Condannato od assolto?

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. I

La Stampa

Data di pubblicazione: 14/08/1899

Condannato od assolto?

«La Stampa», 14[1] e 27 agosto 1899

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), Vol. I, Einaudi, Torino, 1959, pp. 140-147

 

I

 

Forse non vi fu mai un consiglio di guerra il quale si sia radunato in circostanze anche lontanamente simili a quelle che ora circondano i giudici militari di Rennes.

 

 

Un’intera nazione, anzi il mondo tutto, attende da essi la parola che valga a proclamare ben alta la verità, al disopra di tutte le meschine diatribe personali e delle leggende paurose di conflitti internazionali, che pareva, secondo alcuni, dovessero essere il risultato inevitabile del trionfo della verità.

 

 

A rendere possibile la proclamazione della verità ha valso sovratutto la lunga e terribile battaglia combattuta nella stampa, nel parlamento e sulla piazza.

 

 

Dreyfus pareva per gli uni divenuto il segnacolo in vessillo dell’innocenza offesa e della giustizia conculcata. Combattere per esso voleva dire per i suoi fautori combattere a favore di ciò che l’uomo moderno pregia sovratutto: la libertà delle opinioni e la giustizia.

 

 

Lo spettacolo presentato da questa energica e continua campagna, in che profusero le loro energie e misero in forse il loro avvenire uomini di penna e uomini di spada, giornalisti e capi partito, è uno spettacolo altamente confortante. In un’epoca nella quale gli ideali parevano spenti, e gli uomini sembravano agire solo in vista degli interessi materiali, l’essersi combattuta una così bella ed ideale lotta per la giustizia è prova che l’umanità non è ancora tutta degenerata e che i motivi altruistici d’azione che hanno creato gli eroi ed i martiri vibrano tuttavia in fondo al cuore dell’uomo contemporaneo.

 

 

Gli stessi socialisti francesi, sovratutto i meno ligi al verbo unilaterale marxista della lotta di classe, hanno veduto la necessità di interessarsi in una lotta combattuta apparentemente tra due opposte fazioni della cosidetta borghesia, e combattuta nella realtà a nome dell’umanità intera.

 

 

Grazie al processo Dreyfus, è risorta così limpida e netta dinanzi alla mente delle classi operaie l’immagine del grande corpo sociale, in che tutte le parti si trovano unite fra di loro da un intimo consenso per modo che l’offesa recata ad una di esse si ripercote dolorosamente su tutte le altre.

 

 

Più triste lo spettacolo presentato dall’altra parte combattente. Accanto ai convinti ed ai fanatici, i quali combattendo contro Dreyfus ed attestandone la colpa senza prove obbedivano ad un desiderio morboso di attaccamento al proprio paese minacciato da una lega internazionale di semiti e di traditori venduti alle potenze straniere, quanti caratteri biechi e quante coscienze oscure non vennero alla luce! Generali che non facevano il loro dovere; ufficiali traditori che, per salvarsi, accusavano gli innocenti; scienziati che prostituivano una fama acquistata col sudore della fronte con peripezie false e pazzesche; giornalisti che non ebbero timore di solleticare gli istinti più bestiali della folla invidiosa, antisemita e patriottarda, per farsene sgabello ad una fama ed una opulenza usurpate…

 

 

Tutte vennero esposte alla grande luce del sole le magagne multiformi che covano nascoste nei paesi di civiltà raffinata e corrotta.

 

 

Su tutte è sperabile che discenda ora il velo pacificatore della sentenza del consiglio di guerra. Essa dirà se le fatiche degli uni erano state durate a beneficio della innocenza vera ed insegnerà forse agli altri quali siano le vie migliori di amare la patria.

 

 

Oramai dopo la seduta ultima di sabato e la delusione inenarrabile provata dagli amici di Mercier, tutto sembra cospirare ad un verdetto assolutorio che proclami libero ed innocente l’uomo per così lungo tempo torturato nell’isola del Diavolo.

