Contro la proporzionale

Tratto da:

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954)

L’Italia e il secondo risorgimento

Data di pubblicazione: 04/11/1944

Contro la proporzionale

«L’Italia e il secondo risorgimento», 4 novembre 1944

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954), Laterza, Bari, 1954, pp. 59-67

Riflessioni di un liberale sulla democrazia 1943-1947, Olschki, Firenze, 2001, pp. 125-139

 

 

 

 

“Proporzionalismo” è, come la più parte delle parole in “ismo”, parola degenerata; variazione impura dell’idea di “proporzione” che è bellezza, che è giustizia, che è sapienza, che è uguaglianza. Il Partenone, che non è perfetto rettangolo, che non è perfettamente perpendicolare, le cui colonne non sono perfettamente equidistanti, è proporzione ed è perciò bellezza perfetta. Il grattacielo novecentistico che ubbidisce compiutamente alle regole della uguaglianza e perpendicolarità è bruttezza perfetta. Uomini ubbidienti alle regole della uguaglianza e della giustizia numericamente perfetta inventarono il metodo detto “proporzionale” nella formazione dei consessi legislativi. Il metodo non si applica ordinariamente nella scelta dei membri dei senati o camere alte, sia che essi derivino, in tutto od in parte, da nomina regia o presidenziale o siano tratti da particolari gruppi o ceti sociali ovvero siano i delegati di stati o comuni federati o di circoscrizioni territoriali più o meno autonome. Qui ebbero gran peso gli accidenti storici, i quali presiedettero alla formazione degli stati moderni, e le forze sociali o politiche o militari, dalle quali sorse un dato tipo di stato o di costituzione; e poiché gli accidenti e le forze non ubbidiscono alle regole della logica pura, le camere alte sono necessariamente costruzioni violatrici per antonomasia dei comandamenti della logica pura e della geometria politica. Non per questa ragione esse operano bene o male; ma per altre cause che qui sarebbe fuor di luogo esaminare.

 

 

Le esigenze della giustizia si impongono invece ovviamente, a parere dei più, nella scelta dei membri delle camere elettive. Nessun altro metodo migliore essendosi nei tempi moderni escogitato fuor del contare le teste e del dare il maggior peso politico al maggior numero degli elettori, il problema parve ridursi a quello della scoperta del metodo migliore da usarsi nel contare le teste degli elettori. Due metodi opposti si possono applicare in proposito: quello del collegio elettorale piccolo, i cui elettori sono chiamati ad eleggere a maggioranza un solo deputato e quello del collegio grande, in cui gli eletti siano scelti in base alla forza proporzionale degli aderenti ai vari partiti concorrenti.

 

 

Ove si scelga il primo metodo e si supponga che la futura camera italiana sia composta di 500 membri, come era all’incirca prima del 1922 e che gli italiani giungano a 45 milioni, dovremo dividere il territorio nazionale in 500 collegi, ognuno dei quali, forte di circa 90.000 abitanti, sarà chiamato ad eleggere un deputato.

 

 

In Italia lo si usava eleggere a maggioranza assoluta dei votanti. Se gli elettori iscritti, supponendo per il momento che le donne siano escluse dal voto, sono, ad es. 25.000, ed i votanti 20.000, era dichiarato eletto quel candidato il quale riportava almeno 10.001 voti. In Inghilterra, basta la maggioranza relativa; e, perciò, se i candidati sono tre e 20.000 i votanti ed il candidato conservatore riporta 9000 voti, quello laburista 8000 e il liberale 3000 voti, è dichiarato eletto il candidato conservatore, sebbene rappresenti solo una minoranza degli elettori votanti. Anche in Italia poteva accadere che i candidati fossero tre o più e nessuno di essi riuscisse eletto a maggioranza assoluta alla prima votazione; ed allora si procedeva nella successiva domenica ad una seconda votazione detta di ballottaggio, limitata però, nell’esempio fatto sopra, ai due soli candidati conservatore e laburista, rimasti primi in lizza; e riusciva eletto chi dei due riportava il maggior numero dei voti. Il secondo criterio è parso agli italiani più giusto, perché consente agli elettori di esprimere le loro preferenze di maggioranza a favore dell’uno o dell’altro candidato.

 

 

Non appena tuttavia si comincia a parlare di “giustizia” nella scelta dei deputati, subito si vede che il sistema del piccolo collegio, detto uninominale, non soddisfa alle esigenze della giustizia nella ripartizione dei mandati e può dar luogo a risultati strani. Siano 1.000.000 gli elettori votanti di una grande regione e 50 i deputati da eleggere. Se 400 mila sono gli elettori conservatori, 400 mila i laburisti e 200 mila i liberali, a ragion di aritmetica proporzionalistica ai conservatori spetterebbero nel grande unico collegio esteso all’intera regione 20, ai laburisti 20 ed ai liberali 10 deputati. Ma se la regione è divisa in 50 piccoli collegi, chiamati a scegliere ciascuno un solo deputato, possono accadere le combinazioni più impensate. Può darsi, ad esempio, che i 400 mila elettori laburisti siano concentrati in 10 grossi borghi industriali, dove essi, possedendo la maggioranza assoluta, mandano alla camera dieci deputati. I 200 mila liberali sono forti in sole tre cittadine commerciali ed una universitaria e ricevono perciò 4 soli mandati. I conservatori hanno la maggioranza relativa nei 36 altri collegi, a popolazione prevalentemente rurale o mista ed ottengono 36 mandati, sebbene in parecchi di essi la loro maggioranza relativa ovvero (se sia applicato il metodo italiano) assoluta, sia esigua. I liberali sono ridotti ad una piccola pattuglia, i laburisti hanno una rappresentanza inferiore alla loro forza nel paese, ed i conservatori stravincono oltre ogni giustizia.

