Costo di produzione, leghe operaie e produzione di nuovi beni per eliminare la disoccupazione tecnica. A proposito di una nuova collana di ristampe di economisti

Tratto da:

Saggi

La Riforma Sociale

Data di pubblicazione: 01/01/1932

Costo di produzione, leghe operaie e produzione di nuovi beni per eliminare la disoccupazione tecnica. A proposito di una nuova collana di ristampe di economisti

«La Riforma Sociale», gennaio-febbraio 1932, pp. 61-73

Saggi, La Riforma Sociale, Torino, 1933, parte II, pp. 389-402

 

 

 

 

Series of Reprints of Scarce Tracts in Economic and Political Science. – The London School of Economics and Political Science (University of London). – Houghton Street, Aldwych, London, W.C. 2.

 

1. Alfred Marshall: The pure theory of foreign trade. The pure theory of domestic values, 1879. (1930, un vol. di pag. IV-28-37 e 4 tavole. Prezzo 5 scellini).

 

2. John Gray: A lecture on human happiness, 1825. (1930, un vol. di pag. IV-72-16. Prezzo 5 scellini).

 

3. Nassau W. Senior: Three lectures on the transmission of the precious metals from country to country and the mercantile theory of wealth, 1828. (1931; un vol. di pag. VI-96. Prezzo 5 scellini).

 

4. – Three lectures on the value of money, 1840. (1931, un vol. di pag. II-84. Prezzo 5 scellini).

 

5.- Three lectures on the cost of obtaining money and on some effects of private and government paper money, 1830. (1931, un vol. di p. VI-103. Prezzo 5 scellini).

 

6. J.F. Bray: Labours Wrongs and Labour’s Remedy or the Age of Might an the Age of Right, 1839. (1931 un vol. di pag. II-216. Prezzo 7 scellini e 6 d.).

 

7. Samuel Bailey: A Critical Dissertation on the nature, measures and causes of value; chiefly in reference to the writings of Mr. Ricardo and his followers, 1825. (1931, un vol. di pag. XXII-VIII-255. Prezzo 7 scellini e 6 d.).

 

8. Mountifort Longfield: Lectures on Political Economy, 1834. (1931, un vol. di pag. VII-267. Prezzo 7 scellini e 6 d.).

 

9. Fleeming Jenkin: The graphic representation of the Laws of Supply and Demand and other Essays on Political Economy, 1887. (1931, un vol. di pag. VI-154. Prezzo 6 scellini).

 

10. F.Y. Edgeworth: Mathematical Psychics, an Essays on the application of mathematics to the moral sciences, 1881. (1931, un vol. di pag. VIII-150. Prezzo 5 scellini).

 

11. E. v. Bohm Bawerk: Grundzuge der Theorie des wirtschaftlichen Guterwerts, 1886. (1932, un vol. di pag. IV-147. Prezzo 5 scellini).

 

 

1. – Quella sopra annunciata va noverata tra le poche intraprese le quali di tempo in tempo hanno reso possibile agli studiosi di leggere saggi di importanza capitale nella storia della nostra scienza, divenuti irreperibili nel comune commercio. Cominciò il Mac Culloch tra il 1856 ed il 1859 a ripubblicare, in sei volumi stampati a spese del «Political Economy Club» e di Lord Overstone, 67 celebri opuscoli venuti alla luce tra il principio del 1600 ed il principio dell’800; ma poiché di essi se ne erano tirate solo da 100 a 200 copie per distribuirle ai soci del famoso club ed agli amici del dotto banchiere mecenate, la collezione, specie compiuta, divenne ben presto anch’essa rarissima. Mezzo secolo dopo, negli anni prima della guerra ultima, il prof. J.B. Hollander diede fuori coi tipi della «Johns Hopkins Press» (Baltimore, Maryland) dodici ristampe di importantissimi opuscoli di Fauquier, Fortrey, Longe, North, Massie, Malthus, Ricardo, Barbon, Asgill, West, Berkeley e Vanderlint, stampati tra la metà del seicento ed il primo ottocento; tanto importanti che taluni rapidamente si esaurirono, incoraggiando l’Hollander e la «Johns Hopkins Press» ad annunciare ora la pubblicazione di un’altra piccola serie di quattro volumetti: nuove lettere di Mac Culloch a Ricardo, scritti minori di Ricardo intorno al Bullion Report; articoli di John Stuart Mill in The Traveller e quelle Osservazioni di Barton che fecero cambiare a Ricardo opinione intorno alle macchine. Tutte rarità prelibatissime, che, solo a sentirle menzionare, fanno venire l’acquolina in bocca a chi, non avendo stanza nel British Museum, non le ha mai potuto, nonchè studiare, vedere. Più recentemente, nel 1928, la «Economic History Society» ristampò, coi tipi del Blackwell di Oxford, di su l’edizione del 1664 l’England’s Treasure by Forraign Trade di Tommaso Mun e di su quella del 1728 A Plan of the English Commerce, di Daniele Defoe.

