Consigli di fabbrica, programma di Turati e parere delle galline

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 04/03/1920

Consigli di fabbrica, programma di Turati e parere delle galline

«Corriere della Sera», 4[1], 6[2] e 9[3] marzo 1920

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V, Einaudi, Torino, 1961, pp. 672-692

 

 

 

I

 

Verità economiche e frasi fatte di Turati

 

Il programma dell’on. Turati meriterebbe di essere discusso nei particolari, perché rappresenta uno sforzo notevole del capo spirituale del Partito socialista verso il concreto e verso le realizzazioni. Per ora però non è forse inopportuno limitarci a qualche osservazione generale intorno al modo di vedere, di concepire i problemi sociali ed economici del momento presente. Quando il socialismo è tratto dal generico al concreto, dalle affermazioni di palingenesi sociali e di dittatura del proletariato alla elencazione dei modi con cui il collettivismo o comunismo si deve attuare, la situazione diventa interessante, diremmo quasi curiosa. Il socialista il quale ha sempre guardato all’economista come al suo avversario o rivale, che si è atteggiato a vindice del proletariato accusando l’economista di essere il difensore prezzolato della borghesia, finisce di essere costretto a porsi gli stessi problemi, talvolta a risolverli nella stessa maniera. Ciò accade a tutti coloro che sanno ragionare, a Turati, a Graziadei, a Schiavi. La forza delle cose li spinge a riconoscere che, se non si vuole commettere un errore grave, dannoso alla collettività, quel dato problema non può non essere risoluto in un dato modo, ossia nel modo indicato dagli economisti cosidetti borghesi.

 

 

Il programma di Turati formicola di affermazioni puramente «economisti che», ossia verità, le quali si impongono a tutti: borghesi e proletari, socialisti ed individualisti. L’errore è sempre errore e la sciocchezza è sempre una sciocchezza per quelli che hanno l’ingegno necessario per ragionare. Solo l’ottusità mentale, l’ignoranza o la malafede possono far negare verità come queste:

 

 

  • che è una evidente grottesca inanità pretendere di provvedere allo sfacelo economico ed agli incalzanti bisogni del paese con spedienti empirici e contradittori, di grida, costrizioni e divieti, condannati dall’esperienza e da ogni sana economia;

 

 

  • che è un ritorno anacronistico a tipi medievali di economia chiusa voler rinnegare la divisione territoriale del lavoro fra i popoli e l’assioma per cui le merci non si scambiano che colle merci e solo l’abbondanza dei prodotti genera il buon mercato;

 

 

  • che è ingenuo o derisorio fare a fidanza sulle indennità dei paesi vinti, ai quali nel tempo stesso si toglie ogni possibilità di progresso economico;

 

 

  • che è un errore aumentare indefinitamente i debiti inasprendo i cambi e demolendo il credito nazionale;

 

 

  • che è una vicenda illusoria e delusoria quella per cui le varie categorie di lavoratori incessantemente si agitano per un elevamento di mercedi, che, elevando in perfetta corrispondenza i prezzi delle sussistenze, distrugge continuamente se stesso e si risolve in un travaglio di Sisifo.

 

 

L’on. Turati lardella queste verità puramente economistiche con dichiarazioni contrarie alla borghesia, accusata di non sapere seguire una linea di condotta chiara e ragionata; e con affermazioni sulla capacità del solo proletariato ad attuare postulati come il libero scambio, la compensazione dei debiti di guerra, la sicurezza degli accertamenti tributari e la lotta contro le evasioni. Ma chi non ricorda che su queste colonne quelle verità e quei postulati furono affermati infinite volte, con monotonia insistente ed in nome dell’interesse collettivo, delle masse lavoratrici e della vera borghesia produttrice, prima vittima della insipienza delle classi dirigenti?