 

 

Accanto a quello dell’ingiustizia un altro inconveniente si rinfaccia al piccolo collegio uninominale ed è il grado molto notevole di mutabilità nella composizione della camera elettiva in confronto a quella del corpo elettorale. Cresca invero da 400 a 420 mila il numero degli elettori laburisti e scemi a 391 mila il numero degli elettori conservatori ed a 189 mila quello degli elettori liberali. Nell’unico grande collegio regionale con rappresentanza proporzionale (1 eletto ogni quoziente di 20 mila elettori o frazione più alta di 20 mila) i laburisti ottengono 21 mandati, i conservatori 20 ed i liberali 9. La composizione della rappresentanza parlamentare muta, secondo giusta ragione, di poco. Invece, nel sistema dei piccoli collegi, la maggioranza conservatrice, che in 20 sui 36 collegi posseduti era piccola, può andare perduta a favore dei laburisti. Se questi conservano le loro forze nei 10 loro vecchi collegi, ecco il numero dei laburisti balzare da 10 a 10 più 20, ossia 30 e diventare maggioranza; e poiché i conservatori da 36 si riducono a 16 mandati ed i liberali conservano i 4 collegi, il potere passa ai laburisti. È la classica frana (land slide) elettorale. Un “minimo” spostamento di voti basta a mandare l’uno piuttosto che l’altro partito al potere; che è nuova ingiustizia aggiunta alla prima.

 

 

Giova subito dire che nei paesi anglosassoni, nei quali il regime democratico si è meglio affermato come atto a governare grandi stati, l’opinione pubblica è rimasta nella sua grandissima maggioranza praticamente insensibile a questa che parrebbe chiara ed evidente dimostrazione della ingiustizia propria del sistema del piccolo collegio uninominale. Invano la piccola pattuglia liberale, la quale tende ad essere a poco a poco eliminata dall’abbandono degli elettori, pure fedeli ai principii del partito, ma disgustati dalla inutilità dei voti assegnati ad una parte schiacciata fra le due maggiori, tentò anche recentemente di dimostrare l’ingiustizia di assegnare 36 mandati al partito che aveva appena ottenuto il 40% dei voti, 10 soli a quello che aveva per sé il favore del 40% degli elettori e quattro al terzo partito che pure disponeva del 20% dei suffragi. Invano tentò di far presente ai conservatori il rischio di diventare minoranza di parlamento e di dover perciò abbandonare il potere se venti sole migliaia di elettori avessero spostato il loro voto. Conservatori e laburisti rimasero insensibili alle argomentazioni di ingiustizia e di mutabilità governativa e deliberarono di tenersi stretti al vecchio metodo del collegio piccolo uninominale.

 

 

Si interessarono tutti, sia detto di passata, assai di più ad un’altra questione, che a noi parrebbe piccolissima, quella della eventuale convenienza di ricostruire l’aula della Camera dei comuni distrutta dai bombardamenti tedeschi, in modo che nella nuova aula potessero star seduti tutti i deputati di cui nella vecchia aula un buon terzo doveva stare in piedi a causa dell’angustia dello spazio. Ed, unanimi, deliberarono non solo di non ricostruire l’aula ad anfiteatro così da far parlare l’oratore al numero massimo di colleghi e di conservare la vecchia forma rettangolare, che fa parlare l’oratore solo alla parte avversa; ma di mantenerla nelle sue antiche anguste dimensioni, sì da obbligare nelle sedute affollate molti membri a star in piedi in fondo alla sala. Deliberarono così, perché ritennero che una delle condizioni essenziali del buon funzionamento del regime parlamentare sia quella che l’aula dei dibattiti non si converta in un comizio rivolto al pubblico, ma conservi il carattere di una stanza nella quale gli uomini del governo in carica intervengono a difendere l’opera propria e gli uomini del governo futuro sorgono a criticare l’opera medesima; in un’atmosfera di mutua stima e di sforzo di vicendevole persuasione rivolto al bene comune.

