Contro la servitù della gleba

Tratto da:

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954)

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 07/06/1922

Contro la servitù della gleba

«Corriere della Sera», 7 giugno 1922

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954), Laterza, Bari, 1954, pp. 491-495

 

 

 

 

Il carattere spettacoloso delle adunate fasciste in Bologna ha attirato sinora l’attenzione del pubblico quasi soltanto sul lato politico del problema. I fascisti chiedevano l’allontanamento del prefetto; e giustamente il governo rispose di non potere neppure porsi il problema, se prima non cessavano le adunate fasciste. Ora che il terreno è sgombro dall’elemento politico perturbatore, è possibile guardare il problema nella sua sostanza e chiedersi: quale è il motivo che ha messo i fascisti emiliani contro il prefetto di Bologna?

 

 

Dalle notizie dei giornali, dalle lettere dei corrispondenti inviati sul luogo esce fuori un punto essenziale: qui noi ci troviamo di fronte non ad un fenomeno particolare al contado bolognese; ma ad uno dei tanti esempi di un fenomeno che ha nome qua «porto di Genova», là «diritto al mestiere», nel medio evo «servitù della gleba», nella Russia zarista «vincolo del contadino al comune», nella Russia bolscevica «esercito del lavoro», ecc. ecc. Passando sopra alle particolarità locali e storiche, le quali non hanno una importanza decisiva, si potrebbe descrivere così il processo che ha condotto al decreto Mori:

 

 

Si richiede la libertà di lavoro; di associazione e di sciopero. È il movimento iniziato contro il codice penale passato, il quale considerava reato gli scioperi e le coalizioni di operai le quali non fossero state giustificate da una “ragionevole” causa. Col codice vecchio il diritto dell’operaio e del contadino di muoversi da un posto ad un altro, di abbandonare il lavoro, di concertarsi con gli altri operai per vincere nella lotta per più alti salari, dipendeva così dall’arbitrio del giudice, il quale poteva ritenere giusta ovvero ingiusta la causa che mosse l’operaio a concertarsi od a scioperare.

 

 

Quella era una buona battaglia, vinta in nome della libertà; ed era una battaglia la quale meritava di essere vinta. Chi non ha il diritto di abbandonare il lavoro, dopo il preavviso legale e salvo libere pattuizioni contrarie, non può dire di essere uomo libero. Egli è quasi uno schiavo.

 

 

Purtroppo gli uomini invocano la libertà fino a quando essa è ad essi utile; ma subito la calpestano, appena diventa fastidiosa. Il secondo atto del processo si chiama monopolio delle organizzazioni. Come la chiesa, e non solo quella cattolica, invoca la libertà della scuola sino a che essa non è la più forte; ma impone la scuola confessionale appena si sente potente e sicura di mantenere il potere, così le organizzazioni contadine, le quali avevano vinto fino al 1900 memorabili battaglie per affermare il diritto alla libertà di lavoro, di sciopero e di coalizione, ben presto tendono al monopolio. Tutti i contadini debbono entrare nelle organizzazioni; non vi debbono essere dissidenti. Ad uno ad uno nell’Emilia si costringono i mezzadri, i piccoli proprietari, gli affittuari lavoratori diretti a chinare il capo. Qua e là durano resistenze; ma la tendenza è chiara: tutti i lavoratori, a qualunque specie appartengano, debbono entrare a far parte di una sola grande organizzazione, la quale colle sue leghe di resistenza, colle sue cooperative di consumo, di lavoro, di produzione deve stringere in un solo fascio tutte le forze lavoratrici, per portarle a poco a poco alla conquista degli strumenti di produzione ed alla gestione diretta dell’impresa agricola.

 

 

Quando tutti diventano organizzati, il problema si complica. In modo assoluto sempre, e con maggiore intensità in taluni momenti, la popolazione lavoratrice in parecchie plaghe dell’Emilia è sovrabbondante. Non tutta è occupabile agli elevati salari a cui le organizzazioni si sono spinte. In regime di libertà – di lavoro, di sciopero, di organizzazione, di serrata – il problema si sarebbe risoluto con la eliminazione di una parte dei lavoratori, i quali sarebbero emigrati verso altri mestieri o in altre regioni od all’estero. In regime di monopolio, la valvola dell’emigrazione non funziona. Perché deve emigrare uno piuttostoché l’altro dei coalizzati? Non funziona neppure la valvola della disoccupazione dei lavoratori meno produttivi, meno volonterosi, meno capaci. Perché deve essere disoccupato piuttosto un lavoratore che l’altro? Ecco instaurato il sistema del porto di Genova: anche nell’agro emiliano nasce il turno di lavoro che vuol dire disoccupazione distribuita su tutti. Invece di esservi 1 disoccupato su 3, tutti e tre i lavoratori lavorino solo 4 giorni su 6. Ma in tal modo il costo del lavoro cresce; perché i contadini finiscono per abituarsi all’idea di dover guadagnare in quattro giorni la somma necessaria per vivere tutta la settimana. Il che inevitabilmente reagisce sulla domanda di lavoro. L’affittuario, dovendo pagare troppo cara la mano d’opera, cerca di sostituirla con macchine, rinuncia a lavori meno necessari, trasforma le culture in modo da diminuire il quantitativo di giornate di lavoro necessarie per coltivare un dato fondo. Crescendo così la disoccupazione, le leghe controbattono imponendo agli affittuari agricoli l’assunzione di un numero minimo di contadini per unità di superficie. Il conduttore del fondo non può assoldare meno di tanti uomini per ogni ettaro. Le organizzazioni monopolistiche dicono di volere con tal metodo collaborare alla produzione, costringendo i conduttori troppo avari a curare attentamente la coltivazione intensiva della terra. In realtà, noi qui siamo arrivati all’estrema applicazione della teoria monopolistica tutti i lavoratori viventi in un dato territorio hanno il diritto di essere occupati in quel territorio – a turno – a salari determinati dalla organizzazione – con obbligo per i conduttori di impiegare un carico minimo di lavoratori per unità di superficie.

