Consigli ai risparmiatori

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 19/08/1925

Consigli ai risparmiatori

«Corriere della Sera», 19 agosto 1925

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII, Einaudi, Torino, 1965, pp. 422-427

 

 

 

I rivolgimenti monetari originati dalla guerra hanno diffuso nelle classi risparmiatrici una inquietudine non più avvertita dopo la fine delle grandi guerre napoleoniche. Il Keynes ha messo bene in evidenza la caratteristica singolare del secolo XIX dal punto di vista del risparmio: l’esistenza di un metro sufficientemente stabile dei valori. Un po’ per volta, gli uomini si erano abituati all’idea che la lira, la sterlina, il franco, il marco fossero unità di misura invariabili o quasi invariabili. Partendo da questa premessa, le generazioni vissute tra il 1814 e il 1914 si erano dedicate in misura crescente e con risultati meravigliosi alla produzione del risparmio. Un numero continuamente crescente di risparmiatori, proprietari, professionisti, impiegati, industriali, lavoratori erano stati tentati a mettere da parte le 1.000, le 10.000, le 100.000 lire, perché era sorta nella loro mente l’idea che la lira, la sterlina, il marco, ecc. fosse un qualche cosa di stabile. In fondo all’atto di risparmio stava, inconsapevolmente, l’idea della sicurezza di ricevere, alla scadenza del termine convenuto, la restituzione delle stesse lire o sterline o franchi o marchi, più un ragionevole interesse. Sempre partendo da questa premessa, alla offerta di risparmio aveva risposto la richiesta di esso. Stati, province, comuni, società, banche, casse, privati, erano andati a gara a mettere sul mercato obbligazioni, buoni del tesoro, cartelle di prestiti consolidati perpetui o redimibili, cartelle di credito fondiario, libretti di deposito in conto corrente od a risparmio, lettere di pegno, obbligazioni chirografarie, cambiarie ed ipotecarie, ecc. ecc., ed in generale promesse di pagare ad una certa data un certo numero di lire, sterline, franchi, marchi. Dall’incontro fra la produzione e relativa offerta di lire ecc. da parte dei risparmiatori e la richiesta di lire da parte degli enti pubblici e degli industriali privati era sorto il credito, pubblico e privato; ed a sua volta il vigoreggiare del credito aveva consentito la fioritura delle industrie, del commercio, il progresso dell’agricoltura, la costruzione delle ferrovie, il compimento dei lavori pubblici.

 

 

Alla fine del secolo XIX ed al principio del XX, gli uomini avevano dimenticato che l’idea della lira o sterlina o franco stabile, da cui era stato reso possibile il mirabile sviluppo economico del secolo precedente, era un’idea nuova. Erano morti i vecchi, memori delle traversie del tempo napoleonico, i quali scrollavano la testa ed ammonivano: «Badate, figli miei, non vi fidate dei pezzi di carta; tenetevi alla terra, alle case; mettete da parte qualche riserva di monete d’oro e sotterratela nel luogo più nascosto della casa, noto solo a voi ed al vostro erede». Questi discorsi erano ascoltati con la reverenza che si deve ai vecchi; ma non erano seguiti. Un po’ per volta quelle voci si erano affievolite e finalmente si erano taciute.

 

 

Improvvisamente, l’esperienza della grande guerra venne a dimostrare quanto breve e singolare e veramente straordinaria fosse stata la felice epoca di stabilità monetaria, che volse dal 1814 al 1914. Il marco e il rublo scomparsi, la corona austriaca ridotta ad una frazione impalpabile del suo antico valore; la lira ed il franco francese ridotti ad un quarto e forse ad un settimo, a seconda dei metodi di calcolo, dell’antica potenza d’acquisto; lo stesso dollaro e anche la sterlina, pur dopo riconquistata la parità aurea, capaci di acquistare solo il 60% delle merci che potevano comprare prima della guerra!