 

 

Le ragioni per le quali la madre dei parlamenti non si interessò quasi affatto al dibattito tra i fautori del sistema proporzionale nel grande collegio e quelli del sistema di maggioranza nel piccolo collegio sono complesse. Esse si possono riassumere in due specie di considerazioni, attinenti le une ai limiti e le altre ai compiti dei partiti nella vita politica. Attinenti in primo luogo ai limiti; e qui sia osservato subito che i partiti sono un mero strumento. La vita politica, la partecipazione consapevole dei cittadini alla cosa pubblica non consiste nel creare partiti e nel votare per gli uomini designati dai partiti. Questi non sono un fine, un ideale; sono un semplice mezzo con il quale si cerca di rendere più agevole ai cittadini di formarsi una opinione e di rendere efficace ed attiva l’opinione medesima. È utile che coloro i quali per la loro comune cultura, per l’affinità dei loro interessi, per la simiglianza dei loro ideali di vita intendono avviare lo stato verso una meta ritenuta preferibile ad altre, si raggruppino insieme e cerchino di far proseliti, di ottenere aderenti al proprio ideale e di persuaderli ad inviare nel parlamento uomini deliberati a far trionfare nelle leggi e nell’azione concreta di governo gli ideali comuni. Altri, che ha diversi ideali, è bene si unisca con coloro con i quali ha comunanza di idee, per tentare parimenti di guadagnare il favore degli elettori. Non esiste a priori un limite al numero delle correnti politiche diverse, le quali possono manifestarsi a mezzo dei partiti. Invece di cinque o sei, i partiti potrebbero diventare dieci o dodici o ridursi a due o tre, come accade nei paesi dove il meccanismo parlamentare funziona più efficacemente. Come in tutte le cose umane, l’utilità dei partiti, che è di raggruppamento degli uomini aventi opinioni comuni per il raggiungimento di scopi comuni di carattere politico, incontra limiti, oltrepassati i quali l’utilità si converte in danno. Può essere conveniente riunirsi in partiti per dare a talune correnti di idee una rappresentanza nel parlamento; ma quale scopo avrebbe – per porre un caso estremo – aderire a questo od a quel partito allo scopo di fare prevalere questa o quella opinione filosofica o religiosa, questa o quella teoria scientifica? La verità filosofica – se debba essere rappresentata dalla dottrina immanentistica o trascendentale o esistenziale -; la verità economica – se la teoria del valore-lavoro sia vera o falsa, se la teoria della moneta- lavoro abbia un qualche senso -; la verità storica – se le variazioni storiche si spieghino o non col materialismo economico – non sono decise da alcuna maggioranza in qualsiasi parlamento. Se anche una unanimità parlamentare decida, come tra applausi fragorosi consentì una tal quale assemblea in regime totalitario, che la teoria dell’autarchia economica è la sola vera e la sola lecita, basta la dimostrazione contraria di un solo studioso ribelle per mettere nel nulla qualsiasi deliberazione di partiti e di parlamenti. Esistono idee tendenze opinioni credenze le quali sono al di fuori della azione dei partiti e su cui questi non possono menomamente influire. Gli italiani non devono trovare alcun impedimento alla libera varia spontanea espressione dei loro desideri, delle loro aspirazioni, delle loro tendenze, dei loro propositi. Il fatto che i partiti, quelli sorti o apparsi alla gran luce dopo il 25 luglio, hanno provvisoriamente assunto la rappresentanza degli italiani non ha affatto per conseguenza che gli italiani debbano essere rappresentati esclusivamente dai partiti medesimi, né che essi debbano farsi valere soltanto attraverso ad essi.

 

 

Principiis obsta. Importa fin da ora, fin dal primo inizio della nuova vita politica italiana, affermare nel modo più chiaro e reciso – non adopero, perché ripugnante, la brutta parola “inequivocabile” venuta di moda a scopo di intimidazione nel tempo del ventennio fascista – che gli italiani non hanno affidato e non debbono affidare ad alcun partito o riunione di partiti la rappresentanza delle loro idee e dei loro interessi. Esiste forse una qualsiasi differenza fra l’impero esclusivo dell’unico partito fascista sulle cose della educazione, dello sport, della stampa, della editoria, del commercio, dell’economia ecc. ecc., e l’esclusività che si vorrebbe attribuire ai partiti nei rapporti fra i cittadini e lo stato? Inavvertitamente, lo spirito fascista, caduto il regime, proietta ancora la sua triste ombra su di noi. Inavvertitamente, quando ci rivolgiamo a “qualcuno”, ad un uomo, ad un partito, ad un gruppo, perché ci guidi, ci indirizzi noi facciamo dedizione della nostra volontà, noi rinunciamo ad essere uomini e cittadini.

 

 

Perché la libertà, la democrazia, l’autogoverno diventino una realtà viva, perché noi non ci limitiamo a mutar fianco sul letto di dolore, ma ci risolviamo a rizzarci in piedi, uopo è, ad esempio, che gli italiani:

 

 

  • ricostituiscano essi la loro stampa, che sarà o non sarà di partito, a seconda dei propositi di chi farà questo o quel giornale; e la sola esigenza sarà che siano dichiarati apertamente i partiti dei quali ogni giornale sarà l’organo o gli uomini individualmente, all’infuori dei partiti, responsabili della pubblicazione;

 

  • manifestino liberamente le loro opinioni ed i loro voti e li facciano pervenire, dove e come vogliono e possono, sia al governo legale, sia al partito da ognuno preferito, sia direttamente all’opinione pubblica in genere;

 

  • formino, oltre ed accanto ai partiti, comitati e movimenti intesi a propugnare idee che non trovano luogo od accoglimento nei programmi dei vari partiti o non vi trovano quel luogo eminente che a taluno può sembrare essere il loro proprio. Vi è chi crede essere la federazione europea o quella degli stati democratici un punto programmatico di primissima importanza nelle decisioni le quali dovranno essere prese alla fine della guerra? Reputa altri dovere essere agitata sovratutto l’idea della immediata abolizione della protezione doganale, dei vincoli al commercio internazionale e simili? Chi ha queste opinioni sia libero di costituire leghe, movimenti, associazioni a quello scopo particolare; leghe e movimenti intesi ad agire sulla opinione pubblica, sul parlamento, sul governo, sui partiti medesimi, senza il beneplacito e senza la sanzione o l’intermediazione necessaria di verun partito o comitato di partito. Ed i comitati ed i movimenti e le leghe siano, se così piace, momentanei ed effimeri; comitati di studio e di iniziativa, destinati a raccogliere temporaneamente tutti coloro che in un certo momento ritengono un problema così importante da dovere essere illustrato a quanti, privati ed enti pubblici, partiti o parlamenti o governi, possono avere una qualche voce nel decidere in merito.

