Tratto da:

Saggi

La Riforma Sociale

Confessioni di un industriale

«La Riforma Sociale», marzo-aprile 1932, pp. 182-187

Saggi, La Riforma Sociale, Torino, 1933, parte II, pp. 427-434

 

 

 

 

«La crisi? Dicono che c’è; e certamente da qualche anno debbo filar diritto e lavorare su margini ridottissimi. Ma persino nel 1931 ho chiuso il bilancio con utile. Non di milioni come negli anni buoni; ma ho fatto gli ammortamenti e qualcosa mi è avanzato. I clienti non pagano? Sarà vero. Però i miei clienti li conosco e mi hanno sempre pagato. Nel Veneto, che tanto descrivono terra di miseria e di fallimenti, ho clienti puntuali e precisi, meglio che altrove. Verona, Padova, Treviso sono piazze magnifiche, dove ci sono grossisti ed industriali di prim’ordine, che fanno fronte ai loro impegni senza fiatare. Specialmente Verona ha un grande avvenire. Naturalmente, non bisogna pretendere il pagamento a 30 giorni, e, in caso di ritardo, subito caricare interessi e spese. I clienti mi vogliono bene, perché è inteso che essi pagano quando il giro dei loro affari permette, a tre, a quattro od a sei mesi. Siamo del mestiere; e sappiamo da tutte due le parti quando è il momento buono per chiudere una partita aperta. Allora, non ce lo facciamo dire due volte. Anch’io mi regolo nella stessa maniera coi miei fornitori di materia prima. Stiano a Genova o agli antipodi, nessuno mai mi ha mandato la merce con la clausola del pagamento contro consegna dei documenti. I documenti li mandano a me, affinché io possa liberamente ritirare la merce, magari lavorarla e poi pagare. Ma sanno che pago sempre, anche prima del tempo inteso, senza chiedere abbuoni e senza piantar grane. Nessuno ha mai visto in giro un effetto con la mia firma. Basta la parola. Anche in tempo di guerra, con tutte le restrizioni sui cambi, ho sempre saldato senza farmi sollecitare. Qualche volta, supponendo potesse tornarmi comodo aspettare a pagare per non correre il rischio di perdere senza mia colpa a causa di variazioni improvvise nei cambi, i fornitori stessi mi pregarono di non disturbarmi anzitempo. In caso di ritardo, oltre le consuetudini, fissassi pur io il saggio di interesse, cinque o sei per cento, da bonificare. Sapevano che, se tardavo, non era per mancanza di denaro. Alle banche il mio conto corrente salda a mio favore; epperciò le banche desiderano la mia clientela, non io le loro grazie.

 

 

È difficile lavorare, con le spese alte all’interno e con la lira rivalutata? Certo è difficile. A fare i conti, pare assurdo importare la materia prima da in capo al mondo, pagare i noli sino a Genova, la ferrovia fin su nelle montagne, rispedire a Genova il prodotto finito e venderlo franco a Buenos Ayres, in Levante o in Oriente. Prezzo d’origine, noli e trasporti nel venire e nell’andare consumerebbero ed al di là tutto il ricavo. Perciò, l’esportazione “in generale” sarebbe nella mia industria, un assurdo. Tuttavia io ho esportato in passato e qualcosa mi ingegno ad esportare anche adesso. Lavoro su numeri speciali. Tre o quattro, non di più. Quelli che io sono capace a fare e che so desiderati dai miei clienti. Se i clienti, interni od esteri, li desiderano di una qualità e di un prezzo dati, io fabbrico quelli e non altri; e cerco di darli al massimo buon mercato possibile. Poiché non dovrei essere in grado di produrli alla pari di qualunque altro nel mondo? Perché le donne che lavorano da me e che io pago alla tariffa piena di concordato, dovrebbero avere attitudini tecniche minori delle inglesi, delle francesi, delle indiane, delle bianche e colorate, delle diverse parti del mondo? Quelle che non servono, le chiacchierone, le pigre, le tonte, non le tengo. Le altre stanno con me, finché i doveri della famiglia non le richiamino a casa. Dopo, vengono le figlie; e verranno, spero, con i miei figli, le nipoti.

