Conclusione – I doveri della piccola Italia presente verso la futura grande Italia

Tratto da:

Un principe mercante. Studio sull’espansione coloniale italiana

Data di pubblicazione: 01/01/1900

Conclusione

I doveri della piccola Italia presente verso la futura grande Italia

Un principe mercante. Studio sull’espansione coloniale italiana, Ed. F.lli Bocca, Torino, 1900, pp. 160-168

 

 

 

La nostra narrazione oramai è finita. Ed è compiuta anche la dimostrazione che era nostro intento di fare. Le pagine che precedono hanno messo in evidenza l’ingiustizia delle accuse che molti rivolgono agli Italiani, di essere della gente priva di iniziativa e di audacia, dedita al dolce far niente, nella perpetua attesa della manna piovente dal cielo, sotto forma di impieghi e di protezioni largiti dal Dio Stato.

 

 

Coloro che accusano gli Italiani di neghittosità e di impiegomania, che li dipingono come fanciulli incapaci di opere grandi e riparantisi sotto le paterne ali dello Stato corrotto, affarista e decadente, dicono il vero rispetto alla massa della classe media borghese di molte regioni d’Italia.

 

 

Ma, per fortuna nostra, la borghesia rovinata nelle sostanze, adoratrice reverente del quattro per cento dei titoli di rendita pubblica, la classe media burocratica, militaresca e clericale non è tutta l’Italia. In alcune regioni del Piemonte e della Lombardia, nel Genovesato, ecc., vive una borghesia di mercanti e di industriali ed un popolo di operai attivi ed intraprendenti, che seppero compiere miracoli sotto una cappa di piombo tributaria, quale forse non esiste in nessun altro paese d’Europa. E anche nelle altre regioni d’Italia mancò solo l’ambiente propizio allo sviluppo di individualità energiche e coraggiose.

 

 

È bastato che i braccianti del settentrione ed i contadini del mezzogiorno, fuggendo dall’inclemente suolo d’Italia e dai salari della fame, si riversassero sui deserti dell’America meridionale, perché fossero svelati i tesori di energia e di ostinata laboriosità posseduti dalla razza italiana.

 

 

Quella gente, che in Italia avrebbe trascinato una miserabile esistenza di salariati dei grandi proprietari o delle pubbliche amministrazioni, coloro che in Italia avrebbero ingrossato la folla grigia degli adoratori dei «quattrini pochi, ma sicuri», messi alle prese colla natura deserta, diventarono dei coloni ardimentosi, pieni di coraggio di fronte alle tristi avversità del presente e fidenti nella vittoria futura, che ai forti non può mancare.

 

 

Uno scrittore che possedesse il vigore e la valentia dello Smiles e che fosse vissuto lungamente in mezzo ai nostri coloni potrebbe scrivere un libro smagliante sul «Volere è potere» e sull’immensa efficacia dell’iniziativa individuale, del «Self help», con esempi tratti dai nostri connazionali che emigrarono coperti di stracci dal porto di Genova e di Napoli.

 

 

Laggiù, sulle rive del Plata, nelle pianure della Pampa e negli Stati del Brasile non si può davvero lanciare contro gli Italiani l’accusa sanguinosa di essere i Cinesi d’Europa. Nell’America meridionale gli Italiani adempiono alla medesima funzione sociale che altrove è compiuta dagli Inglesi.

 

 

E mentre gli Inglesi colonizzarono immensi territori colla virtù di un capitale copioso ed a buon mercato, e di un ceto operaio abile e ben nutrito, gli Italiani colonizzarono l’Argentina giovandosi del capitale inglese dapprima, e costituendo poi lentamente capitali proprii col risparmio tenace e colla laboriosità ostinata.

 

 

Oggi i contadini che in Italia guadagnavano forse una lira al giorno sono diventati proprietari colonizzatori di provincie più grandi della loro patria antica, i fabbri si sono trasformati in grandi industriali, i muratori costruiscono intiere città e gli ingegneri fanno sorgere dal letto fangoso dei fiumi degli ampi porti, dove convengono da ogni parte le navi popolate e dirette da marinai italiani. Persino gli elementi che sembrerebbero più refrattari subiscono una meravigliosa trasformazione.