 

 

Tuttavia, noi non facciamo rimprovero al capo dei socialisti di volere rivendicare come privilegio del suo partito quelle che sono le idee del buon senso e della dottrina tradizionale. Purché le idee buone trionfino, noi siamo disposti a non dolerci troppo se anche ne sia disputata la paternità a quei liberali che da un secolo e più ne propugnano l’avvento e le difendono tenacemente contro i vilipendi dei falsi borghesi e dei falsi proletari. Ma purtroppo, appena vien meno la guida sicura delle vecchie idee sicure, anche l’on. Turati cade nel vago, nell’impreciso, nell’erroneo.

 

 

Turati vuole, ad esempio, lo «sviluppo intensivo, rapido e simultaneo delle bonifiche igieniche, idrauliche ed agrarie». Magnifiche parole, che da quaranta o cinquanta o sessanta anni sentiamo in bocca ai rappresentanti di tutti i partiti politici italiani. Ma frasi destinate a rimanere sulla carta, finché non si siano concretamente studiati i singoli progetti di bonifica. Il socialismo non gode di nessun taumaturgico privilegio in materia di bonifiche. Tutt’al più dovrà andar a scuola, invece che dei politici vociferanti per le «bonifiche intensive, rapide e simultanee» ossia per bonifiche per lo più tecnicamente sbagliate, dei grandi tecnici che hanno reso l’Italia il primo paese del mondo in tema di bonifiche. Perché non ricordare che la borghesia italiana, direbbero i socialisti, il popolo italiano, diciamo noi, ha ottenuto risultati che devono renderci orgogliosi al solo ripensarci? Perché non ricordare, per ricordare un solo grandissimo fatto, che tutta la valle padana è una immensa, magnifica, bonifica; la prima bonifica del mondo? Non la si ricorda perché questa opera grandiosa, che è una cosa seria, fu il risultato, non rapido e non simultaneo, di sforzi di secoli di lavoro di molte successive generazioni. Quando si vuole dar la colpa alla borghesia di non saper fare nulla, si dimentica che essa ci ha insegnato come sul serio le cose si fanno, mettendo in chiaro come attraverso al tempo si riesce persino a creare la terra.

 

 

L’on. Turati sa, come oramai sanno tutte le persone colte d’Italia, che non esiste un problema del latifondo improduttivo e delle terre incolte; sa che questa delle terre incolte è una vecchia fandonia sfatata da vent’anni dal Valenti; sa che il problema è estremamente complesso, ed è un problema di clima, di strade, di bonifiche, di sicurezza, di capacità; sa che è un problema che non si risolve con una qualsiasi formula; ma che l’uso di una qualsiasi formula lo deve aggravare e rendere insolubile. L’on. Turati ha bisogno di bruciare un po’ di incenso dinanzi all’idolo dei «vasti demani agricoli nazionali» da affidarsi «con adeguati finanziamenti e opportuna direzione tecnica» ad affittanze collettive e cooperative di lavoro. E brucia l’incenso di qualche frase fatta. Così è il programma Turati: mescolanza di verità che il suo agile ingegno trae dal bagaglio scientifico di cui la sua mente si va nutrendo e di frasi fatte che egli deve ammannire al buon pubblico socialista per persuaderlo che solo i suoi ispiratori sono capaci di fargli raggiungere presto l’Eldorado a cui l’uomo invano sempre aspira.

 

 

II

 

Partecipazione degli operai alla gestione e socializzazione

 

Il programma socialista dell’on. Turati si differenzia dunque dai programmi e dalle idee degli economisti solo in quanto rende omaggio ad un certo numero di frasi fatte, inconcludenti ed infeconde. Continuiamo l’esame.

 

 

Turati vuole avviarsi alla socializzazione produttiva della terra e delle fabbriche all’intento di mettere alfine in valore, con una ardita politica di lavori, le immense risorse latenti del paese, trascurate dalla privata proprietà che non agisce se non in vista del profitto capitalistico immediato e di abilitare il proletariato organizzato alla gestione diretta delle aziende, tolti di mezzo ogni oppressione ed ogni sfruttamento parassitario.

