Contro la minaccia di una nuova imposta

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 03/04/1902

Contro la minaccia di una nuova imposta

«La Stampa», 3 aprile 1902

 

 

 

Gli aumenti di salario e di stipendio concessi ai ferrovieri sta per avere il risultato solito che tutti gli aumenti di spesa hanno l’abitudine di avere in Italia: ossia un rialzo di imposta. Giorni sono si annunciò infatti che il ministro Di Broglio stava studiando l’applicazione di una tassa progressiva di bollo sui biglietti ferroviari, la quale dovrebbe servire ad indennizzare il tesoro della perdita sofferta a cagione del nuovo organico.

 

 

Oggi si afferma, anche da giornali di opposizione, che l’idea è abbandonata; e che si sta studiando un altro progetto per trarre dalle ferrovie due milioni all’anno. Il pericolo dunque persiste: in una forma o nell’altra si vuole istituire una nuova imposta ferroviaria.

 

 

Orbene, noi crediamo che sia necessario opporci vivamente a questo strano empirismo finanziario, il quale si diletta ad andare scoprendo delle piccole tasse per martoriare in modi diversi i poveri contribuenti. Che lo Stato non possa vivere coi proventi di un’imposta unica, siamo tutti d’accordo; ma che poi le imposte abbiano ad essere mille e mille e che ogni giorno se ne inventino delle nuove, è una cosa che non ha alcun senso. Il contribuente non può pagare più di una certa somma, poniamo 100. Se lo Stato gli fa pagare 10 imposte, il contribuente pagherà 10 lire per volta per dieci pretesti diversi; se il numero delle imposte cresce a 20, voi non otterrete 20 volte 10, ma solo 20 volte 5 ossia 100 come prima. Con questo di peggio che avrete angariato ed infastidito il contribuente il doppio di volte, senza nessun costrutto.

 

 

Pare impossibile che l’esperienza della finanza empirica del passato non serva a nulla. I finanzieri italiani, quando hanno voluto ottenere nuovi proventi; non hanno saputo far altro se non aumentare il tasso dell’imposta. Così fecero per il grano, il caffè, il sale, il petrolio, lo zucchero, ecc., ecc.

 

 

L’esempio fu sotto ogni rispetto disastroso. Mai una volta le previsioni trovarono la loro conferma nei fatti. Se un’imposta di 10 rende un milione di lire, un’imposta di 20 non rende due milioni di lire; ma molto meno; e questo perché il consumo della merce tassata, aumentando il prezzo, diminuisce. Si cagiona un grave sacrificio ai consumatori, che devono ridurre un consumo desiderato, senza un corrispondente vantaggio dello Stato. Lo stesso accadrà per la tassa di bollo sui biglietti ferroviari. In Italia, dove il desiderio di viaggiare è così scarso, dove tanta parte della popolazione non si muove mai se non entro breve circuito, la nuova tassa servirà a rafforzare gli ostacoli, purtroppo grossi, che già esistono alle comunicazioni tra una regione e l’altra. Se continua così, finiranno per viaggiare solo quelli che vi sono costretti dai propri affari, e per cui la tassa rappresenterà un onere nuovo per l’industria od il commercio esercitato.

 

 

Al Governo gioverebbe forse di più, per risarcirsi della maggior spesa per l’organico, non rialzare, ma ribassare il prezzo dei biglietti ferroviari. È certo che ne crescerebbe di molto il consumo. Molta gente non viaggia se non perché i biglietti sono troppo cari. I felici risultati dell’esercizio economico su talune linee italiane informino.

 

 

Ribassi di prezzi, semplificazioni nei servizi, utilizzazione migliore della mano d’opera meglio pagata, servizi più precisi e più puntuali, meno pesantezza burocratica: ecco i mezzi a cui Stato e Società dovrebbero appigliarsi per far fronte agli oneri delle domande fortunate dei ferrovieri. Il guaio si è che ad adottare codesti mezzi occorrono cognizioni, energia, abilità ed audacia; mentre a mettere una nuova tassa tutti son buoni, anche i dappoco.

 

 

Finalmente: tutti ricordano i guai che nacquero quando un altro ministro applicò una tassa sui biglietti ferroviari per colmare i vuoti delle Casse pensioni dei ferrovieri. I viaggiatori strillavano unanimi; ed il male si è che strillavano anche i forestieri, i quali colle tariffe alla mano protestarono e si indignarono contro i bigliettari che pretendevano delle somme maggiori di quelle pubblicate sugli orari. Di qui ire, dubbii, sospetti, spiegazioni lunghe e difficili, che certo non contribuivano a rendere simpatico il viaggiare ai forestieri.

 

 

Ora, si voglia o non si voglia, l’industria dei forestieri è di capitale importanza per l’Italia, la quale deve sostenere una lotta accanita con molti altri paesi, pur essi dotati dalla natura di attrattive singolari.

 

 

Sarebbe un calcolo ben stravagante quello di favorire i nostri concorrenti per il gusto di poter aggiungere al novero delle altre una nuova imposta, difettosa nel principio, fiscale e poco produttiva.

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