 

 

2. – Ultima tra questi benemeriti la «London School of Economics» ha iniziato, a cura del suo bibliotecario, signor B.M. Headicar, una nuova preziosa collezione di ristampe. Più cattolica delle precedenti, essa promette ospitalità nella lingua originale anche ad autori non inglesi, sicché nella serie sono compresi i Grundzuge der Theorie des Wirthschaftlichen Guterwerts, del Bohm Bawerk. Come per la grande Storia dei prezzi, del Tooke (seconda edizione, King, London, 1928) e per il Gossen (terza edizione, Prager, Berlino, 1928), non si tratta di ristampa, ma di riproduzione, con moderni processi fotografici, delle edizioni esaurite. Con qualche scapito nella nitidezza della stampa, il lettore ha il vantaggio di vedersi sott’occhio la fotografia dell’edizione originale, senza alcuna, benché minima, variante; e può quindi citare senza tema di errori o involontarie modificazioni da parte dei nuovi editori. Il metodo non consente note, illustrazioni critiche e bibliografiche; in compenso, nonostante la limitazione nella tiratura imposta dal provvedimento tecnico adottato, il prezzo risulta naturalmente inferiore a quello che sarebbe richiesto da una vera ristampa, e di gran lunga più basso dei prezzi di affezione a cui per la più parte, si possono acquistare in antiquariato le opere riprodotte. L’occasione di studiare comodamente opere famosissime nella storia della scienza propizia a chi pensi che le ristampe esaurite dell’Hollander non sono quotate a meno di una lira sterlina forte (oro) l’una, che altrettanto è apprezzato ognuno dei saggi del Senior riprodotti (ai n. 3, 4 e 5) nella presente collezione, che di quelli del Bray, del Gray, del Longfield, del Jenkin, del Bailey e dell’Edgeworth, accade passino anni senza che si veda un’offerta, che un giovane studioso forestiero, il quale ardeva dalla voglia di possedere una delle due note del Marshall (n. 1), credette di toccare il cielo col dito quando riuscì ad averla dando in cambio i 50 volumi del nostro Custodi pagati fior di lire italiane.

 

 

3. – Tutti i numeri della collezione meritano la fama acquistata: dalla dissertazione intorno alla natura, alla misura ed alle cause del valore di Samuele Bailey (n. 7), che noi italiani potevamo già leggere nell’XI° volume della prima serie della «Biblioteca dell’Economista» (pag. 135-221); ma che a leggerla ora nel testo appare così fresca, così moderna nelle critiche al linguaggio impreciso di Ricardo, nella ripugnanza verso le ricerche della “causa” del valore, nella riduzione del concetto di valore a rapporto, nella formulazione teorica del numero indice, alle letture intorno all’economia politica di Longfield, considerato dallo Seligman come il primo espositore della teoria della domanda e dei costi marginali; – dai due saggi sul commercio estero e sui valori interni, stampati nel 1879 dal Marshall per circolazione privata, divulgati da Pantaleoni, che nei Principi di economia pura ne trasse parecchi diagrammi e divenuti mitici per la loro introvabilità, alla Psichica matematica nella quale Edgeworth trattò, fra l’altro, il problema del mercato imperfetto e del contratto indeterminato nei casi in cui il numero dei concorrenti sia limitato, i beni contrattati non siano perfettamente divisibili, gli operai siano uniti in leghe; – dai due incunaboli del socialismo di Gray e di Bray, capitali per la storia della teoria del valore lavoro e dell’analisi della produttività delle diverse classi sociali, alle elegantissime lezioni di Senior sulla moneta, sulla carta moneta e sulla distribuzione dei metalli preziosi, dove il nitore del tempo dei classici risplende meravigliosamente, come forse non si vide più.

 

 

Il saggio del Bohm Bawerk, unico sinora pubblicato in lingua diversa dall’inglese, ben degno della scelta compagnia. I «Fondamenti della teoria del valore dei beni economici», pietra miliare nella storia della teoria soggettiva moderna del valore, comparvero originariamente nei Jahrbucher fur Nationolokonomie und Statistik di Conrad, N.F. XIII-1886, p. 1-88 e 477-541. Il succo della memoria, adottato alle particolari esigenze della teoria del capitale e dell’interesse e riveduto alla luce delle seguenti discussioni e critiche, fu riprodotto nel III libro della Positive Theorie des Kapitals (quarta ed., pag. 158-317).Ma nonostante fosse grande il loro interesse storico e vi fosse compreso materiale non riprodotto nelle successive formulazioni, gli articoli originari non erano mai stati ristampati.

