Tratto da:

La Stampa

Confusione ed equivoco

«La Stampa», 7 febbraio 1901

 

 

 

Ci telegrafano da Roma, 6, ore 21:

 

 

La nota caratteristica delle discussioni dei due giorni passati non si è smentita in questa ultima giornata campale; e sovratutto nelle due votazioni che si sono succedute l’una all’altra, in guisa apparentemente contraddittoria.

 

 

Quasi tutti gli oratori i quali parlarono si manifestarono contrari al Ministero. La tendenza contraria alla opposizione recisa fu espressa soltanto dagli onorevoli Rudini e Fortis, i quali non seppero però nemmeno dimostrarsi recisamente favorevoli.

 

 

Essi, facendo delle proposte di genere sospensivo, le quali non furono accolte, vollero soltanto mettere in luce che una votazione fatta nel momento presente non sarebbe riuscita chiara e non avrebbe portato ad alcuna designazione di partito. Ed infatti fu precisamente così.

 

 

La votazione sull’emendamento Fulci non fu fatta su alcun programma politico ed economico; non significò disapprovazione dell’indirizzo tributario o delle idee del capo del Governo, al quale molti oratori di Sinistra furono larghi di complimenti, ma volle dire soltanto che si pigliava occasione da un atto errato del Ministero, e di cui il capo del Gabinetto si confessava colpevole, per abbatterlo. Nessuna designazione di partito poteva trarsi da una votazione siffatta che non indicava alla Corona né idee, né persone, né un gruppo che potesse dirsi rappresentante delle idee dei 318 votanti contro il Ministero.

 

 

Siamo quindi nell’equivoco e nella confusione, e non a torto l’on. Rudinì lamentò la degenerazione degli istituti parlamentari. Ma quasi questo buio pesto non bastasse, si è saputo renderlo più grave ancora con una mossa che da tutti quanti amano la sincerità nella vita politica non si può non deplorare, a qualunque partito si appartenga, a qualunque ideale si miri. Voglio accennare alla mossa dell’on. Daneo, che tentò ritirare la sua mozione, e quando il presidente della Camera gli fece osservare che non poteva più ritirarla, per togliere ogni valore alla sua mozione egli e i suoi amici proponenti votarono contro! Se opportunismo parlamentare condannevolissimo non avesse dettato questa tattica, la Camera avrebbe trovato modo di fare una designazione: l’emendamento dell’on. Fulci (Sinistra) aveva avuto la maggioranza; la mozione dell’on. Daneo (Centro e Destra) avrebbe avuto certamente un numero minore di voti: quindi la designazione c’era. Non dico che fosse la migliore, la più desiderabile, la più utile al Paese, ma poiché si vuole che la Camera designi il capo del Ministero, la designazione c’era.

 

 

Senonché la Destra ed i Centri non furono tardi ad accorgersi che la battaglia si sarebbe combattuta in condizioni tattiche a loro singolarmente sfavorevoli; perché le Sinistre, imbaldanzite dalla votazione precedente, avrebbero goduto di una superiorità momentanea notevole, mentre le Destre ed il Centro sarebbero stati incerti nel votare la mozione Daneo, per il timore di contraddire anche solo in apparenza al voto precedente sfavorevole al Ministero Saracco.

 

 

Perciò gli onorevoli Daneo e Sonnino, ed insieme con essi Destra e Centro, prescelsero il partito di votare contro la mozione medesima che era stata l’emanazione del loro gruppo, ma che non sembrava più nel momento attuale corrispondente alla mutata situazione.

 

 

Nelle sue dichiarazioni, che furono accolte con urla altissime dalle Sinistre, l’on. Daneo volle spiegare il suo voto contrario alla propria mozione, dicendo che oramai la sua mozione non poteva più ragionevolmente votarsi, non potendosi invitare il Ministero già battuto a presentare dei progetti di riforma. Aggiunse ancora Daneo che, dinanzi all’agguato dell’Estrema Sinistra di impedire il ritiro della sua mozione per mettere i firmatari in minoranza, diventava necessario sventare la trappola invitando gli amici suoi a votare contro la mozione.

 

 

Ma è evidente che questo ragionamento, se può formalmente giustificare il voto di Daneo e dei suoi amici contro la loro propria mozione, non lo spiega né le giustifica però in sostanza.

 

 

Ciò che in realtà vollero fare la Destra ed i Centri colla loro ritirata dell’ultimo momento fu di parare la mossa abilmente compiuta dalle Sinistre coll’emendamento Fulci e colla votazione successiva della mozione Daneo, mossa che avrebbe condotto ad una designazione netta di partito, con tutta probabilità favorevole alle Sinistre.

 

 

Lo scopo voluto dal Centro e dalla Destra fu ottenuto; tutta la Camera votò contro la mozione Daneo, ossia ripeté il voto contrario al Ministero già seppellito; impedendo, colla sua medesima unanimità, che il voto potesse avere un qualsiasi significato.

 

 

Ma non si può dire che una unanimità siffatta, – proveniente da una aggrovigliata confusione e dal proposito manifesto di impedire che qualcuno potesse uscire apertamente vincitore dalla lotta, – si una soluzione adeguata della attuale crisi politica e porga alla Corona ed al Paese un mezzo di orientamento in mezzo agli opposti indirizzi politici. Ancora una volta la Camera italiana ha dimostrato di non voler decidersi in un senso o nell’altro. Le previsioni che ieri io vi telegrafavo sulla impotenza parlamentare a scegliere fra le diverse politiche, dopo tante lagnanze intorno alle cattive consuetudini di crisi extra-parlamentari, si sono avverate.

 

 

Il Paese, dopo tanto discorrere e tanto battagliare, non sa ancora nulla dell’indirizzo predominante nel Parlamento. E nella sua situazione si troverà il giovane Sovrano nella prima volta in cui dalle circostanze è chiamato ad esercitare la sua alta funzione di scelta dei ministri.

 

 

Vittorio Emanuele III non ha ricevuto oggi dalla Camera nessuna indicazione positiva sugli uomini che incarnino le idee della maggior parte della rappresentanza popolare.

 

 

Egli deve lasciarsi guidare soltanto dal suo senno; poiché il senno ed i consigli degli eletti popolari sembrano far difetto.

 

 

Ma non è da oggi soltanto che il Paese spera maggiormente nel senno del Capo dello Stato che non nella risultante confusa della volontà e degli appetiti dei parlamentari.

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