Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Contro i tentativi di sottrarre le imposte allo Stato

«Corriere della Sera», 28 aprile 1922

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 678-681

 

 

 

L’on. Turati risponde nella «Critica sociale» alle osservazioni di cui avevo fatto oggetto il progetto, suo e di Schiavi, per la soluzione del problema edilizio. Tutte tre le osservazioni mie sono riconosciute esatte, salvo, naturalmente, ad affermare che nessuna di esse può essere accettata.

 

 

Non vale la prima critica, ossia che la imposta del 75% sull’aumento di fitto consentito dai proprietari fa doppio con l’imposta fabbricati, la quale colpisce quel medesimo aumento. Turati dice che ciò può dipendere solo da cecità od assurdità della legge fiscale o della pratica esattoriale; e se anche fosse vero, basterebbe un articolo di legge per dichiarare esente dalla vecchia imposta l’incremento assoggettato alla nuova. Cieca ed assurda non è una legge fiscale quando dichiara imponibili i redditi; essa è solo logica e giusta. Va da sé che, volendo fare il duplicato, bisognerebbe abolire il vecchio tributo ed aggiungere che rimangono ferme le norme vigenti le quali stabiliscono l’ammontare delle spese deducibili nel quarto del fitto lordo e non del reddito netto, depurato delle imposte, ché non si capisce come i proprietari potrebbero altrimenti far fronte alle spese di amministrazione, assicurazioni, riparazioni, acqua, ecc. ecc. Ma ciò non dimostra forse che Schiavi e Turati non propongono nessuna nuova imposta, ma semplicemente di trasferire una vecchissima imposta dalle casse dello stato, delle province e dei comuni a quelle di certi enti costruttori di case popolari?

 

 

Io dico che ciò si può fare se lo vogliono lo stato, le province ed i comuni: se essi ritengono cioè caso per caso più importante la spesa per costruir case, di quelle altre da cui i loro bilanci sono assillati. Anche su questo punto Turati mi dà ragione; ma subito afferma che si tratta di figure teoriche e mi cita numerosi casi in cui, a sua detta, l’inconveniente di devolvere certi proventi a certi fini già si verifica: tutte le tasse devolute al mantenimento di dati servizi pubblici, tutte le cosidette controprestazioni, tutte le imposte indirette e persino le assicurazioni sociali. Manco a farlo apposta, la sola citazione esatta è quella delle assicurazioni sociali, perché tasse ed imposte dirette ed indirette, pagate per servizi generali o speciali, vanno a finir tutte nel tesoro e non servono nient’affatto a far fronte alle spese di servizi speciali. Se Dio vuole, il principio dell’unicità del bilancio non è un principio valido «per un mondo fiscale ideale, che per ora è molto al di là delle nuvole». È un fatto concreto, esistente, tramandatoci in tutta la sua interezza dalle generazioni che fecero l’Italia, introdotto anzi nella nostra legislazione fin dall’epoca del vecchio Piemonte e di Vittorio Amedeo II. Quel principio glorioso comincia appena ora ad essere qua e là scalfito, per inerzia di ministri del tesoro, dimentichi delle tradizioni nostre migliori, e per astuzia di burocratici, consapevoli che il sistema dei buchi giova a far nidi ed a creare canonicati. Ma trattasi di piccole scalfitture – commissariato dell’emigrazione, ente turistico, addetti commerciali, mutilati, ecc., – a cui bisogna porre riparo. L’azienda autonoma delle ferrovie di stato e le casse per le assicurazioni sociali sono le sole due eccezioni serie al principio dell’unicità, giustificate dal carattere industriale del servizio la prima e dal triplice contributo dei datori e prenditori di lavoro e dello stato la seconda. In questo secondo caso chi paga amministra la cosa propria ed i premi o tributi vengono prelevati su coloro che ritraggono vantaggio dal servizio reso. Nella proposta Turati pagano stato, province e comuni e costoro non hanno voce nello stabilire quanto essi debbono dare.

 

 

Speriamo perciò che i ministri del tesoro e delle finanze si opporranno a spada tratta a questa sottrazione di imposte loro proprie. Tanto più devono opporsi in quanto bisogna ad ogni costo difendere il principio che gli aumenti di reddito sono materia propria di imposizione per gli enti pubblici, anzi la materia per eccellenza. Turati, in sostanza, dice: il reddito antico dei proprietari di case lo tasserete voi stato, voi province, voi comuni; il reddito aggiunto lo tasseranno gli enti per la costruzione di case popolari. Ecco appunto uno dei maggiori pericoli della finanza italiana nel momento presente: di trovarsi irrigidita sui vecchi imponibili e di non poter andare alla cerca di nuova materia. I vincoli ai fitti hanno in primissimo luogo rovinato stato, province e comuni. Questi enti hanno bisogno assoluto, urgente di acquisire nuovi cespiti all’imposizione. Se no, i loro bilanci non si fanno. I vincoli hanno impedito ai fitti di rialzare e quindi di pagare le cresciute imposte a cui gli enti pubblici hanno diritto. Ed ora vengono i socialisti e dicono: aumentiamo pure i fitti, ma togliamo allo stato il diritto di imposizione! Forseché il bilancio è già in pareggio per osar dire tali enormità?

 

 

Giova sperare che i ministri delle finanze rifletteranno altresì assai seriamente alla da me asserita impossibilità in cui le agenzie sarebbero di funzionare, se la proposta Turati – Schiavi fosse approvata. Turati ci scherza sopra, osservando che, dopo tutto, l’unico danno consisterà in un minor rendimento della sua vagheggiata imposta. Nossignore! Sono le altre imposte le quali sovratutto soffriranno; sono centinaia di milioni che perderà lo stato per l’arruffio crescente negli ordinamenti tributari. Dire che l’obbiezione vale contro ogni sorta di riforma tributaria è davvero un provar troppo. Gli ordinamenti fiscali non si mutano d’un tratto. Non è possibile chiamare tutti gli uomini intelligenti in Italia ad accertar tributi. Sarebbe un guaio grosso per la produzione, privata dei suoi dirigenti. Con il limitato numero di accertatori delle imposte – limitato ora e in qualunque ipotesi di orientamento politico e sociale – si può fare un dato lavoro e non più. Io dico che ad ottenere il massimo rendimento bisogna che le imposte siano poche e semplici. A tener dietro alle invenzioni degli uomini politici, esse sarebbero molte e complicate. Quella di Turati è un doppione, è inutile ed è complicatissima. Non dico che gli uomini politici moltiplichino le imposte perché non rendano nulla, fingendo di dar addosso ai ricchi in parlamento e non facendone niente in pratica. Purtroppo, chi osserva oggettivamente gli effetti reali delle proposte apparenti, ha la sensazione che si faccia il possibile e l’impossibile per isterilire la finanza.

 

 

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