 

 

Per raggiungere questi solenni «intenti», Turati vuole, oltre le bonifiche grandiose, l’abolizione del latifondo e la requisizione delle terre incolte; ed oltre a riforme nella legislazione sociale e nel regime delle case, l’adozione dei seguenti «mezzi»:

 

 

  • partecipazione degli operai alla gestione delle industrie libere, con consigli di fabbrica;

 

 

  • ed esperimenti immediati di gestione socializzata nelle miniere e nelle industrie già all’uopo preparate.

 

 

Tutto ciò fila benissimo sulla carta delle frasi fatte. In realtà si tratta di fini confusamente intuiti; e di mezzi inadeguati allo scopo.

 

 

Che talvolta la privata intrapresa non raggiunga il massimo risultato possibile dal punto di vista della produzione e della distribuzione della ricchezza è una verità di cui sono pieni i libri di economia da secoli. Ma a differenza dei programmi socialisti la teoria e la pratica hanno già chiarito i casi speciali nei quali esiste questa contradizione fra l’interesse collettivo e l’interesse della privata impresa. Nella grande maggioranza dei casi non esiste nessuna contradizione. Il privato, per guadagnar di più, spinto dalla concorrenza e dal desiderio di arrivare prima degli altri, cresce la sua produzione, in modo che, in generale ed alla lunga, il prezzo di mercato è precisamente quello che compensa i costi. Meglio non potrebbe fare un ministro della produzione onniveggente ed onnipotente. Non bisogna lasciarsi ingannare da alimenti di prezzi cartacei, i quali spesso nascondono diminuzioni effettive; non bisogna lasciarsi impressionare da crisi momentanee, dall’apparente disordine ed anarchia della libera concorrenza. I burocratici impagliati – quanti socialisti hanno l’anima del perfetto travet a cui la novità, l’iniziativa, l’ardimento cagionano un ineffabile fastidio! – guardano con terrore ad una società in cui gli uomini non sono guidati alla felicità dalle dande materne di balie governative. L’on. Turati ha troppo spirito per prendere sul serio questi sfoghi di impiegati d’ordine. Sotto l’apparente disordine, la libera concorrenza conduce a risultati di massima produzione ed a straordinari elevamenti delle condizioni delle masse.

 

 

Resta un piccolo numero di imprese in cui l’interesse privato non coincide coll’interesse collettivo. Ad esempio: ferrovie, tram, imprese di illuminazione nelle città , acqua potabile, ecc. Per queste industrie, la concorrenza non è possibile. Se le lasciassimo in mano ai privati questi estorcerebbero prezzi di monopolio ai consumatori. Per questi casi e per altri consimili, tutti gli economisti sono d’accordo coi pratici. Bisogna limitare l’azione della privata impresa ovvero sostituirla con l’azione diretta dello stato o del municipio. Uno dei libri più belli in argomento è stato dettato dal compianto Montemartini, economista e socialista; e sua è la conclusione del caso per caso. Per ogni singolo caso, si deve scegliere la soluzione più opportuna; e la pratica si è incaricata di offrirci una messe ricchissima di soluzioni, tra cui non c’è che l’imbarazzo della scelta. Dinanzi al caso concreto, due persone di buona fede sono certe di mettersi d’accordo, qualunque sia la classe o il partito o la tendenza scientifica a cui appartengono. Non c’è bisogno affatto di creare dissidi insanabili che esistono soltanto nella fantasia dei politicanti intenti a procacciarsi voti colla seminagione di odio.

 

 

Non solo il «fine» è intuito confusamente nel programma Turati, ma i «mezzi» indicati all’uopo sono inadeguati.

