Contro la esagerazione del male

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. I

La Tribuna

Data di pubblicazione: 20/12/1902

Contro la esagerazione del male

«La Tribuna», 20 dicembre 1902

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), Vol. I, Einaudi, Torino, 1959, pp. 519-522

 

 

Uno dei fenomeni più curiosi della vita sociale italiana è la tendenza alla esagerazione. Noi amiamo esagerare a scatti, ora in bene ed ora in male. Qualche volta ci sembra di essere diventati gran signori ed ogni menomo indizio viene colto a volo e scrutato con intensità di sguardo per trovarvi le prove della nostra prossima grandezza. Altre volte amiamo farci piccini ed allora ingrandiamo le cause dei nostri mali ed accogliamo, senza critica, affermazioni gratuite come prove irrefragabili di rapida decadenza.

 

 

Così oggi è venuto di moda parlare dell’agricoltura e della proprietà fondiaria, come se esse gemessero sotto pesi incomportabili, e siffattamente gravi, che ogni speranza di scampo sia tolta, ove lo stato non intervenga a largire larghi e subiti sussidii. Chi scrive, non vuole negare che la agricoltura italiana si trovi in un periodo di trasformazione e che occorra un paziente studio nei governanti, affine di non ostacolare e possibilmente favorire codesta necessaria trasformazione. Ma è chiaro che non giova a togliere la causa dei mali, esagerare di questi la portata e non intenderne la natura. Su due punti sovratutto si dicono cose poco esatte rispetto all’agricoltura italiana: sull’ammontare delle imposte che la gravano e sulla somma di ipoteche da cui la terra è coperta. Nell’ultimo numero dell’«Economista» di Firenze, il prof. De Johannis in un efficace articolo ha posto in chiaro come la proprietà fondiaria che al costituirsi del regno versava al bilancio il 18% delle entrate erariali, dopo quaranta anni non dà più che il 6%; ai comuni versava nel 1871 il 24% delle loro entrate ordinarie ed ora non contribuisce che col 19%; alle province la proprietà fondiaria dava il 63% delle entrate ordinarie ed oggi soltanto il 59.

 

 

Noi non vogliamo qui ripetere quella dimostrazione, la quale ci sembra porre in luce come se vuolsi ridurre il gravame della agricoltura non bisogna rivolgere le proprie cure ad imposte la cui gravezza relativa è scemata, ma a quelle che ne rendono difficile la circolazione ed il trapasso a mani più abili. Vogliamo piuttosto richiamare l’attenzione dei lettori sulla seconda delle maggiori inesattezze correnti rispetto all’agricoltura nostra: la cifra delle ipoteche. Una varietà statistica che ebbe sino a poco tempo fa più lunga fortuna nelle colonne dei giornali italiani, fu quella in cui si narrava come il debito ipotecario gravante sulla proprietà fondiaria (terre e case) nostra, fosse andato crescendo da circa 10 miliardi e mezzo nel 1871, a circa 15 miliardi negli ultimi anni. Alcuni più onesti degli altri, aggiungevano che circa 6 miliardi erano però di debito ipotecario non fruttante interesse; ma la somma residua di 9 miliardi (al 31 dicembre 1901 precisamente 9 miliardi e 74 milioni) era ancora tanto enorme, sovratutto paragonata ai 51 miliardi di valore capitale delle terre e delle case in complesso, ed aggiunta alla cifra ignota e paurosa dei debiti chirografari e cambiari, da far riflettere sul serio alla probabile bancarotta della proprietà fondiaria italiana.

 

 

Coloro che si occupavano di statistiche ipotecarie, sapevano che quella cifra era falsa per numerosi motivi: perché molte ipoteche estinte non vengono cancellate; perché molte iscrizioni ipotecarie sono duplicate, e non è sempre possibile di conoscere la duplicazione; perché nei giudizi di purgazione, e nelle vendite all’incanto le ipoteche nuove legali si aggiungono, persino due volte, alle ipoteche antiche; perché le ipoteche giudiziarie vengono accese e poscia mantenute per somme superiori al vero, ecc., ecc. Intanto la cifra dei 9 miliardi continuava, malgrado lo scetticismo dei competenti, a costituire la prova delle rovinose condizioni della proprietà fondiaria.