 

 

4. – Ricordo per ultimo, non perché gli altri siano meno preziosi, ma per trarne occasione ad illuminare problemi odierni, il volumetto di Fleeming Jenkin, ristampa dei saggi economici contenuti nel secondo volume dei Papers, Literary, Scientific, etc., pubblicati postumi nel 1887 da S. Colvin ed J.A. Ewing, con una introduzione sulla vita e sugli scritti dell’autore scritta R.L. Stevenson. Il nome di Henry Charles Fleeming Jenkin (1833-1885), indagatore insigne nel campo della elettricità e professore di ingegneria nella università di Edimburgo, è noto, fra i cultori di economia, soprattutto per il breve saggio su The Graphic Representation of the Laws of Supply and Demand, che fornì il titolo alla presente ristampa ed in cui, pare per via indipendente, riprese e sviluppò dal 1868 al 1871 le celebri raffigurazioni grafiche di Cournot e di Dupuit intorno al prezzo di equilibrio nel punto di intersezione delle curve di domanda e di offerta, al rapporto fra costo di produzione e quantità prodotta ed alla rendita del consumatore. La maggior parte del volumetto è dedicata tuttavia allo studio degli effetti delle leghe operaie, delle quali egli mise in luce, con analisi finissima, non superata fin qui, la capacità a rialzare il saggio del salario. Se il salario, come ogni altro prezzo, è uguale al costo di produzione del lavoro, che cosa è, a sua volta, il costo di produzione di una merce in genere e della merce lavoro in particolare? Contrariamente all’opinione comune ed al linguaggio di molti economisti, il costo di produzione è un’opinione; è «il costo a cui un uomo pensa valga la pena di produrre una merce». Analizzato, il costo di produzione si riduce interamente «ad una successione di profitti goduti dai produttori di cibi, di materie prime e di strumenti, il cui ammontare dipende dai desideri o dalle immaginarie necessità delle varie classi di lavoratori… Le professioni dotte tengono su i loro onorari in base al principio di conservare un alto livello di vita. Uomini adatti ad esercitarla non vi entrano o non vi rimangono se non riescono a vivere nel modo adottato dal gruppo; se il tentativo fallisce, essi cambiano occupazione, emigrano od almeno non si accasano». Vuol ciò dire che basti chiedere salari crescenti per ottenerli? No. Il problema è assai più complesso. «Non insegnate nulla all’operaio, cosicché egli non desideri libri od altri piaceri intellettuali. Abolite ogni divertimento fisico, cosicché egli non chieda piaceri del corpo. Abituatelo a vivere come una belva nella caverna; rimuovete ogni timore di morte per fame con una legge di elemosine ai poveri; persuadetelo nello stesso modo che egli può senza rimorso, abbandonare bambini indifesi o genitori vecchi; dategli scarsa elemosina quando egli sente il morso della fame, per togliergli lo stimolo a ribellarsi; ed il povero diavolo, privo di ideali, faticherà giorno per giorno, senza alcuna speranza di meglio, generando sciami di esseri sciagurati destinati a succedergli nella rassegnazione alla miseria senza speranza. Fate il contrario: insegnategli, affinché egli desideri il sapere; fategli conoscere che il mondo offre piaceri, che è bene egli desideri; somministrategli i comodi della vita, cosicché egli impari ad avere bisogni e cessi di vivere come un selvaggio senza bisogni; e quando egli abbia imparato quanto sia bello godere la vita, fategli aborrire la povertà e la miseria, sicché si vegga nell’alternativa di vincerle o perire; insegnategli ad avere fiducia in sé stesso; dimostrategli che la moglie sua ed i suoi bambini devono aver fiducia in lui ed in lui solo; fategli guardare alla carità male consigliata come a tentazione del diavolo; aggiungete il massimo fra tutti i bisogni, l’aspirazione ad essere quella cosa stupenda che è l’uomo il quale cammina nelle vie del Signore; e non abbiate timore che costui conduca una vita di miseria o fallisca nel tentativo di toccare la meta desiderata». In questa maschia concezione della vita, propria del pensiero della metà dell’ottocento, l’ufficio della lega operaia è chiaro. Gli operai riuniti decidono di non vendere la merce lavoro ad un prezzo inferiore a quello che essi reputano necessario per il mantenimento di un tenor di vita confacente ad umana dignità. Jenkin paragona la condotta delle leghe a quella del banditore all’incanto di una merce con riserva di un minimo di prezzo. Se al venditore di una merce riesce di spuntare, mettendo un minimo, un prezzo maggiore, perché la lega non deve riuscire nello stesso intento? Perché vendere disordinatamente a 10 lire al giorno la forza di lavoro di 1.000 operai, quando la lega riesce ad ottenere 16 lire per 900? Ai 100 disoccupati provvederà, a turno, o con altri avvedimenti, una cassa costituita col contributo degli occupati. Lo Jenkin poneva così, tra il 1868 e il 1870, le basi della moderna teoria del salario in regime di contratto collettivo, teoria lontanissima, come si vede, dal far dipendere l’ammontare della rimunerazione dei fattori produttivi da forze brute incoercibili e recisa nel dare prevalente importanza alla volontà, all’educazione, all’opinione, all’aspirazione verso il bene materiale e morale.