 

 

Per fare degli esperimenti di gestione socializzata, Turati va a pescar fuori persino le «miniere»! È vero che esso le vuole già «preparate» alla socializzazione; ma dovrà essere una ben dura fatica trovarne! Tra tutte, l’industria mineraria è la più aleatoria, la più incerta e in media la meno redditizia di tutte. I maligni, i quali volessero far naufragare gli esperimenti di collettivismo, non avrebbero da far altro che consigliare l’esercizio di miniere. Chi sa un po’ di storia economica, sa che gli esperimenti di socializzazione furono frequenti in passato appunto in questo campo. L’idea dell’oro, del minerale che sta lì a quattro metri sotterra, ha sempre attratto gli uomini di governi in bolletta; ma a questo fuoco essi si sono sempre bruciate le dita. Vuole l’on. Turati ripetere alla leggera sperimenti consimili? E in quali miniere: ligniti, ferro di Cogne o della Nurra, zolfi della Sicilia? Altrettanti nidi di vespe; e tante centinaia di milioni da perdere.

 

 

Ci sono davvero industrie «preparate» alla socializzazione? È un’idea vaga questa della maturità e della preparazione. È l’idea che viene in mente al profano, il quale entri in un grande stabilimento moderno: baccano d’inferno, macchine che vanno e vengono da sé, uomini in maniche di camicia e qualche direttore che scrive nell’ufficio. Il profano, se è socialista, ossia semplicista e burocrate, pensa subito: «che ci sta a fare il capitale qui dentro? Al suo posto mettiamo lo stato; nominiamo un direttore generale;circondiamolo di un consiglio di fabbrica di tecnici e di operai, già addestratisi al loro compito nelle “industrie libere”; e la produzione marcerà come prima; avremo eliminato il profitto capitalistico e potremo ripartire il prodotto tra i soli lavoratori, a ciascuno in proporzione dei bisogni e dei meriti».

 

 

Puro dottrinarismo disastroso. I consigli di fabbrica li abbiamo veduti all’opera in Russia, in Ungheria e in Germania. In Ungheria naturalmente sono scomparsi, in Germania hanno funzioni relative alle leggi sociali; in Russia Lenin li ha soppressi, perché ha dovuto accorgersi di ciò che la pratica delle cooperative di produzione e degli sperimenti comunisti di Cabet, di Fourier e di tanti altri aveva già ad abbondanza chiarito: che cioè dove tutti comandano, nessuno obbedisce; e dalla fabbrica dove entrano i consigli, escono i dirigenti veramente capaci e produttivi. La gente mediocre ascolta e segue gli ordini e le direttive dei consigli di fabbrica; ma conduce alla rovina la produzione. Lenin ha dovuto convincersi che bisognava abolire i consigli di fabbrica e mettere a capo delle intraprese i pochissimi uomini abili che, capitalismo o non capitalismo, esistono in ogni paese; ed ai pochi dirigenti ha dovuto dare poteri dittatoriali che in regime di capitalismo neppur si sognano, persino quello di far fucilare gli operai poltroni.

 

 

Forseché, in regime di comunismo, il compenso del lavoratore è maggiore che in regime di capitalismo? Ohibò ! è vero il contrario. È universale, di tutti i tempi e paesi, il lagno che le condizioni economiche dei lavoratori di imprese pubbliche sono inferiori a quelle imprese private. La verità è che il primo capitolo del Capitale di Marx è un sofisma; che il capitale e gli imprenditori non rubano il loro interesse e il loro profitto a nessuno ma l’ottengono in virtù della maggior produzione di cui, grazie ad essi, l’impresa è feconda. Soltanto l’invidia, la bassa invidia può desiderare la scomparsa dell’impresa privata; il livido sentimento di chi preferisce di star peggio, purché nessuno stia meglio di lui. Se questo vuole l’on. Turati, introduca pure il disordine e l’anarchia e il lavoro in perdita nelle industrie con esperimenti immediati di socializzazione e con i consigli di fabbrica; allontani dalle industrie quelle poche dozzine d’uomini che, a girarli in lungo e in largo, si trovano nei paesi civili e moderni, capaci realmente di aumentare in misura notevole la produzione. Avremo l’uguaglianza nella miseria: ideale oramai realizzato nei pubblici uffici italiani, in cui il direttore generale è pagato poco più dell’usciere anziano, ed in cui non c’è gran differenza sostanziale fra il professore d’università e la novizia maestra elementare. Rimane da vedere se questo sia un ideale adatto per una società progressiva la quale non voglia atrofizzarsi e rimbarbarire.

