Contro osservazioni in margine

Tratto da:

Saggi

La Riforma Sociale

Data di pubblicazione: 01/09/1931

Contro osservazioni in margine

«La Riforma Sociale», settembre-ottobre 1931, pp. 458-454

Saggi, La Riforma Sociale, Torino, 1933, parte I, pp. 153-161

 

 

 

1. – La disputa, la quale si è svolta sinora nelle citate pagine di Economia, nella Raccolta di scritti in onore di Giuseppe Prato e negli Atti della società per il progresso delle scienze, ha ora[1] una continuazione che dirò anch’io, con l’amico Benini, «inaspettata». Con il quale aggettivo forse intendiamo amendue una certa difficoltà ad entrare l’uno nella situazione di spirito dell’altro. Se non erro ciò costituisce per l’appunto l’interesse principale delle polemiche scientifiche; essendoché il cavar fuori dalle premesse di un problema ciò che vi sta dentro, non è mai tanto difficile come il porre esattamente le premesse medesime. Vi sono persino autori i quali, posto il problema, sono presi dalla noia e lasciano al lettore la fatica, ai loro occhi inferiore e talora manuale, di cavarne il costrutto. Procedimento un po’ superbo ed irritante, ma non privo di una certa eleganza.

 

 

2. – Se non ho capito del tutto per traverso il pensiero sottile del B. parrebbe:

 

 

  • che gli imprenditori, supposti anche capitalisti, debbano ricevere dai clienti un prezzo tale da compensare tutte le spese sostenute, compreso l’interesse del capitale impiegato; e su di ciò, guardando le cose alla lunga, non cade dubbio;

 

 

  • che il rimborso dell’interesse, da parte del cliente, non danneggi costui se egli, a sua volta imprenditore – capitalista riesce a nella misura in cui riesce a vendere all’altro marce contenente altrettanto interesse. Il gruppo A di imprenditori, che indicherò colla notazione Ai, vende 150 unità di merce a Bi, caricando Bi, del relativo interesse. Se Bi a sua volta vende ad Ai, 150 unità di merce contenenti la stessa massa di interesse, i due oneri di interesse si compensano. È inaspettato veder qualificare il pagamento dell’interesse un onere per chi si è deciso a comprare una merce per trarne vantaggio di utilità. A questa stregua perché non dire che è un onere non ricevere gratuitamente i beni economici di cui si ha bisogno? Occorrerebbe aggiungere però subito che il ricevere gratuito da altri è condizionato al dare gratuito altrui; ritornando, dopo un giro vizioso, al punto di prima. Si sa che tutto ciò che si paga è un onere; ma si sa anche che si sopportano oneri, sforzi per ottenere vantaggi più grandi dell’onere.

 

 

Si faccia, tuttavia, per il momento astrazione da questo ginepraio; e suppongasi, per il momento, che si tratti di constatare un puro fatto contabile, senza guardare troppo dentro al suo significato;

 

 

  • che il rimborso dell’interesse danneggi il cliente, se questi, invece di appartenere alla classe degli imprenditori – capitalisti (Ai, Bi), è un lavoratore (Al, Bl).

 

 

Scrivendo, per rappresentarselo netto, il pensiero del B. in colonne, si dirà che:

 

 

l’onere di interessi contenuto in 150 unità vendute dal Bi agli Ai è compensato per gli Ai del vantaggio di interessi contenuto nelle unità vendute dagli Ai ai Bi
ed invece l’onere, come sopra, contenuto nelle altre 400 unità vendute dal Bi agli Ai deve, mancando una contropartita di uguali ulteriori vendite dagli Ai ai Bi essere compensato per gli Ai dalla vendita da parte loro di 400 unità di Bi

 

 

La proposizione è assiomatica nel senso che certamente gli Ai non possono comperare dai Bi le 400 unità ulteriori, al prezzo corrente, se, supposto uguale il prezzo unitario, essi non riescono a vendere altrui le necessarie 400 unità di propria produzione. Ma non è altrettanto evidente che, se questi qualcuno capitano ad essere dei Bl, ossia dei lavoratori, costoro abbiano ad essere danneggiati dal pagamento del prezzo pattuito. Se gli Ai riescono ad elevare il prezzo della merce venduta tanto ai Bi come ai Bl della quota interessi, i Bl non riusciranno ad elevare il salario in modo da essere in grado di pagare l’interesse compreso nelle merci acquistate? Benini dice di no, perché i Bl sono presi per il collo ed obbligati, per incapacità  a resistere durante la contrattazione, a contentarsi di salari bassi o meglio a pagare prezzi alti per le cose loro bisognevoli. Ritornerò su questo punto, per inquadrarlo nello schema teorico adatto ad utilizzare quello che vi è di fecondo nel suggerimento del mio insigne contradditore; ma se anche si ammetta la verità  universale della presa per il collo, non si vede perché essa debba essere correlata ad uno solo dei fattori di costo, l’interesse del capitale. Se gli Ai vendono ai Bl a prezzi tali da coprire anche l’interesse, perché non si dice che vendono a prezzi tali da coprire il costo delle materie prime, e gli ammortamenti ed i salari e le imposte e taccio delle rendite per non suscitare inutilmente la questione se esse si includano nel costo?