 

 

Solo dopo aver posto nettamente la distinzione tra i partiti e le opinioni, tra il compito dei partiti politici e quello delle varie correnti religiose, filosofiche, sociali, economiche e politiche, è possibile dare un giudizio intorno alla pretesa di tutte le correnti ideali ed economiche esistenti in un paese di essere rappresentate nei parlamenti in proporzione alla propria importanza numerica. Quella pretesa fu sin dal 1842 chiaramente posta da Victor Considerant in uno dei primi scritti proporzionalistici: «tutte le opinioni, anche le più assurde e mostruose, hanno diritto di essere Rappresentate».

 

 

Ebbene no. È necessario dichiarare invece apertamente che questa della rappresentanza delle opinioni è, come tante altre, come ad esempio quella della autodecisione dei popoli e della separazione assoluta del potere legislativo da quello esecutivo o della sovranità dei parlamenti sui governi, e, peggiore di tutte, della sovranità piena degli stati indipendenti, una concezione distruttiva anarchica, inetta a dar vita a governi saldi. La rappresentanza proporzionale fu inventata da aritmetici raziocinatori, inetti a capire che i paesi non si governano con le regole del due e due fanno quattro, e del 38 più 15 maggiore di 47. Nossignori: due e due possono fare cinque e 47 vale certamente meglio di 38 più 15. I parlamenti non sono società di cultura od accademie scientifiche. Sono organi, il cui scopo unico è quello di formare governi stabili e di controllarne l’azione. Come disse il primo ministro del primo governo laburista, Ramsay Mac Donald, le elezioni non si fanno per contare le opinioni, per fare il censimento (census, in inglese) delle sette, dei ceti, dei partiti, dei movimenti, dei gruppi sociali, religiosi, politici, ideologici in cui si fraziona una società, la quale sia composta di uomini vivi e pensanti; ma si fanno per mettersi d’accordo in primissimo luogo sul nome della persona che in qualità di primo ministro sarà chiamato a governare il paese, e in secondo luogo sul nome di coloro che collaboreranno con lui o che ne criticheranno l’operato. Le elezioni hanno cioè, per scopo di creare il consenso (consensus e non census) intorno ad un uomo ed al suo gruppo di governo ed intorno a chi oggi sarà il suo critico e domani ne prenderà il posto se gli elettori gli daranno ragione. Se non si vuole l’anarchia, questo e non una sterile accademica rassegna di opinioni è lo scopo unico preciso di un buon sistema elettorale.

 

 

