Crepe tra i partiti popolari
Tipologia : Paragrafi/Articoli
Data pubblicazione : 05/04/1902

Crepe tra i partiti popolari

«La Stampa», 5 aprile 1902

 

 

 

Le elezioni politiche nel V Collegio di Milano cominciano a diventare interessanti. In verità lo sono sempre state, dacché l’on. Filippo Turati diede le sue dimissioni da deputato per aver vista disapprovata la sua condotta dalla Direzione del suo partito. Ma contro di lui, dimissionario e risoluto a non accettare, non erano state poste candidature avversarie.

 

 

Oggi invece la lotta vi sarà, perché i repubblicani hanno posto contro la candidatura socialista del Turati quella di protesta di Pietro Calcagno, condannato a tre anni di domicilio coatto a Ventotene.

 

 

La candidatura del Calcagno non ha soltanto un significato di protesta a favore di uno che si crede ingiustamente condannato per ragioni politiche, ma ha un senso preciso di lotta contro la persona dell’on. Turati.

 

 

Così suona infatti l’ordine del giorno approvato dai repubblicani nella loro ultima adunanza:

 

 

La Sezione milanese del P. R. I. proclama candidato del V Collegio Pietro Calcagno come manifestazione di protesta contro l’istituto del domicilio coatto riprovato dalla coscienza popolare, come dimostrazione irrefragabile della mala essenza del Governo che si dichiara liberale, mentre esso segue la via della reazione quale il sistema gli impone;

 

 

Come affermazione contraria alla tendenza del dimessosi deputato del V Collegio, che, sostenendo la politica ministeriale, finisce per legittimare gli abusi;

 

 

E, auspicando il consenso dei pubblici suffragi al coatto politico Pietro Calcagno, intende che il suo nome sia simbolo nella lotta odierna dalla quale i partiti popolari trarranno ammonimento per l’avvenire.

 

 

La deliberazione dell’assemblea del partito repubblicano non è stata accolta con unanime consenso da tutti i membri del partito.

 

 

Il Tempo, ad esempio, non è contenuto che, per protestare contro l’on. Turati, si sia adottato il mezzo della candidatura protesta. Quel giornale avrebbe voluto che i repubblicani scendessero in campo non con uno sterile programma di negazione, ma affermandosi su un nome e sul programma repubblicano.

 

 

Noi ricordiamo ancora la bella e civile lotta fra repubblicani e socialisti nelle elezioni del 1897. Perché non la si è ripetuta?

 

 

Non invano fu pubblicato ieri, che su 11,00 elettori inscritti nel V Collegio, 200 appena appartengono al partito socialista.

 

 

Era quindi tutto un vasto inesplorato campo che si offriva alla propaganda dell’Idea repubblicana, per se stessa, per la verità e la bontà del suo contenuto, senza bisogno degli addentellati transitori e di opportunità e di sentimento che offre una candidatura protesta.

 

 

Il non aver fatto questo è, secondo noi, l’errore nel quale sono caduti gli amici repubblicani milanesi. Errore che non sarà senza commento che oltre una candidatura protesta.

 

 

Comunque sia, ora la deliberazione è stata presa; e sia pure senza avere il coraggio di mettere innanzi un candidato proprio, i repubblicani si sono decisi a votare contro il Turati, reputandolo troppo moderato.

 

 

Da questo atteggiamento dei repubblicani sono già derivate e deriveranno conseguenze tali da dar luogo ad interessanti osservazioni. La più immediata conseguenza si fu che il Turati, appena saputo della proclamazione della candidatura al V Collegio di un domiciliato coatto, ha scritto a tutti i giornali milanesi una lettera per dichiarare di aver reso al suo partito l’incarico affidatogli di rappresentarlo nella imminente lotta politica. Siamo dunque in crisi anche per quanto riflette la candidatura dei socialisti. I quali probabilmente riconfermeranno la loro fiducia nel Turati, ma non senza che prima i più violenti suoi seguaci – imbaldanziti dal successo avuto dai protestatari fra i repubblicani – tentino un piccolo pronunciamento contro quella che ritiene essere la tirannia aristocratica turatiana.

 

 

Ad ogni modo si sa che, se anche eletto, il Turati non accetta – dopo la candidatura Calcagno: così la crisi del V Collegio continuerà eternamente.

 

 

La seconda osservazione che bisogna fare si è che un passo innanzi è stato fatto nella disgregazione dei partiti popolari.

 

 

L’Unione dei partiti popolari era nata al tempo della lotta contro i Governi che perseguitavano socialisti, repubblicani e radicali. Finché durò la opportunità di combattere il Governo e di conquistare il potere municipale posseduto dai moderati, i tre amici si fecero la migliore compagnia di questo mondo. Pareva che dovessero rimanere uniti per sempre allo scopo di apportare all’Italia una massa non mai vista di benefizi.

 

 

Viceversa, appena furono lasciati in pace, e da un lato si furono insediati al Governo di Palazzo Marino e dall’altro acquistarono larga influenza sull’indirizzo del Governo centrale, i tre amici cominciarono a trattarsi con molta freddezza. Coll’aiuto dell’Italia del Popolo e di un manipolo di rigidi puritani la freddezza si era a poco a poco mutata nell’uso abituale di male parole e di invettive velenose.