 

 

3. – La domanda decisiva parrebbe questa: forseché l’inclusione dell’interesse nel prezzo delle merci muta, per sé medesima, la distribuzione del prodotto totale sociale?

 

 

Questo pare sia:

 

 

di 1.000 unità per il gruppo A, distribuito:
fra gli Ai Bi Ai Bi
per unità 100+ 150+ 350+ 400= 1000
di 1.000 unità per il gruppo B, distrubuito:
per unità 550+ 450 1000
Ricevendo i diversi gruppi
650 600 350 400
1250+ 750 =2000

 

 

Quando i beni prodotti sono andati a finire nelle case dei gruppi sociali che li consumeranno, risulta che la produzione totale sociale fu di 2.000 unità, e che di queste 1.250 unità  sono godute dal gruppo degli imprenditori – capitalisti (Ai + Bi) e 750 unità dai lavoratori (Al + Bl). Sia che il prezzo unitario dei beni sia 10 e contenga interessi, ovvero sia 8 e sia immune dalla loro lebbra, la distribuzione non muta. Gli imprenditori restano in amendue i casi con 1.250 unità ed i lavoratori con 750 unità.

 

 

4. – Il B. fa due soli tentativi di dimostrare che l’inclusione dell’interesse nel prezzo delle merci acquistate dai lavoratori cambia la distribuzione del prodotto. La prima è là dove egli paragona l’interesse all’imposta e forte si meraviglia che si ammetta la possibilità per l’industriale contribuente di trasferire su altri l’imposta e non si ammetta l’identica possibilità  per l’interesse. Il paragone si ferma lì; né è formulata alcuna dimostrazione analoga a quelle con cui si suole far vedere se ed entro quali limiti avvengono o non avvengono traslazioni di imposta. Io non ho bisogno però di andare a finire nella casistica traslativa; ché ripetutamente[2] e quasi antivedendo il paragone del B., lo ho rovesciato ed ho posto il problema: c’è senso comune nel discorrere, come si fa, ripetutamente delle imposte come di un onere? Perché nessuno parla del salario, dell’interesse come di un onere? Gli imprenditori non sono forse ben lieti di pagare interessi e salari e materie prime, sapendo essi che non si possono vendere merci ed intascar profitti, senza prima subire i costi relativi? Ho conosciuto una volta un bel tipo di amministratore di giornale che si lagnava di dover spendere ogni mese di più per la carta; ma il proprietario lo lasciava dire, l’avarizia dell’amministratore giovandogli a far stretta economia, e si rallegrava quanti più rotoli di carta si dovevano comprare, perché ciò significava tiratura cresciuta e profitti più lauti. Così e degli interessi e dei salari; così dell’imposta. Se una fraseologia insulsa di oneri, traslazione, ripercussione non facesse velo ai nostri occhi, darebbe chiaro che l’imposta non è un onere per i contribuenti; anzi è condizione necessaria affinché essi possano ottenere il massimo reddito netto possibile. Ciò scrissi fin dal 1919, ma avendo scritto in atti accademici, il rilievo cadde. La stessa verità indipendentemente e con ben maggiore autorità e con feconde illazioni nella teoria della cosidetta traslazione, affermò il De Viti nell’ultima edizione (1928) dei suoi Primi principi della economia finanziaria; sicché, incoraggiatore, vi ritornai sopra nel 1929. S’intende che De Viti ed io non affermiamo che mai l’imposta non sia un onere. Diciamo soltanto che nell’ipotesi di stato inteso al raggiungimento dei fini suoi propri e di imposta ottimamente costrutta, l’imposta non decurta ma aumenta i redditi. Il che mi pare sia quanto basta per togliere qualsiasi valore teorico probativo al paragone fra onere di imposta ed onere di interessi.

