fu una professione di fede, sibbene una ricerca obbiettiva delle leggi scientifiche di alcuni aspetti della realtà. Che monta se talvolta il rimpianto di una realtà che avrebbe potuto essere diversa da quella che fu ha dato alle mie parole un colore passionale che non doveva essere e non era nelle mie intenzioni? Voi che mi avete ascoltato, mi avete già perdonato e al di là del linguaggio, talvolta apparentemente oratorio, avete visto il contenuto, che è puramente di esposizione di relazioni di interdipendenza e di causalità.

 

 

Basilea-Ginevra-Losanna, fine settembre 1943-10 dicembre 1944.

 

 



[1] La parte III contiene la materia delle prime lezioni che l’A. si riprometteva di tenere nel semestre invernale del 1944 all’Università di Ginevra; per cause di forza maggiore il corso non ebbe inizio e anche la stesura delle lezioni rimase interrotta.

[2] L’aggettivo improprio «capitalistico», che egli non riesce però a definire, invece del qualificativo neutro o tecnico «di mercato» è correntemente usato da JOSEPH A. SCHUMPETER nell’opera Capitalism, Socialism and Democracy, London, 1943. I dati riferiti nel testo si leggono a pp. 192-93.

[3] COSTANTINO BRESCIANI-TURRONI, Introduzione alla politica economica, Torino 1942, p. 361.

[4] Rimane impregiudicato il punto «quali» beni strumentali convenga siano geriti dall’ente pubblico; e se non si debba qui distinguere fra beni strumentali i quali, per la loro indole particolare, siano atti alla proprietà e gestione pubblica e beni strumentali atti invece alla proprietà e gestione privata. Se anche dovessero per eredità cadere in proprietà dell’ente pubblico beni capitali appartenenti alla seconda categoria, sarebbe sempre possibile, per mezzo di scambi di mercato, addivenire ad una opportuna redistribuzione.

[5] Meglio di ogni altro Emanuele Sella ha esposto, sapendo di illustrare un punto fondamentale della scienza, la teoria del punto critico, la quale perciò si dovrebbe intitolare al suo nome.

Torna su