 

 

5. – A dare un saggio del vantaggio di riandare, quando si discute di problemi economici contemporanei, alle pagine dei vecchi scrittori, riassumerò dall’ultimo (1884) saggio dello Jenkin alcune sue pagine che a me paiono singolarmente felici, intorno alla causa ed alla soluzione delle crisi economiche. Il saggio non vuole trattare delle crisi, ma dell’antico quesito: «Il guadagno dell’uno è ottenuto a scapito dell’altro?» ed io non riferirò le argomentazioni dell’A. in proposito, per non defraudare il lettore del piacere di leggere il breve saggio (da pag. 140 a 154); limitandomi ad estrarne le proposizioni relative alla teoria della crisi. Può darsi che taluno abbia riesposto e “fecondato” meglio la teoria degli spacci di G.B. Say; ma, non conoscendo io questo meglio, mi sia consentito di ammirare l’elegante semplicità luminosa dello Jenkin.

 

 

«Supponiamo – egli dice – esista una piccola società elementare di cinque famiglie isolate in una fertile isoletta, tutta gente onesta e dedita ad un particolare ramo di produzione: agricoltori, pescatori, cacciatori, tessitori e carpentieri-falegnami. Essi sono capaci di leggere scrivere e far di conti, usando all’uopo pezzi di lavagna. Vivono con larghezza, perché ogni famiglia può, con moderata fatica, produrre assai più di quanto sia richiesto dall’intiera società». Col baratto, con lo scambio a mezzo di moneta o di giro conti in un libro fabbricato apposta, le cinque famiglie si scambiano i prodotti sovrabbondanti, cosicché ognuna di esse consuma il sovrappiù prodotto dalle altre. Vi sono ricchi e poveri; ma data la fertilità del terreno e la sua illimitazione, il viver meglio dipende soltanto dalla maggiore capacità o laboriosità degli uni in confronto agli altri. Ad un certo punto, tuttavia, una delle cinque famiglie cade nella più dura miseria. «Capitò così. Gli agricoltori allevarono con giudizio il loro bestiame, migliorarono i loro modi di coltivazione e con piccolissima maggior fatica produssero molta carne e molto frumento. Perciò i tessitori, i pescatori ed i carpentieri-falegnami comprarono la carne a gran buon mercato. Nel tempo stesso la selvaggina scadde di moda. I cacciatori ammazzavano tanta selvaggina come prima; ma, ohimè!, nessuno richiedeva selvaggina; epperciò essi non potevano comprare la carne, per quanto la si vendesse a vil prezzo, né, in verità, altri beni. Nel giro che faceva sul libro degli scambi la moneta del paese, i poveri cacciatori non si incontravano mai. Essi erano in grado di produrre la stessa quantità di prima di carne di selvaggina; ma nessuno ne aveva bisogno. Nessuno aveva loro portato via un soldo, la ricchezza della società pareva cresciuta, perché essi potevano produrre ugualmente e gli agricoltori più di prima; e tuttavia i cacciatori erano rovinati e ridotti a vivere della carità delle quattro altre famiglie, le quali ne compiangevano la sorte ed erano pieni di bontà per essi; ma, in materia di baratto, concordemente rifiutavano la selvaggina. Di quando in quando facevano finta di comperare una piccola antilope, che buttavano al gatto, il quale comicamente rifiutava anche lui di toccarla; ma erano acquisti fatti per carità, mera finta e non realtà. Una grande incertezza gravava sull’isola. Tutti odiavano la selvaggina; persino i cacciatori avevano l’impressione di degradarsi a mangiarla. Che cosa fare? Dopo molte discussioni, fu deciso che, poiché gli agricoltori parevano i più ricchi di tutti, i cacciatori dovessero dedicarsi all’agricoltura. La cosa non finì bene. Le due famiglie potevano ora produrre grano e carne per il doppio del bisognevole. Sebbene producessero tanto di più, esse non riuscirono a persuadere le altre famiglie a dar loro pesce, vestiti e comodi di casa in maggior copia di quella data prima all’unica famiglia di agricoltori. A causa della grande produzione il prezzo dei prodotti della terra rinvilì, cosicché cacciatori ed agricoltori erano amendue ridotti a mal partito. I cacciatori avevano guadagnato qualcosa a spese degli agricoltori; ma questi avevano perso ben più di quanto si fossero avvantaggiati i primi. La società era più povera di prima; nonostante nessuno avesse distrutta alcuna parte della ricchezza nazionale. Nulla, fuor di un bisogno, era venuto meno. La selvaggina c’era e c’erano i cacciatori; ma si erano dileguati i consumatori e la società intera era più povera perché aveva perduto il gusto per la selvaggina. La redistribuzione del prodotto aiutava gli uni e danneggiava gli altri. Ma v’era altresì molta disoccupazione fra agricoltori e cacciatori divenuti agricoltori; ed un gran fermento era nell’aria».