 

 

Dai villaggi del Veneto, dove abita la popolazione forse più timida e sottomessa all’obbedienza servile che esista in Italia, i contadini partono irreggimentati sotto la guida del parroco o di un semplice sacerdote. Simile ai monaci che nel medioevo si accampavano in mezzo alle foreste silenziose e con un lavoro secolare le dissodavano tramutandole in campi fertili ed in ubertose praterie, il sacerdote italiano si ferma col gregge dei suoi fedeli in mezzo ai boschi paurosi e deserti del Brasile. Negli Stati meridionali di Rio Grande, di Santa Caterina, di Paranà ed anche nel Matto Grosso sono innumere le colonie italiane fondate dai sacerdoti italiani che si avanzarono colla croce di Cristo e coll’aratro a debellare il deserto. Sotto la guida di quei sacerdoti, nei cui cuori più non albergano le ire di parte ed i rimpianti sterili, ma vibra soltanto intensamente l’amore di patria, sorgono la chiesa e la scuola, si fabbricano case, si apre la foresta, e dopo brevi anni un lembo di terra italiana, coi suoi campi contornati di pioppi e di salici, coi suoi gelsi e colle sue vigne, si svela agli occhi dei viaggiatori europei che si spingono fino a quelle lontane terre del Brasile.

 

 

I viaggiatori europei, i consoli inglesi, francesi e tedeschi cominciano a guardare con rispetto e con ammirazione questo popolo di Italiani che abita, forte di tre milioni, l’America meridionale. Leggevo, pochi giorni fa, un grosso volume che il console Charles Wiener, incaricato di una missione commerciale, aveva indirizzato al Ministero francese degli affari esteri sulla Repubblica Argentina (Charles Wiener: La République Argentine – Ministère des affaires étrangères. Paris. Cerf. 1899. Un vol. di pagine 680). Scorrendo le pagine di quel grosso volume, denso di date e di cifre, si scorge quanta sia la invadenza degli Italiani. La colonizzazione è in mano nostra; i rapporti indirizzati al Wiener dai residenti francesi, parlando delle terre, conoscono soltanto i coloni italiani.

 

 

Ed è strana l’impressione provata da chi è abituato a leggere sui giornali nostri lunghe geremiadi sulla decadenza del commercio italiano e sulla necessità urgente di imitare i tedeschi, di impararne i metodi perseveranti e abili di conquista dei mercati esteri; è strana, dico, l’impressione che si prova leggendo le pagine del console francese, dove questi inculca ai commercianti del suo paese la necessità di raddoppiare di energia e di abbandonare i metodi antichi di traffico per adottare i sistemi agili, perseveranti ed intelligenti degli Italiani, i quali stanno ora conquistando alla madre patria il mercato, ricco e pieno di risorse illimitate, dell’America latina, che essi hanno popolato di una razza nuova e più energica dei nativi, indolenti e fiacchi.

 

 

Esportatrice di merci e di uomini, l’Italia sta ora diventando esportatrice di capitali. L’esempio di Enrico Dell’Acqua, che, attraverso a tante lotte, è riuscito a portare nell’America latina quattro milioni di capitale italiano; l’esempio dei numerosi mercanti genovesi che hanno investiti capitali nell’Argentina e nel Brasile, deve essere di sprone ai capitalisti italiani a lanciarsi con coraggio sulla strada della colonizzazione industriale. Iniziando commerci ed industrie nei paesi abitati dai nostri coloni (non già nei paesi dove di italianità non esiste nemmeno la traccia), l’Italia si appresta a passare dal novero delle nazioni debitrici al novero delle nazioni creditrici. La strada da compiersi per giungere a questa eccelsa meta e’ certamente lunga e faticosa. Lasciamo pure, del resto, che i capitali stranieri vengano, paghi di un tenue guadagno, in Italia a sussidiare imprese ed a svolgere energie inutilizzate. I capitalisti italiani non debbono lasciarsi attirare dall’illusione patriottica di riscattare il debito pubblico dai detentori stranieri, di colonizzare le terre incolte e da altre simili intraprese, feconde di un magro interesse variabile dal 0 al 4 per cento. I possessori delle centinaia di milioni, a cui le nostre Banche di credito comune e popolare non trovano in Italia impiego rimunerativo, dovrebbero esportarli nelle Americhe, dove il saggio corrente dell’interesse è del 10 per cento e dove al lavoro solido ed onesto, se non alla speculazione fittizia, si aprono dinanzi indefinite prospettive di guadagni. Se anche l’Italia dovesse per lungo tempo rimanere debitrice verso l’estero per causa dei titoli di debito pubblico e delle azioni delle grandi Società anonime, il guadagno sarà tutto nostro, perché l’afflusso di correnti monetarie e commerciali provenienti dall’America basterà a saldare ad usura le nostre passività.

