Conversioni antiche al 3,5%

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 17/08/1903

Conversioni antiche al 3,5%

«Corriere della Sera», 17[1] e 21[2] agosto 1903

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II, Einaudi, Torino, 1959, pp. 68-76

 

 

I

 

La conversione della rendita dal 4 al 3,5%, se forma una fervidissima aspirazione di tutti gli uomini di stato italiani, se è bene accolta dalla grande maggioranza dei contribuenti desiderosi di un alleviamento di imposte, se è preveduta con filosofica rassegnazione dai maggiori detentori, già abituati dall’esperienza estera ai titoli al 3,5 ed al 3%; non riesce però egualmente accetta alla massa dei medi e piccoli detentori, i quali hanno investito una gran parte del loro patrimonio in titoli di debito pubblico. Costoro non possono trovare, come dai più grossi risparmiatori si fa, uno schermo contro le conversioni della rendita mercé giudiziose mescolanze di titoli svariati nel proprio portafoglio. Il loro capitale è troppo piccolo per poter essere azzardato in compere di azioni di società od in valori esteri; e ricerca per forza i titoli da buon padre di famiglia, i quali offrano assoluta sicurezza di impiego. I medi ed i piccoli risparmiatori sono dunque più rudemente esposti ai colpi delle conversioni; e non possono trovare altro conforto se non quello, molto magro, di mormorare contro il governo, il quale manca di fede ai contratti e viola la parola data, giovandosi delle favorevoli, e forse provocate, condizioni del mercato monetario per costringere i creditori suoi, che lo hanno sovvenuto nei momenti critici della vita nazionale, a rinunciare ad una parte del già meschino reddito. Le lagnanze sono vane; poiché i risparmiatori oramai debbono essere rassegnati alla diminuzione progressiva del saggio dell’interesse e debbono cercare per altre vie un compenso alle falcidie continue che il tempo fa subire ai redditi da interesse. Del resto, i risparmiatori italiani hanno già dato prove di rassegnazione ripetute volte; quando senza mala grazia eccessiva si adattarono a vedere a poco a poco ridursi il frutto della rendita dal 5 al 4,34 e poi al 4%, col crescere continuo dell’imposta di ricchezza mobile. Ma il 4% sembrava dovesse essere per un pezzo l’ultima thule delle riduzioni; sicché troppo amara riesce la prospettiva di un’ulteriore falcidia del mezzo per cento. Né vale addurre l’esempio dell’estero; poiché questo, si afferma dagli esasperati, non può applicarsi all’Italia nostra, tanto diversa per ricchezza e per opportunità di impiego di capitali.

 

 

Perciò noi vogliamo oggi ricordare a questi irreconciliabili un fatto che forse essi non ricordano e che pochissimi del resto conoscono in Italia: che cioè le conversioni della rendita al saggio del 3,5% non sono un avvenimento nuovo nel nostro paese e che già i nostri antenati si erano dovuti contentare per circa un terzo di secolo di un interesse non superiore a quello che oggi incute tanto raccapriccio ai creditori dello stato italiano. Comunemente si ha l’idea che per il passato in Italia il saggio dell’interesse sia stato sempre alto; e siano fenomeni del tutto recenti i ribassi al disotto del 5%. La credenza così diffusa è contraria al vero; e dimostra soltanto come facilmente gli uomini si dimentichino del passato, se questo sia diviso dai tempi nostri da periodi di sconvolgimenti politici e sociali. Ha contribuito eziandio alla diffusione della credenza la scarsa attenzione prestata dagli storici allo studio delle vicende economiche del passato; per il qual motivo nei libri di storia più diffusi, se si vedono menzionate le riforme civili ed amministrative del periodo storico posto fra il 1748 e la rivoluzione francese, ben di rado occorre veder ricordate le grandi operazioni finanziarie che resero benemeriti i governi dei Bogino, dei Tanucci e dei principi riformatori della seconda metà del secolo XVIII. Fu quello uno dei periodi più gloriosi della finanza italiana; e, come sempre quando i governi riescono a mettere un po’ di ordine nelle dissestate finanze, i primi a subirne le conseguenze furono i creditori dello stato. A Napoli, come narra il Bianchini nella sua antiquata, ma sempre unica «Storia delle finanze del regno di Napoli», i creditori dovettero acconciarsi alla grande riforma del riscatto degli «arrendamenti» per cui moltissimi cespiti di entrata pubblica, ceduti prima dallo stato a privati in cambio di mutui, furono ricomprati e l’interesse ridotto in fortissima misura che andò persino dal 7 al 4%.

