Crescono i consumi e diminuisce la produzione?

Tratto da:

Minerva

Data di pubblicazione: 01/05/1921

Crescono i consumi e diminuisce la produzione?

«Minerva», 1 maggio 1921, pp. 257-259

 

 

 

Sui giornali delle principali città italiane si leggono di quando in quando notizie sul crescere dei consumi: a Milano, per esempio, il consumo delle bevande è cresciuto da 72 milioni di litri di vino, 2 milioni e mezzo di litri di birra, 447,000 litri e circa 140,000 bottiglie di liquori nel 1918, a 85 milioni di litri di vino, 9 milioni e 200,000 litri di birra, 443,000 litri e 252,000 bottiglie di liquori nel 1919, per salire ancora nel 1920 a 92 milioni di litri di vino, 16 milioni di litri di birra, 646,000 litri e 454 mila bottiglie di liquori.

 

 

Col consumo del vino cresce quello delle carni: 120,000, 103,000 e 213,000 quintali di bovini nei tre anni rispettivamente; 1907, 16,268 e 67,955 vitelli sotto l’anno; 640, 50,000 e 31,000 quintali di cavalli; 22,000, 30,000 e 46,573 maiali; 2,170,000, 2,639,854 e 3 milioni 274,546 polli. Cifre, queste, le quali assai bene si prestano a ridurre al loro esatto valore le querele intorno alle sofferenze del proletariato, il quale è così gran parte dei 700,000 abitanti di Milano – rimasti, sia detto per la comparabilità dei dati, quasi stazionari durante il triennio 1918-920 – e ha dato probabilmente il contributo maggiore all’incremento nei consumi, che sopra si è veduto.

 

 

Altre città, borghesi in prevalenza, rimaste durante la guerra fuori del gran moto economico che sconvolse l’Italia, non sembrano capaci di fornire esempi di consumi cresciuti, che possano gareggiare neppure da lungi con le città industriali. La parsimonia e la frugalità non sono per fermo le doti delle classi le quali salgono. Solo le classi intese a conservare il patrimonio avito, o quelle le quali vogliono dare ai figli una educazione confacente alla loro nascita, sono capaci di sacrifici rilevanti nei consumi alimentari e nelle bevande! Ogni classe dipinge i propri avversari secondo il tipo che degli ideali o dei vizi umani essa medesima si è fatta; e basta guardare alle vignette dell’Avanti! ed ai borghesi ben pasciuti che vi compaiono, per rimaner persuasi che, purtroppo, il nuovo proletario concepisce la felicità sotto la forma dei piaceri della tavola ed attribuisce perciò ai borghesi i gusti che sono suoi e di una piccola minoranza borghese di proletari di ieri e di arricchiti dell’oggi.

 

 

Non è però su queste considerazioni morali – le quali non debbono spingerci a vani rimbrotti contro le classi operaie, ma ad un’opera assidua di propaganda a favore di ideali più alti di vita, capace di contrastare la predicazione brutalmente materialistica dei politicanti socialisti – che io voglio intrattenere i lettori di Minerva; sibbene su alcune illazioni economiche le quali parrebbero logicamente derivare dai dati così frequentemente citati sull’incremento dei consumi. Il contegno dei socialisti, i quali protestano contro il rincaro del pane in nome di un proletariato languente di inedia, è lievemente retorico quando si pensa allo spreco di vino, di liquori, di scarpine, di calze di seta, di profumerie che è caratteristico dei rioni proletari delle città industriali e si estende con rapidità preoccupante anche nelle zone agricole, lodevoli un tempo per la parsimonia nel bere e la semplicità del vestito.

 

 

Ma non è meno contraddittorio il discorso di quei pubblicisti dei partiti d’ordine, i quali si lagnano della scemata capacità di produzione dei lavoratori italiani e nel tempo stesso additano all’indignazione pubblica l’incremento stravagante nei consumi voluttuari. Ed invero, con qualche riserva, si può affermare che non è possibile consumare di più, se prima non si è prodotto di più; e che quindi o non sono esatte o non sono generali le notizie sull’incremento dei consumi, ovvero è necessario riconoscere che insieme con i consumi è aumentata altresì la produzione dei beni destinati ad essere consumati.