 

 

Siamo arrivati all’estremo; perché nessuna impresa resiste a tale pressione verso gli alti costi, se non in circostanze eccezionali. Solo gli alti prezzi della guerra e del post-guerra consentirono alle imprese agricole di sopportare i costi inerenti in questo ferreo meccanismo. Adesso che i prezzi non sono più quelli massimi, che per taluni prodotti, come la canapa, si è discesi da 1.000 lire per quintale a circa 200 ed il prodotto di due annate giace invenduto, il monopolio si spezza.

 

 

Si spezza anche perché una organizzazione così generale, estesa a tutti, a uomini aventi attitudini e non di rado interessi divergenti, non può durare che per mezzo di una costrizione tirannica. Solo il regime del terrore, della intimidazione, può costringere i datori di lavoro a spendere 10 quando basterebbe spendere 5, ad occupare 10 lavoratori laddove basterebbe occuparne 5. Solo la paura di apparire transfuga può indurre tutti i lavoratori a marciare a passo di parata, ad essere occupati quando e dove piace al capoccia della lega; solo il timore di essere boicottato può indurre l’uomo a convertirsi in un numero di una serie, laddove con l’abilità e la capacità proprie egli sarebbe in grado di ascendere nella scala sociale.

 

 

Tutto questo ribollimento di impazienze contro il monopolio di una organizzazione unica, ha preso nell’Emilia il nome di fascismo. Nel Ravennate è antica la lotta tra repubblicani e socialisti, ed ha economicamente una natura non differente. Sotto l’egida fascista, rotto l’incanto del terrore rosso, sorgono organizzazioni concorrenti, i sindacati nazionali, contro le vecchie organizzazioni rosse. Anch’esse reclamano il diritto al lavoro; anch’esse vogliono che i propri soci siano assunti da enti pubblici e da privati a parità di condizioni con i soci delle leghe rosse. Esse reclamano il diritto di far muovere i propri organizzati dalle piaghe dove la richiesta di mano d’opera è minore a quelle in cui è più intensa.

 

 

L’organizzazione rossa, la quale vede minacciato il proprio monopolio di fatto, perché essa non è più sola a raccogliere sotto le proprie bandiere i lavoratori, fa l’ultimo tentativo e strappa al governo ed al prefetto un decreto con cui si vieta ai lavoratori di spostarsi da certe zone a certe altre zone agrarie.

 

 

Il significato del decreto è chiarissimo: esso tende a trasformare l’antico ed oramai distrutto monopolio di fatto in un monopolio di diritto. Solo le leghe e le cooperative esistenti in certi luoghi avranno diritto di distribuir lavoro ai propri soci. Se quelle leghe sono le vecchie leghe rosse, solo esse potranno dar lavoro. I reprobi venuti dal di fuori, appartenenti alla organizzazione concorrente, siano sottoposti all’interdetto dall’acqua e dal fuoco.

 

 

Il decreto, riflettasi bene, instaura in Italia il sistema della servitù della gleba, di cui nella storia si parla come del sistema il quale nel medio evo costringeva gli uomini a vivere sulla terra dove erano nati e loro proibiva di recarsi altrove a migliorare la loro sorte. Forse il prefetto di Bologna ha pensato di compiere uno di quegli atti che i giornali qualificano di «audacemente rivoluzionario», pensando che Lenin aveva decretato lo stesso principio per obbligare gli operai posti dalla fame in fuga da Pietrogrado e da Mosca, a restare ivi a lavorare nei suoi stabilimenti; ma sta di fatto che questa si chiama in linguaggio proprio servitù della gleba e non altrimenti. L’incredibile è che un prefetto, con un suo decreto, abbia abolito la libertà del lavoro, la quale implica libertà di movimento del lavoratore. Se si vuole che la servitù della gleba sia nuovamente ristabilita, nell’anno di grazia 1922 ed in quell’Italia la quale per la prima aveva iniziato nell’epoca dei comuni la lotta per la sua abolizione, sia. Ma sia instaurata non per decreto di prefetto, ma per voto del parlamento.

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