Coscienza nova

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 05/04/1901

Coscienza nova

«La Stampa», 5 aprile 1901

 

 

 

Alcuni anni fa gli italiani erano stati colti dalle vertigini. Avevano immaginato che stesse per rinnovarsi l’ora del primato d’Italia e credettero che il nostro Paese fosse divenuto una grande Potenza. Fu un sogno splendido ed ebbe un amaro risveglio. Il disastro d’Adua ci fece cadere in un abisso di sconforto e di sfiducia in noi stessi, tale che pareva a noi di essere divenuti l’ultimo popolo della terra.

 

 

La visione di grandezza ed il cilicio del penitente miserabile erano amendue egualmente lungi dalla realtà.

 

 

Noi non siamo una grande Potenza, la quale possa emulare la potenza militare ed economica dell’Inghilterra, della Germania e della Russia e nemmeno possiamo gareggiare con la Francia o con l’Austria, ma non siamo nemmeno tanto poveri e tanto deboli da dovere chinare la fronte, in atto di ubbidienza umile, dinanzi ai potenti della terra.

 

 

Questa è la credenza che ogni di più si diffonde nel nostro Paese, ed è credenza giusta. Noi non siamo una grande Potenza mondiale, sui cui dominii il sole non tramonti mai e la cui lingua sia parlata in ogni canto della terra, e le cui flotte possano in ogni luogo salutare in terra la bandiera della patria, come accade per l’Inghilterra; noi non dominiamo due continenti come la Russia e nemmeno abbiamo un esercito che sia un congegno formidabile di offesa e di difesa contro i nemici del nome teutonico; e neppure possiamo menar vanto di una pingue ricchezza e di numerose colonie burocratiche come la Francia.

 

 

Ma pur contiamo qualcosa nel mondo.

 

 

Lo spettacolo indimenticabile dei delegati argentini, venuti a rendere solenne tributo di omaggio alla tomba del Re ucciso, ci disse che se noi, in tempi di sciagura nazionale, non riceveremo forse tanto ausilio di volontari della colonia quanto ne ricevette l’Inghilterra durante la guerra africana, saremo però sicuri di sentire battere, insieme col nostro, il cuore di milioni di connazionali sparsi per tutta la terra e memori della patria antica.

 

 

Ed il consenso della gente che vive nei paesi nuovi vale qualcosa in un’epoca di febbre imperialista e di lotte per le conquiste coloniali. Ma sovratutto noi dobbiamo aver coscienza, di quanto contiamo in Europa; e del peso che nella politica internazionale europea possono avere la parola e la spada d’Italia.

 

 

A cavallo del Mediterraneo, dominatori del mare attraverso a cui si giunge alle Indie ed all’Estremo Oriente, confinanti nel tempo stesso con Francia e con Austria, noi siamo in grado, non di emulare le grandi Potenze, ma di acquistar forza e ricchezza valendoci della felice situazione che la natura ha largito alla penisola nostra.

 

 

La presenza di alcuni nostri Corpi d’armata sulle irte giogaie delle Alpi basta – anche supponendo, il che è ben lungi dal vero, che le qualità combattenti dell’esercito italiano siano mediocri – ad immobilizzare tre o quattro Corpi d’armata francesi e ad impedire che la Francia possa rivolgere il suo massimo sforzo contro la Germania. E così pure la presenza di un nostro esercito, nel quadrilatero e nelle Alpi venete, costringe un Corpo d’esercito austriaco a rimanere immobilizzato in vedetta nell’Istria. Anche vinti, come a Custoza, noi otteniamo lo scopo di impedire che altri vinca o di ottenere che il nemico sia sconfitto. Strategicamente forti contro l’Austria e la Francia, noi siamo per contraccolpo un elemento non disprezzabile di vittoria o di sconfitta per la Germania. Ed all’Inghilterra i nostri porti e gli ampi ricoveri della Spezia e della Maddalena possono tornare di ausilio non leggero.

 

 

Sarebbe strano che l’Italia non si giovasse a suo pro della posizione felice che natura le diede. Venti anni fa, quando eravamo appena costituiti a nazione ed ogni tanto ci coglieva un panico timore di disintegrazione patria, noi abbiamo stretto patto di alleanza con Germania ed Austria; né, tutto sommato, abbiamo a dolercene.

 

 

Ma il patto che giovò ieri, potrebbe non giovare più domani, od almeno potrebbe essere buon consiglio rinnovarlo solo quando potessimo sperarne novelli benefizi da aggiungere agli antichi.

 

 

Nella politica internazionale noi non abbiamo che da imitare i nostri maggiori. Qui in Piemonte la Casa di Savoia, stretta d’ogni lato da Potenze soverchianti – Francia, Spagna, Austria – lottò e vinse ognora e grandeggiò anzi di anno in anno, perché seppe, – abilmente sfruttando la situazione del suo territorio incuneato in mezzo alle Potenze rivali, – volteggiare dalla Spagna alla Francia e dalla Francia all’Austria in modo da non uscire dalle lotte internazionali sminuita mai ed accresciuta talvolta di qualche piccolo lembo di territorio. Nel corso dei secoli quei piccoli lembi, strappati ad uno ad uno allo straniero, diventarono la grande patria italiana.

 

 

Noi non dobbiamo ora avere ambizioni di ingrandimenti territoriali. Sarebbe questa una follia perniciosa. Ma non dobbiamo nemmeno rinunciare a procurarci quei vantaggi morali e materiali, in Europa e nelle colonie, che possano giovare alla nostra prosperità.

 

 

Per ottenere lo scopo non è necessario fondere le nostre risorse in uno sforzo militare che dia l’apparenza della vigoria a nasconda l’esaurimento delle virtù produttive del Paese.

 

 

Bisogna essere forti quanto basta perché lo spostamento del nostro esercito e della nostra flotta dall’uno all’altro dei gruppi rivali di Potenze possa voler dire qualcosa.

 

 

Un esercito non numeroso ma agilissimo e bene equipaggiato; una flotta di navi forse scarse in numero, ma moderne, potenti e mobili: ecco quello che è necessario all’Italia perché Francia ed Austria, Germania ed Inghilterra e Russia tengano di noi il dovuto calcolo nel computo delle forze mobilizzabili sul campo della politica internazionale. Ecco quanto ci basta per essere corteggiati e per imporre il rispetto dei nostri interessi in patria e dei diritti degli italiani che fuori, lavorando e faticando, tengono alto il nome d’Italia.

 

 

Né siffatta politica può essere tacciata di mala fede. Nessun uomo di Stato ha mai fondato le sue azioni su motivi sentimentali: informi il cancelliere tedesco Bulow quando dichiarò che l’interesse della patria germanica passava per il suo governo innanzi a tutto, anche innanzi alle ragioni della calpestata nazionalità boera.

 

 

Noi saremmo degeneri discendenti dei grandi che fecero prima il piccolo Piemonte e poi la patria italiana, se le nostre azioni si inspirassero ad un concetto diverso da quello dell’interesse nostro.

 

 

Perciò notiamo con piacere l’incontro, sia pure fortuito, dell’on. Zanardelli con Bulow a Verona, il convegno solenne di Tolone, le discussioni vive che all’estero, e specialmente in Francia, si fanno pro o contro il rinnovamento delle Triplice.

 

 

Anche l’estero sente che l’Italia vale qualcosa: e speriamo che da questo sentimento nascano ottimi frutti pel nostro Paese.

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