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La Stampa

Cose serie

«La Stampa», 5 settembre 1900

 

 

 

L’articolo del Temps, di cui ci occupiamo in altra parte del giornale, dimostra che non diminuisce l’interessamento dell’opinione pubblica intorno ai centri più pericolosi dell’emigrazione italiana.

 

 

I giornali riportano continuamente notizie sull’operato degli italiani e sulle questioni sollevate dagli operai nostri. Ora sono degli anarchici che, non appena sbarcati a New York, vengono fatti rimpatriare perché si teme che vogliano attentare la vita del presidente Mac Kinley; ora è l’on. Morgari, deputato di Torino, il quale vien fatto accompagnare alla frontiera dal Ministero Millerand perché fomentava allo sciopero le masse operaie italiane di Marsiglia.

 

 

Ma ben più gravi sono le notizie che i giornali non riportano e che mettono a nudo lo stato d’animo straordinariamente morboso delle masse emigranti italiane.

 

 

Tutti ricordano la manifestazione di dolore avvenuta in Italia subito dopo la ferale notizia della morte di re Umberto. Deve quindi riuscire doloroso a tutti il sapere che, mentre l’Italia gemeva nel lutto, in molti centri dell’emigrazione italiana all’estero si esultava e pubblicamente si solennizzava quel medesimo avvenimento che tanta tristizia aveva diffuso in patria.

 

 

Noi non abbiamo notizia che di quanto avvenne in Svizzera; ma da ciò si può dolorosamente arguire quale sia stato l’effetto dell’annuncio del regicidio negli altri centri affini per composizione di emigranti, per idee e per tendenze politiche.

 

 

Dicono dunque testimoni oculari fededegni che nel giorno dei funerali del Re defunto a Losanna una grossa parte della colonia operaia italiana percorse pubblicamente, con manifestazioni evidenti di gioia, ordinata e rispettata dalle Autorità di polizia, le vie principali della città, sventolando all’aria le rosse bandiere della rivoluzione. Ed aggiungono i medesimi narratori come a Berna, nella capitale federale, gli operai italiani nella capitale federale, convenissero, preceduti dalle bandiere rosse, a fare una serenata sotto le finestre del nostro ministro plenipotenziario, quasi a testimoniargli in qual tristissima guisa la colonia operaia partecipasse al lutto italiano. E tutto ciò sempre senza che le Autorità federali o cantonali intervenissero a porre termine alla sconcia manifestazione, offensiva ad una nazione vicina ed amica.

 

 

Si racconta ancora come in numerose città della Svizzera ed in alcune della Savoia, e, fra le altre, alla Chaux-de-Fonds, quando si riseppe dell’assassinio del Re, in molti cantieri alcuni operai italiani gittarono, commossi all’aria gli istrumenti del lavoro, ed in segno di gioia si sbandarono per le campagne a gozzovigliare ed a cantare. Tutto ciò è grave, tristemente grave.

 

 

Queste esultanze sono l’indice di una perversione profonda della psicologia intima di una numerosa parte della classe operaia italiana. Diciamo ad arte della classe operaia, e non dei soli emigranti, perché non è lecito a noi di separare gli italiani che stanno all’estero da quelli che in Italia vivono.

 

 

Fra di essi avvengono scambi continui; e le idee che si sono infiltrate nella mente degli uni non tardano ad aprirsi il varco nella mente degli altri. Ogni anno gli emigranti italiani ritornano al paese natio, ed ivi compiono una disseminazione persistente, spicciola delle idee malsane che così acerbi frutti abbiamo visto produrre a Losanna, a Berna e nelle altre città svizzere.

 

 

Sarebbe insensato fare a fidanza su una specie di muraglia cinese che dividerebbe gli italiani viventi all’interno e quelli emigranti fuori, muraglia la quale permetterebbe di dedicare le proprie cure all’interno, abbandonando alla propria sorte le parti infette e semiavulse della nostra popolazione.

 

 

Abbiamo detto «sarebbe»; ed avremmo fatto meglio a dire: «è insensato», poiché in realtà che cosa ha mai fatto la madre patria per i tre milioni di italiani i quali vivono fuori dei confini, e diffondono nel mondo i germi della nostra razza feconda e creatrice di popoli e di ricchezza? L’abbandono in cui sono lasciati gli italiani all’estero è tale da far gemere di dolore tutti quelli che hanno, in un momento entusiasta della vita, visto sorgere a sé dinanzi, l’immagine magnifica e trionfale di una più grande Italia, destinata a tenere alto nel secolo nuovo il nome della patria antica ed a resistere vittoriosamente alla prevalenza graduale e schiacciante di altre razze della nostra più numerose e meglio organizzate. Era bello sperare che sarebbe venuto il giorno in che in un intero continente – quello dell’America del Sud – la lingua italiana sarebbe stata parlata con diritti eguali a quelli della lingua spagnuola e con diffusione ancora più rigogliosa; che sulle rive del Mediterraneo colonie rigogliose e fiorenti sarebbero sorte a ricordare ed emulare la potenza delle medievali repubbliche marinare; che, dappertutto, dove si trattasse di compiere un’opera grandiosa, la cooperazione degli italiani sarebbe stata ricercata, da paro a paro, e con riconoscenza accolta.