 

 

Avremmo anzi riconquistato la posizione che fece la fortuna delle città italiane dell’evo medio: la funzione di banchieri intermediari, i quali lasciano sfruttare altrui una parte del proprio territorio per potere, coi capitali così liberati, utilizzare con maggior profitto territori vergini stranieri.

 

 

A condurre a fine questa gigantesca opera di colonizzazione che l’Italia ha così splendidamente iniziata, non basta l’opera degli individui isolati.

 

 

Per quanto le pagine di questo scritto siano tutto un inno alla efficacia ed alla forza della iniziativa individuale, è doveroso riconoscere che nel mondo economico moderno vincono spesso non gli individui più abili, ma le organizzazioni più potenti e salde. Basta contemplare per un momento lo spettacolo del mondo anglosassone per convincersi come l’intrapresa dell’uomo singolo scompaia dinanzi all’urto delle grandi Società anonime, delle coalizioni, dei trust, dei kartelle, libere emanazioni anch’esse di molte energiche volontà tutte convergenti ad un unico scopo.

 

 

Anche sotto questo rispetto l’esempio di Enrico Dell’Acqua è degno di essere imitato dagli Italiani. La grande Società di esportazione e di importazione che raggruppa i capitali di molti industriali ed assume il compito esclusivo di portare sui mercati lontani le merci prodotte da questi industriali, è il solo organismo che possa lottare colle potenti case d’Inghilterra e di Germania. In Italia si dovrebbero moltiplicare queste Associazioni o Consorzi, i quali ripartiscono su molte Case la spesa dei campionari, dei viaggiatori, ecc., e permettono l’esportazione ad industriali a cui altrimenti sarebbe stata impossibile.

 

 

Accanto alle Società ed ai Consorzi d’esportazione (simili alla Società E. Dell’Acqua e C., al consorzio danese per l’estremo Oriente, all’Unione Industriale torinese) dovrebbero moltiplicarsi le Società di colonizzazione propriamente dette. Nell’Argentina e nel Brasile molti nativi ed anche alcuni pochi Italiani hanno fatto fortuna, ottenendo a vilissimo prezzo o gratuitamente dai Governi locali la concessione di immensi territori, coll’obbligo di stabilirvi sopra un determinato numero di coloni. La proprietà dei lotti di terreno in cui la concessione è divisa, passa ai coloni, quasi sempre Italiani, solo allorquando questi abbiano restituito tutte le anticipazioni ricevute e pagato un lauto interesse sul capitale d’impianto della colonia. Ciò che hanno fatto i nativi potrebbero farlo anche Società di capitalisti italiani, le quali avrebbero il vantaggio di potere scegliere in patria i contadini più capaci alla colonizzazione.

 

 

Quando alla direzione tecnica della Società vi fossero persone capaci e conoscitrici profonde delle condizioni agrarie del paese e quando la Società si proponesse non di sfruttare a sangue i coloni, ma solo di facilitarne l’accesso alla libera ed assoluta proprietà della terra, essa sarebbe sicura di ottenere, insieme coi guadagni lautamente rimuneratori,

 

 

l’intento patriottico di creare dei nuclei forti e compatti di Italiani, con cui sarebbe facile cosa continuare poi proficui rapporti commerciali e bancari[1].

 

 

L’azione di queste Società capitalistiche di colonizzazione dovrebbe essere coordinata coll’opera delle Società che, come l’Associazione di patronato per l’emigrazione italiana, presieduta da Mons. Scalabrini, vescovo di Piacenza, si propongono di fornire sicure informazioni ed opportuno indirizzo agli emigranti. Le Associazioni di patronato potrebbero diventare le fornitrici fidate e sicure di coloni alle Società di colonizzazione.

 

 

A questa opera, compiuta dai privati e da potenti Società per colonizzare l’America latina, anche il Governo italiano dovrebbe cooperare con efficacia e vigore.

