Confronti e speranze

Tratto da:

Per la giustizia tributaria

La Stampa

Data di pubblicazione: 16/11/1900

Confronti e speranze

«La Stampa», 16 novembre 1900

Per la giustizia tributaria, Torino-Roma, Roux e Viarengo, s. d. [1901], pp. 5-12

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925)[1], Vol. I, Einaudi, Torino, 1959, pp. 255-259

 

 

 

 

A sfogliare le pagine dell’ultimo annuario statistico per il 1900, che si riferisce alle finanze dello stato, si prova come un senso di sgomento. Nulla sfugge alle indagini del fisco; e le imposte si moltiplicano e prendono forme svariatissimi, quasi ad ingannare il contribuente, in mille modi insidiato nella borsa dai tentacoli del governo tassatore. La semplice enumerazione delle imposte governative è cosa che incute timore: 106 milioni di imposta sui fondi rustici, 88 milioni di imposta sui fabbricati, 142 milioni di imposta di ricchezza mobile da esigersi mediante ruoli, 16 milioni della stessa imposta da versarsi direttamente in tesoreria, 28 milioni di ritenuta sugli stipendi, sulle pensioni e su altri assegni pagati dallo stato, 100 milioni di ritenuta sulle rendite del debito pubblico, sulle annualità, sugli interessi di capitali, di buoni del tesoro, ecc., 36 milioni di tasse di successione, 6 di tasse di manomorta, 62 di tasse di registro, 68 di tasse di bollo, 12 di tasse in surrogazione del bollo e del registro, 7 e mezzo di tasse ipotecarie, 8 di tasse sulle concessioni governative, 20 di tasse sul prodotto del movimento a grande e piccola velocità sulle ferrovie, tre quarti di milione di diritti delle legazioni e dei consolati all’estero.

 

 

Fin qui le imposte dirette e le imposte sugli affari e sul trapasso delle proprietà. Vengono poi le imposte di consumo. Un vero esercito imponente: 27 milioni per la fabbricazione degli spiriti, 2 milioni per la birra, mezzo milione per le acque gazose, un milione per le polveri ed altre materie esplodenti, un milione e mezzo per la cicoria preparata, 4 milioni per lo zucchero indigeno, 845 mila lire per il glucosio, 7 milioni per i fiammiferi, 4 milioni per il gas – luce e l’energia elettrica. Le dogane ed i diritti marittimi, i quali comprendono un’infinita varietà di voci, dal grano al petrolio, dal caffè allo zucchero, dal cotone alle medicine, fruttano ben 241 milioni di lire; mentre i dazi di consumo interni gittano 52 milioni. La privativa dei tabacchi dà 196 milioni, quella dei sali 74, il lotto 71. Le poste fruttano 58 milioni, i telegrafi e i telefoni 14, le tasse scolastiche 7, i diritti di verificazioni dei pesi e misure ed il saggio dei metalli preziosi danno 3 milioni, i diritti catastali 2, gli archivi di stato 18 mila lire, la monta dei cavalli – stalloni 293 mila lire, le multe inflitte dalle autorità giudiziarie ed amministrative un milione e mezzo; le tasse d’entrata nei musei e gallerie 479 mila lire, i proventi delle carceri 6 milioni 716 mila lire. E facciamo grazia al lettore di una miriade di piccoli proventi, entrate straordinarie, rimborsi e concorsi, ecc.

 

 

Il quadro sarebbe talmente lugubre da far disperare della possibilità di potere trarre fuori il contribuente italiano dall’asfissiante atmosfera tributaria in cui egli è posto, se esempi antichi e recenti non ci ammonissero che nessun popolo mai è così decaduto economicamente da non potere, volendo, risorgere.

 

 

Fra i tanti noi vogliamo oggi ricordare un esempio che pochi usano rammentare, quantunque troppi citino quell’Inghilterra, dalla quale l’esempio è tratto. Egli è che solitamente si cita l’Inghilterra quando si vuole porre dinanzi agli occhi dei lettori lo spettacolo magnifico del suo parlamentarismo corretto ed evoluto, del suo sistema tributario equo e mite, delle sue colonie libere e leali. Ed allora sorge naturale l’obbiezione che l’Italia d’adesso è ben diversa dall’Inghilterra contemporanea; che troppo lontani sono i due ambienti perché ciò che si palesa buono e possibile nell’uno si possa imitare nell’altro.

 

 

Noi perciò vogliamo ricordare non una pagina della potente Inghilterra d’oggi, ma un momento dell’Inghilterra del 1815 povera, indebitata e rovinata dalle guerre napoleoniche. Forse il ricordo non sarà inutile. È meglio apprendere come un popolo sia diventato da povero ricco, e sia passato dalla più dura oppressione tributaria ad uno stato di notevole mitezza fiscale, che non contemplare, invidi ed impotenti, una grandezza da cui noi siamo troppo lontani per sperare di raggiungerla in breve.

