Tratto da:

Prediche inutili

Contro il monopolio e non contro la scuola di stato

Prediche inutili, Torino, Einaudi, 1956, pp. 143-148

 

 

 

Il saggio offerto, col titolo Scuola e libertà, nella prima dispensa di queste prediche è stato oggetto di non poche osservazioni critiche; sulle quali non mi soffermerò, essendo così stato ottenuto il fine di suscitare una non inutile discussione. Poiché, tuttavia, talune critiche partono dalla tacita premessa della abolizione, che io vorrei, della scuola di stato, debbo osservare come l’ipotesi non sia suffragata da alcuna dichiarazione contenuta nel saggio; dove invece si afferma esplicitamente (a carta 55) che dalla analisi critica del sistema seguito in Italia non si deduceva che esso «debba essere abbandonato in favore del sistema opposto» e si soggiungeva che «in ogni paese il passato domina giustamente il presente e l’avvenire; non si mutano di un colpo tradizioni, metodo di reclutamento degli insegnanti, metodi di giudizio degli studenti; e se si fa, d’un tratto, il tentativo, nasce male peggiore di quello al quale si vorrebbe rimediare».

 

 

Le mie critiche non erano rivolte contro la scuola di stato; bensì contro il monopolio della scuola di stato; che è critica ben diversa. Facevo all’uopo, due sole proposte.

 

 

La prima, innocua, gratuita e compatibile con la permanenza del monopolio della scuola di stato, è quella di obbligare i laureati ed i licenziati da ogni ordine di scuola ad indicare sulle buste, sulle carte da lettere, sulle notule delle parcelle ai clienti, sulle targhette apposte al portone di casa od all’uscio dell’ufficio, sugli avvisi di pubblicità inseriti in giornali, riviste, fogli volanti, manifesti, cartelloni e simiglianti, il proprio nome e cognome, la specie del diploma (dottore in medicina, in giurisprudenza, ecc.), l’anno della consecuzione, l’università o l’istituto dal quale il diploma fu rilasciato.

 

 

Perché l’obbligo, fatto soltanto ai diplomati, i quali, nel proprio interesse, intendono avere rapporti col pubblico, dovrebbe nuocere alle scuole di stato? Nuocerebbe agli istituti di stato o privati, i quali largheggiassero malamente nel rilascio dei diplomi. Una breve esperienza persuaderebbe subito il corpo insegnante alla severità negli esami; ché gli allievi imparerebbero a disertare gli istituti i cui diplomi fossero screditati fra i datori di lavoro ed i clienti; essendo così incoraggiata una salutare rivalità tra gli istituti nello sforzo di crescere il pregio dei proprii titoli. In che cosa l’obbligo fatto ai diplomati di scrivere, dopo il nome e cognome, certe iniziali e certe parole, invece di certe altre, sminuirebbe la scuola di stato ed il suo monopolio? Il quale oggi consiste nell’obbligo fatto agli allievi di tutti gli istituti, di stato o privati, di presentarsi agli esami di laurea e di licenza dinnanzi a corpi di esaminatori, scelti dallo stato, i quali rilasciano diplomi muniti di un bollo apposto da una pubblica autorità. Nulla sarebbe mutato all’obbligo, con la minima aggiunta di dovere, in ogni pubblica manifestazione, dichiarare l’ente dal quale il diploma, col bollo ufficiale, fu rilasciato.

 

 

Più significativa è la seconda proposta: di sostituire all’obbligo, imposto nei bandi ai concorrenti ad uffici pubblici maggiori o minori di dichiarare i diplomi da essi posseduti, la facoltà di fare quella qualunque dichiarazione essi ritenessero opportuna. Poiché l’obbligo già non esiste per la più parte degli impieghi privati, nulla sarebbe mutato per essi. La sostituzione della “facoltà” all’”obbligo” significherebbe osservavo «che i datori di lavoro avrebbero vista la verità essenziale, non avere il diploma per se medesimo alcun valore decisivo, non essere il suo possesso condizione necessaria per conseguire pubblici e privati uffici, essere la classificazione dei candidati in laureati, diplomati medi superiori, diplomati medi inferiori, diplomati elementari e simiglianti distintivi di casta, estranea alla verità ed alla realtà; ed essere perciò libero il datore di lavoro, non solo privato ma anche pubblico, di preferire l’uomo vergine di bolli».

 

 

La proposta è sostanziale, non perché osteggi o danneggi o sminuisca la scuola di stato, bensì unicamente perché ne distrugge il monopolio in confronto agli altri tipi di scuola.