 

 

6. – Robinsonade, dirà taluno. Con queste favolette non si spiega la crisi economica presente, fenomeno tanto più intricato di una società grandemente più complessa della primitiva società di cinque famiglie immaginata dallo Jenkin. Rispondo: diffidiamo delle spiegazioni complicate, macchinose. Credo non esista una peste più nociva delle spiegazioni «seducentemente» storiche dei fatti economici contemporanei. Quando, a proposito della crisi attuale, sentite parlare di «fase transitoria della evoluzione della economia verso nuove forme», di «crisi del capitalismo» o «crisi di qualche altro personaggio in ismo», di «manovre sapienti dei paesi ricchi d’oro contro i paesi proletari», di prova «suprema della organizzazione capitalistica di fronte al bolscevismo», di lotte per la supremazia della «finanza internazionale», chiudete gli occhi, fate astrazione dal rimbombo delle frasi solenni e chiedete a voi stessi: avete mai veduta la signora «fase economica», il «capitalismo» o il «nuovo o vecchio o il supercapitalismo», la signora Francia che aspira l’oro della signora Inghilterra? Che cosa c’è sotto questi goffi personaggi inventati da economisti drammaturghi, privi del senso del comico delle loro rappresentazioni? Io dico che sotto c’è Robinson Crusoè – stupendo manuale, sia lecito dirlo, di scienza economica per i principianti non alieni dal meditare sulle cose piacevolmente lette – con i suoi bisogni, con la decrescenza delle sue sensazioni di piacere, con la variabilità e la illimitazione dei suoi desideri. Oggi, la favoletta potrebbe essere complicata; ed al posto di un Robinson Crusoè, il quale può essere in crisi per sbaglio di corrispondenza dei mezzi adoperati nella produzione ai bisogni sentiti, o delle cinque famiglie immaginate dallo Jenkin, dovremmo forse supporre qualcosa di più complicato; aggiungendo, per esempio, la figura del soldato, a cui toccò il vanto di difendere l’isola contro una invasione di cannibali, e del risparmiatore, che si assunse il compito di alimentare il soldato durante la guerra seguita all’invasione; e forse si potrebbe complicare la narrazione, supponendo che la parte spettante al soldato ed al risparmiatore, invece di essere determinata di tempo in tempo, come suppone lo Jenkin, da contrattazioni libere sul mercato, sia fissata dalla consuetudine, divenuta legge, in una quota crescente del prodotto totale. Sarebbe anche opportuno tener conto del tempo e distinguere tra produzione di beni diretti e produzione di beni strumentali. Tutto ciò, sebbene ovvio, non toglie nulla all’esigenza di cominciare a vedere il problema nella sua forma più semplice. Complicare non è difficile; né è difficile raccontare storie incontrollabili di fasi, di trasformazioni, di forme sociali, di -ismi pugnanti e scavalcantisi, di cui nessuno al mondo riuscirà mai a dare la dimostrazione piena e probante. Il difficile sta nel semplificare il problema, nel guardare sotto ai nomi astratti di salariato, capitalismo, profitto, rendita, che gli economisti adoperano a scopo di analisi, per chiarire esattamente le posizioni dei problemi astratti da essi studiati e che i drammaturghi dell’economia trasformarono in entità misteriose, le quali operano, fanno storia, sommuovono e guidano popoli; e, guardando, rivedere i soliti uomini vivi, intelligenti o stupidi, laboriosi od oziosi, imitatori od innovatori, umili o prepotenti, che sono i soli che noi vediamo coi nostri occhi riempire la scena del mondo. Appena si guarda sotto, si vede che gli uomini nelle società odierne complicatissime e nella piccola isoletta sono uguali; ed in questa si può vedere subito nitidamente quel che nella prima è velato da astrazioni, boria di scienziati, conferenze di periti ed imbrogli di pescatori nel torbido. Dire che nel mondo moderno complicatissimo c’è crisi non mena gran fatto lontano. Quale dei fattori innumerevoli del meccanismo complicatissimo moderno sarà il colpevole? Bravo chi riesce a raccapezzarsi. Se invece si può dimostrare, come lo Jenkin dimostra all’evidenza, che anche nell’isoletta idilliaca di cinque famiglie possono aversi crisi, morti di fame, disoccupazione, e malcontento sociale, noi possiamo cominciare ad afferrare il bandolo del gomitolo logico, che, sviluppato con cautela, ci condurrà a qualche constatazione feconda. Il bandolo non sta nel produrre troppo o nel consumare troppo poco in generale. Tutti erano nell’isola disposti a consumare grano, carne, pesci, vestiti e comodi di casa come si usava prima ed anche qualcosa di più. Il guaio era che gli agricoltori avevano imparato a produrre carne migliore e più abbondante di prima ed i consumatori la preferivano alla selvaggina. I gusti erano cambiati ed il cambiamento rendeva inutile la produzione di bene, senza accrescere apprezzabilmente la possibilità di consumo degli altri beni già conosciuti. Ecco trovato il bandolo della causa della crisi.