 

 

Mentre si scrivono queste pagine, è stata presentata al Parlamento la relazione Pantano sul progetto di legge sull’emigrazione, ed è sperabile che l’opinione pubblica colga finalmente l’occasione per imporre al Governo di agire prontamente e praticamente a tutela della nostra emigrazione. Non è mia intenzione di trattare a fondo questo argomento, che del resto in molte pubblicazioni antiche e recenti è stato discusso con competenza e con sane vedute; solo mi si conceda di deplorare la cecità e la trascuranza con cui i nostri governanti, occupati in controversie diplomatiche astruse relativamente a paesi in cui gli Italiani non hanno possibilità di espandersi ed in avventure militari nei porti cinesi, abbandonano compiutamente al caso le nostre colonie spontanee.

 

 

Eppure i rapporti coll’America latina costituiscono il problema internazionale più grande dell’Italia contemporanea. Fra qualche decennio i nostri connazionali sommeranno a decine di milioni; e sarebbe doloroso se tutta questa popolazione venisse per sempre perduta all’idea della nazionalità italiana. Il pericolo che tra mezzo secolo il continente sudamericano, che potrebbe essere italianizzato, venga invece abitato da un popolo di lingua spagnuola, dimentico delle sue origini italiane, non è un pericolo chimerico. Se si pensa che il legame più tenace colla madrepatria è la lingua, che molti emigranti partono dall’Italia senza mai aver imparato a parlare l’italiano, e che i loro figli non possono impararlo nelle scuole italiane scarse di numero e povere di mezzi[2], che l’emigrante povero adotta con facilità estrema la lingua (spagnuola o portoghese) che gli torna più utile pei suoi affari quotidiani, si è tratti invincibilmente alla malinconica conclusione che sulla nostra nazionalità grava la minaccia terribile della scomparsa e dell’assorbimento.

 

 

A questo punto dovrebbe manifestarsi la virtù del nostro governo e della nostra diplomazia. Il governo dovrebbe persuadersi che le Repubbliche Sudamericane sono destinate ad uno splendido avvenire, e convincersi della inopportunità di elevare pretese eccessive ed arroganti verso popoli attaccati alla propria autonomia, fieri della propria nazionalità e gelosi di ogni atto che potesse suonare ingerenza di un governo straniero nei loro affari interni, anche quando questo governo straniero rappresenta la patria di origine della maggioranza della loro popolazione.

 

 

Non sembra difficile, che tolta ogni, pur lontanissima, idea di conflitto tra l’Italia e le Repubbliche Sudamericane, queste vogliano acconsentire ad introdurre l’insegnamento della lingua italiana nelle loro scuole pubbliche.

 

 

Il recente trattato di arbitrato fra l’Italia e l’Argentina ci è arra della possibilità di stipulare convenzioni di reciprocità sul valore da attribuirsi ai diplomi delle scuole medie e superiori dei due paesi. E non sembra assurda la speranza di fondare una Università Italiana, la quale sia un centro ed un faro luminoso della coltura e della civiltà nostra in mezzo alla popolazione di origine italiana.

 

 

La diplomazia nostra dovrebbe ancora proporsi altri intenti modesti, ma più utili di tante vittorie appariscenti. Urge stringere colle Repubbliche Sudamericane dei trattati di commercio a lunghissima scadenza, in virtù dei quali, facendo noi larghe concessioni di entrata in franchigia dei prodotti esportati da quei paesi, si fissassero dazi moderati o nominali sui prodotti di cui abbiamo già così brillantemente iniziata la esportazione.

 

 

È vivamente da temersi che, nella loro smania di imitare gli Stati Uniti del Nord, le Repubbliche Sudamericane innalzino forti barriere doganali contro le provenienze europee. Già nella Repubblica Argentina si agitano i produttori di spiriti, di zucchero e di vino per vedere accresciuta ad altezze proibitive la protezione doganale di cui godono. Un trattato di commercio, il quale fissasse bilateralmente per lungo tempo un mite regime doganale favorirebbe lo sviluppo del nostro commercio che ogni giorno più giganteggia, e toglierebbe il pericolo di futuri perniciosi arresti nella via trionfale della espansione italiana.

 

 

Se questi ed altri simili provvedimenti verranno tradotti in realtà, se gli individui, le Associazioni ed il Governo coopereranno tutti insieme concordi, è sperabile che il secolo ventesimo vedrà accanto alla vecchia e piccola Italia sorgere una nuova e grande Italia, indipendente dalla prima, ma con essa legata dai vincoli tenaci della civiltà e degli interessi comuni.