 

 

Ho cercato di dimostrare nella predica della dispensa prima che il metodo tenuto nella applicazione del quinto comma dell’art. 33 della costituzione:

 

 

«È prescritto un esame di stato per l’ammissione ai varii ordini e gradi di scuola o per la conclusione di essi e per l’abilitazione dell’esercizio professionale»

 

 

ha costretto le scuole private ad uniformarsi ai programmi di insegnamento, agli orari, ai criteri seguiti negli esami stabiliti nei regolamenti governativi, talché l’effetto pratico fu di annullare di fatto il diritto, sancito nel comma terzo del medesimo articolo della costituzione, degli enti e dei privati di istituire scuole ed istituti di educazione. Poiché i diplomi rilasciati da enti e da privati non hanno valore se non muniti del bollo dell’esame di stato e poiché leggi e regolamenti prescrivono per il concorso ai pubblici impieghi, anche minimi, la presentazione di diplomi riconosciuti legalmente, se ne dedusse la conseguenza pratica che tutti gli istituti scolastici pubblici e privati debbono uniformarsi ai regolamenti governativi, se vogliono aspirare a dare ai loro allievi la possibilità di adire agli impieghi pubblici. Poiché gli istituti, i quali non soddisfano a siffatta condizione, sono disertati dagli allievi, non v’ha istituto il quale non si adegui supinamente al tipo unico governativo. Genitori ed allievi pongono tutti la domanda a che cosa serve il diploma rilasciato dalla scuola? a quali carriere dà accesso? In un paese di mandarini e di caudatari di mandarini, la domanda consacra l’uniformità nell’insegnare e nell’imparare. La costituzione nel comma primo dell’articolo già citato dice, è vero che

 

 

«l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento»;

 

 

ma è dichiarazione vana, se l’interpretazione del comma quinto conduca a bandire ogni insegnamento il quale non si uniformi ad un unico tipo. Non importa che la costituzione non consacri il monopolio della scuola di stato; ma se gli altri tipi di scuola, chiesastici o altrimenti privati, sono costretti a seguire, sotto pena di mancanze di scolari, gli ordinamenti della scuola di stato, in verità esiste il monopolio, si rende ossequio ad un’unica divinità scolastica, sotto due o tre o più specie diverse.

 

 

Nella costituzione non esiste – e se esistesse, farebbe d’uopo modificare, colla procedura indicata nel testo del solenne documento, il comando dannoso – alcuna norma la quale faccia obbligo al cittadino di munirsi di certificati provvisti di bolli più o meno vistosi per dimostrare la propria attitudine ad esercitare un qualsiasi lavoro. Non esiste, perché inutile, avendo lo stato, gli enti pubblici ed i privati ovviamente il diritto di controllare, nel modo che ritengono più opportuno, se all’opinione del cittadino risponde l’attitudine sua effettiva.

 

 

Dico che la sostituzione della “facoltà” all’”obbligo” di presentare diplomi i quali provino l’attitudine, non è cagione di alcun inconveniente rilevante, ed è fecondo di notabili vantaggi.

 

 

Il numero dei concorrenti ai pubblici impieghi è già, sovratutto per gli impieghi minori, siffattamente grande, che non sembra possa crescere troppo se all’obbligo si sostituisce la facoltà di presentare titoli di studio. Una breve esperienza dimostrerà a coloro i quali, non essendo preparati e non possedendo diplomi i quali sul serio dimostrino la preparazione, osassero correre l’arringo del concorso, l’inutilità del tentativo. Se il concorrente è invece preparato, se egli presenta documenti e certificati diversi da quelli consuetudinari, perché gli esaminatori non dovrebbero avere il dovere di valutare lui in confronto degli altri concorrenti; perché privarlo della possibilità di servire lo stato o altri enti pubblici meglio di chi è largamente provveduto di mirabili diplomi scolastici?

 

 

L’obbligo fa sì che tutti i certificati abbiano, se non la realtà, un’apparenza di uguaglianza. Il trenta e lode, qua largito facilmente, ha lo stesso valore legale di quello a stento altrove concesso. Dove è l’interesse alla severità? Quale l’incitamento per scolari e studenti ad iscriversi ed a persistere sino alla fine nella frequenza di istituti severi? Se il possesso di diplomi è volontario, se i diplomi renderanno testimonianza di studi diversi, ognuno avrà interesse a seguire quei corsi e quei maestri i quali per sé dicano il contenuto e il valore degli studi perseguiti. La scelta nei concorsi a pubblici impieghi, quando gli esaminatori guardino, come è loro dovere, alla sostanza del sapere più che alle dichiarazioni dei pezzi di carta, è agevolata dalla diversità degli studi percorsi.

