Consiglio superiore del lavoro o parlamento?

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V

Data di pubblicazione: 23/05/1919

Consiglio superiore del lavoro o parlamento?

«Corriere della Sera», 23 maggio 1919

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V, Einaudi, Torino, 1961, pp. 250-252

 

 

 

 

La trasformazione del consiglio superiore del lavoro vagheggiata dalla confederazione del lavoro è troppo caratteristica e fondamentale per non meritare un breve commento. Vuole in sostanza la confederazione che il consiglio superiore del lavoro cessi di essere un organo semplicemente consultivo e diventi un organo deliberativo dello stato. Il che val quanto dire che le leggi relative al lavoro dovrebbero essere deliberate non più dal parlamento, ma dal consiglio superiore del lavoro. Si consente ancora che i progetti votati dal consiglio superiore siano inviati al parlamento perché li registri; ma se il parlamento si rifiuta, si tiene al consiglio superiore un letto di giustizia e si ordina la registrazione. Scrivendo fuor dei ricordi storici, un progetto respinto dal parlamento ritornerebbe al consiglio superiore e, se questo nuovamente l’approvasse, diverrebbe legge senz’altro.

 

 

La confederazione propone dunque l’abolizione del parlamento per tutto quanto ha tratto ai problemi del lavoro: il che praticamente vuol dire per tutto quanto riflette l’economia nazionale. Il consiglio superiore del lavoro potrebbe fissare salari, orari di lavoro, ingerenze operaie nella gestione delle fabbriche, in modo da far passare di fatto la proprietà delle terre e delle industrie, senza indennizzo, in mano degli operai e degli impiegati. E da chi sarebbe composto questo consiglio superiore del lavoro munito di poteri così grandi? Alcuni temperatissimi vorrebbero dare una rappresentanza paritetica, uguale a operai ed industriali. Moltissimi vorrebbero aggiungere a questi rappresentanti delle due parti un gruppo di delegati delle cooperative di produzione e lavoro, delle affittanze collettive, delle società di mutuo soccorso, ecc., così da dare la maggioranza pratica alla parte operaia. Altri, infine, darebbe o la esclusività o la maggioranza aperta al voto operaio. In sostanza sarebbero gli operai, o, meglio, la minoranza organizzata degli operai delle industrie la quale farebbe le leggi nel proprio interesse e le imporrebbe alla restante parte della popolazione, passando sopra al parlamento.

 

 

Ora, noi non vogliamo negare che il parlamento soffra, come legislatore, di gravissimi difetti. È lento, incapace a fare leggi buone; le raffazzona tecnicamente in malo modo; né può fare diversamente data la velocità di una legge ogni 10 minuti – forse dopo la guerra sarà una legge al minuto – alla quale esso dovrebbe discutere e deliberare. Il malanno non è italiano soltanto. I parlamenti dei paesi accentrati soffrono di incapacità assoluta a sbrigare il lavoro che è loro affidato. Debbono governare troppi milioni di uomini e troppe faccende. Perciò siano lodevoli tutti gli sforzi che si fanno per discentrare, per creare parlamenti locali (stati federali) i quali scarichino i parlamenti centrali di una gran parte del loro lavoro, quello più minuto ed assorbente. Perciò anche deve guardarsi con interesse e perfezionare l’opera dei consigli consultivi, a cui dovrebbe attribuirsi l’ufficio di preparare le leggi, di elaborarle tecnicamente, di offrire al parlamento il testo su cui esso è chiamato a deliberare.

 

 

Perciò noi avremmo compreso che si fosse proposto di rendere obbligatorio il parere del consiglio superiore del lavoro su tutti i progetti di legge relativi ai problemi del lavoro proposti dal governo; avremmo anche riconosciuto la convenienza di dare al consiglio il diritto di iniziativa in questa materia. Potrebbe anche discutersi se non convenisse affidare al consiglio la discussione e la elaborazione degli articoli singoli dei disegni di legge, riservando al parlamento la sola discussione generale ed il voto. Ne avrebbero guadagnato il tecnicismo e la buona elaborazione delle leggi.

 

 

Ma la proposta della confederazione va al di là di questo segno. Essa, togliendo di fatto ogni potere legislativo al parlamento ed affidandolo al consiglio del lavoro, è un regresso politico e sociale che non esitiamo a dire gravissimo. Oggi è di moda irridere al concetto degli «interessi generali»; ma fa d’uopo non dimenticare, nella furia di distruggere, che in virtù di quel concetto uscimmo dalla notte del medio evo alla civiltà moderna. Perché non dare ad un consiglio superiore del commercio e dell’industria il potere di legiferare sulle questioni di interesse degli industriali e dei commercianti? Ad ogni aumento di salario deliberato dal consiglio del lavoro, il consiglio del commercio risponderà con un aumento dei prezzi o di dazi protettivi. Ed il consiglio superiore dell’agricoltura si metterà in lotta con amendue in difesa delle classi agricole. E tutti e tre saranno in lotta con i consigli del mare, dell’impiego, dei professionisti, ecc. ecc.

 

 

Tutto ciò è puro disordine, è caos, è trionfo del particolarismo. I parlamentari odierni non sono certo perfetti, stentano a rappresentare gli interessi generali, si occupano di troppi problemi particolaristici, sono una congrega di generici e di professionisti. È vero: ma sono anche l’unico campo dove i vari interessi cozzanti vengono in aperto contrasto; e dove dalla discussione possa sorgere una soluzione media, la quale pel momento soddisfi meglio le tendenze della generalità.

 

 

La sovranità in uno stato non può essere divisa. Deve essere una. Altrimenti ritorniamo al regime feudale, allo sminuzzamento, alla lotta quotidiana. La confederazione del lavoro per volere togliere un male innegabile, crea malanni assai peggiori. Bisogna purificare il parlamento, liberarlo da compiti che non gli sono adatti; circondarlo di corpi minori consultivi che gli apprestino il lavoro; dargli campo di discutere solo i problemi generali. Ma in questo campo generale, il solo parlamento deve essere sovrano. Altrimenti corriamo all’anarchia.

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