Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Contradditori doganali

«Corriere della Sera», 22 giugno 1923

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 289-294

 

 

 

Chieggo scusa ai lettori se, tratto per i capelli, debbo intrattenerli su una polemica che si afferma essere in corso tra me e l’onorevole Benni, presidente della confederazione generale dell’industria. La sola notizia che io ho di questa cosiddetta polemica è che un bel giorno mi son vista recapitare una lettera nella quale il presidente della confederazione rilevava certe mie pubblicazioni, le quali sarebbero state indirizzate «contro gli industriali italiani» e mi invitava

 

 

«non solo pel buon nome delle classi produttrici, ma nell’interesse generale del paese, ad una discussione in contraddittorio, nella quale gli esponenti delle industrie maggiormente fatti segno ad accuse potessero dimostrare l’infondatezza di queste».

 

 

Avrei dovuto prendere con le molle la curiosa epistola e buttarla nel cestino, non essendo lecito a nessuno di immaginare che, nel campo dei dibattiti tecnico economici, si importino le abitudini proprie dei perditempo e dei politicanti, essendo notorio che i contraddittori hanno unicamente per scopo e per risultato di far rimanere ognuno della propria opinione; essendo tale risultato voluto ed accettato dagli oratori delle due parti, i quali vi si recano col codazzo dei proprii seguaci, pronti ad applaudire l’amico ed a fischiare l’avversario; ed essendo la vittoria, in tali comici scontri, immancabilmente devoluta all’oratore più abile nelle schermaglie e nella utilizzazione degli effetti.

 

 

Invece, per atto di ossequio al firmatario della lettera, risposi all’on. Benni che «i giudizi miei riguardavano non le industrie italiane, ma l’atteggiamento delle classi industriali italiane e in principal modo dei loro rappresentanti politici rispetto al problema doganale» e mi professai pronto, senza uopo di nessun contraddittorio «a lodare grandemente quegli stessi industriali e rappresentanti i quali avessero chiesto ed ottenuto quella abolizione dei dazi doganali che era la premessa logica dell’adozione delle tariffe protezionistiche del 1878 e del 1887».

 

 

L’on Benni pare si sia adontato di tale risposta e dirige una lettera ai giornali per «chiarire come siano andate le cose» intorno ad una polemica fra lui e me, intorno a cui «sarebbero state raccolte dalla stampa notizie non esatte e non complete». Questo bisogno di chiarimenti intorno ad un fatto mai esistito è naturalmente un pretesto per ripetermi l’intimazione a rispondere ai quesiti che all’on. Benni piaccia, nella sua qualità di presidente della confederazione generale, di pormi; e per accusarmi di voler dare ai miei giudizi intorno «alla non bella condotta delle classi industriali italiane» ed «al miserando spettacolo che di sé danno alla camera i rappresentanti dell’industria italiana» – queste sono, sì, mie parole qui stampate a proposito del contegno di industriali e di deputati industriali intorno al dibattito doganale – un carattere definitivo ed inappellabile.

 

 

Si rassicuri l’on. Benni. Non io certo ho mai immaginato che una qualunque affermazione da me fatta, che un qualunque giudizio o idea da me espressi siano «definitivi ed inappellabili». Se dubitassi di poter arrivare a tale diabolica convinzione, non oserei più scrivere, ritenendomi squalificato come studioso. La scienza vive esclusivamente perché dubita; perché non ritiene mai certa e definitiva alcuna verità, neppure quando sia avallata dalla firma di autorità di prim’ordine. Neppure Adamo Smith o Davide Ricardo, per citare solo i due geni dell’epoca classica, si salvano dinanzi al tribunale della critica. Non esiste nessuna autorità competente a dar sentenza in materia scientifica. In fondo ai dibattiti scientifici non esiste alcun arbitro autorizzato a dar ragione all’uno e torto all’altro. Ogni problema è sempre aperto; e la revisione dei teoremi più divulgati è sempre possibile.