 

 

Le riserve sono certamente importanti. Si possono invero consumare beni ottenuti non con il lavoro di cittadini, ma con i debiti esteri e con la distruzione di capitali. Se gli Italiani od il Governo italiano fanno un debito all’estero per un miliardo di lire, non introducono in Italia denaro contante, bensì introducono beni materiali. Del denaro contante – monete d’oro, che per i biglietti esteri non c’è impiego in Italia – nessuno saprebbe cosa farsene; ed i debiti si fanno esclusivamente per potere importare beni strumentali (macchine, materie prime, ecc.), o beni di consumo (carni congelate, frumento, farine) senza pagarli. È molto difficile calcolare quale sia la massa dei beni che è ora importata in Italia senza contemporaneo pagamento con altre merci o servizi. Lo sbilancio commerciale pare si sia aggirato nel 1920 sugli 8 miliardi di lire; ma a e da questa cifra qualcosa bisogna aggiungere per il rialzo dei prezzi e parecchio bisogna togliere per le rimesse degli emigranti ed il ripreso movimento dei forestieri.

 

 

Fortunatamente, il Governo italiano non volle o non poté più contrarre debiti rilevanti all’estero; né sembra che i debiti contratti da privati siano giunti all’altezza a cui negli anni di guerra erano arrivati i debiti contratti direttamente dallo Stato. Senza darvi eccessiva importanza, mi pare si possa azzardare l’ipotesi che l’ammontare dei debiti contratti all’estero non superi il totale del disavanzo della bilancia commerciale, ed anzi vi stia notevolmente al di sotto. Forse la cifra di 6 miliardi è un massimo ipotetico, a cui ben difficilmente ci saremo avvicinati nella realtà; epperciò si può ritenere che la somma di 6 miliardi di lire-carta sia il massimo a cui si può valutare per il 1920 il peso di quella speciale maniera di vivere che si chiama «vivere a credito».

 

 

A questa cifra non sembra sia necessario fare altre aggiunte:

 

 

  • nulla si deve aggiungere per il consumo del capitale posseduto anteriormente al 1920. Si consumarono bensì le scorte di viveri, di combustibili e di materie prime esistenti nel 1914; ma il consumo risale ai primi anni della guerra. Negli ultimi tempi, ed ora in particolar modo, non si poterono consumare e non si consumano scorte; perché quelle antiche non esistono più, né consta che si sia scesi più in basso, nel possesso di scorte, del punto a cui si era giunti alla data dell’armistizio. Neppure consta che negli ultimi tempi si siano trascurate eccezionalmente le riparazioni e le sostituzioni di macchinari e di impianti. Il punto del logorio massimo fu toccato prima, non negli ultimi mesi. Forse il capitale esistente stenterà a crescere; ma gli aumenti incessanti del capitale delle società anonime induce a credere che, per lo meno, esso non si è ulteriormente deteriorato;

 

  • nulla si deve aggiungere per i debiti contratti all’interno. È lamentevole che gli arricchiti di guerra, gli operai ed i contadini facciano consumi cresciuti di cose inutili; ma nessuno finora ha affermato che l’operaio od il contadino od il negoziante si indebitino per mangiare o bere meglio o vestir più riccamente. Molti spendono troppo; ma trattasi di un fatuo dispendio di guadagni cresciuti, non addirittura di un indebitamento per sfoggio e spreco.

 

 

Se, poi, un qualche indebitamento interno si fosse verificato, specialmente da parte dello Stato per vendere a sottocosto derrate e servizi, è chiaro che l’indebitamento avvenuto «all’interno» significa soltanto trapasso, dal privato mutuante al privato od allo Stato mutuatario, della facoltà di spendere ciò che si è prodotto. È una disgrazia che ciò accada, perché può significare minor risparmio e quindi minor incremento della ricchezza nazionale; ma non tocca la tesi che, prima di essere risparmiata o distrutta, una merce deve essere stata prodotta. Una qualche detrazione deve probabilmente farsi dalla cifra ipotetica dei 6 miliardi. Una parte di questi fu debito contratto per importare non beni di consumo, bensì macchine, sementi, concimi. Andarono, almeno parzialmente, a crescere il patrimonio del paese, controbilanciando il cresciuto debito verso l’estero.

 

 

Tutto sommato, la proporzione del vivere «a credito» o «ad ufo» non supera, nella peggiore ipotesi, una percentuale non elevatissima della spesa totale degli Italiani. È difficile supporre che questi spendano oggi meno di 100 miliardi di lire-carta in ragione di anno. Il solo vino tocca i 10 miliardi di lire; ed è arduo immaginare che in media il vino assorba una quota superiore, in media, al 10% del bilancio totale delle spese degli Italiani. Mi si perdonino le cifre ipotetiche, che adduco più a scopo di esemplificazione che di dimostrazione; ma, anche in via di ipotesi, esse possono servire a mettere in luce che, se è vero che gli Italiani mangino e bevano di più ed in genere consumino più largamente; se questa, che è l’impressione viva di coloro i quali osservano la vita delle città e delle campagne, i quali, pur tenendo conto delle sofferenze di tanta parte della classe media antica, hanno negli occhi l’immagine di una gente meglio pasciuta e calzata e vestita di piume, corrisponde al vero, logicamente ne discende la conseguenza che la produzione totale italiana è cresciuta.