 

 

7. – Una volta afferratolo, lo Jenkin lo tira sino a scoprire il rimedio. «Un giorno, il giovane Giorgio, cacciatore agricoltore, non sapeva proprio come far passare il tempo. Era un ragazzo al quale piacevano le cose graziose: e gli venne l’idea di fare una specie di ricamo di conchiglie e piume sul suo cappello. Carluccio, tessitore, capitando a passare di lì: “Gran bel cappello”, esclamò. “Ben contento ti piaccia”, rispose il giovane Giorgio. “Lo comprerei volentieri”, replicò Carluccio. Di lì cominciò un’era nuova nella storia dell’isola».

 

 

«I cacciatori agricoltori dimostrarono di possedere gusti assai fini. Essi abbandonarono la terra e, dedicatisi alla produzione di vestiti ricamati e ornati, diventarono rapidamente la gente più ricca dell’isola. Gli agricoltori, liberati dalla concorrenza dei cacciatori, tornarono a ricevere pesce, vestiti e lavori di falegname come prima; e tutti gli abitanti dell’isola ridiventarono ottimisti in conseguenza della nuova piacevole moda».

 

 

8. – Confesso di aver conosciuto direttamente lo Jenkin soltanto ora dopo la ristampa londinese; sicché non avevo letto la sua piana dimostrazione quando (in una breve nota sulla crisi pubblicata nel n. 3 del tomo XXII del Recueil mensuel de l’Institut international du Commerce) ripetevo una dimostrazione che da tanti anni usavo dare a scuola intorno alla causa ed ai rimedi della disoccupazione tecnica.

 

 

Beni

TEMPO I

Equilibrio originario

TEMPO II

Introduzione di perfezionamenti tecnici

 

TEMPO III

Variazione dei consumi e della produzione nel nuovo equilibrio terminale

 

Ipotesi di consumo costante

Ipotesi di consumo raddoppiato

Numero totale di unità prodotte

Numero totale di operai impiegati

Numero totale di unità prodotte

Numero totale di operai impiegati

Numero totale di unità prodotte

Numero totale di operai impiegati

Numero totale di unità prodotte

Numero totale di operai impiegati

                 

A

100

10

100

5

200

10

120

6

B

160

16

160

8

320

16

400

20

C

140

14

140

7

280

14

200

10

D

300

30

300

15

600

30

300

15

E

200

10

F

100

5

G

80

4

 

70

 

35

 

70

 

70

               

 

 