 

 

Ma se anche così non fosse, se, per una ipotesi improbabile, la sentenza dovesse essere di condanna, tutti dovrebbero accettarne il responso.

 

 

Edotti dalle ricerche minuziose e magistrali della Corte suprema di cassazione, che ha tracciato la strada, ammaestrati dalle deposizioni segrete e pubbliche dei testimoni, citati con abbondanza inaudita e compiacente, spinti dalla opinione pubblica, dalla accusa e dalla difesa a volere la luce e tutta la luce, desiderosi di riparare, essi ufficiali dell’esercito, alle eventuali colpe ed ingiustizie commesse da altri soldati, sottoposti allo scrutinio geloso e sospettoso di un pubblico immenso sparso in tutto il mondo, i giudici del consiglio di guerra non possono volere altro se non il raggiungimento della verità.

 

 

Sarebbe strano, diremo anzi, sarebbe antiumano che essi in questo momento supremo asservissero le loro coscienze a pressioni esteriori, governative o di parte. Essi sanno che da loro si attende la verità; che il modo migliore per calmare le passioni ed impedire lo scatenarsi delle lotte e l’indebolimento del loro paese è ancora quello di rendere giustizia.

 

 

Uomini onorati e di coscienza, non potranno non rendere omaggio, per la parte che loro tocca, all’antica massima sapiente di governo della Repubblica veneta: Giustizia in palazzo e pane in piazza.

 

 

Ed è veramente tempo che giustizia sia resa. Ogni indugio nuoce. In questi ultimi mesi la Francia è passata attraverso ad una serie di convulsioni terribili che ne devono aver scosso profondamente l’organismo politico e sociale: il tentativo di Déroulède di sollevare le truppe del generale Roger ai funerali di Faure, le dimostrazioni reazionarie di Auteuil ed ora il complotto nazionalista ed antisemita.

 

 

È tempo che tutta questa malsana agitazione cessi, perché, se ancora si prolungasse, nessun organismo di stato, per quanto forte, potrebbe resistervi.

 

 

Se la sentenza del consiglio di guerra, oltre al ristorare la giustizia, gioverà anche a calmare le passioni ed a sopprimere le agitazioni infeconde e suicide, la Francia potrà affermare di essere uscita dalla prova lunga e perigliosa più forte di prima.

 

 

Essa avrà dato l’esempio all’Europa d’una fiducia giustificata ed illimitata in un idolo, al quale nella generazione passata tutti bruciavano incensi, e che ora sembra tramontato nel cuore delle nuove generazioni: la libertà.

 

 

In una nazione così profondamente egualitaria e democratica come la Francia è bastato che ai pochi fosse concessa la libertà di opporsi agli istinti, ai pregiudizi ed alle passioni delle masse, sempre invidiose di chi sta in alto, è bastato che fosse concessa la più ampia libertà di parlare, di scrivere, di discutere e di agitare contro i corpi più chiusi ed autoritari, perché divampasse un incendio prodigioso di idee, che ha illuminato le masse ed ha dissolto, come nebbia al vento, i segreti di uno stato maggiore, che pareva avesse in pugno i destini della Francia.

 

 

Il processo Dreyfus avrà dimostrato inoltre come il rispetto più ampio alla libertà non sia incompatibile con un governo forte, il quale porta ancora adesso profonde le tracce del genio assolutista ed accentratore del primo Napoleone.

 

 

Se invece la sentenza del consiglio di guerra, quantunque circondata da così grandi garanzie di equità, non varrà a ridonare la calma alla Francia, se le agitazioni febbrili ed i complotti incessanti perdureranno, tristi giorni volgeranno per la Francia.

 

 

Minato l’esercito dalla discordia, reso impossibile ogni governo stabile della cosa pubblica, separate da un abisso di odio le une dalle altre intere classi sociali, comincerà per quel paese l’era della disorganizzazione e della decadenza.