Risponde alla esigenza il sistema della proporzionale? No. I suoi fautori, ossessionati dall’idea curiosa che un parlamento debba essere la fotografia della infinita varietà delle opinioni che lottano in un paese libero, hanno dimenticato curiosamente che esiste un rapporto fra il sistema elettorale vigente in un paese ed il numero delle frazioni e dei gruppi in cui si divide il suo parlamento. Vogliamo che il numero dei partiti, dei gruppi, dei sottogruppi parlamentari si moltiplichi all’infinito? Dobbiamo in tal caso scegliere la proporzionale; ma dobbiamo nel tempo stesso sapere che, così facendo, avremo fatto quel che meglio si poteva per impedire il funzionamento di un governo solido, duraturo ed operoso. Colla proporzionale, ossia con un collegio elettorale grande (ad es. Lombardia, Piemonte, Emilia ecc.), chiamato ad eleggere, supponiamo, 50 deputati, scelti in modo che ogni gruppo, il quale giunga almeno a 20 mila elettori, abbia un proprio rappresentante, noi diamo un premio al moltiplicarsi dei gruppi. Ognuno, il quale abbia o creda di avere un’idea capace di attirare a sé 20 mila elettori, promuoverà la formazione di un proprio gruppo. C’è chi vuole sia posto un dazio sul grano? O chi dice essere un inaudito sopruso l’obbligo della vaccinazione? O chi voglia la denuncia del concordato col Vaticano? O la introduzione obbligatoria della partecipazione ai profitti degli operai? O chiede sia introdotto l’istituto del divorzio? C’è chi è comunista staliniano? Ovvero trotzkista? Od anarchico di una delle varie confessioni anarchiche? O liberale all’antica, o neo-liberale? Conservatore-liberale? Conservatore-riformista? Cristiano-centrista o cristiano comunisteggiante? Perché il possessore di una opinione distinta e ben netta, di un programma particolare da attuare, il quale a lui paia sovra ogni altro importante, non dovrebbe tentare di costituire un gruppo? Ed ecco i 50 deputati della Lombardia divisi in quattro o cinque o dieci gruppi, provveduti ognuno di tanti deputati quanti sono i quozienti di almeno 20 mila elettori che ogni gruppo è riuscito a raccogliere sotto la sua bandiera. Ed ecco i 50 deputati del Piemonte divisi in altri tre o quattro o sei gruppi, non identici necessariamente ai gruppi lombardi. In ogni grande collegio, in Liguria, nel Veneto, in Toscana, in Sicilia, gli interessi, le opinioni, i gruppi sociali sono diversi ed i gruppi hanno una particolare fisionomia; ed ecco i parlamenti frazionarsi all’infinito. Pur non esagerando, la probabilità della formazione di tre o quattro grossi partiti e di una diecina di minori gruppi è evidente ed irrimediabile. Con siffatta composizione non è improbabile che la formazione di una maggioranza di governo dipenda dall’appoggio di qualche gruppo minore, il quale non rappresenta alcun interesse veramente generale o nazionale, ma una qualunque idealità particolare, cara ad una piccola minoranza della nazione. Se ci sono venti deputati divorzisti ed altrettanti deputati anticoncordatari decisi a vendere il proprio voto al più alto prezzo, pur di far trionfare il proprio particolare punto di vista, ci troveremo dinnanzi ad un governo di coalizione, il quale sarà costretto a far votare dalla propria maggioranza la legge divorzista o quella anticoncordataria od un’altra qualunque legge, senza che vi sia alcuna benché minima probabilità che quella legge sia sul serio voluta dalla maggioranza degli elettori. I deputati sono eletti su programmi particolaristici classistici professionali religiosi, i quali interessano questa o quella minoranza, questa o quella fazione. Ogni gruppo spinge avanti il proprio programma particolare; e la legislazione che ne esce è un composto bizzarro di norme particolaristiche, volute ognuna da una piccola minoranza e tali che sarebbero, se il referendum fosse una maniera ragionevole di formulare leggi in faccende talora complicatissime, respinte tutte dalla grandissima maggioranza dei cittadini.

 

 

In fondo la proporzionale è il trionfo delle minoranze; ognuna delle quali ricatta le altre ed il governo, il quale dovrebbe essere l’espressione della maggioranza, per costringere parlamentari e governi a votare e proporre leggi volute dai singoli gruppi. Cinquanta divorzisti eletti come tali e formanti gruppo a sé sono una forza ben diversa da cinquanta deputati, i quali hanno iscritto il divorzio in un programma più generale di un partito ad ideali complessi, di cui il divorzismo è solo uno dei tanti aspetti. Il gruppo dei divorzisti che non si preoccupa d’altro che del divorzio è disposto a dare il voto a chiunque gli prometta di far trionfare il suo piccolo ideale e può, all’uopo, addivenire alle alleanze più illogiche. I divorzisti generici invece, se facciano parte di una maggioranza che non vuol rinunciare al governo o di una minoranza che non vuole perdere la speranza di conquistarlo, daranno al divorzio un posto adeguato nell’ordine gerarchico dei fini da conseguire; e solo se esso sia veramente richiesto dalla coscienza giuridica nazionale lo anteporranno agli altri e giocheranno su esso le fortune del partito.

 

 

Insieme ai ricatti, la proporzionale favorisce il dominio dei comitati elettorali e toglie all’elettore ogni effettiva libertà di scelta dei propri rappresentanti. In un grande collegio, come la Lombardia od il Piemonte, nel quale l’elettore deve scrivere o far proprii i nomi di 50 candidati, quale conoscenza mai l’elettore ha di ogni singolo candidato? Ne conoscerà uno o due o tre; gli altri per lui sono meri nomi. Egli deve votare la lista quale gli è presentata dal comitato. Ogni cancellazione o sostituzione di nomi sarebbe vana. Tanto varrebbe che egli si astenesse dalle urne. Più il metodo viene perfezionato con i sistemi delle preferenze dell’abbinamento delle liste o dei voti cumulati, più imbrogliamo la testa dell’elettore medio e più cresciamo il potere dei comitati che combinano le preferenze, i cumuli, gli abbinamenti. L’elettore buon uomo ha creduto di dare il voto ad una lista perché in essa aveva veduto i nomi di persone stimate e note; ed alla fine, con sua stupefazione, vede quei nomi cacciati in fondo alla lista, epperciò non eletti. In testa, sono arrivati i traffichini, coloro che combinano e pasticciano liste, preferenze, cumuli e simiglianti imbrogli.