 

 

Per fortuna, nell’ultimo fascicolo del Bollettino di statistica e legislazione comparata – pubblicazione che non ha nulla da invidiare alle più rinomate pubblicazioni analoghe straniere – il direttore generale del demanio, comm. Solinas-Cossu, ha istituito un sottile calcolo di controllo di quella cifra fantastica dei 9 miliardi. Seguendo il sistema pazientemente escogitato e perfezionato dal De Foville in Francia e dal Bodio e dal Pantaleoni in Italia, egli ha pensato che moltiplicando per la durata media della vita umana la somma annualmente detratta dalle successioni a causa dei debiti ipotecari, noi avremmo ottenuto una somma corrispondente al totale dei debiti ipotecari esistenti nel momento presente.

 

 

Poiché la durata media della vita umana è di 36 anni, per esempio, e poiché la generazione che muore in un anno lascia i suoi beni gravati in media dello stesso debito ipotecario che colpisce le altre generazioni, se noi moltiplichiamo per 36 il debito ipotecario medio dei defunti in ogni anno, avremo il debito ipotecario totale. È inutile dire attraverso a quali complicati conteggi il Solinas-Cossu sia riuscito a tener conto di molti altri fattori secondari di cui qui non si può nemmeno fare un cenno. Basti ricordare come da questa indagine il debito ipotecario che pesa sulla proprietà privata individuale si ridurrebbe a 3 miliardi e 700 milioni di lire. Si ridurrebbe, dico, perché onestamente il Solinas-Cossu avverte che codesta rilevazione indiretta presta il fianco a dubbi svariati. Intanto una cosa è sicura: che il calcolo di controllo ora istituito è una riprova valida di una verità nota da lungo tempo agli statistici: che, cioè, il debito ipotecario è di gran lunga inferiore alla cifra dei 9 miliardi e forse non giunge nemmeno alla metà di quella somma. Si aggiunga che una notevole parte del debito ricade sulle case (nel 1901 su 385 milioni di lire di nuove iscrizioni, 105 cadevano su soli terreni, 100 su soli fabbricati e 179 su terreni e fabbricati insieme); e non si rimarrà lontani dal vero affermando che forse nemmeno un terzo di quei famosi nove miliardi costituisce il debito vero ipotecario della terra. Se poi si osserva ancora che il debito ipotecario in minima parte trae sue origini da prestiti per miglioramenti agricoli e quasi sempre da residui non pagati del prezzo di acquisto dei fondi o da quote ereditarie pagate ai coeredi da colui che si assume la proprietà dei beni fondiarii ereditati; se questo si pensa, si vedrà dalle cose dette, zampillare una verità molto semplice: che il debito ipotecario è un fenomeno naturale, che si verifica in tutti i tempi ed in tutti i paesi, che nessuno potrà togliere mai; e che quel che vi è di eccessivo e di socialmente pericoloso, deriva dall’artificioso innalzamento del valor della terra dovuto a molte cause, fra cui i dazi di protezione, le speranze di condoni d’imposte, il rinvilimento della mano d’opera. Cause le quali, rialzando artificiosamente il valor della terra, e cristallizzando le speranze delle rendite elevate future, magari poi non ottenute, hanno indotto gli acquisitori e gli eredi a pagare troppo cara la terra e li costringono a gemere oggi sotto il peso ipotecario dei residui non pagati. Se dunque si vuole che il debito ipotecario in futuro non cresca, unica cosa possibile a farsi sì è di togliere le cause del suo artificioso incremento e di non aggiungere esca al fuoco con condoni d’imposta fatti a caso.

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