 

 

Le storie furono rinvangate, si scrutarono i secoli anteriori al 1814, e si scoperse che l’esperienza bellica ultima non era una eccezione. Salvo alcune poche luminose eccezioni di tempi e di luoghi – zecchini veneti, fiorini fiorentini, bizanti greci – la storia è un cimitero di monete. L’instabilità monetaria è la regola; la stabilità una eccezione. Principi e governi, pressati dalla necessità dei tempi, dall’urgenza delle guerre, dall’incalzare delle rivoluzioni hanno fatto ricorso sempre, in passato, alla degradazione delle monete metalliche, modernamente alle emissioni cartacee. L’unità monetaria fu dunque per lo più in balia del caso, degli avvenimenti storici, delle debolezze dei governanti. Le invocazioni degli economisti, da Newton in poi, per una moneta stabile, furono sempre assai poco ascoltate. L’eccezione più lunga, il trionfo supremo della sanità monetaria si ebbero, ripeto, durante il secolo XIX.

 

 

Se la lunghezza del trionfo aveva fatto concepire agli uomini l’illusione di una conquista definitiva, le svalutazioni postbelliche fecero per contro precipitare molti uomini in una crisi di disperazione. Sembra che dall’inferno della instabilità monetaria non si possa più uscire. E molti chiedono – questa è una delle domande più frequentemente contenute nelle lettere che ricevo -: «come possiamo salvare i miseri resti della fortuna avita o laboriosamente accumulata da una ulteriore rovina? Avevo 100.000 lire di vecchia rendita 3 e mezzo per cento, che avevo pagato 105.000 lire-oro ed ora quegli stessi titoli valgono 75.000 lire-carta, le quali equivalgono sì e no a 5.000 lire dell’oro d’adesso e forse a 9.000 lire dell’oro d’ante-guerra. Sono sicuro, almeno almeno, di conservare queste 9.000 lire-oro antebelliche? Come potrei impiegarle in guisa da ricuperare un po’ del terreno perduto? Devo vendere rendite, consolidati, obbligazioni ed acquistare azioni, terre, case? Non correrò, così facendo, altri pericoli? Non andrò incontro ad infiniti fastidi nell’amministrare il patrimonio; e, se la lira rivalutasse, non correrò il rischio di vedere andar giù di prezzo i terreni, le case, le azioni che oggi dovrei acquistare a prezzi sbalorditivi? Ahimè! ahimè! dove è l’antica tranquillità con cui, tirate le somme del mio modesto risparmio, lo impiegavo in un titolo sicuro e non ci pensavo più? Dove è l’impiego sicuro, tranquillo, che non dia fastidi?»

 

 

Questo, con le opportune varianti, il discorso affannoso, la richiesta ansiosa di tanti risparmiatori. Poiché la classe dei risparmiatori, non rumorosa, non prepotente, timida, non di rado troppo paurosa è, forse, la classe più utile alla società, quella che fornisce agli industriali, agli imprenditori, agli stati, agli enti pubblici quel risparmio, senza di cui la macchina economica non agisce, così io credo che occorra preoccuparsi grandemente delle sue esigenze economiche. Una cosa non si può fare sulle colonne di un giornale: dar consigli precisi sul modo di impiegare il risparmio. Per dare consigli serii, bisognerebbe consigliare l’acquisto dei titoli a, b, c e la vendita dei titoli m, n, p. Nessun pubblicista può assumersi responsabilità gravissime di questa fatta. Non sarebbe, del resto, il mestier suo. A ciò servono banchieri, agenti di cambio, professionisti specializzati nella conoscenza dei singoli titoli, commercianti in case e in terreni. Tuttociò che può fare il pubblicista è cercare di ricavare dell’esperienza passata alcune regole generali, che il risparmiatore farà bene ad imprimersi nella testa e di cui si servirà, occorrendo, per valutare criticamente quei consigli concreti che il suo banchiere od agente di fiducia gli darà in merito all’impiego della sua fortuna.

 

 

Questa volta mi limiterò ad accennare a due idee, una delle quali può calmare l’inquietudine presente dei risparmiatori, in quel che essa ha di eccessivo, e l’altra può servire a tenerla viva, in quanto essa sia utile.