 

 

Ma pur troppo alle speranze liete un ben triste quadro si opponeva: la incuria in cui le masse emigranti erano lasciate dalla madre patria appena avevano abbandonato il suolo natio. Non era desiderabile certamente che la madre patria procurasse lavoro agli emigrati e si intromettesse nei minuti particolari della loro vita. Ma fu doloroso che l’Italia si scordasse di mantener vivo il culto e la cognizione della lingua italiana, legame potentissimo di affetto e stimolo a rapporti economici ed intellettuali fecondi, e dimostrasse la più profonda indifferenza alla perdita dell’effetto patrio nei coloni a partire dalla seconda generazione. Fu triste vedere quanto rari fossero i nostri rappresentanti consolari nei centri della emigrazione, ed ancor più triste vedere come i consoli si fossilizzassero in pratiche burocratiche, dimenticando che essi aveano ben più alti doveri da compiere: la tutela della emigrazione povera, la lotta contro gli abusi perniciosi per se stessi e perché inveleniscono l’animo dell’oppresso contro le Autorità dimostratesi impotenti a difenderlo. Fu doloroso scorgere la leggerezza con cui il Governo italiano rinunciava ai suoi diritti ed alle dovutegli riparazioni in quei paesi dove il culto della bandiera tricolore raggiunge il delirio presso i nostri coloni, e dove ogni segno di debolezza, ogni atto di rinuncia è deleterio, perché solo i forti possono ottenere rispetto e ben si può dire: Guai agli uomini i quali non hanno dietro a sé la protezione di un paese forte, rispettato e temuto!

 

 

A poco a poco i sognatori della «Più Grande Italia» videro progredire la snazionalizzazione, indebolirsi l’amor patrio, dimenticarsi la lingua italiana. Videro i coloni che sarebbero stati orgogliosi di noi, i cui cuori avrebbero battuto all’unisono coi nostri, straniarsi dagli ideali antichi, confondersi colla folla straniera e cader preda in mano ai predicatori della lotta di classe e dell’anarchia.

 

 

Deve essere stato ben grande l’abbandono in che furono lasciati gli emigranti se essi giunsero a compiere degli atti antipatriottici come quelli che abbiamo dianzi narrati. Chiunque conosca la natura gelosa ed intensa che l’amor patrio acquista all’estero anche negli animi di coloro che all’interno credevano di essere quasi indifferenti per il paese natio, deve persuadersi che la perversione deve aver raggiunto fra gli emigranti un grado di intensità straordinaria se fu tale da indurli a gioire in faccia a stranieri i quali dovettero guardare esterrefatti un simile spettacolo. Egli è che mentre l’Italia trascurava le sue colonie all’estero, mentre i consoli si addormentavano sui rapporti ufficiali, mentre un rappresentante consolare, non di carriera, della Svizzera, faceva quant’era in lui per ostacolare l’azione dell’unica iniziativa spontanea sorta in Italia a tutela degli emigranti temporanei, l’Opera Bonomelli; mentre il Governo italiano si contentava di palleggiamenti grotteschi di responsabilità fra Governo federale e Governi cantonali nella Svizzera, fra Governo nazionale e Stati locali nell’America e lasciava or dagli uni or dagli altri conculcare la sua dignità di nazione, gli interessi dei suoi concittadini e tramarsi misfatti orrendi alla gran luce del sole; mentre tutto ciò avveniva, gli emigrati italiani, poco colti, forniti anzi di una semistruzione peggiore dell’analfabetismo, abbandonati da tutti, incapaci di assimilarsi le idee di ordine e di libertà dei popoli in mezzo a cui vivevano e di cui ignoravano la lingua, erano lavorati assiduamente, tenacemente da una coorte di apostoli dell’idea rivoluzionaria. Malatesta, Ciancabilla, Gori nell’America, Rondani, e tutti i fuoriusciti italiani del 1898 nella Francia e nella Svizzera trovarono e trovano un ambiente dispostissimo ad assorbire tutte le idee più funeste della loro predicazione.

 

 

Una specie di serra chiusa, dove l’aria ossigenata delle istituzioni paesane non può penetrare, si è così formata nei grossi centri della nostra emigrazione, dove il benessere contemplato a loro d’intorno serve agli emigranti unicamente di pretesto per confrontarlo col malessere della madre- patria. Ed il confronto non diventa nobile sprone ad una opera di rigenerazione, come sarebbe se altre persone si curassero di guidare gli emigranti, ma è fermento di odio contro le istituzioni della madre-patria, odio il quale coinvolge tutto, dalla persona più augusta all’ultimo impiegato, e produce i tristi fenomeni dai quali abbiamo preso le mosse nel presente articolo.

 

 

Non per questo si era sognato una Grande Italia; non per moltiplicare le cause di discordia, ma per diffondere i frutti dell’azione concorde italiana; non per far diventare la madre-patria ludibrio del mondo, ma per scrivere una storia di fortezza e di virtù.

 

 

Molto tempo si è perduto; e non giova nascondere che sarà ardua impresa riguadagnarlo. Speriamo che le coscienze addormentate si risveglino e che i dolorosi ultimi fatti siano di sprone ad una rinnovata e coraggiosa opera di civiltà e di grandezza nazionale.

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