La macchina ed in genere il perfezionamento produttivo – tecnico, commerciale, amministrativo, tutto ciò che oggi come sotto il nome di razionalizzazione – rompe l’equilibrio originario del tempo I. Nessuna delle due ipotesi immaginate dapprima come possibili per il tempo II è logica. Non l’ipotesi del consumo costante, perché, se è vero che la macchina rende possibile a 35 operai di produrre la stessa quantità di beni che prima era prodotta con 70, è vero anche che il costo di produzione diminuisce, ed alla lunga, in ipotesi di concorrenza, devono diminuire anche i prezzi, sicché, crescendo inconseguenza il consumo, deve aumentare la produzione con conseguente riassorbimento di parte degli operai prima licenziati. Ma è parimenti assurda la seconda ipotesi di consumo raddoppiato o cresciuto in esatta proporzione dell’incremento di prodotto a parità di numero di operai originariamente occupati – perché non è ragionevole pensare che i consumatori facciano domanda del doppio di frumento, di vestiti, di case, di bevande solo perché le macchine consentono, a parità di fatica, di produrre il doppio. Le leggi gosseniane e mengeriane sulla decrescenza dell’utilità delle successive dosi di beni vietano di supporre che la domanda cresca in tutti i casi esattamente in funzione dello scemare dei prezzi. È assurdo quindi supporre che, restando invariato il numero e la qualità dei beni prodotti, gli operai licenziati possano mai essere tutti riassorbiti. Se non si introduce un nuovo fattore, la disoccupazione “tecnica”, ossia proveniente da perfezionamento produttivo, ha carattere permanente. Il nuovo fattore è dato dalla attitudine della domanda dei beni a variare e ad estendersi (cfr. nella tabella l’ipotesi di equilibrio terminale nel tempo III). I bisogni degli uomini sono estensibili indefinitamente. La soluzione del problema della disoccupazione tecnica fu sempre nel passato e sarà in avvenire data dalla scoperta o insegnamento o propaganda di nuovi bisogni e dei mezzi opportuni a soddisfarli. Alla diminuzione della fatica nel produrli, i diversi beni reagiscono assai diversamente. Il consumo del bene A aumenta solo del 20%, sicché bastano 6 operai a produrre il necessario; quello del bene B cresce invece del 150%, sicché gli operai aumentano da 16 a 20, assorbendo i disoccupati permanenti di A. Ma il consumo di C cresce solo da 140 a 200 e quello di D, la cui domanda è rigida, rimane fisso a 300 unità. Restano disponibili 19 operai; i quali sarebbero dannati a disoccupazione perpetua, ossia alla pubblica carità ed alla rivolta, se i “nuovi” beni E, F e S, non dessero loro modo di produrre qualcosa da offrire in cambio di parte dei prodotti degli altri 51 operai occupati intorno ai vecchi beni A, B, C e D.

 

 

9. – Certo non è facile scoprire i “nuovi” beni da produrre; ed il signor Kreuger, che non è, come tutti sanno, un teorico, sì bene il più gran fabbricante di fiammiferi del mondo e grande industriale in altri campi e finanziere, si lamentava acerbamente nell’ultima relazione della sua società «Kreuger e Toll» della sordità delle banche, divenute troppo grosse e macchinose, in argomento di intuizione delle iniziative industriali da incoraggiare. L’intuizione “economica” non differisce dall’intuizione dell’artista o dalla sensibilità del rabdomante in cerca di acqua o di minerali. Chi non ce l’ha, non può darsela. Ma il capitalismo, alto o basso, le riparazioni e i debiti interalleati, la categoria profitto e la categoria salariato, da brave astrazioni, ossia strumenti di analisi logica, non c’entrano. Chi è tardo d’intelletto “economico” non riesce, in qualunque “fase” della storia egli viva, a dar pane ai disoccupati. A leggere taluni articoli di gazzette quotidiane si ha l’impressione di trovarci oggi dinnanzi ad un problema mai più visto, minaccioso di finimondi e di terribili sconquassi sociali. A parte talune complicazioni belliche, monetarie a doganali, si tratta del solito, solitissimo problema delle crisi da perfezionamenti tecnici. I quali negli anni recenti furono senza dubbio notevoli; ma è davvero dimostrato che siano stati “relativamente” più importanti dei progressi verificatisi in altre epoche? I dolori umani della crisi presente sono acuti; ma i nostri nepoti leggeranno, riferite al momento presente, narrazioni di miseria così atroce come quelle che si leggono nei romanzi di Dickens ed hanno dato al tempo intorno al 1840 il nome di The Hungry Forties? È umano impressionarsi dei fatti presenti e non di quelli remoti; ma par certo che l’invenzione della ruota da mulino al luogo dello sfregamento a mano fra due abbia prodotto più disoccupazione relativa (al numero degli uomini viventi allora) delle più stupefacenti invenzioni moderne. Tuttavia gli uomini seppero in passato risolvere il problema del trovare qualcosa di nuovo da fare. Ogni volta i profeti di sventura dissero che la macchina sociale era rotta, e la rivoluzione dei senza tetto era imminente; ogni volta i progettisti dimostrarono che bisognava riformare a fondo l’organizzazione della produzione e della distribuzione della ricchezza per risolvere il paradosso di uomini che morivano di fame dinnanzi alla abbondanza invenduta od inutilizzata dei beni della terra; ed ogni volta agli economisti del tempo, i quali parlavano di elasticità della domanda, di variazione dei bisogni, di adattamento della offerta alla domanda, industriali, giornalisti e politici inferociti chiesero: «Dite dunque che cosa debbono produrre gli uomini che possa essere venduto; insegnatecelo, chi tutti i beni ora prodotti sono in eccesso». Ed ogni volta gli economisti dovettero spiegare che il loro mestiere non è di produrre o di insegnare agli altri di produrre; ma solo di spiegare come il mondo economico continuamente muti e passi da un equilibrio ad un altro. Le leggi economiche, ossia i legami fra gli eventi economici, sono costanti; ma gli eventi sono il frutto della volontà, dello spirito di iniziativa, dell’assillo del bisogno di agricoltori, industriali, commercianti, naviganti. Sempre gli uomini ebbero l’abitudine di imitarsi l’un l’altro, i cacciatori imitando i più bravi agricoltori, e collo scimmiottarsi procacciandosi amendue vicendevole rovina. E tutti a gridare in coro: «Nulla può essere più prodotto, di tutto c’è troppo, non si sa che cosa far fare ai disoccupati»; ed i più offesi a bestemmiare: “Bisogna impedire si introducano macchine nuove, bisogna opporre dazi e barriere contro chi toglie lavoro agli operai con merci prodotte a vil prezzo in fabbriche moderne perfezionate!” Ma ogni volta, alla fine, si vide che era inutile ostinarsi a produrre beni in quantità eccedenti, od in maniere costose al solo scopo di dar lavoro ai disoccupati. Qualcuno, che non era un riformatore, né un giornalista, né un politico, né un profeta di rivoluzioni e neppure un economista, trovò la via di uscita. Scoperse la merce nuova, o cambiò i connotati alla vecchia, intuì insomma che v’era qualche bene che i disoccupati potevano fabbricare e vendere agli altri uomini, ben felici di ottenerlo in cambio delle proprie merci. In quel punto l’abbondanza, l’ingorgo delle merci scomparve; non si videro più morti di fame in giro e l’ottimismo rifiorì.