 

 

Nei grandi collegi regionali o, peggio, nazionali, che sono l’accompagnamento necessario della proporzionale, il partito fatalmente diventa una organizzazione dominata dall’alto. Dai comitati spontaneamente formatisi tra uomini dimoranti nella medesima città (o comune), e poi via via raggruppati in comitati provinciali, regionali e nazionali, nasce l’organizzazione; e questa vuol dire un ufficio, anche mobile o provvisorio, con uno o parecchi segretari, un consiglio, un presidente o somiglianti organi direttivi. Si costituisce una gerarchia, che originariamente mossa dal basso all’alto, presto diventa interdipendente tra il basso e l’alto. Se il partito acquista una organizzazione nazionale, fatalmente finisce per preponderare l’azione, la decisione che va dall’alto al basso. Si crea una macchina; ed è la macchina la quale in sostanza designa i candidati al parlamento, distribuisce le cariche, formula i programmi, influisce sulla composizione dei governi. Guai all’uomo politico indipendente, il quale non segua le direttive del partito, il quale osi criticare gli uomini del partito di governo od i capi designati al futuro governo dei partiti di opposizione. Nasce la tirannia del partito, funesta come qualsiasi altra tirannia. Napoleone perfezionò l’istituto degli “intendenti” dell’antico regime e dei “commissari” della convenzione e creò la macchina “prefetto”, che aduggia ed annulla in Francia ed in Italia il valore della democrazia. Non meno funesta è la macchina del partito. In taluni paesi, i pericoli della “macchina” di partito sono apparsi così evidenti, che, sotto la pressione dell’opinione pubblica, i legislatori hanno dovuto emanare norme allo scopo di assicurare la libertà e la effettiva manifestazione della volontà degli aderenti ai partiti. Il costume politico, accanto alle leggi, ha negli Stati Uniti regolato oramai le elezioni dei “candidati” alle cariche parlamentari e pubbliche “in seno ai singoli partiti” altrettanto minuziosamente come le elezioni “tra i candidati” da parte degli elettori in genere, allo scopo di sottrarre la scelta dei candidati al monopolio dei comitati municipali, provinciali, statali e nazionali, comitati i quali nel loro insieme costituiscono la “macchina” del partito.

 

 

I comitati, divenuti padroni delle elezioni, fanno invero degenerare l’istituto del mandato rappresentativo; che, se vale qualcosa, è un mandato di fiducia dato ad una persona, affinché questa voti od operi nel modo che la coscienza gli detta nelle circostanze ognora mutabili della vita pubblica. Ma i comitati non vogliono nei parlamenti uomini dalla coscienza indipendente; sì invece uomini che attuino quel programma che sta scritto nelle tavole della legge del partito o del gruppo o gruppetto; epperciò si inventano i mandati imperativi, con le dimissioni in bianco, sottoscritte dai candidati prima delle elezioni e spedite d’ufficio al presidente della camera quando il deputato recalcitri agli ordini del comitato del partito, del gruppo o gruppetto. Il flagello dei comitati non è proprio della proporzionale; ma è aggravato da questa. Che cosa è il candidato invero, se non un numero di una lista? È forse egli una “persona” atta a pensare e deliberare in modo autonomo? No. Egli è stato votato perché iscritto in una lista. Talvolta gli elettori non scrivono neppure il suo nome; e sono invitati a votare per la lista bianca o verde o rossa o gialla. Se egli, bianco, alla camera vota coi verdi, è un traditore e sarà espulso. Moltiplicando i partiti, ed asservendoli ai comitati, la proporzionale favorisce le dittature ed i colpi di mano. Col sistema della maggioranza nel piccolo collegio, ogni partito ha la speranza di diventare in avvenire maggioranza seguendo le vie legali della persuasione degli incerti. Ma quale mai speranza può avere una minoranza di… – chiamiamoli divorzisti od antivaccinisti per non designare in modo particolare questo o quel partito o tendenza od opinione – quale speranza, dico, possono avere i divorzisti o gli antivaccinisti di diventare maggioranza? Nessuna. La proporzione dà ad ogni partito o gruppo tanti rappresentanti quanti sono gli elettori aderenti a quel credo. Quale probabilità ha il divorzista di far proseliti tra gliantivaccinisti e di diventare così maggioranza? Nessuna: il divorzista resta tale e l’antivaccinista pure. Perché dovrebbe accedere all’opinione altrui? Altro rimedio non resta, per conquistare la maggioranza, se non ricorrere all’antico accettato e lodato metodo dello spaccare le teste degli avversari, invece di contarle, come è usanza delle contrade civili.

 

 

Se in questa materia le statistiche valessero qualcosa, varrebbe la pena di fare il conto dei paesi governati dopo il 1918 da costituzioni perfettissime elaborate da costituenti sapientissime e naturalmente retti da parlamenti eletti a norma delle più raffinate regole proporzionalistiche. Si vedrebbe che nei paesi i quali dimenticarono l’aurea massima secondo cui le sole costituzioni vitali sono quelle che o non furono mai scritte, come quella britannica o se in tempi oramai remoti (1787, 1830, 1848 ecc.) furono scritte, i costumi e gli emendamenti ne cambiarono la faccia in modo da renderle di fatto una cosa tutta diversa da quella originaria; si vedrebbe che quasi sempre le assemblee proporzionalistiche andarono a finire nella dittatura. Uno scrittore americano fece quel conto; ed essendogli venuto fuori il bel risultato che dopo il 1919 la proporzione finì bene in stati abitati da 40 milioni di abitanti e finì male, ossia la dittatura, in assai più stati, popolosi di ben 200 milioni, concluse, che la proporzionale è il vero cavallo di Troia con cui i regimi autoritari riescono a penetrare nelle fortezze democratiche. Insigne fra i casi di tradimento della proporzionale fu quello italiano, dove nessun governo duraturo poté reggere dopo il 1918.

