Conversazioni del giorno. Il contributo finanziario dell’Inghilterra alla Quadruplice Intesa. (Commenti di Luigi Einaudi al primo discorso del senatore Marconi)

Tratto da:

Sentinella delle Alpi

Data di pubblicazione: 31/12/1915

Conversazioni del giorno. Il contributo finanziario dell’Inghilterra alla Quadruplice Intesa. (Commenti di Luigi Einaudi al primo discorso del senatore Marconi)

«Sentinella delle Alpi» 31 dicembre 1915

 

 

 

Recentemente nel suo primo discorso al Senato, Guglielmo Marconi pur dicendosi lieto che l’Italia abbia aderito al patto di Londra ha voluto saggiare e proporre all’attenzione della Camera vitalizia un arduo e complesso problema di finanza internazionale nei rapporti ed ai fini della Quadruplice Intesa e in particolar modo dell’Italia.

 

 

Nella mia duplice qualità di giornalista e di modesto studioso di materie economiche e dall’evidente e urgente gravità del problema sollevato dal senatore Marconi sono stato indotto a chiedere il parere di un illustre collega che mi onora della sua amicizia: il prof. Luigi Einaudi dell’Università di Torino, autorevole e notissimo collaboratore del Corriere della Sera. La sua opinione può avere tanto più interesse per i nostri lettori che simpaticamente lo conoscono e stimano perché l’Einaudi con l’opera sua di studioso e di pubblicista onora la nativa Dogliani e fu già apprezzatissimo ed amato insegnante all’Istituto Tecnico di Cuneo. Ma il prof. Einaudi per sua indole e per sistema aborre dalle interviste. Egli dovrà tuttavia indulgere alla mia curiosità professionale, poiché una per me fortunata occasione me lo ha fatto incontrare in questi giorni a Torino in via Garibaldi. Coi dotti come con le belle signore conviene talvolta usare di eufemismi; ecco come e perché passeggiando e conversando col prof. Einaudi io non l’ho «intervistato» nel senso categorico della parola, ma però ho egualmente conosciuto il suo pensiero sull’argomento che mi interessava.

 

 

Il pensiero di Guglielmo Marconi

 

Per intelligenza del lettore è necessario premettere che il senatore Marconi nel suo notevole discorso ha espresso la fiduciosa speranza che anche il governo inglese dia tutta la sua cooperazione allo sforzo economico industriale e commerciale che va compiendo il nostro Paese. E passando alle fattispecie il Marconi ha dichiarato di non credere interamente giustificato il cambio della lira italiana sulla sterlina, salito ad un tasso enorme, né dalle condizioni delle nostre riserve auree, né dagli scambi commerciali che avvengono tra l’Italia e altri paesi. Anche i noli della marina mercantile, basati sulle quotazioni di Londra e saliti a livelli che non sembrano giustificati; rendono altissimo in Italia il costo delle materie prime più indispensabili al popolo. La moderazione del cambio e dei noli costituisce un problema non facile, ma che ammette equa soluzione se i Governi alleati lo affronteranno con energico spirito di leale cooperazione. Per i noli un mezzo di sicuro effetto potrebbe essere la requisizione di tutte le navi della marina mercantile da parte di tutti i Governi alleati, a condizioni eque, uniformi, per il trasporto delle materie prime più indispensabili; e le condizioni dovrebbero stabilirsi di comune accordo tra i Governi interessati.

 

 

I commenti di Luigi Einaudi

 

Certamente, mi ha detto il prof. Einaudi, la questione sollevata dal senatore Marconi intorno ai rapporti fra l’Inghilterra ed i vari paesi belligeranti, fra cui sovratutto l’Italia, è di importanza straordinaria per noi. Sicuramente sarebbe molto utile che potessero trovarsi mezzi onde diminuire l’enorme altezza dei noli marittimi e per poter approvvigionare i paesi alleati di quelle materie prime di cui essi hanno bisogno. Fa d’uopo però non dimenticare che l’Inghilterra trovasi in una situazione anch’essa particolarmente difficile e che i problemi economici-finanziari che debbono risolvere quegli uomini di Stato, sono di una complessità tale la quale non ha riscontro in nessuno degli altri Paesi belligeranti.

 

 

Ed avendo io domandato al Prof. Einaudi quale è la causa di tanta differenza egli mi ha risposto che una delle ragioni principali di questa maggiore complessità dei problemi inglesi, è la necessità in cui si trova l’Inghilterra di conservare il tipo monetario suo intatto, e di garantire in ogni momento il cambio a vista della Lst. in oro.