 

 

Ma i più credevano che non si sarebbe andati al di là delle parole: e che, in occasione di elezioni politiche od amministrative, ciascuno dei partiti popolareschi, come li chiama Ferri, avrebbe eccitato l’altro con la astensione palese e con la collaborazione effettiva, data forse di malavoglia, ma pur data, per odio del nemico comune. Invece la rottura non è soltanto a parole; ma si esplica anche nei fatti. Repubblicani e socialisti vogliono davvero fare a pugni e scenderanno gli uni contro gli altri armati agitando come segnacolo in vessillo i nomi di Calcagno e di Turati.

 

 

Così la unione dei partiti popolari è definitivamente sgominata. L’Italia popolare, che piglia l’imbeccata da Milano, non mancherà di seguirne l’esempio. I deputati che, alla Camera, seguono ancora la politica dell’unione, non osano più rifiatare per paura di attirarsi addosso le contumelie dei giornali rappresentanti della più pura intransigenza. Ed in Romagna la rottura dell’alleanza è segnalata da un fosco bagliore di sangue. Repubblicani e socialisti ferocemente si assalgono; e talvolta le risse sanguinose finiscono in lugubri delitti politici.

 

 

Ed è curioso di notare come i più invasati dal nuovo spirito di lotta siano i repubblicani. Finora si era abituati a considerare costoro come dei moderati dell’Estrema Sinistra, dei borghesi sperduti tra i partiti sovversivi. Adesso non più. Filippo Turati, ossia un capo dei socialisti, è messo all’indice perché troppo moderato, perché difensore di un Governo borghese; ed i repubblicani si atteggiano come la parte più accentuata dell’estrema Sinistra.

 

 

Che sia questo un segno dei tempi e di una trasformazione nella intima natura dei partiti politici, di cui il socialista tenderebbe ad assumere un carattere riformista pratico mentre il repubblicano sfumerebbe in una protesta vana ed impotente?

 

 

Frattanto da tutto questo battagliare intestino e disgregarsi progressivo dei partiti popolari, un qualche insegnamento dovrebbe venir fuori per il partito costituzionale. Non già che questo debba, come l’avvoltoio calante sulla preda aspettata, limitarsi a profittare delle discordie altrui. Ma dovrebbe trarne vigore per una propaganda intesa a dimostrare le fallacie degli ideali repubblicano e socialista, i quali, se son potenti nella lotta negativa, si infrangono contro la realtà appena si tratti di costrurre.

 

 

I costituzionali milanesi pare abbiano intuita la opportunità che loro si offre; e si dice che vogliano ora porre una propria candidatura, Gabba o Canetta, nel V Collegio, che era sinora feudo incontrastato dei socialisti. Non vorremmo però che l’opera dei costituzionali si limitasse a condurre una coraggiosa campagna politica. Ben altra deve essere quest’opera: di persuasione sovratutto e di propaganda di idee.

 

 

Una tempestosa assemblea per la candidatura al V Collegio di Milano.

 

 

Socialisti contro repubblicani.

 

 

Ci telefonano da Milano, 5, ore 1:

 

 

Questa sera alla casa dei ferrovieri, la Federazione socialista tenne l’annunziata assemblea per decidere circa la candidatura al V Collegio, in seguito alle nuove dimissioni di Turati. I presenti erano circa 400. La seduta, però, fu tempestosissima.

 

 

Moltissimi gli oratori, fra cui l’on. Cabrini, Treves, Turati, l’ing. Valsecchi, l’avv. Crosti, l’avv. Rugarli, l’ing. Piccoli, l’on. Mayno, ecc., propugnanti diverse tendenze.

 

 

Turati spiegò le date dimissioni, asserendo di non voler passare sopra il corpo di un coatto. L’assemblea, complessivamente considerata, fu uno sfogo di bile e di invettive contro il partito repubblicano e l’Italia del Popolo, minacciando di smascherare il partito nei prossimi Comizi e di abbandonarlo nelle elezioni amministrative, e trattandolo da nemico a nemico.

 

 

Alla fine venne votato un ordine del giorno, nel quale si stigmatizza l’operato dei repubblicani come un tentativo di oscurantismo della coscienza delle masse ed un iniquo conato di sopraffazione del partito socialista, e termina accettando le dimissioni di Turati e promettendo di accettare la candidatura Calcagno.

 

 

Si accresce il dissenso tra i socialisti di Napoli.

 

 

Ci telegrafano da Napoli, 4, ore 16:

 

 

Si accentua sempre di più il dissenso che divide il partito socialista napoletano. Dopo la lettera del dissidente Bergamasco contro la Sezione napoletana e la Propaganda, l’on. Ciccotti pubblica una lettera sul giornale Roma, difendendo la Sezione, e l’avv. Lucci scrive nello stesso giornale, promettendo di provvedere alla tutela del suo nome, poiché è stato attaccato quale redattore della Propaganda. Finalmente il Roma stesso annunzia che querelerà la Propaganda per ingiurie e diffamazioni.

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