 

 

Bisogna rassegnarsi a piantarla lì con i piccoli giochetti aritmetici della cosidetta giustizia proporzionale nel decidere intorno a faccende serie come sono la scelta dei legislatori e dei governi. Non è cosa seria presentare liste composte non di nomi di persone, ma di formule stampate nei più diversi colori dell’iride. L’elettore fa d’uopo sia costretto a decidersi: o Tizio o Caio. Se anche Sempronio e Mevio si vogliono presentare ai suffragi dei conterranei, buon pro, lor faccia. Ma l’elettore deve, se vuol scrivere qualcosa, metter giù un solo nome, quello della persona che a lui pare più meritevole dell’alto onore. In Italia, se i deputati dovranno essere 500, si dovran fare 500 collegi o distretti elettorali di circa 90 mila abitanti l’uno. Un distretto di 90 mila abitanti è una entità naturale. Gravita attorno a una cittadina, ad un luogo di mercato; è composto di borghi aventi interessi comuni, abitati da gente che ha reciproci rapporti quotidiani. I candidati sono personalmente conosciuti dai loro amici: proprietari od industriali, operai o contadini, bottegai od artigiani, non di rado professionisti noti e più o meno stimati. Saranno celebrità locali? Tanto meglio. In un parlamento si infiltrano sempre troppi uomini celebri, illustri in questa o quell’arte o scienza e sovratutto nell’oratoria. Manca invece la gente la quale viene dal basso, che ha compiuto le sue prove facendo il sindaco o l’assessore dei comuni, governando leghe degli operai, cooperative o consorzi agricoli, amministrando opere pie od ospedali.

 

 

Il collegio piccolo, nel quale un solo candidato riesce eletto, non è certo il toccasana. Tirannie di comitati, mandati imperativi, imbrogli di faccendieri, imbottimento di crani della buona gente ad opera di chiacchiere di arrivisti sono mali inevitabili. Nessun parlamento al mondo vi si può  sottrarre. La mediocrità di tanti deputati italiani d’innanzi al 1922 era dovuta al sistema amministrativo accentrato, che faceva di ogni deputato un galoppino procacciante favori agli elettori. Ridiamo vita autonoma ai comuni ed alle regioni, mandiamo a spasso i prefetti ed avremo risanato in gran parte, nel solo modo adatto, la vita parlamentare. Se non è il toccasana, il collegio piccolo è il solo modo di forzare l’elettore a decidersi. È da riflettere persino se non convenga abolire il ballottaggio e proclamare vincitore subito il candidato il quale ha ottenuto la maggioranza relativa dei voti. Se i votanti sono 20.000 e Tizio ha avuto 8000 voti, Caio 7000 e Sempronio 5000; sia eletto senz’altro Tizio, sebbene non abbia raggiunto la metà più uno dei voti. Peggio per gli elettori i quali non hanno saputo decidersi e tra il bianco di Tizio e il rosso di Caio, hanno preferito il grigio di Sempronio. In Inghilterra, tra i conservatori ed i laburisti, i liberali sono stritolati e perdono costantemente terreno. Gli elettori liberali si stancano di disperdere i loro voti e finiscono per riversare i loro voti, a seconda delle inclinazioni, sui conservatori e sui laburisti. Vecchio (sebbene abbia l’ingenuità di credermi, con altri quattro gatti dispersi nei cantoni più diversi del mondo, un neo liberale) liberale quale sono, non mi allarmo affatto di questa scomparsa del liberalismo in Inghilterra. Innanzitutto, può ben darsi che il malcontento dell’elettore medio verso i due partiti dominanti provochi una rinascita del partito liberale. In ogni caso quella scomparsa è apparente e vuol dire soltanto che il liberalismo sta permeando, sta trasformando i due grandi partiti; rende più aperti alle idee nuove i conservatori e più cauti e sperimentati i laburisti, che da noi si direbbero socialisti; rende liberale il conservatorismo e crea il socialismo liberale.

 

 