 

 

Le spese generali sono troppo alte? Forse sono alte le imposte. Ma queste le pago io, come i miei concorrenti e non possiamo farci nulla. I concorrenti accusano le imposte della loro malora; laddove io cerco, casomai, di cavarmela nonostante il loro peso. Per quelle altre spese generali, sul cui importo posso agire, non certo spendo un centesimo più dell’assolutamente necessario. Come se la cavi la ferrovietta la quale mi fa i trasporti non so; ma so che profitti fuor del normale non glie li regalo. Se non mi applica le tariffe minimissime, ho in pronto un impianto di carri automobili che mi permetterebbe di fare a meno dei suoi servizi. Per la forza motrice è lo stesso. Ho un impianto mio, ricavato dal torrente vicino; e per il resto bisognevole, acquisto dalla società elettrica i resti, che, per non lasciare inutilizzati, è ben lieta di vendere a me a prezzo basso.

 

 

Impiegati? Non ne ho. Facciamo tutto noi, in casa, fratelli, sorelle, cognati, figli. Curiosi in ufficio non ne voglio. Abbiamo avuto bisogno di un contabile; ma stava nell’altra stanza, facendo i lavori che di volta in volta gli si dava noi e senza capir niente del complesso e dello spirito delle operazioni.

 

 

Come siamo diventati fabbricanti! Mio padre era venuto giù dalla montagna. Si mise su dal poco e lavorò sempre colle sue braccia. Scarpe grosse e cervello fino, mi insegnò a non fare mai il passo più lungo della gamba; a non far debiti e piuttosto di farne, rinunciare a fare le cose in grande. Nonostante ciò, un poco per volta, siamo arrivati ad una situazione discreta nella nostra industria. Non in prima fila, tra i giganti. Rimasti tra i medi, tra questi teniamo bravamente il nostro posto al sole e non abbiamo paura di tornare indietro.

 

 

Mio padre mi insegnò qualche altra regola, che ci tornò utile. Egli era analfabeta e rimase tale tutta la vita. Sapeva appena fare il segno della croce, ma ci disse subito: «Voialtri ragazzi dovete studiare e dovete vedere il mondo. Io so parlare appena il mio dialetto; ma voi dovete imparare le lingue ed, appresele, servirvene». Appena potei viaggiare, mi comprava lui il biglietto della carrozza letto – «Per non perdere la giornata di lavoro» – egli diceva; e mi spediva, all’epoca delle fiere, a Londra. In un paio di giorni a Mincing Lane imparavo di più che in mesi di corrispondenza. Conosco tutti i brokers della City, quelli, s’intende, che si occupano del mio ramo; ed essi conoscono me. Dopo aver discorso insieme, è più facile intenderci per lettera. Anche ora che sono anziano, ogni tanto faccio il mio bravo viaggio a Londra. Parto al sabato; faccio la borsa del lunedì ed al mercoledì sono di nuovo in fabbrica. Ma in un giorno di colloqui ho imparato tanto da non lasciarmi imbrogliare dagli avvenimenti.

 

 

I miei concorrenti, anche quelli grossi, non viaggiano; e, non frequentando Londra, immaginano che gli avvenimenti si facciano da sé; e che i prezzi della materia prima, quando cominciano a salire, non debbano più finire di andar giù. Perciò, presi dall’affanno, comprano e si caricano di roba. Naturalmente, più son grossi, più si caricano e più perdono. Se i pezzi grossi hanno grossi debiti e fanno bilanci disastrosi, è perché speculano in grande. Io, che conosco i miei amici londinesi, so l’importanza dei raccolti buoni o cattivi e delle campagne australiane, argentine, nord americane, indiane. Epperciò sono abbonato alle migliori riviste ed agenzie commerciali specializzate, per seguire con attenzione il mercato. Ma so anche che, a partire da un certo punto, se i prezzi vanno ancora in su, il movimento è fabbricato dall’amico broker Tizio, Caio o Sempronio e sto a guardare. A quei prezzi, è meglio che si carichino gli altri. Quando i prezzi tornano giù, e tornano tanto più rapidamente giù e tanto più a fondo, quanto più sono andati su, gli altri non potranno ritirare e dovranno vendere per fare, almeno in parte, fondi ed aumentare, per il resto, i debiti; ed io, con i miei denari liquidi, potrò rifornirmi a buone condizioni, sollevando i concorrenti della roba comprata da essi in mal punto. Preferisco rallentare la produzione finché sono in tempo, che perdere quattrini e dover poi chiudere la fabbrica. Immagino che questa sia pure l’opinione delle mie operaie.