 

 

10. – Non si afferma con ciò che i non inventori non abbiano nulla da fare. Profeti, riformatori e giornalisti devono, se possibile, ridurre al minimo le sciocchezze propinate al pubblico; gli economisti debbono analizzare il più chiaramente possibile il meccanismo intricato della società contemporanea per mettere in risalto le forze essenziali ed il loro modo di comportarsi. Compito stupendo dei politici sarebbe pur sempre quello di eliminare ostacoli, di facilitare accordi, di promuovere scambi fra uomini ai quali oggi è vietato produrre e comperare da impedimenti i quali paiono creati a bell’apposta per creare quella crisi di cui tutti ci lamentiamo. Se soltanto, per tacere delle solite baruffe europee, in Cina, in Manciuria, nell’India, nel Messico, gli uomini non fossero occupati ad ammazzarsi, a saccheggiarsi, a perseguitarsi in nome della rivoluzione o degli odi di razza o di religione; se ivi esistessero governi capaci di tutelare l’ordine, di amministrare giustizia imparziale, di diffondere l’istruzione, quanti più beni i cinesi, gli indiani, ed i messicani produrrebbero e quanti più beni chiederebbero all’Europa! Oggi non chiedono, perché non producono e, non producendo o producendo poco, hanno poco da dare in cambio. Certamente, è più difficile costruire forme di governo, rispondenti ai bisogni dei popoli, ed operose per volontario consenso di questi, di quanto non sia impiantare una fabbrica tecnicamente perfetta. Se si pensa ai malanni capitati ai popoli nell’ultimo trentennio: guerre, asserragliamenti doganali allo scopo di distruggere il valore dei miliardi spesi nei porti, nelle gallerie, nelle ferrovie, nelle navi, negli impianti telegrafici e telefonici e di creare distanze ed odi al posto dell’amicizia e dei pacifici scambi, si è tentati di concludere che la salute non verrà tanto dal creare la domanda di “nuovi” beni, quanto dal consentire di operare alla domanda latente di beni “antichi” e ben noti. Siano nuovi o vecchi i beni da produrre, quel che monta è produrli e così creare nuova domanda di essi e di quelli che oggi sono invendibili. In tutto il mondo gli uomini attendono ansiosamente che industriali d’ingegno scoprano nuovi beni da produrre e politici di genio liberino la domanda latente di vecchi beni. A chi la palma questa volta?

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