 

 

Dove la pratica delle conversioni divenne presto un criterio stabile di governo fu in Piemonte. Questo piccolo paese, sotto tanti rispetti rimasto economicamente in arretrato in confronto ad altre contrade più progredite, merita di essere ricordato nella storia, oltreché per la virtù dei suoi ordinamenti militari, anche per la tenace sagacia con la quale i principi di Casa Savoia sapevano preparare ed eseguire le conversioni libere del debito pubblico.

 

 

A quei tempi – parliamo degli anni immediatamente successivi al 1749, quando quel prudente amministratore che fu Carlo Emanuele III cercava di iniziare l’opera di ricostituzione economica del paese, accasciato dalle lunghe, sebbene gloriose guerre – il gravame del debito pubblico era davvero opprimente per il piccolo stato subalpino. Si pensi che il bilancio preventivo (già fin d’allora vi erano i bilanci preventivi detti

semplicemente «bilanci», i conti consuntivi chiamati «spogli» e i bilanci di

assestamento detti «biglietti» o «lettere di scarico») per il 1750 presentava un attivo di 21.229.106 lire piemontesi, 7 soldi, 10 denari e 4 punti ed un passivo di 25.173.053 lire piemontesi, 4 soldi, 5 denari ed 8 punti; con un disavanzo di 3.943.946 lire piemontesi, 16 soldi, 7 denari e 4 punti. Carlo Emanuele III provvide riducendo per il 1751 le spese per l’esercito da 9.191.102 ad 8.746.280 lire, quelle per l’artiglieria da 268.870 a 223.870 lire e quelle per le fortificazioni da 1.329.800 a 495.067 lire; tagli coraggiosi che gli permisero bensì di consacrare 150.000 lire all’inizio dei lavori di scavo del porto di Lempia a Nizza; ma che non bastavano a ridonare il desiderato stabile assetto alle sue finanze. Il tarlo roditore era nel debito pubblico; il quale nel bilancio del 1750 era rappresentato sovratutto da due grosse partite: l’una detta delle Alienazioni delle gabelle generali, la quale comprendeva gli interessi delle diverse specie di debito consolidato ed ammontava a 2.484.149 lire, 4 soldi ed 11 denari; l’altra, detta dei pagamenti a farsi dalla tesoreria generale e comprendeva una somma di 2.816.072 lire e 10 soldi di debiti a breve scadenza, specie di buoni del tesoro, la cui somma capitale era rimborsabile nell’annata. Questa seconda partita era, come sempre si verifica per il debito fluttuante, la più pericolosa di tutte; tanto più che nel 1751, per il sopravvenire della scadenza di altri debiti contratti durante le passate guerre si sarebbe accresciuta a 6.107.819 lire, 15 soldi e 9 denari, con grave disagio del bilancio pubblico, privo di qualsiasi elasticità nelle entrate. Come i consiglieri di Carlo Emanuele si siano tratti d’impaccio sarebbe una cosa troppo lunga a narrare minutamente entro i ristretti limiti di un articolo di giornale. Basti dire che per la seconda partita, quella che possiamo chiamare «rimborso del debito fluttuante» si provvide prima ad ottenere dilazioni dai creditori e la si tolse poi del tutto dal bilancio corrente delle spese, creandosi con regio editto dell’8 febbraio 1751 una Cassa di redenzione, dotata di alcuni fondi speciali, principalissimo tra i quali tutti i risparmi futuri dovuti a rifusione di interessi passivi per rimborsi di prestiti o per conversioni di rendite, ed incaricata di provvedere a poco a poco alla estinzione del debito fluttuante.