 

 

Guai se così non fosse! Guai se esistesse un tribunale il quale potesse sentenziare che hanno torto i protezionisti e che i liberisti hanno ragione! In quel giorno sarebbe perduta, nella scienza, la causa del liberismo! L’on. Benni è padronissimo di dire e credere che tutto ciò che affermano i liberisti è un ammasso di sciocchezze calunniose; e, per contrario, deve essere illimitato il diritto nei liberisti di credere e di scrivere che male servono il paese gli industriali, siano pure, come sono, assai benemeriti nel proprio campo, quando invocano tariffe doganali. Ognuno dimostrerà, per iscritto od oralmente, a seconda delle proprie inclinazioni, la propria tesi ed il pubblico darà ragione a chi gli parrà meglio persuasivo. Ma neppure il numero o la maggioranza potrà dare una sentenza definitiva. Se all’on. Benni piace il giudizio della maggioranza, glielo abbandono senz’altro. La storia dimostra che i liberisti conseguirono vittoria in pochissimi casi, in circostanze che hanno del miracoloso. Quelle circostanze si chiamano Roberto Peel, Napoleone III, Camillo di Cavour. Noi ce ne contentiamo, perché sappiamo che sarebbe follia sperare di più. Ma pur non sperando vittoria, pur sapendo che il plauso ed i voti sono destinati all’on. Benni ed all’on. Olivetti, la coscienza ci comanda di continuare a far propaganda di quelle che riteniamo idee giuste.

 

 

Sperare che un contraddittorio illumini le due parti o conduca ad un compromesso è utopia. Parliamo un linguaggio troppo diverso. Non già perché stimi sempre scarsamente il linguaggio degli industriali. Tutt’altro. Nella gerarchia delle autorità scientifiche, a cui mi inchino, metto in primissimo luogo l’industriale, l’agricoltore, il commerciante, il banchiere, l’operaio, quando parlano, ciascuno di essi, del proprio mestiere, dell’affare di cui essi vivono, delle esperienze che essi quotidianamente fanno. Non ho scrupolo di dire che gran parte, la più gran parte di ciò che mi accade di sapere l’ho imparata dalla viva bocca degli uomini del mestiere. Quando parlano di ciò che essi fanno ogni giorno, gli uomini della pratica sono superbi, sono inarrivabili. Ancor pochi giorni fa, alla chiusa di una conversazione interessantissima, per me che ascoltavo, non seppi trattenermi dal dire ad un capo di una grande intrapresa: «quali magnifici libri di scienza economica sareste capaci di scrivere voi, se soltanto voleste mettere su carta le vostre esperienze quotidiane!» L’industriale, il banchiere, l’uomo della pratica è un logico perfetto, è un economista nato quando parla della sua industria, del suo commercio. Dinanzi a lui, si rimane a bocca aperta, in atto di ammirazione.

 

 

L’ammirazione si cambia in fastidio appena l’uomo della pratica volta carta e si mette a discorrere di cose generali. Avviene un mutamento a vista incredibile. Il ragionatore a fil di logica si mette a sragionare e a infilare proposizioni senza nesso. Fa come l’on. Benni, capitano acclamato di industrie fiorenti, e senza dubbio economista di primissimo ordine quando studia le nuove vie da imprimere ai prodotti della sua magnifica organizzazione industriale, il quale, quando si azzarda sul malfido terreno della teoria economica, scrive assurdità. Nella lettera divulgata ai giornali per dar seguito ad una polemica nata morta, egli per esempio non si contenta di elencare i progressi delle industrie italiane nell’ultimo trentennio, su di che in genere, trattandosi di un fatto, non cade dubbio, ma vorrebbe riconnettere tale fatto ed i contemporanei progressi dell’agricoltura al protezionismo iniziato nel 1878.

 

 

Là parlava l’industriale e diceva cosa giusta; qui l’uomo pratico, come accade quasi sempre agli uomini pratici, i quali escono, senza preparazione, dal proprio campo, espone una teoria sbagliata. Il solito «post hoc, ergo propter hoc». E chi ha dimostrato mai che, se non ci fossero state tariffe doganali protezionistiche, non sarebbero esistiti i Rossi di Schio, i De Angeli ed i Pirelli ed i Benni di Milano, gli Agnelli di Torino ed altri moltissimi capitani d’industria, e non avrebbero fatto grandi cose? Chi dà diritto all’on. Benni di diminuire se stesso ed i suoi colleghi, come se essi, senza le dande della protezione, non fossero stati capaci di far nulla? Io sono persuaso che anzi essi avrebbero saputo far di più; che le avversità e la lotta sono la pietra di paragone degli uomini grandi. Sono anzi convinto che, se essi non fossero stati protetti o se, come insegnano gli economisti, la protezione nel 1878 fosse stata concessa in pochissimi casi, i soliti casi ben noti da un secolo e mezzo, e fosse stata fatta cessare gradatamente dopo dieci o venti anni, spostandola temporaneamente di volta in volta ad altri pochissimi casi nuovi, i Rossi, i De Angeli, i Pirelli, i Benni, gli Agnelli si sarebbero moltiplicati meravigliosamente nel nostro paese, così ricco di uomini e così povero di ricchezze naturali e così interessato perciò a utilizzare tutte le opportunità di procurarsi ai minimi costi le materie prime e semilavorate da tutte le parti del mondo. L’agricoltura ha fatto progressi, è vero; ma quali progressi più grandi avrebbe potuto fare, se avesse potuto avere il macchinario, gli arnesi, i concimi, i materiali da costruzione necessari per il proprio sviluppo e per quello delle industrie agricole al minimo costo?