 

 

Questa è la premessa fondamentale sotto la cui visuale occorre studiare tutti i problemi inglesi. Il giorno in cui l’Inghilterra non possa più cambiare in oro la Lst., in cui invece di un cambio del 2-3-4 e anche 5%, la Lst. perdesse il 10 o il 20%, quel giorno sarebbe l’ultimo della situazione egemonica che l’Inghilterra conserva sui mercati mondiali.

 

 

La fiducia nell’Inghilterra sarebbe scossa e con la mancanza della fiducia, l’Inghilterra si troverebbe nell’impossibilità di poter acquistare su vastissima scala all’estero e fare prestiti per somme rilevantissime ai paesi alleati.

 

 

Data questa necessità di conservare il cambio a vista della Lst., ne discende che l’Inghilterra non può assolutamente ricorrere per procacciarsi denaro e per poter imprestare denaro agli alleati al mezzo relativamente facile a cui hanno fatto ricorso per miliardi di lire tutti i paesi belligeranti e cioè l’emissione di carta-moneta.

 

 

Le riserve dell’Inghilterra e dell’Italia

 

Né alla mancata possibilità di emettere carta moneta, l’Inghilterra può supplire con prestiti fatti agli altri paesi in oro. La quantità d’oro che l’Inghilterra possiede, sebbene sia oggi assai più rilevante che prima della guerra, è tuttavia proporzionalmente assai tenue. L’oro posseduto dalla Banca di Inghilterra e dallo Stato a garanzia della sua circolazione propria all’8 dicembre era di 78.7 milioni di Lst. corrispondenti a circa 2 miliardi di lire. Se si pensa che al 31 ottobre i tre Istituti italiani di emissione avevano una riserva metallica di circa un miliardo 700 milioni, si vede che le riserve auree inglesi, sono poco diverse da quelle italiane, e siccome devono adempiere ad un compito di gran lunga più importante, si vede subito la maggiore difficoltà del problema che deve essere risolto dai dirigenti inglesi.

 

 

Infatti, ha soggiunto il prof. Einaudi, altro è posseder una riserva metallica di 2 miliardi su cui nessuno ha diritto di por mano a causa del corso forzoso, altro è avere la stessa riserva sempre soggetta a domande di ritiro da parte di coloro i quali hanno da fare dei pagamenti all’estero. La somma dei prestiti che il Cancelliere dello Scacchiere inglese prevede di dover fare ai paesi alleati ed alle colonie durante il presente esercizio, ammonta ad una cifra di 10 miliardi 668 milioni di lire italiane, quindi ad una cifra più che quintupla dell’intera riserva metallica posseduta dalla Banca d’Inghilterra e dal tesoro ed è probabilissimo che quella cifra di 10 miliardi di lire abbia ad essere assai superata, se si pensa soltanto al fatto che, a quanto pare, il Ministro delle Finanze russo nell’ultimo suo viaggio in Inghilterra ha richiesto prestiti per 7 miliardi e mezzo di lire.

 

 

L’Inghilterra non lucra sui prestiti agli alleati. Notisi essere escluso da quanto si può arguire dall’esperienza passata, che l’Inghilterra possa fare il minimo guadagno su questi prestiti fatti ai paesi alleati ed alle colonie.

 

 

A tal proposito il prof. Einaudi mi riferisce un curioso particolare storico

 

È stata invero sempre consuetudine osservata dall’Inghilterra fin dal secolo XVIII e per lunghi anni di fare agli alleati veri e proprii donativi, ed i Principi di Casa Savoia ripetutamente ebbero a giovarsi di questi donativi durante la guerra di successione spagnuola, durante la guerra di resistenza contro l’invasione francese durante la grande rivoluzione. Se in seguito fecero imprestiti, stipularono interessi di puro costo ed ancora adesso nel bilancio noi abbiamo una partita di debiti contratti all’epoca della guerra di Crimea ed al tasso dell’interesse del 3%. Per quanto, per plausibilissime ragioni, l’ammontare dei prestiti fatti dall’Inghilterra ai singoli paesi alleati ed ai rispettivi tassi di interesse non siano stati resi pubblici, pure si può senza tema di errare, ritenere che i prestiti stessi siano stati concessi ad un tasso di interesse non superiore a quello che l’Inghilterra stessa paga ai suoi creditori. Bisogna ricordarsi che lo Stato inglese non può ottenere prestiti, e a sua volta farne agli alleati ed alle colonie se non in rapporto al capitale liquido esistente nel Paese.