 

 

Provveduto in tal modo con la Cassa di redenzione – la quale finché visse Carlo Emanuele rimase sempre presidio fortissimo delle finanze piemontesi, né cessò di rendere preziosi servigi anche quando ebbe ammortizzato tutto il debito fluttuante – a sistemare la partita dei «pagamenti a farsi dalla tesoreria generale»; le previsioni del bilancio corrente per il 1751 si presentavano molto più rosee che non per l’anno precedente: con 21.427.918 lire, 12 soldi, 4 denari, 7 punti alle entrate e 21.104.588 lire, 1 soldo, 3 denari e 9 punti alle uscite ed un avanzo di cassa di 323.330 lire, 11 soldi, 0 denari e 10 punti. Subito Carlo Emanuele volle giovarsi della nuova situazione del bilancio, per convertire ad un interesse più mite alcuni debiti perpetui che gli parevano troppo gravosi. Voleva egli cioè scemare l’onere delle alienazioni delle gabelle generali che abbiamo detto giungere fino alla cifra di 2 milioni e 484.000 lire, cifra non indifferente su un bilancio passivo permanente di 21 milioni circa.

 

 

II

 

Il debito pubblico si compendiava sovratutto nella partita detta delle «alienazioni delle gabelle generali», perché lo stato, quando emetteva un prestito, a garantire il servizio, «smembrava» od «alienava» una parte del reddito delle gabelle governative dei sali, della carne e del vino, e le assegnava ai due consigli dei monti di San Giovanni Battista di Torino e del Beato Angelo di Cuneo, affinché con quel reddito provvedessero al pagamento degli interessi del debito pubblico. Erano i «monti» qualcosa di simile al gran libro odierno del debito pubblico, la cui amministrazione era affidata alle città di Torino e di Cuneo, sotto l’invocazione rispettiva di San Giovanni Battista e del Beato Angelo. I titoli o cartelle di debito pubblico chiamavansi «luoghi», ed erano di solito ognuno di 300 lire di valore capitale. Erano luoghi «fissi», che ora si direbbero titoli di consolidato perpetuo, per cui lo stato si obbligava solo al pagamento degli interessi annui, senza obbligo di rimborso del capitale, ma col diritto di riscatto; luoghi «vacabili», specie di rendite vitalizie, per cui lo stato era tenuto solo ad una rendita annua sino alla morte del creditore; e luoghi «di tontina», i quali erano rendite vitalizie inscritte in capo ad un gruppo di persone, per modo che la stessa somma annua d’interesse continuava a pagarsi sino alla morte dell’ultimo vitaliziato. Più importanti di tutti, e soli convertibili, erano i luoghi fissi, creati successivamente dal 1681 in poi in parecchie erezioni, ossia gruppi di luoghi di monte emessi a date diverse ed a saggi diversi di interesse.

 

 

Le erezioni più antiche, ma anche meno importanti per capitale ed interesse, di San Giovanni Battista di Torino (dalla I alla XVII) erano a saggi piuttosto bassi di interesse, dal 3 al 4%; e soltanto parte della XVII, tutta la XVIII e parte della XIX erezione erano al saggio del 5%; mentre i monti del Beato Angelo della Città di Cuneo per 800.000 lire di capitale erano emessi al 6%. Prudentemente Carlo Emanuele cominciò dai monti emessi al saggio più alto; e con editto 21 agosto 1749 offriva ai montisti del Beato Angelo il rimborso del loro capitale quando non si contentassero di ricevere l’interesse scemato al 5%. L’operazione riuscì bene, sicché dal bilancio del 1751 appare che il capitale dei monti cuneesi ridotti al 5, ammontava ancora a 781.500 lire. Il rimborso era stato chiesto per meno di 20 mila lire di capitale. Incoraggiato dal lieto successo, l’anno dopo, con editto 14 novembre 1750, Carlo Emanuele propone ai montisti della XVII, XVIII e XIX erezione di San Giovanni Battista di Torino ed a quelli (già falcidiati l’anno prima) del Beato Angelo di Cuneo la riduzione dell’interesse dal 5 al 4% qualora entro la fine dell’anno non dichiarassero di volere il rimborso del capitale mutuato allo stato. A Cuneo, dove pare che il saggio dell’interesse fosse alquanto più elevato, vi fu un po’ di incertezza. Pare che parecchi montisti abbiano chiesto il rimborso del capitale che da 781.500 lire al 5%, si trova ridotto nel bilancio del 1752 a 570.700 lire al 4%. Ma a Torino l’operazione riuscì quasi completamente. Su 11.187.673 lire, 10 soldi ed 8 denari di capitale, ben 10.696.693 lire, 10 soldi e 8 denari accettarono la conversione. Solo per 490.980 lire i montisti non accettarono la conversione; e furono subito sostituiti da altri montisti assuntori di una nuova erezione al 4%. Il carico degli interessi da 559.383 lire, 13 soldi e 6 denari era scemato a 427.867 lire, 14 soldi e 9 denari, con non leggero beneficio per l’erario pubblico.