 

 

Se invero gli insegnanti di una scuola pubblica o privata, si addormentano e non tengono dietro ai progressi della scienza, il giudizio di chi deve scegliere tra i giovani è agevolato dal confronto con il contenuto e la singolarità dei corsi seguiti in altre scuole meno conformiste. Chi ha più filo fa più tela; e perché la scuola di stato dovrebbe essere da meno delle concorrenti private?

 

 

Mancheranno i mezzi, dicono i paurosi di ogni turbamento della odierna situazione monopolistica o duopolistica od oligopolistica. Anzi cresceranno. Abolire il monopolio degli istituti statali o pareggiati od altrimenti dotati di quella che la costituzione dice “parità”, non fa sì diminuiscano di una lira gli stanziamenti del bilancio della pubblica istruzione. Perché dovrebbero diminuire? Perché governo e parlamento improvvisamente dovrebbero abolire scuole, scegliere insegnanti meno valorosi, farsi avari nelle dotazioni alle cliniche, ai laboratori scientifici, alle biblioteche? Non v’ha legame logico alcuno fra l’abolizione del monopolio e codeste avarizie.

 

 

Pare probabile debba accadere cosa tutto opposta. Se, come sarebbe augurabile, la abolizione della obbligatorietà della presentazione dei diplomi scolastici, anzi di quei tali diplomi e non altri, sarà cagione di iniziative nuove nel campo scolastico autonomo, se taluno vedrà nella innovazione dei tipi di insegnamento e dei loro metodi la possibilità di attrarre scolari non conformisti, e se la novità avrà successo, lo stato non sarà stimolato a far meglio e quindi a spendere più o meglio di prima? Non accadrà certamente più che, ad occasione delle sessioni estive ed autunnali, i giornali riproducano i temi dei compiti in italiano, latino, greco, matematica ecc. inviati da Roma, tutti uguali, e perciò cagione di stupore e di avvilimento a chi davvero ami la scuola. Leggendo quei temi, l’occhio va al comma primo, ricordato or ora, dell’art. 33 della costituzione, il quale, copiamolo un’altra volta, afferma che «l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento». Dove sta la libertà, fuor della varietà e della diversità nell’insegnare e nell’apprendere? Se tutti gli scolari d’Italia, in quel dato giorno e in quell’ora, fossero sul serio atti a svolgere efficacemente quell’identico tema d’italiano, vorrebbe dire che noi avremmo educato pappagalli, i quali hanno appreso o mandato a memoria i medesimi concetti, si sono imbevuti dello stesso ideale, hanno bevuto alle medesime fonti. Sarebbe spaventoso; quasi ancora più raccapricciante degli errori di grammatica e di sintassi che dicesi si leggano in quei temi; e che autorevolmente si afferma contemplarsi anche negli scritti consegnati da non pochi concorrenti alle cattedre di quelle stesse scuole medie, i quali dovrebbero, se vincitori, correggere e giudicare i compiti dei futuri scolari.

 

 

Se l’abolizione della obbligatorietà della presentazione di certi prescritti diplomi nei concorsi ai pubblici impieghi che è – all’infuori della innocua e gratuita obbligatorietà delle iniziali nelle carte da lettera e da visita – la sola proposta da me offerta, avrà il risultato di spostare una parte, probabilmente non rilevante, della popolazione scolastica da istituti statali, propensi a conformarsi ai regolamenti invalsi, a favore di quelli fra gli istituti privati che osassero, e saranno per disgrazia nostra sempre troppo pochi, tentare novità di contenuto e di metodo, dove starà il male? Se i reggitori ministeriali sapranno dedicare i mezzi, fortunatamente divenuti così disponibili, all’incremento di tipi di scuole e di insegnamento meglio adatti alle esigenze dei giovani, la scuola di stato sarà avvantaggiata invece che danneggiata. Qui è il punto e non la difesa del monopolio o duopolio od oligopolio di stato: far sì che i governi responsabili della scuola di stato, scelgano le vie meglio atte al suo avanzamento. Dico solo che il risultato sarà più facilmente conseguito se alla scuola di stato sarà tolto il privilegio di fabbricare diplomi e di obbligare di fatto le scuole private a fabbricarli nella medesima maniera sua. Monopolio, uniformità, conformismo sono causa di decadenza e di mortificazione. La scuola di stato si salva e progredisce nella libertà.

 

 

Torna su