 

 

Accade alle nazioni come agli individui. Esse sono grandi finché tutte le parti del corpo sociale vivono compatte, quasi fossero animate da un medesimo spirito informatore. Decadono e si spengono quando imperversa la discordia e l’odio.

 

 

Noi vogliamo sperare che così triste sorte sia risparmiata alla Francia, e che la sentenza del consiglio di guerra voglia dire pace fra gli animi e sia il preludio di una grande vittoria nella gara mondiale dell’anno venturo.

 

 

Il nostro augurio non è, come può sembrare, soltanto umanitario ed altruistico. Una nazione non può prosperare in mezzo alla ruina delle altre. Per la grandezza dell’Italia noi ci dobbiamo augurare che tutti i popoli attorno a noi, e fra gli altri anche la Francia, siano votati non ad una irremediabile decadenza, ma ad un indefinito progresso.

 

 

II[2]

 

Ogni giorno che passa cresce lo stupore per il modo in che è condotto il processo di Rennes.

 

 

Iniziato dietro ordine della cassazione per rispondere ad una domanda ben precisa e definita, esso ha subito sconfinato in modo stravagante dai limiti che erano stati assegnati dalla sentenza di rinvio.

 

 

I testimoni si susseguono ai testimoni per ripetere le stesse ciarle inconcludenti e le stesse grottesche dimostrazioni che già si potevano leggere nei resoconti del «Figaro» delle sedute della cassazione. E quel che è peggio il colonnello Jouaust, presidente del consiglio di guerra, ascolta con evidente compiacenza i testimoni d’accusa e con evidente fastidio i testimoni e gli avvocati di difesa.

 

 

Permette ai generali di divagare in un mare di supposizioni fantastiche e di dicerie da collegiali, consente che il famoso Bertillon spieghi per due sedute un suo monumentale incartamento cabalistico di cui nessuno capisce niente, si infastidisce quando il colonnello Picquart vuole parlare, si irrita se l’avvocato Labori muove dimande indiscrete a Mercier od a Gonse, e proclama che il solo giudice della opportunità di rispondere a Labori è il testimonio, quando questo testimonio ha nome colonnello Maurel, quasi costui non avesse giurato di dire tutta la verità e nient’altro che la verità. Ed affinché il processo sia davvero rinnovato e Dreyfus venga messo nella più mala luce possibile dai numerosi testi d’accusa e gli animi dei giudici, maggiori e capitani, siano, coll’istinto cieco dell’ubbidienza e della disciplina militare, inchini ad accettare come verità indiscutibili le cose dette dai generali dello stato maggiore, il colonnello Jouaust ha fatto chiudere sotto chiave il pacco dei resoconti delle deposizioni della corte di cassazione che era, pare, stato inviato a ciascuno dei giudici perché fossero compiutamente illuminati.

 

 

Si aggiunga che Dreyfus personalmente sembra antipatico; rigido e chiuso nella sua uniforme militare non ha un animo che si accenda agli insulti prodigatigli a piene mani dai suoi nemici, non ha gli scatti improvvisi che commuovono, ed assiste automa impassibile alle udienze così tragiche per lui, limitandosi talvolta a negare ed a fare dimostrazioni lunghe e tortuose della sua innocenza.

 

 

Il pubblico ansioso e febbrile che popola l’aula del liceo di Rennes, aspettava da lui la parola vibrante dell’innocente che proclama la verità; ha trovato invece l’ossequio rispettoso del subordinato verso i suoi superiori e l’abilità avvocatesca nel sapersi difendere.

 

 

Per questo complesso di motivi rispunta il dubbio, che pareva dileguato per sempre dopo la sentenza della cassazione: il dubbio della condanna di Dreyfus. Ed il dubbio diventa certezza per la legione, senza nome, dei giornali nazionalisti, che già riveggono il capitano sventurato salpare di nuovo verso i lidi infocati dell’isola del diavolo.