 

 

Passa una decina d’anni, durante i quali non si tentano altre novità, che avrebbero potuto tornare troppo irritanti per i montisti. La cassa di redenzione, istituita, come vedemmo, per estinguere il debito fluttuante, aveva tacitamente seguita l’opera sua indefessa, sicché pochi debiti a scadenza fissa rimanevano oramai a pagarsi, ed era vicino il momento in cui, nel 1766, il bilancio preventivo non avrebbe più indicato alcun residuo a pagarsi dei debiti fluttuanti delle passate guerre. A poco a poco erano state altresì abolite quasi tutte le imposte straordinarie che erano state istituite durante le guerre e che si erano conservate durante la pace per estinguere il debito fluttuante. Le circostanze – di pace profonda, di credito pubblico rialzato dal rimborso dei debiti più pericolosi, di tributi alleviati – erano propizie: ma forse il coraggio di tentare una nuova conversione del debito perpetuo sarebbe mancata se la sagacia politica di Carlo Emanuele e di Bogino non avesse saputo prepararne i mezzi. Erano vecchie le pretese della casa di Savoia sul piacentino; ma poiché non pareva probabile vederle coronate presto dal successo, i reggitori del Piemonte abbracciarono il partito di cedere le proprie ragioni alla Francia, la quale in cambio pagò 8 milioni e 200.000 lire tornesi, corrispondenti a 6.773.541 lire piemontesi. Con editto 30 settembre 1763, l’ingente somma veniva versata nella cassa di redenzione; e Carlo Emanuele, dopo di avere senz’altro soppressa l’ultima imposta di guerra, in un giorno che egli disse il più bello di sua vita, deliberava di servirsi dell’indennità francese come strumento per la conversione dei monti dal 4 al 3,5%. I montisti, sapendo che lo stato possedeva i capitali necessari per rimborsare i creditori recalcitranti, più facilmente si sarebbero acconciati alla mai gradita riduzione degli interessi. Ad assicurare l’esito dell’operazione, che portava su 34 milioni circa di capitale – somma grandiosa per quell’epoca e per quel piccolo paese – acconciamente si divisò di dividerla in parecchi momenti, cosicché lo stato fosse sicuro di rimborsare magari la metà dei montisti, se questi si fossero ostinati a non accettare la riduzione dell’interesse. Prima con editto 27 dicembre 1763 si stabiliva la riduzione della sedicesima erezione dei monti fissi di San Giovanni Battista di Torino, i quali ammontavano a 12.516.755 lire, 14 soldi e 3 denari. Si legga il preambolo dell’editto, magnifico nella semplice sua motivazione:

 

 

Con li mezzi sinora adoperatisi per isgravare le nostre finanze dalle obbligazioni più urgenti contratte nella passata guerra, si è felicemente riempiuto l’oggetto, a cui furono da noi indirizzati; il quale è sempre stato d’andare sollevando i nostri popoli dalle annuali straordinarie imposizioni; e perciò dopo di avere, proporzionatamente alle circostanze dei tempi, quelle negli anni scorsi diminuite, abbiamo ora la piena consolazione d’interamente sopprimerle, come per l’anno venturo rimarranno soppresse. Nel pigliare però questa risoluzione abbiamo dovuto considerare la mancanza del fondo di esse (ossia lo sbilancio proveniente dall’abolizione di dette imposte), che ne deriva al nostro erario, e quindi rivolgere i nostri pensieri ad alleggerirgli il grave peso degli interessi, a cui sta tuttora reggendo a cagione delle seguite alienazioni e massimamente di quelle de’ monti, con ritrattarne il provento (interesse) dal 4 al 3,5% ed offerire a quei montisti li quali non si acquietassero ad una tale riduzione, il capitale sborsato per il loro acquisto.