 

 

Io non so quali sarebbero stati questi progressi; ma non lo sa neppure l’on. Benni; ed a che mi va allora egli parlando di un rapporto indimostrabile di causa ad effetto tra protezione doganale e progresso economico?

 

 

La verità è che gli industriali farebbero bene a smetterla di far della cattiva teoria economica. Ciò sminuisce la grandezza della loro figura di leaders dell’economia nazionale. Lascino fare questo mestiere ai loro avvocati. In passato, gli industriali mandavano i loro avvocati a difendere la loro causa dinanzi alle commissioni parlamentari. Era un brutto vezzo; ma si sapeva in qual conto tenere i patroni delle cause altrui. Adesso invece gli industriali seggono nelle commissioni parlamentari, si fanno relatori delle tariffe doganali, intervengono nella decisione di affari che li riguardano personalmente ed economicamente. Pel buon nome delle classi industriali, sarà necessario che vengano sancite nuove norme di incompatibilità per gli interessati fra le cariche di senatore e di deputato e quelle di relatore e di votante in materie di tariffe doganali. Si vieta ad un appaltatore di lavori statali, a chi ha rapporti di dare e di avere con l’erario di sedere in parlamento o di prender parte a certe votazioni; perché non dovrebbe essere sancito il divieto di votare un dazio doganale, quando il voto può procacciare al votante vantaggi pecuniari non irrilevanti?

 

 

Ed astrazion fatta da tale delicatissima situazione, occorre che gli industriali si persuadano che, per fare della buona teoria economica, bisogna essere forniti di molta umiltà di mente; quella stessa umiltà che persuade noi studiosi di aver sempre bisogno di imparare. Noi siamo sempre avidi di imparar fatti e ragionamenti dagli industriali, purché si tratti di fatti e ragionamenti relativi alle cose che essi fanno e sanno. Consentano essi di sentirsi dire che, per uscire dal campo della propria esperienza, anche essi hanno bisogno di una guida; e questa guida non può essere diversa da quella a cui noi, dopo esserci abbeverati alla loro esperienza dei fatti concreti, ricorriamo per trovare il filo logico per connettere insieme queste esperienze: e cioè i libri classici della nostra scienza. Libri difficili, certo e sovratutto urtanti e fastidiosi per chi li legge per trovarvi una conferma delle proprie aspirazioni economiche. La ragione invero per cui l’industriale, il banchiere, l’operaio, il commerciante, ottimo logico finché ragiona delle cose proprie, diventa pessimo economista quando discorre in generale e parla di tariffe doganali o di organizzazione o legislazione sul lavoro, è ovvio e semplice: all’uomo riesce difficilissimo, spesso impossibile uscire da se stesso, dimenticare il proprio interesse per immedesimarsi dell’interesse altrui e dell’interesse generale. L’uomo che ha la vista acutissima quando ragiona delle cose proprie, d’un tratto vede nebbia quando deve guardare con occhi diversi nelle cose altrui. I libri degli economisti, i quali spesso, essendo stati scritti in altri tempi, valgono poco quanto a narrazione di fatti concreti, sono un tentativo stupendo di analizzare quei fatti e ricondurli a leggi generali. Perciò essi sono antipatici. Ma non c’è che farci. Bisogna passar di lì se si vuol discutere – nelle mille e mille forme accessibili a uomini animati dello spirito di verità senza ricorrere al buffo espediente del contraddittorio teatrale – con la speranza di intendere almeno gli uni il linguaggio degli altri.

 

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