Le maggioranze nei parlamenti vivi sono fabbricate dagli elettori i quali non sono iscritti ai partiti organizzati; dagli uomini i quali giudicano governi e parlamenti alla cote sperimentale dei risultati ottenuti. Le camere hanno nei paesi moderni due uffici: l’uno è quello di costituire il governo del paese e ciò è compito della maggioranza; l’altro è quello di criticare l’opera del governo così costituito, e ciò è opera della minoranza. Se la maggioranza è di 4 e la minoranza è di 1, il governo è forte e può durare sino alla fine della legislatura; e la minoranza può pienamente esercitare l’ufficio suo che è quello di dimostrare che quel che fa il governo è mal fatto ed è criticabile a questo o quel punto di vista. Spetta agli elettori, alle prossime elezioni, dare un giudizio sull’operato del governo e sulle critiche dell’opposizione. Nessun male ed anzi molto bene se in queste nuove elezioni il mutamento anche solo di 2000 voti dai conservatori ai laburisti trasforma la maggioranza di 4 dei primi in una minoranza di 2; e se i laburisti da 1 diventano 3. Un buon sistema elettorale ha appunto per scopo di consentire agli incerti, ai 2000 su 100.000, la cui opinione non è già bell’e fatta, di spostarsi e di dar la vittoria all’una od all’altra delle due parti. La frana elettorale che gli inglesi chiamano landslide ed è impossibile nel sistema proporzionalistico, non è un male. Non è la massa degli elettori fedeli, la quale conta e deve contare. I conservatori fedeli rimarranno sempre tali, anche se il partito conservatore commettesse un sacco di spropositi durante la sua permanenza al potere; ed i fedeli laburisti chiuderanno sempre gli occhi dinnanzi agli errori dei propri rappresentanti. Chi decide e merita di decidere sono gli incerti, gli oscillanti, i quali giudicano sui risultati; fedeli ai conservatori sinché costoro fanno bene, rivoltosi in caso contrario. Il pendolo elettorale oscilla esclusivamente per merito della gente indipendente la quale regola la sua opinione non sulle parole, ma sui fatti. La rivolta degli elettori incerti consente alla pubblica opinione di farsi valere attraverso o nonostante la macchina dei partiti che tiene salda in pugno la massa degli elettori fedeli la quale non desidera formarsi una opinione propria ma accetta bell’e fatta l’opinione dei gruppi e dei loro capi. Grazie a questa opinione media indipendente ed oscillante ci si può sottrarre, nei collegi elettorali piccoli, dove le elezioni sono decise, tra pochi candidati noti, col sistema della maggioranza assoluta o, meglio, con quello della maggioranza relativa, alla molteplicità dei partiti ed allo spezzettamento dei gruppi politici nella camera elettiva. Gli elettori, che i partitanti si compiacciono di chiamare amorfi, votano a favore del partito che, facendo bene, ha commesso il minimo numero di errori o che dà affidamento di far meglio. Grazie ad essa nasce un governo saldo, che dispone di una forte maggioranza e non teme la critica della minoranza. Che importa che la minoranza sia piccola o grande? Purché essa esista, se anche ridotta di numero, se anche ridotta ai sette o cinque dei corpi legislativi del secondo impero e purché essa esponga critiche fondate, essa è sicura di spostare a proprio favore gli indipendenti e di conquistare la vittoria. Appetto di questi vantaggi che assicurano il buon governo del paese, che cosa conta il vanto dell’ossequio alla giustizia astratta del sistema proporzionalistico? Irrigidendo le opinioni, consentendo solo lentissimi spostamenti nelle assemblee legislative, essa è la consacrazione del dominio dei partiti i quali patteggiano tra di loro la condiscendenza propria alle idee altrui a condizione di reciprocità nella adesione altrui alle idee proprie. Al compromesso fecondo dinnanzi all’elettore medio indipendente il cui voto bisogna conquistare con la bontà dei programmi e più dei risultati conseguiti, si sostituisce il do ut des dei gruppi dei jacobins nantis, dei partitanti sicuri di conservare una parte del potere pur di lasciar godere della residua porzione altri partitanti anch’essi già arrivati.

 

 

L’errore massimo di principio della proporzione è di confondere la lotta feconda delle parti, dei gruppi, degli ideali, dei movimenti, la quale ha luogo nel paese, con la deliberazione e l’azione dei parlamenti dei governi. Nessun parlamento, nessun governo funziona se il sistema elettorale irrigidisce i partiti, i gruppi, le classi, i ceti sociali, le tendenze, le idee, dandone la rappresentanza esclusiva a talune persone elette perché mandatarie di quei gruppi o di quelle idee. Occorre vi sia un congegno il quale obblighi le idee, i gruppi, i ceti a cercare quel che essi hanno di essenziale, di comune con altri, a classificare i fini, a rivolgere la propria azione verso quel fine che ha il consenso dei più. I divorzisti hanno ragione di patrocinare il loro fine; ma è gran bene che lo attuino soltanto quando esso sia divenuto convinzione della maggioranza, quando questa lo abbia messo in testa al proprio programma. Se siano eletti come gruppo politico autonomo, i divorzisti sono una peste sociale, un germe di dissoluzione della società politica. Ove gli stessi uomini siano scelti perché, in contrapposto ad altri uomini, furono ritenuti i migliori, essi hanno necessariamente interessi ed ideali complessi da far trionfare, di cui il divorzio è uno solo. Da demolitori si convertono in costruttori. L’idea nuova non si difende e non si fa trionfare nei parlamenti. Essa nasce nei libri e nelle riviste, si propaga nei giornali, dà origine ad associazioni, a gruppi di propaganda, conquista l’opinione pubblica, e cioè l’opinione media, quella di coloro che non sono già gli adepti di un credo. Solo allora, ed è bene che ciò accada solo allora, se non si vuole che i parlamenti siano popolati da inventori sociali, da fanatici, da gente tocca nel cervello, gli uomini politici se ne accorgono. Solo allora i capi della minoranza vedono in quel movimento un pretesto per criticare il governo, il quale non ha ancora capito l’importanza della nuova idea. Solo allora i capi della maggioranza di governo, costretti a difendersi, si occupano del problema posto dall’idea nuova e vanno al contrattacco, dimostrando che l’idea non è nuova ed è sbagliata. La lotta si accende e, se davvero l’idea è nuova e vitale, viene il giorno in cui il capo della maggioranza, se vuol sopravvivere, proclamerà: l’ho sempre detto anch’io! e, convertendo quell’idea in legge, la fa trionfare nel momento giusto. Se il trionfo, per ricatto di gruppi, avesse avuto luogo prima, sarebbe stato ingiusto ed effimero.

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