 

 

5. – Il secondo tentativo di dimostrazione è fatto dal B. in fine della sua elegante nota là dove conclude che se l’operaio non può rivalersi direttamente ossia con un aumento di salario sull’imprenditore – capitalista per l’aumento di prezzo delle merci acquistate dovuto all’inclusione dell’interesse, possiede una indiretta capacità di rivalsa attraverso le leggi protettive del lavoro e l’estendersi dei beni e servizi pubblici che provvedono all’istruzione, educazione e ricreazione delle masse popolari. Parrebbe che gli operai sfruttati nella distribuzione che chiameremo «primaria» col ricevere solo 750 unità delle 2.000 di prodotto totale, le altre 1.250 rimanendo agli imprenditori – capitalisti, si rivalgano, in una distribuzione «secondaria», inducendo lo stato a prelevare coll’imposta 250 unità sugli imprenditori – capitalisti per darle ad essi operai sotto forma di assicurazioni sociali, educazione, case popolari a buon mercato, ecc., ecc.; e riconducendo così la distribuzione, ad esempio, a quelle 1.000 unità agli uni e 1000 unità agli altri, che avrebbe dovuto esistere in assenza dell’orco interesse.

 

 

Discuto come devo il problema teorico, in prima approssimazione. Gli attriti, i furti, le spogliazioni sociali di forza sono problemi interessantissimi, ma vanno studiati a parte, senza imbrogliare le impostazioni generali dei problemi, senza confondere la teoria dell’interesse con quella, tutt’affatto diversa, del perché certi operai siano pagati male od abbiano un tenor di vita basso. Teoricamente, dico che non può essere vero che:

 

 

  • essendo, in regime di libera contrattazione e di libero sfruttamento dei deboli, la distribuzione del prodotto di 1.250 unità agli i (imprenditori) e di 750 unità agli l (lavoratori), e pagando così i lavoratori l’interesse 250 ai capitalisti, con la rinuncia a qualcosa che ad essi spetterebbe;

 

  • operando invece pienamente un regime di difesa e di innalzamento della classe lavoratrice, la distribuzione del prodotto sociale diventi 1.250 – 250 (imposta = interessi) = 1.000 per gli imprenditori e 750 + 250 (protezione sociale) = 1.000 per i lavoratori.

 

 

La prima situazione è instabile; la seconda assurda. Instabile la prima, perché il regime di sfruttamento dei deboli, se esiste, provoca malcontento sociale ed alla lunga è destinato a perire. Può darsi che i lavoratori ricevano solo 750 unità; ma alla lunga gli imprenditori (qui, come piace a Benini, parlo di classi e non di individui, di società durature e non di generazioni passeggere) godono assai meno di 1.250. L’apparente alto interesse che essi ricevono non è interesse vero; è quota di rischio contro il pericolo, che si verificherà certamente, di rivoluzioni, di crisi sociali profonde, di perdite di capitale.

 

 

La seconda situazione è assurda, data la prima; poiché, se prima il prodotto sociale era 2.000, dopo esso sarà certamente maggiore. La protezione sociale, se usata nelle dimensioni sue ottime, è produttiva al par dell’imposta bene usata, al par dell’interesse al capitale impiegato produttivamente, al par del salario dovuto all’operaio capace. Produce essa stessa quanto ed assai più di quanto costa; non è onere per nessuno. Il prodotto sociale diventando 3.000, i lavoratori possono aumentar la loro quota da 750 a 1.500 e gli imprenditori crescere anche da 1.250 a 1.500. Cresce la massa salari, ma cresce, per causa della protezione sociale, la massa interessi, la massa profitti. Sovrattutto diventano masse nette godibili di redditi, non più decurtate da quote di rischi. Il che pare dimostri che la protezione sociale non è un fenomeno di ripresa di interessi, ma qualcosa di ben diverso. Questo pigliar di qua e metter di là, pigliar salari e trasformarli in Interessi e ripigliar interessi e ridurli nuovamente in salari, mi pare un giochetto inconcludente.