 

 

III

 

Inchieste e direttive per aumentare la produzione

 

Per avviare alla socializzazione produttiva delle terre, l’on. Turati vuole, fra l’altro, far «obbligo ai produttori e conduttori, sotto pena di esproprio, di conformare ed adeguare, quantitativamente e qualitativamente, la produzione agricola ai bisogni del consumo». A tal fine dovrebbero istituirsi «inchieste sommarie sulle condizioni agricole delle varie plaghe e dovrebbero istituirsi comitati locali o provinciali, con rappresentanze elettive dei lavoratori e dei consumatori, per l’attuazione dei provvedimenti d’imperio all’uopo necessari».

 

 

È un programma il quale trae il suo motivo dalla buona intenzione di provvedere ad un malanno verificatosi durante la guerra. Avevamo ed abbiamo bisogno di frumento, di granoturco, di carne e, non producendone abbastanza, siamo stati e siamo costretti ad importarne ingenti quantità dall’estero, a prezzi altissimi, indebitandoci per miliardi. Subito la gente si mette a gridare: «Cosa fanno i proprietari? Perché non coltivano abbastanza bene le terre? Perché le lasciano incolte? Perché coltivano canapa e pomidoro e fiori invece di frumento, ed invece di allevare bestiame da macello o tenere galline da uova?».

 

 

Le lagnanze durano da anni con poco costrutto. Ora vengono fuori i socialisti e dicono: «Ci penseremo noi. Socializzeremo. Frattanto, a preparare la socializzazione, faremo delle inchieste sommarie, costituiremo comitati locali e provinciali, eleggeremo a farne parte lavoratori e consumatori e li inviteremo a dirci quali ordini si debbano dare ai proprietari ed ai fittavoli, perché questa malnata genia di sfruttatori si decida a produrre precisamente quelle derrate ed in quella quantità di cui il paese ha bisogno».

 

 

Decisamente, i socialisti non hanno molta fantasia. Da parecchi anni, ciò che essi propongono di fare si sta facendo ad opera del ministero di agricoltura, di commissioni provinciali, di commissari di ogni nome e specie. Decreti su decreti sono venuti fuori per ordinare ai proprietari di seminare, di non coltivare piante inutili, di fare ciò che l’interesse collettivo richiede. Inchieste, domande di cifre non hanno fatto difetto. Gli archivi dei pubblici uffici ne sono pieni. E non si è concluso nulla. Non si può concludere nulla. È come un pestar l’acqua nel mortaio.

 

 

Perché? Perché il mondo non va avanti e la terra non si coltiva e non produce frumento e carne e uova in seguito ad inchieste, anche sommarie, e ad ordini superiori. Un bel guazzabuglio, gli ordini delle rappresentanze elettive dei consumatori e dei lavoratori. Saranno gente del luogo, dove c’è la terra, che deve essere coltivata? Penseranno a sé, e non si cureranno neppur per sogno dei disgraziati che vivono lontani nelle grandi città. Manderemo nelle campagne a dar ordini rappresentanze di consumatori del capoluogo? Esporranno desideri grotteschi, perché contrastanti con le esigenze del suolo, del clima, della latitudine. Ancora è da nascere il ministro della produzione agricola, il quale sappia dare ordini, che contemperino gli interessi di tutti, produttori e consumatori, lavoratori e conduttori, rustici e cittadini. A voler regolare questa materia con ordini, si compilerà un magnifico, monumentale codice, e, nell’attesa, la produzione si arresterà del tutto.