 

 

Come si fa a vendere in tempo di crisi? Si sta a casa, come nei tempi buoni. Mio padre, buon’anima, ci insegnò: «Non entrate mai nell’ufficio di un vostro cliente, col cappello in mano, ad offrire la vostra merce». Lui era un montanaro e trattò sempre con i pezzi più grossi del nostro ramo col cappello in testa. Noi non siamo mai venuti meno alla regola. A Torino, a Biella, a Milano, a Genova, a Verona ci sono fior di piazze, dove al caffè o sui mercati si combinano affari di centinaia di migliaia di lire e di milioni. Sempre cappello in testa, da pari a pari. Compra da me chi crede, per prezzo, per qualità, per condizioni di contratto, di avervi convenienza. Vendo a chi giudico buon cliente. Non c’è il bisogno di ringraziarci a vicenda, di far salamelecchi o di mettere del nero sul bianco. Bastano la parola ed un appunto scritto a matita sul taccuino. Se si comincia ad imbrattar carta, va bene per gli avvocati e non per noi. Adesso io non viaggio più molto, ma ai cognati e figli ho dato l’ordine assoluto: non toglietevi mai il cappello, per vendere, dinanzi a chicchessia! Sulla piazza, chi ha voglia d’incontrarvi, verrà ai giorni di mercato; e voi non potete far niente per farlo venire fuorché vendere la merce che egli desidera alle migliori condizioni possibili per lui. Non ficcatevi in testa di vendere a prezzi alti, quando i prezzi vanno giù. Tanto, non riuscireste a tenerli su. Ci sarà tempo ad alzare i prezzi, quando il mercato “tirerà”. Allora sarà il momento buono per noi e non irriterete nessuno, perché anche gli altri guadagneranno. Quando il mercato “molla”, bisogna rassegnarsi a ridurre i prezzi fin nell’osso vivo, e se occorre anche un po’ più che sul vivo. Anche a Londra mi conoscono: «Ecco l’italiano che arriva col cappello moscio in testa e tira sul prezzo!». Mi fanno però buona cera lo stesso; anzi ottima, perché sanno che ho sempre pagato alla scadenza e, finché Dio mi darà vita, pagherò.

 

 

Perché, con una organizzazione così buona, con una clientela così sicura e con una cerchia di relazioni conquistate in più di mezzo secolo di lavoro, non mi trasformo in anonima e non allargo, come potrei, la mia capacità produttiva, le due, le tre e le cinque volte? Per la solita ragione del passo lungo come la gamba. Io non credo alle cose grosse. I grossi sono andati o stanno andando colle gambe all’aria. Io non so cosa stia scritto sui libri, perché di libri ne leggo pochi o punti. Vedo sui giornali commerciali discussa la convenienza della razionalizzazione, dei consorzi fra produttori per regolare produzione, vendita, esportazione, ecc., ecc. So bene che ci sono macchine più perfezionate delle mie, che farebbero un lavoro tre o quattro volte maggiore. Dove collocherei tutta la merce così prodotta? Dove andrebbero a finire i fondi che ho in conto corrente in banca? Se li spendessi per comprare la macchina nuova, dovrei andare io alle banche col cappello in mano a chiedere aperture di credito. Mi metterei in un mare di guai e non dormirei più sonni tranquilli. Non escludo, in avvenire, di rinnovare il macchinario; ma a tempo opportuno, quando la richiesta aumenti e quando io sia sicuro di vedere, nonostante i nuovi impianti, chiudersi in attivo il mio conto corrente di banca. Qualcuno, che ha tentato di introdurre subito queste famose macchine nuove, ora deve lasciarle in parte inoperose. Non è questo un perdere denari da tutte le parti?

 

 

Consorzi? Sì, ne ho combinato anch’io qualcuno. Stavamo, un grosso e noi piccoli, facendoci una lotta disperata a coltello a furia di ribassi di prezzo. Quel grosso voleva ingoiarci; e mio padre duro a dimostrare al grosso che, nel nostro campo e nei nostri limiti, eravamo imbattibili. Un amico ci fece incontrare. Dopo poche battute riconoscemmo di essere degni l’uno dell’altro. Siccome eravamo piccoli e in certe piazze meno bene introdotti, quel grosso riconobbe giusto che noi potessimo vendere a 10 centesimi di meno di lui – allora 10 centesimi valevano qualcosa – per non perdere la clientela in confronto suo. Non fu scritto niente. Bastò una stretta di mano e l’accordo durò e fu lealmente osservato fino a quando, mutate le circostanze non si convenne di farlo cessare.