 

 

Poco importa che l’Inghilterra abbia anche una ricchezza valutata in 400 miliardi di lire, quando la quasi totalità di questa somma è già stata impiegata. Quelli non sono denari liquidi e disponibili per la condotta della guerra.

 

 

  • Quali dunque a suo avviso sarebbero le disponibilità che l’Inghilterra ha per la guerra?

 

  • Le sole che essa possegga consistono: 1) nel risparmio che di giorno in giorno si può fare sul reddito del paese; 2) nel ricavo della vendita di titoli forestieri posseduti da inglesi, vendita che può essere operata nei paesi neutrali; 3) finalmente nei prestiti che l’Inghilterra può fare all’estero.

 

Ma la quantità del risparmio disponibile di giorno in giorno non può essere nulla di più di una frazione del reddito totale annuo e poiché questo reddito si calcola in 60 miliardi di lire all’anno, il risparmio, disponibile su questi 60 miliardi di lire, difficilmente può andare al di là, anche a fare ipotesi larghissime, di una ventina di miliardi.

 

 

Quanto al secondo capitolo di disponibilità, ossia al realizzo di titoli esteri posseduti da capitalisti inglesi, bisogna ricordare che non tutti i titoli esteri sono vendibili. Evidentemente non sono vendibili i titoli esteri di paesi nemici. Neppure i titoli esteri di paesi belligeranti amici, perché i mercati rispettivi sono tutt’altro che disposti a assorbire delle vendite da parte dell’Inghilterra.

 

 

Restano soltanto i titoli di paesi neutrali, ma la maggior parte di questi nel momento presente di guerra e difficoltà finanziarie mondiali sono per lo più invendibili. Rimangono soltanto all’incirca i titoli americani che l’Inghilterra sta bensì vendendo, di cui progetta di vendere una quantità crescente, ma che neanche essi sono in quantità illimitata.

 

 

Quanto all’ultima fonte di disponibilità, ossia ai prestiti fatti all’estero, l’unico paese dove possono essere lanciati sono gli Stati Uniti, i quali però per moltissime ragioni non sono in grado di assumere prestiti se non per cifre limitate: il che si vede in occasione del prestito anglo-francese che dovette forzatamente limitarsi alla cifra non enorme di 2 miliardi e mezzo di lire.

 

 

Il tesoro inglese non è il pozzo di San Patrizio

 

È assurda perciò la frase che ho letta essere stata pronunciata al Parlamento da non so chi, che bisogna chiedere oro a chi ha oro, alludendo con ciò all’Inghilterra.

 

 

Se l’Inghilterra dovesse dare anche tutto l’oro che essa possiede, verrebbe a dare 2 miliardi di lire, ossia la quinta parte dei prestiti da essa progettati e, dopo averli dati, l’intero macchinario monetario e finanziario di Londra sarebbe scosso fin dalle fondamenta con ripercussioni disastrose per tutti gli altri paesi suoi alleati.

 

 

  • Come potranno dunque essere superate tante difficoltà?

 

  • Intendiamoci: non ho voluto dire che i dirigenti della Banca e della politica inglese non debbano riuscire a risolvere il problema difficilissimo che ad essi si presenta. Anzi è in me fondata fiducia che come vi sono riusciti fin qui, così riusciranno in avvenire, ma vi riusciranno soltanto grazie al credito di Londra, credito che si è formato attraverso a secoli di delicatissime esperienze e di abilità senza pari, credito che deve essere conservato con la massima gelosia e prudenza, nell’interesse tanto della Inghilterra, quanto e sopratutto dei suoi paesi alleati.

 

 

E concludendo il prof. Einaudi mi ha detto:

 

 

Mi pare opportuno fare queste osservazioni perché in Italia non si diffonda la grottesca credenza che ci sia in Inghilterra una specie di pozzo di San Patrizio a cui tutti possano ricorrere senz’altra difficoltà che quella di affondare la mano nel sacco. Questa è un’idea non solo grottesca ma infantile. Per fortuna questa idea non è condivisa da nessuno dei dirigenti della Finanza Italiana, ma è bene che non sia diffusa nemmeno nel popolo, per non lasciare sorgere illusioni di una fantastica facilità di ottenere prestiti, facilità che non sarebbe di questo mondo ed a cui è inutile perciò pensare.

 

 

E. Mussi-Nielli

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