Considerazioni serie

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 12/05/1901

Considerazioni serie

«La Stampa», 12 maggio 1901

 

 

 

Leggendo la relazione Boselli sui progetti finanziari del Ministero, si ha l’impressione di trovarsi dinanzi ad un vespaio.

 

 

Spuntano da ogni lato le osservazioni critiche ed i dubbi; e sono critiche e dubbi che meritano attento esame, perché sono mossi da persone le quali ripetutamente affermano di non volere porre bastoni fra le ruote alle riforme proposte col propugnare riforme più perfette, ma di volere sovratutto «persuadere della necessità di restringere in limiti ben chiari e definiti il campo in cui allo stato presente ci è lecito operare a proposito di riforme tributarie».

 

 

È certa, secondo la Commissione, la necessità di abolire il dazio consumo; ma conviene cautamente pensare alle nuove imposte affinché ciò che si surroga non sia peggiore dell’imposta abolita.

 

 

«Una riforma che bandisce i dazi lievi dai Comuni aperti e mantiene i più grossi delle grandi città, fallisce al suo scopo. Il passaggio obbligatorio dei Comuni di 3.a e 4.a classe alla categoria dei Comuni aperti nei quali più pagano i meno abbienti, una proposta condotta dal criterio empirico della popolazione, non distrugge il casotto dove più lo detestano le popolazioni rurali agglomerate: non offre vantaggi da pareggiare i sacrifizi che impone. A data fissa, con una preparazione incomposta e farraginosa di sei mesi, si sconvolgono i bilanci comunali.

 

 

La sovrimposta elevata dappertutto al limite legale non basta a risarcirli: al di là la più gran parte della Commissione non vuole che si elevi; nessuno consente che si possa elevare senza limite alcuno. Le nuove voci daziarie, le tasse locali danno poca speranza di maggiore produttività. La fede nelle economie è poco viva, perché vi sono notevoli dispendii che l’attività e la civiltà delle popolazioni richieggono e perché riesce difficile il mutare repentinamente i pubblici costumi. è unanime il volere che l’autonomia dei Comuni sia salva.

 

 

Gli aiuti dello Stato debbono distribuirsi con criteri e coefficienti fissi. Le proposte relative ai fondi di reintegrazione non trovarono favore. Sovvertirebbero le libere istituzioni municipali. Il carico dello Stato durerebbe oltre il quinquennio previsto. Gli impiegati daziari, che temono per le loro sorti e per le loro ragioni intieramente trascurate nel disegno ministeriale, ci rivolsero, come già dicemmo, querele che parvero meritevoli di riguardo. Accorsero i Municipi di ogni parte d’Italia, dimostrando, nelle loro petizioni e nei loro reclami, come ad essi sovrasti, se il voto del Parlamento non venisse a scamparli, irreparabile rovina.»

 

 

Fra i reclami delle città minacciate ve ne sono alcuni che paiono veramente gridi di angoscia.

 

 

Né le difficoltà, già grandi, si fermano a questo punto. È noto che i proventi con cui si dovrebbe far fronte agli sgravi ammonterebbero secondo la Commissione non a 21 ma a soli 5 milioni.

 

 

Ed allora come compiere la riforma?

 

 

Sono domande queste le quali debbono far pensare ognuno che sia amante del proprio paese e non miri al favore presente delle masse, ma al loro benessere permanente.

 

 

Siamo usciti appena ora, mercé un pertinace lavoro di dodici anni, dal periodo dei disavanzi e si è potuto, meravigliando, sentire con orgoglio proclamare alla tribuna parlamentare che il nostro bilancio è il migliore d’Europa.

 

 

Il presidente della Giunta generale del bilancio ha potuto annunciare per il bilancio 1901-902 un avanzo di 7 milioni e mezzo. Dobbiamo esserne lieti; ma dobbiamo anche sapere valutare senza soverchi entusiasmi la nostra posizione e abbiamo il dovere di non far nulla che valga a ricacciarsi in quel cronico disavanzo da cui a gran fatica siamo usciti.

 

 

Possiamo per l’anno venturo sperare bensì in un avanzo di 7 milioni e mezzo; ma (e sono molto i ma) comprendendo nell’attivo del bilancio gli 8 milioni della plusvalenza della Rendita, nella quale molti ravvisano invece una forma di debito; ma non prevedendo nessuna spesa né per l’occupazione di Candia, né per la spedizione di Cina; ma valutando l’entrata postale e telegrafica circa 3 milioni più di quanto dovrebbe valutarsi col metodo regolare degli accertamenti; ma con una previsione probabilmente troppo larga circa l’entrata del grano; ma calcolando col metodo dalle probabilità e non col metodo degli accertamenti sia il prodotto di parecchi cespiti, sia l’incremento naturale di tutta l`entrata,che in parte sarà assorbito dall`incremento della spesa che si manifesta in corso d’esercizio con le leggi di maggiori assegnazioni e a esercizio chiuso con le leggi per eccedenza d’impegni.

 

 

Eppoi nulla autorizza a ritenere che nell’anno prossimo l’incremento naturale dell’entrata raggiunga quello conseguito nell’ultimo quadriennio, mentre la depressione dei proventi ferroviari e quella, non meno sintomatica delle tasse di registro e bollo, offrono avvertimenti che non conviene trascurare.

 

 

Abbiamo dunque raggiunto l’equilibrio finanziario; ma il nostro è un equilibrio instabile che importa non turbare per non dar origine a crisi perniciose. Purtroppo, come sempre si verifica,e come già avvenne in Italia dopo il 1876, appena le condizioni del bilancio non sono più cattive, subito nascono le voglie e le bramosie. E spesso sono bramosie esagerate.

 

 

Da una parte vi sono i fautori di una politica di lavoro. Alcune sedute fa il ministro dei lavori pubblici, on. Giusso, ha avuto il merito di resistere ad una coalizione di deputati che volevano far convergere le disponibilità di bilancio alla costruzione di ferrovie inutili, che avrebbero costato centinaia di milioni ed avrebbero costituito una passività per lo Stato. Gli interessi che premono per una politica di lavoro sono molti e potenti: città che vogliono scuole e caserme; regioni che vogliono strade e ponti; industrie che esigono ordinazioni. Occorre resistere energicamente a queste pressioni. Se no, torneremo a percorrere la curva ascendente delle spese pazze, come si fece dal 1878 al 1887, e quella discendente della crisi finanziaria come nel 1888-1899.

 

 

Dall’altra parte vi sono i fautori della politica degli sgravi. Sono più ragionevoli degli altri, perché vogliono che gli avanzi di bilancio si devolvano a diminuire le imposte e a scemare la pressione che impedisce lo svolgersi dell’operosità nazionale. Ma occorre anche da questo lato procedere con prudenza affinché, per la voglia di far qualcosa presto, non si ottenga lo scopo contrario a quello che si desidera. Quando un bilancio è ancora in uno stato di equilibrio instabile come il nostro, si fa presto a ricadere nel disavanzo.

 

 

Ed allora si deve novamente ricorrere agli espedienti di tesoreria, ai debiti mascherati, come ad esempio l’utilizzazione della plusvalenza, od ai debiti veri e propri. Ora questo noi non dobbiamo assolutamente volere, perché sarebbe lo stesso che volere ricominciar da capo il doloroso cammino di cui siamo vicini a vedere il termine.

 

 

Questo significa, nella sua sostanza, la relazione Boselli, spoglia di tutte le dotte considerazioni di cui è adorna; e di questo reputiamo debbano tener gran conto Paese, Parlamento e Governo.

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