 

 

Anche ora può essere conveniente qualche intesa. Purché non abbia per iscopo di salvare, a spese di chi ha governato bene la sua impresa, quelli che l’hanno amministrata male; coloro che, fabbricanti della merce A, si sono messi a produrre anche le merci B, C, D ed F solo perché materie prime o strumenti o accessori della prima; coloro che, per far troppe cose, si sono messi in quelle in cui non avevano nessuna competenza, si sono indebitati fino agli occhi, ed ora per tenersi a galla chiedono aiuti al governo e per salvare le pere marce vorrebbero nasconderle sotto le buone. Marciranno anche queste, si perderanno altri denari ed alla lunga si dovranno chiudere altre fabbriche e mettere sul lastrico altri disoccupati. I consorzi non devono distruggere le particolarità produttive dei singoli. Se io fabbrico bene certi tipi e li vendo bene a certi clienti, che sugo c’è ad impasticciar tutto in un grande ufficio che accentri le ordinazioni e le assegni ai consociati? Dovrò fabbricare i tipi in cui non riesco e che non saprei come fare a vendere? Se non ci riesco io, perché dovrebbe riuscirci un ufficio composto di gente non migliore, se anche forse non peggiore di me?

 

 

Uffici, gente che scrive, rapporti quotidiani, è tutta roba che non mi va giù. Come si fa a guadagnare, penso io, con tanti impiegati da mantenere? Gli uffici grossi sono una necessità del lavorare in grande; ma nessuno mi toglie il chiodo che ho fitto in capo che a far le cose in grande, per lo più le spese aumentano e non diminuiscono. Invece di far le cose in famiglia o tra pochi interessati ed affiatati, si mettono su consigli, direzioni generali, direzioni tecniche e commerciali. Si fabbrica, si compra e si vende non più sul fondamento di conoscenze sicure personali, di intuizioni precise del momento; ma di regole generali, di istruzioni, di discussioni; ossia si fabbrica quel che non è venduto, si compra alle punte massime dei prezzi e si vende ai minimi od alle medie. Crescono le spese generali, i telefoni si moltiplicano in ogni stanza, si assumono stenografi, dattilografi, contabili, segretari; ogni capo servizio ha la sua brava vettura automobile; i locali sono perfetti, moderni, e con mobili tanto ben studiati che quasi basterebbero i mobili a far andare avanti la baracca. Naturalmente si va in malora.

 

 

Creda a me: se sui libri sta scritto che il mondo è dei grossi, stia sicuro che i libri sbagliano. Il mondo è di tutti: dei grossi, dei mezzani e dei piccoli. Ed il grosso è particolarmente saldo quando prima era mezzano e si ricorda ancora di essere stato piccolo. Se l’azienda grossa capita in mano ad una nuova generazione od a gente nuova, la quale vuole strafare, comandare, organizzare, disciplinare, male capiterà al grosso. Il criterio del piccolo, del mezzano e del grosso varia, è vero, da industria ad industria; e tale impresa che in una industria sarebbe piccolissima è colossale in un’altra. Ma in ogni tempo, in ogni paese ed in ogni particolare industria, vi è un tipo di impresa che può essere considerata media, la quale ha già superato le difficoltà dell’inizio, si è formata una maestranza provetta, una clientela affezionata, ha un piccolo stato maggiore affiatato di dirigenti, ha il minimo di gerarchia differenziata e di passacarte. Quella è l’impresa, la quale può produrre al costo minimo; è il sale dell’industria; è il tipo al quale le altre imprese devono avvicinarsi. Essa fa una cosa sola o pochissime; e le fa bene. Se non vi sia costretta da forze estranee e finché le forze interne non siano logorate, quella impresa è atta a resistere contro qualsiasi concorrenza ed a vincere qualunque crisi».

 

 

Con queste parole, essendo il treno giunto alla stazione, finiva la conversazione di cui ho ritenuto non privo di interesse fornire ai lettori della rivista un atto verbale, il più che per me fosse possibile, fedele. In tempi in cui tanto si discorre di crisi non dico dei principi fondamentali della scienza economica, che sarebbe cosa di scarsa importanza, ma dei fondamenti medesimi della presente civiltà economica, la confessione di un industriale fatta negli ozi forzati di un viaggio ferroviario a chi egli non sapeva avesse la cattiva abitudine di mettere per iscritto le cose udite, quando le cose udite gli paressero suggestive, non manca di un qualche valore documentario. Nelle note sulle crisi che da un anno sto pubblicando nelle pagine della rivista, non ho inteso dar fondo in una volta sola all’analisi di quel fenomeno complesso che si chiama crisi, sibbene di coglierne di volta in volta un aspetto caratteristico. La visione della crisi fornita dal mio interlocutore non è certamente compiuta, né è vera in tutti i casi. Ogni generalizzazione è pericolosa in una materia così mobile e sfuggente e varia. Non sempre vera né compiuta quella visione coglie tuttavia una parte della realtà.

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