 

 

La prima idea è che la parentesi di stabilità monetaria del secolo XIX non è passata invano nella storia. Quella parentesi fu, in verità, una esperienza storica straordinaria, quasi incredibile per la sua durata. Ma essa ha lasciato tracce profonde nell’animo degli uomini. Gli uomini credono oramai nella necessità della stabilità monetaria. Non si tratta più di consigli di un veggente, come Newton, di prediche di economisti, clamanti nel deserto. No. Gli uomini credono davvero che la moneta stabile sia un bene. L’esperienza della guerra li ha confermati in questa credenza. Ad uno ad uno gli stati ritornano alla moneta buona; Inghilterra, Dominii britannici, Olanda, Svizzera, Germania, Russia. Anche la Francia, l’Italia ed il Belgio ritorneranno alla moneta stabile. In Italia, salvo eccezioni trascurabili, non vi è alcun uomo politico o scrittore il quale non proclami la necessità di una lira stabile. La confederazione dell’industria ha energicamente protestato contro l’accusa di favoreggiamento di ulteriori inflazioni. Parecchie società hanno già emesso obbligazioni a cambio garantito, ossia garantite contro il peggioramento eventuale dei cambi. Questa pratica dovrà generalizzarsi. Tutti i debitori, compreso lo stato, dovranno, a parer mio, finire per decidersi a garantire ai loro creditori un minimo di cambio in oro per tutte le loro obbligazioni vecchie e nuove. Tutto fa credere che la parentesi del secolo XIX non rimarrà isolata e potrà forse diventare la regola dell’avvenire. Nessuno può predire gli effetti di guerre o di rivoluzioni future; ma entro i limiti di avvenimenti non straordinari, si può fondatamente presumere che gli stati contemporanei cercheranno di ristabilire, tutti, la sana pratica monetaria del secolo scorso.

 

 

Ciononostante – ed è questa la seconda idea – il risparmiatore deve persuadersi ben bene essere finito, finito per sempre, il tempo dell’impiego «tranquillo». In verità quel tempo non è mai esistito. Sarebbe facile dimostrare che le disillusioni più acerbe sono state in passato subite da quei risparmiatori i quali si illudevano di aver trovato l’araba fenice dell’impiego tranquillo, sicuro, definitivo. Era un ideale un po’ poltronesco, quello di impiegare una volta per sempre le proprie 100, o 1.000, o 10.000 o 100.000 lire e non pensarci più. Fu un errore sempre, il quale rovinò tanti bravi padri di famiglia; ed a cui occorre sostituire l’altro principio: «l’impiego del risparmio è un affare serio, su cui occorre meditare, prima di decidervisi, su cui occorre continuare a riflettere, dopo essercisi decisi; è un’operazione, che richiede una costante vigile attenzione; una operazione, che non è mai definitiva, che bisogna essere parati a modificare ogni qual volta la convenienza lo consigli». Non esiste tranquillità in materia di impiego. Il risparmiatore deve sempre essere vigile ed ansioso. Altrimenti il patrimonio corre rischio di sfumare.

 

 

Impiegare bene i frutti sudati del proprio risparmio è impresa circondata di difficoltà molteplici. Bisogna difendersi contro l’allettativa dei frutti eccessivi; contro i lestofanti, i quali promettono mari e monti; distinguete i titoli buoni dai cattivi; avere il coraggio di tagliare il braccio prima che la gangrena divori il corpo intiero, ossia non aver paura di vendere a perdita, pur di sfuggire ad una perdita maggiore; fa d’uopo variare alquanto i proprii impieghi, ma non variarli troppo; effettuare una certa compensazione fra titoli a reddito fisso (es.: titoli di stato) e quelli a reddito variabile (es.: azioni), ecc. ecc. Nulla di bene sarà capace, tuttavia, di operare colui il quale parte dall’idea sbagliatissima dell’impiego tranquillo, sicuro, definitivo. Invece colui il quale, per avere la tranquillità, parte dalla premessa opposta: tutto essere mobile a questo mondo, far d’uopo stare cogli occhi bene aperti, vigilare, studiare attentamente ogni operazione fatta o da fare, essere sempre disposto, per motivi serii, a cambiar parere ed impiego, costui soltanto ha la stoffa del buon risparmiatore, del buon padre di famiglia, dell’uomo destinato ad evitare, nei limiti del possibile, errori troppo funesti al suo patrimonio.

 

 

Torna su