 

 

Persino in Italia, dove, fatta eccezione di pochi giornali clericali arrabbiatamente antidreyfusisti, la stampa s’era sempre mantenuta in un atteggiamento di imparzialità benevola verso colui che una sentenza della cassazione aveva ridonato all’esercito francese, già cominciano alcuni giornali ad accennare il dubbio della colpevolezza di Dreyfus, e ad inquietarsi perché i giornalisti italiani vanno indiscretamente occupandosi

con fervore eccessivo di cose di ordine interno della Francia.

 

 

Eppure malgrado tutto ciò a noi sembra che troppe ragioni si oppongano ad una seconda condanna di Dreyfus: ragioni giuridiche e ragioni politiche.

 

 

Noi non dobbiamo dimenticare una cosa molto semplice e che molti in Francia sembrano aver scordato: i membri del consiglio di guerra di Rennes sono dei veri giudici i quali devono lasciarsi guidare nel loro giudizio dalle norme comuni del diritto penale.

 

 

Ora è chiaro che nessuno può essere condannato, nemmeno per delitti di tradimento alla patria, ove gli accusatori non abbiano provata la sua colpa. Non spetta all’accusato dimostrare con prove la propria innocenza. Tutti sanno che questo genere di prova è difficilissimo a darsi e che l’accusato non può subire condanna ove non sia dimostrata la sua reità.

Finora la prova che Dreyfus sia colpevole non è stata data da tutti coloro che sono venuti alla sbarra per accusarlo. I suoi difensori non devono far altro se non che distruggere il crollante castello di carta architettato con arte infinita per dimostrarne la colpa, perché Dreyfus debba venire messo in libertà.

 

 

È vero che i giudici di Rennes non sono giudici togati; sono militari nel cuore dei quali prevale più l’ossequio ai generali superiori che il rispetto alla legge forse mal nota.

 

 

Ma non è supponibile che il significato della legge penale non debba essere messo in chiara luce nelle arringhe dei difensori di Dreyfus e non debba loro venire spiegato altresì dal governo.

 

 

E qui tocchiamo al lato politico della questione.

 

 

Il governo pacificatore che ora regge la Francia e la suprema magistratura del paese non possono avere scelto Rennes a sede del consiglio di guerra solo perché era una città pacifica, aliena dai tumulti e vicina alle rive del mare. Altre città presentavano gli stessi e forse maggiori vantaggi.

 

 

Evidentemente Rennes è stata scelta perché presentava la garanzia che potesse formarsi un consiglio di guerra equanime, imparziale e desideroso di rendere giustizia e di por fine alle agitazioni interne della Francia.

 

 

Il bisogno di tranquillità è grande presso i nostri vicini; si avvicina l’epoca della mostra mondiale del 1900 e sarebbero state inutili le ingenti spese sopportate e la febbrile operosità durata in vista del grande avvenimento se poi i forestieri fossero tenuti lontani dalla Francia dalla rivolta e dal sangue.

 

 

La condanna di Dreyfus vorrebbe dire la continuazione, iraconda e rabbiosa più di prima, della campagna che dura da anni a dimostrarne la innocenza.

 

 

La condanna rallegrerebbe per un po’ la variopinta plebe antisemita; ma ben presto questa troverebbe in altre nuove questioni, più vive ed urgenti, il mezzo di sfogare la propria morbosa attività di combattenti della penna e della spada.

 

 

Frattanto un grave motivo di scontento e di orgasmo sarebbe tolto; e la Francia potrebbe, come augurava or son pochi giorni il presidente delle repubblica a Rambouillet, attendere alla grande mostra, che deve sintetizzare l’opera del secolo diciannovesimo.

 

 

I giudici di Rennes penseranno o saranno indotti a pensare a tutte queste cose; ed è perciò in noi viva ancora la credenza nel prossimo trionfo della giustizia e della pace.



[1] Col titolo Il momento della Francia

[2] Il Consiglio di guerra di Rennes alla fine dell’udienza del 9 settembre dichiarava, con 5 voti contro 2, il Dreyfus colpevole, concedendo le circostanze attenuanti e lo condannava a dieci anni di detenzione in una fortezza (Nota del 1958).

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