 

 

Con queste parole, di sapore così stranamente moderno, Carlo Emanuele invitava i montisti, che non accettavano l’offerta riduzione dal 4 al 3,5 a presentarsi, prima della fine di marzo 1764, dinanzi al segretario del consiglio del monte di San Giovanni Battista a fare dichiarazione di volere il rimborso del capitale. Il rimborso si sarebbe effettuato a partire dall’1 giugno; dopo la qual data i capitali dei monti sarebbero rimasti in tesoreria generale senza decorrenza d’interesse a disposizione dei montisti. Il segretario del monte era autorizzato a rivendere ad altri acquirenti i monti, di cui si fosse chiesto il rimborso, alla pari al nuovo interesse del 3,5%.

 

 

I montisti, in massa, non osarono rifiatare; ed i conti successivi alla liquidazione dell’operazione ci dicono che di 12 milioni e mezzo di monti al 4, ben 12.092.007 lire e 9 denari erano stati convertiti al 3,5%.

 

 

Il governo prende coraggio e con editto 27 marzo 1764, quando già il buon esito della conversione della XVI erezione era assicurato, proclama la conversione della XVII erezione dal 4 al 3,5% per un capitale di 9.055.054 lire, 9 soldi e 5 denari. Si dava tempo sino al 30 giugno ai montisti per dichiarare di volere il rimborso del capitale. La riduzione fu accettata per ben 8.657.131 lire, 5 soldi e 10 denari.

 

 

La data del 30 giugno non era ancora passata, che già coll’editto 28 giugno 1764 si intimava la conversione della XVIII e XIX erezione dei monti del Beato Angelo di Cuneo e di parecchie partite delle erezioni dalla prima alla XV, che si trovavano ancora al 4%. Stavolta l’operazione portava su 12.753.248 lire, 10 soldi ed 8 denari; ed i montisti che volevano il rimborso dovevano dichiararlo entro il settembre 1764. Alla resa dei conti la conversione era stata accettata per 12.196.241 lire, 10 soldi ed 1 denaro. Il maggior numero relativo di montisti recalcitranti si era avuto a Cuneo, ove su 570.700 lire di capitale, la conversione era stata accettata per sole 362.950 lire.

 

 

In complesso l’operazione, accortamente compiuta in tre riprese, era riuscita; tanto che, come avverte un regio viglietto 16 gennaio 1765, avendo alcuni creditori di quelli renitenti rammostrato al governo di volere ritirare la loro domanda di rimborso, Sua Maestà «volendo usare a favore dei medesimi un grazioso riguardo» benignamente si dispose «per evitare il pregiudizio che ne soffrirebbero per la cessazione degli interessi di permettere alli possessori suddetti de’ monti di revocare le loro dichiarazioni, con ciò però che fra il termine di giorni 15… ne facciano altre espressive non solamente della rivocazione delle precedenti, ma altresì dell’accettazione come sovra per essi offerta della riduzione al 3,5%».

 

 

Era la resa a discrezione degli ultimi malcontenti. Con questa splendida operazione, Carlo Emanuele e Bogino avevano ridotto gli interessi dei monti fissi di Torino e di Cuneo da 1.631.309 lire, 9 soldi e 10 denari a 1.392.768 lire, 12 soldi e 9 denari con un risparmio di 238.540 lire, 7 soldi ed 1 denaro all’anno. I milioni di Francia erano rimasti quasi tutti in cassa di redenzione, strumento prezioso di altre benefiche riforme.

 

 

Dopo d’allora, sino ai fallimenti del governo rivoluzionario francese, non vi fu più nessun’altra grande operazione sui monti piemontesi. La conversione del 1763, insieme con quelle precedenti, meritava di essere ricordata a titolo d’onore di Carlo Emanuele e di Bogino, accorti preparatori ed abilissimi esecutori, a cagion d’esempio e di sprone ai moderni uomini di stato, ed a motivo di consolazione per i creditori attuali dello stato. Pensino dessi che un interesse del 3,5% non è una novità e che, se i montisti del Piemonte seppero tenersene paghi quando i capitali erano tanto più scarsi d’adesso e le occasioni di guadagno meno frequenti, con lieto animo si deve accogliere oggi un avvenimento che ristorerà le pubbliche finanze ed imprimerà un nuovo slancio all’economia del paese.

 

 



[1] Con il titolo Conversioni nuove ed antiche. Firmato con lo pseudonimo di «Spectator». [ndr]

[2] Con il titolo Una conversione al 3,5% del secolo XVIII. Firmato con lo pseudonimo di «Spectator». [ndr]

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