 

 

Intorno al 1815 il peso delle imposte che gravava sul contribuente inglese era formidabile: 30 milioni di lire italiane di imposta sulla terra, 162 milioni e mezzo d’imposte sulle finestre, sulle case abitate, sulle vetture, sui domestici, sui cavalli, sui cani, sulle armi gentilizie e sulla cipria; 365 milioni di imposta sul reddito al saggio del 10%, non inferiore alla aliquota attuale sui redditi industriali e professionali in Italia; 32 milioni e mezzo di imposte di successione; 23 milioni di imposte sui beni immobili e mobili assicurati contro il fuoco e contro i rischi di mare; 7 milioni di imposte sulle vendite agli incanti; 12 milioni sulle vetture di posta; 4 milioni e un quarto di tasse di navigazione; 40 milioni di imposta sul sale; 74 milioni di imposta sullo zucchero; 10 milioni sulle conserve, uve e pepe; 240 milioni sulla birra; 48 milioni sul vino; 168 milioni sugli spiriti; 90 sul tè; 4 sul caffè; 50 sul tabacco; 23 sul carbone; 45 sulla legna; 19 sul cotone; 11 sulla seta greggia e tratta; 7 milioni e mezzo sull’indaco, potassa, ferro in barre; 7 milioni sulla canapa. Vi erano 9 milioni di provento dei dazi di esportazione e circa 30 milioni di dazi varii su numerosissime merci importate. A questi si aggiungano le imposte di fabbricazione: 17 milioni e mezzo resi dall’imposta sul cuoio; 19 sul sapone; 6 e tre quarti sui mattoni e tegole; 10 e mezzo sul vetro; 9 sulle candele; 12 sulla carta; 10 sugli stampati; 10 sui giornali; 3 sugli annunzi. I diritti di bollo sui biglietti rendevano 21 milioni, sulle ricevute 5 milioni e su altri contratti 42 milioni.

 

 

Tutto ciò nell’Inghilterra, nella Scozia e nel Galles, senza contare l’Irlanda, da cui si ricavavano 156 altri milioni.

 

 

In tutto le imposte, in un paese non ricco, di appena 20 milioni di abitanti, raggiungevano l’enorme somma di 1 miliardo 862 milioni di lire italiane l’anno. Il debito pubblico era di ben 21 miliardi e mezzo; ed a pagarne gli interessi era necessario quasi il 45% del reddito dello stato, ossia 800 milioni all’anno.

 

 

L’Italia contemporanea si trova in migliori condizioni dell’Inghilterra di quei tempi. Veggasi come un mordace scrittore inglese descriveva in quegli anni la condizione del contribuente britannico: «Le imposte colpiscono ogni articolo che entra in bocca, o ripara il corpo, od è calpestato dal piede. Imposte sovra ogni cosa piacevole a vedere, sentire, odorare od assaggiare. Imposte sovra il calore, la luce e la locomozione. Imposte sovra ogni cosa posta sulla terra o sotto terra, su ciò che vien dall’estero o cresce in patria. Imposte sulle materie gregge e su ogni valore che la mano dell’uomo vi aggiunga. Imposte sulla salsa che eccita l’appetito dell’uomo e sulla medicina che ne ristora la salute; sull’ermellino che adorna il giudice e sulla corda che manda all’altro mondo l’omicida; sul sale del povero e sulle spezie del ricco; sui chiodi di ottone della bara e sul velo della fidanzata. A letto od a tavola, alzandosi o coricandosi, noi dobbiamo sempre pagare. Lo scolaro gitta con forza la sua trottola tassata; il giovane guida il cavallo tassato con una briglia tassata su una via gravata d’imposte; ed il morente britanno, sorbendo la medicina che ha pagato il 7% di imposta con un cucchiaio che ha pagato il 15%, si abbandona sul letto d’indiana tassata al 22% e spira fra le braccia di uno speziale che ha pagato un diritto di 100 lire sterline per avere il privilegio di mandarlo a morte. L’intera sua proprietà è quindi immediatamente colpita con un’imposta dal 2 al 10%; e forti diritti gli sono richiesti per seppellirlo. Le sue virtù sono ricordate ai posteri da un marmo tassato, e solo col ricongiungersi ai suoi padri egli può sperare di sfuggire all’imposta».

 

Più oltre il medesimo autore osservava: «Il vero libero britanno va in giro coperto di licenze. Egli ha pagato una ghinea per la cipria della sua capigliatura, una ghinea per l’arma impressa sul suo sigillo, tre ghinee per il suo fucile da caccia, ed è così corazzato di permessi e di lascia – passare governativi che la spia più oculata non riesce a scoprire nulla di sospetto su di lui».

 

 

Questa l’Inghilterra del 1815. In qual modo gli inglesi sono riusciti a mutare questo feroce sistema di tassazione nel mite ordinamento attuale, di cui tutti cantano le lodi? Un’altra volta narreremo l’interessante istoria.

 

 

Questa l’Inghilterra del 1815.

 

 



[1] Con il titolo Per la giustizia tributaria I.[ndr]

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