 

 

La luce della verità, sebbene lentamente, si fa strada. Negli ultimi anni numerosi ed autorevoli scrittori hanno dimostrato come nelle colonie spontanee formate all’estero dalla nostra emigrazione si trovi l’avvenire dell’Italia nuova. In un suo discorso inspirato a nobili sentimenti ed a meditate idee, Francesco S. Nitti indicava alcuni anni fa il mutamento dell’opinione pubblica italiana verso il fenomeno migratorio: «Noi abbiamo visto nella emigrazione una piaga, come diceva Lanza; o un morbo morale, come fu detto da un uomo politico meno di lui illustre. Noi abbiamo amato di favorire, per ragione di sicurezza, l’uscita degli elementi peggiori. I giornali han fatto a gara a raccontare gli orrori dei paesi lontani; coloro che partivano erano seguiti da commiserazione, se non da avversione. La grande opera è stata compiuta silenziosamente, senza aiuto, anzi contro il volere e le aspettative. I paesi del Plata, fecondati da noi, sono destinati solamente alla preponderanza italiana; il Brasile, o almeno i suoi migliori Stati, ci si dischiudono già «Chi può prevedere il domani? La illusione è la vanità dei deboli; ma la fiducia in sé medesimi, come diceva Beasconfield, è la caratteristica delle razze che si elevano. Se noi oseremo, la lingua e il nome d’Italia si ripercuoteranno fra qualche decennio, non odiati, non derisi, in un continente immenso, ove l’avvenire più grande è per noi, dove troveremo a quella ricchezza e quella potenza, che abbiamo invano e con altri mezzi cercate altrove»[3].

 

 

Ma non basta che la luce si sia fatto strada, per opera di pochi, negli intelletti delle persone che studiano e che pensano; è necessario che l’idea si muti in azione; è urgente che sia posto un freno alle visioni pazze di espansioni coloniali in paesi ingrati e fecondi solo di sangue e di vergogna e che tutti si adoperino con costanza e coraggio a realizzare il sogno splendido della «nuova e grande Italia».

 

 

Io sarei lieto se, nel momento attuale, le pagine da me scritte riescissero a portare un contributo, anche lievissimo, a favore della crociata intrapresa da pochi pensatori e da alcuni solitari uomini politici, a favore delle colonie spontanee italiane.

 

 

Le grandi formazioni storiche avvengono lentamente; ma vi sono dei momenti nella storia in cui, dalla rapidità e dalla capacità di operare delle classi dirigenti e governanti, si decide l’avvenire di un popolo. L’Italia si trova ora in uno di questi momenti tragici e fatali della sua storia.

 

 

Dalla iniziativa dei suoi figli più energici e colti e dalla saggezza dei suoi governanti dipende se nel secolo ventesimo la nostra patria sarà un piccolo paese, sperduto in un angolo del Mediterraneo, oppure un grande paese espandente la sua civiltà e la sua lingua su due continenti.

 



[1] Fra i progetti, a me noti, di Società di colonizzazione, ricordo soltanto il «Progetto di Impresa Agricolo industriale nelle regioni caffetere del Messico con coloni ed operai italiani interessati negli utili» dell’ingegnere Flavio Dessy (Torino, Roux – Frassati, 1899, di pag. 71). Esso si riferisce al Messico, ma per la praticità dei suoi intenti può dare un’idea abbastanza precisa di ciò che dovrebbero essere le Società capitalistiche di colonizzazione nell’America latina.

[2] A Buenos Ayres nel 1897 vi erano 11 scuole italiane frequentate da 3200 fanciulli con 57 maestri. Alla spesa di lire 147.500 concorreva il Governo italiano col contributo tenuissimo di 14.000 lire. La colonia italiana, contribuendo con volontarie elargizioni alla parte residua, ba già fatto molto, ma è tuttavia da deplorarsi che nella sola capitale ben 12/14 mila fanciulli nati da italiani non imparino a parlare la lingua dei loro padri. Su questo argomento cfr. le considerazioni del Prof. G. Mosca in uno studio su «L’America meridionale e l’avvenire della lingua italiana» pubblicato nella Rivista Moderna di Coltura, 1899.

[3] F. S. Nitti: La nuova fase della Emigrazione Italiana in «Riforma Sociale» del 1896.

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