 

 

C’era una volta un ministro della produzione, che provvedeva egregiamente alla bisogna. Ma gli statolatri lo hanno immobilizzato; ed i socialisti lo vorrebbero addirittura strozzare. Quel ministro era in continuo e febbrile movimento. Dava ordini, a cui tutti ubbidivano spontaneamente, senza bisogno di carabinieri e di manette. Quel ministro si chiamava prezzo. Appena esso si moveva in un senso, subito gli agricoltori si muovevano nello stesso senso. Cresceva il prezzo di una derrata agraria? Immediatamente se ne seminava di più e la produzione cresceva e l’aumento della produzione frenava l’ascesa dei prezzi. Diminuiva il prezzo? e di un tratto si limitava la cultura di quella derrata.

 

 

Chi era il prezzo, questo ministro infallibile della produzione? Era la voce dei consumatori. Quando gli uomini desideravano di avere maggior copia di una derrata invece di mandar memoriali al ministro di agricoltura, invece di costituire comitati comunali, provinciali e nazionali, elettivi od auto-nominati, di fare adunanze, di emettere voti, di comminare ordini agli agricoltori recalcitranti e simili scempiaggini, di cui gli uomini dovrebbero oramai essere arcistufi, facevano una maggiore richiesta di quella derrata. Il prezzo saliva; e gli agricoltori, che trovavano il loro tornaconto nel seguire le oscillazioni dei prezzi, producevano in maggior copia di quella merce, soddisfacendo i desideri dei consumatori «quantitativamente e qualitativamente» come dice con eleganza l’on. Turati.

 

 

Questo ministro servizievole, punto arrogante, che non si gonfia di titoli e non pretesta l’enormità delle pratiche da evadere per giustificare la sua incapacità, fu messo fuori servizio dalla burocrazia collettivistica sorta durante la guerra. Si vollero imporre al prezzo limiti artificiosi. Furono fissati i prezzi del frumento, del granoturco, dei latticini e delle uova; e manco a farlo apposta quei prezzi di volta in volta furono fissati al disotto del costo di produzione variabile del momento. Agli inviti del prezzo, divenuto incapace di muoversi, nessuno più ubbidì; la produzione andò alla gran diavola ed i socialisti cominciarono a dire che la borghesia era incapace a produrre, quando la verità era che essa era stata capacissima, finché i comunisti di governo non erano venuti ad usurpare il suo posto con circolari, ordini, comitati, inchieste e memoriali.

 

 

Persino alle galline vollero dare ordini, in seguito ad esaurienti inchieste, i ministri socialisti della produzione; ordini di fare uova a 3 lire la dozzina. Ma le galline ostinatamente si rifiutarono. Uova non si videro più o solo di nascosto ad 1 lira l’uno. Lo sciopero seguitò sino a che l’ordine fu revocato ed i ministri collettivisti preposti alla socializzazione della produzione (reparto galline da uova) non si decisero, vista la diversità di linguaggio fra i burocrati e le galline e la mutua loro incomprensione, a lasciar libero il campo al vecchio ministro messo fuori di servizio: il prezzo. Ed, oh! miracolo, le galline compresero subito il linguaggio del prezzo, gli andarono dietro a frotte, beccando grano di nascosto da uno dei ministri comunisti rimasti in funzione, quello degli approvvigionamenti, e si rimisero a far uova. E ne fecero e ne stanno facendo tante, che oggi le uova da 1 lira sono ridiscese a 40 centesimi l’uno. Chissà se gli on. Turati e Giuffrida vorranno ascoltare ed imparare a mente la lezione delle galline?

 

 



[1] Con il titolo Il programma socialista dell’on. Turati [ndr].

[2] Con il titolo Produzione, consigli di fabbrica e sperimenti comunisti [ndr].

[3] Con il titolo La socializzazione delle terre ed il parere delle galline [ndr].

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