 

 

6. – Su altra via occorre mettersi per studiare il fecondo problema, posto dal Benini, della diversa capacità delle classi sociali a contrattare. La economia classica e neoclassica è suggestiva in argomento. Classificherei, provvisoriamente, le diverse previsioni astratte dal problema così:

 

 

a)    lavoratori ed imprenditori sono in condizioni, amendue, di perfetta libera concorrenza. Ambe le classi conoscono il mercato, ambe possono resistere ugual tempo a non definire il contratto, ambe posseggono uguale abilità di contrattare. Non esistono, né da una parte né dall’altra, organizzazioni. Si supponga che, essendo il prodotto sociale 2.000, il prodotto sia diviso in parti uguali, 1.000 e 1.000 tra i due gruppi;

 

 

b)    esiste monopolio unilaterale degli imprenditori. Questi soli sono uniti,possono aspettare, conoscono il mercato e sono capaci di contrattare. I lavoratori, disuniti, ignoranti e poveri non hanno capacità  di contrattare né attitudine ad attendere. Per non complicare troppo, ammetterò che il prodotto sociale sia ancora 2.000, sebbene probabilmente esso sia assai minore, e supporrò per conseguenza che esso sia diviso come 1.250 agli imprenditori e 750 ai lavoratori;

 

 

c)    esiste monopolio unilaterale dei lavoratori. Questi, eccitati dalla miseria, hanno imparato ad unirsi, hanno costituite leghe formidabili, influiscono sui governi. Gli imprenditori, sorpresi sono ancora disuniti e sono battuti ad uno ad uno da scioperi dichiarati accortamente dagli operai. Con la solita riserva, essendo il prodotto sociale 2.000, la divisione si faccia per 750 agli imprenditori e 1.250 ai lavoratori;

 

 

d)    nasce monopolio bilaterale. Anche gli imprenditori si associano. Le leghe dalle due parti, ugualmente forti, si guardano negli occhi. Fermo restando il prodotto sociale a 2.000 unità, il margine di incertezza diventa ampio. La quota degli imprenditori oscilla fra un massimo di 1.250 ed un minimo di 750; la quota dei lavoratori del pari. Nessuna delle due parti può star meglio di quanto starebbe se essa godesse di monopolio perfetto unilaterale; nessuna peggio di come sarebbe se, disunita, fosse soggetta al monopolio unilaterale altrui:

 

 

e)    per intervento dello stato o per accordo tra le parti, ferme rimanendo le due organizzazioni monopolistiche, i salari sono stabiliti per arbitrato di qualche specie di tribunale. Quale debba essere, in questa ipotesi, la distribuzione del prodotto, è incerto. A me parve che, dovendosi escludere le situazioni b, c e d le quali suppongono prepotere di qualche parte od incertezza, la soluzione di arbitrato dovrebbe riprodurre astrattamente la situazione (a) di perfetta libera concorrenza[3].

 

 

Non ritengo che quest’ultima sia mai esistita nella sua forma perfetta, sebbene qua e là, in taluni mercati del lavoro, se ne possa ritrovare qualche approssimazione. Essa potrebbe dirsi la situazione, in cui essendo perfetta la mobilità  del lavoro e del capitale, non esistendo alcuna limitazione nei fattori naturali della produzione,essendo la distribuzione del reddito fra consumo e risparmio quella che rende massimo in modo duraturo il reddito medesimo, essendo la quantità  della popolazione e la sua distribuzione quella che risponde al massimo vantaggio collettivo, ecc. ecc., tutto il capitale e i lavoratori esistenti sono impiegati nel modo più conveniente. Si intende che questo è uno schema astratto; ma in quale altro modo se non fabbricando schemi astratti ci si può avvicinare alla realtà (analisi scientifica); ed in qualche altro modo gli uomini, volendo raggiungere uno scopo, potrebbero coordinare i mezzi allo scopo (precettistica?).

 

 

La realtà è assai complessa; in nessun momento attuandosi né gli schemi di libera concorrenza perfetta, né di monopolio unilaterale degli imprenditori, o del lavoratori, né di monopolio bilaterale, né di arbitrato. Amplissimo campo rimane dunque allo studio della infinita varietà di capacità contrattuale, su cui vigorosamente ha richiamato l’attenzione il Benini. Ma lo studio va perseguito non attraverso vani fantasmi di rivalse immaginarie, ma con l’analisi attenta delle forze contraenti.



[1] In «La riforma Sociale», di settembre – ottobre 1931 con un articolo di RODOLFO BENINI: Su l’incidenza dell’interesse del capitale.

[2] Cfr. LUIGI EINAUDI, Contributo della ricerca dell’«Ottima imposta» (in «Annali di Economia», Vol. quinto n. primo e secondo, 1929, Milano, Università  Bocconi, 1929, dove si cita anche la nota accademica del 1919).

[3] Esposi questa tesi in Le premesse del salario dettato dal giudice (in «La Riforma Sociale» del maggio – giugno, 1931).

Torna su