 

 

Forse è cresciuta assai meno di quanto può far credere il confronto tra il momento presente ed il momento peggiore della guerra; ma un certo miglioramento anche in confronto all’anteguerra ci deve essere. Per non incorrere in errore, mi limiterò a dire che sembrano esagerate le querele di coloro i quali lamentano un grande notevole decremento nella produzione in confronto al 1914. Ammettasi pure che un decremento vi sia stato; ma, ove si rifletta che il vivere a credito non spiega più del 4 o del 5%, al massimo del 6% della massa totale dei consumi, e poiché difettano indizi di un sensibile peggioramento del tenor di vita delle masse, giuocoforza è concludere che non si produce oggi in Italia troppo di meno di quel che si produceva nel 1914.

 

 

La differenza più notevole tra il 1914 ed il 1921 non sta nella realtà, ma nella immagine che della realtà si fanno gli uomini. Nella realtà può darsi che gli uomini consumino di più e quindi necessariamente abbiano prodotto di più; ma di questa realtà nessuno si vuol persuadere. La guerra ha rimescolato gli animi; ha prodotto grandi spostamenti di fortune; ha reso malcontenti coloro che quietamente stavano contenti della loro sorte. Tutti temono che il vicino, il compagno, l’amico abbia lucrato di più. Dappertutto si vedono pescicani; e forse non vi è classe sociale, la quale non sia accusata di pescicanismo da quella che le sta immediatamente al disotto od accanto. Ognuno accusa l’altro di non far nulla, di lavorar poco, otto ore invece di dieci, sei invece di otto; e nel tempo stesso ognuno immagina che altri sia occupato nel godersi festini e delizie senza fine, ed in paragone spregia i propri godimenti, sebbene più variati ed abbondanti di un tempo.

 

 

Tra coloro che si lamentano vi sono senza dubbio molti che han ragione di lamentarsi: pensionati, redditieri a redditi fissi, impiegati non appartenenti alle classi rumorose, piccoli e grossi proprietari; ma tra coloro che più strillano vi sono persone, la cui paga monetaria crebbe cinque o sei volte in confronto all’anteguerra, ossia crebbe quanto basta ad un uomo morigerato per mantenersi in quella che si afferma da tanti oggi essere stata la vita comoda e felice del tempo antebellico. Forse, il momento presente ripete la situazione psicologica che tante volte si verificò nella storia. Le epoche di maggiore incremento economico furono spesso epoche di agitazione e di malcontento; o, meglio, le epoche di malcontento furono quelle nelle quali si gittarono i germi della grandezza futura.

 

 

Ci si lamenta tanto che nessuno più lavora; ma quando mai si vide meno gente occupata a far niente? Nel 1914 e negli anni cosidetti felici dell’anteguerra, il vivere di rendita, il trascorrere il tempo senza una occupazione precisa era un’abitudine assai più diffusa d’oggi. Spinti dal bisogno, tanti borghesi, che vegetavano con 3 o 4 mila lire di rendita fissa, hanno dovuto darsi attorno e cercare un lavoro; tante ragazze di buona famiglia, che facevano visite e maldicenze, oggi si sono trasformate in commesse, dattilografe, impiegate; tanti contadini, che stavano in campagna a grattar la terra, si sono accorti che in famiglia erano troppi e sono andati nella fabbrica. Per ora tutto questo grande rimescolio di genti e di abitudini è cagione di odii, di invidie, di agitazioni. Nessuno è contento della propria sorte, perché nessuno si è ancora assestato. Invece di scrivere vane querimonie su tutto ciò bisogna analizzare e secondare od arginare il movimento.

 

 

Quando il gran moto si sarà assestato, ci avvedremo forse che il numero dei poltroni è diminuito, che siamo in molti di più a lavorare, ad essere inquieti, a voler migliorare le proprie condizioni. Sarebbe un guaio grosso seguitare un pezzo ad agitarci così come oggi facciamo; ma il metodo buono per porre un termine all’agitazione non è quello di dichiararla vana ed infeconda, bensì di interpretarla, arginarla e trasformarla in uno strumento di bene.

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