Crisi di borsa e crisi industriale

Tratto da:

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 14/08/1907

Crisi di borsa e crisi industriale

«Corriere della sera», 14 agosto 1907

 

 

 

Se per rispondere alla domanda che ci siamo posti alla fine del precedente articolo: «Conviene ai capitalisti vendere i titoli che essi posseggono, tenuto conto delle prospettive di sviluppo industriale e commerciale e del tasso attuale di capitalizzazione dei valori a reddito variabile?» se per rispondere a questa suggestiva domanda badiamo soltanto all’Italia, dovremmo rispondere recisamente di no. Poiché da noi tutti o quasi gli indici della vita economica avvertono che essa continua a pulsare vigorosa e forte: reddito delle gabelle in aumento, avanzi cospicui del bilancio dello Stato, depositi crescenti presso le banche ordinarie di credito, traffico ferroviario intenso, dividendi ottimi delle imprese che chiudono il bilancio al 30 giugno, buoni pronostici per le altre che chiudono al 31 dicembre, occupazione larga e facile per gli operai, tutt’al più una maggiore prudenza, consigliata anche dal rincaro del denaro, nel fondare nuove intraprese, prudenza utilissima per l’avvenire. D’altro canto la fiera e nobile lettera del direttore generale della Banca d’Italia, Bonaldo Stringher, al presidente della Camera di commercio di Genova, ammonisce che le banche di emissioni non ripeteranno oggi ne` mai i funesti errori che condussero alla crisi di quindici anni fa.

 

 

Ma una risposta che tenesse conto solo della situazione economica dell’Italia sarebbe incompleta e forse erronea; tanti oramai sono i legami che avvincono il nostro agli altri paesi e tanto gravi paiono le notizie che vengono d’oltremonti e d’oltre mare. Le borse di Parigi e di Londra, ma sovratutto di Berlino e di New York furono di questi mesi e ancora negli ultimi giorni messe così violentemente a soqquadro che non è possibile assolutamente non pensare alle ripercussioni che quei terremoti borsistici possono avere sulla nostra costituzione economica. Già fu segnalato un fenomeno inquietante per l’Italia; il ribasso da alcuni mesi notabile nelle nostre esportazioni all’estero che dall’1 gennaio al 31 maggio assomma a 37.954.868 lire. Per quanto non si debba dare a quest’indice sfavorevole – forse l’unico – un valore assoluto, pure è d’uopo riflettere alle conseguenze che avrebbe per molte industrie italiane la diminuzione di consumo cagionata da una crisi economica all’estero.

 

 

* * *

 

 

Ogni crisi economica è segnalata per taluni caratteri salienti; o sarà una crisi edilizia, o una crisi ferroviaria, o bancaria o del cotone o della lana o del carbone. Vi è sempre una industria, talvolta parecchie, nelle quali si è esagerato troppo e che danno il segnale degli aumenti irrefrenati e delle precipitose discese. Stavolta la crisi, se crisi vi ha da essere, dovrebbe intitolarsi al rame negli Stati Uniti d’America ed al ferro nella Germania. Quei due paesi sono i punti di partenza e di arrivo delle ondate della tempesta economica attuale e quei due metalli sono gli esponenti più precisi dello sviluppo industriale odierno. Il rame anzitutto. È il trionfatore di questi ultimi anni. Eccone la storia riassunta in poche cifre:

 

 

Tonn. ingl.

Produzione mondiale

Tonn. ingl.

Stocks visibili al primo gennaio in Francia ed Inghil.

Prezzi in lire sterline per tonn. ingl.

1886

217.086

46.854

40

1

8

1888

258.026

35.091

81

11

3

1889

261.205

96.194

49

14

8

1894

324.505

43.428

40

7

4

1900

479.514

17.797

73

12

6

1902

541.295

15.953

52

11

5

1903

574.740

11.394

58

3

2

1904

640.935

5.691

59

0

6

1905

692.800

10.169

70

14

8

1906

700.000 (circa)

7.740 (dic.)

107

10

1907

(1 ag.)

6.107

85

10

 

 

Si vede che il ventennio dal 1886 al 1907 e`, se si fa astrazione dal rialzo effimero del 1900 prodotto da circostanze passeggere e preludio anticipato dei rialzi futuri, nettamente caratterizzato da due periodi di aumento: dal 1886 al 1888 e dal 1904 alla fine del 1906. Ed è appunto il ribasso attuale, che negli ultimi giorni ha ridotto il prezzo della marca G.M.B. contanti a L. st. 82.10 l’8 agosto, il quale ha fatto pensare ad una probabile ripetizione del crack colossale del 1889 che da L. st. 81.11.3 ridusse i prezzi prima a 49.14.8 e dopo alcuni anni di marasmo a 40.7.4.

 

 

Notisi però che la situazione odierna è profondamente diversa da quella del 1888. Allora il rialzo dei prezzi del rame da L. st. 40.1.8 a 81.11.3 era stato cagionato quasi esclusivamente dalle manipolazioni della Societé des Metaux capitanata da un abile finanziere, il Secretant, il quale aveva previsto le future amplissime applicazioni del rame nell’industrie elettriche e si era dato attorno per accaparrare il metallo prodotto dalle principali miniere del mondo. Egli riuscì dapprima nel suo piano; e a balzi il prezzo del rame salì a più di 80 L. st. per tonn. Ma egli non aveva previsto che da un lato l’espansione nel consumo dipendeva da progressi allora troppo di là da venire nelle applicazioni elettriche per poter agire efficacemente e che dall’altro lato l’aumento nei prezzi doveva provocare, come effettivamente provocò, una produzione febbrile da parte di tutte le piccole miniere non associate, un rigurgito sul mercato di rami vecchi ed usati, di stocks latenti, ecc. Nel 1889 gli stocks salirono a 96.194 tonn. e la Societe` des Metaux non trovò più da vendere il rame da essa accaparrato. Fu il segnale di una rotta disastrosa che travolse gli speculatori e fece ribassare durevolmente i prezzi ad un limite bassissimo.

 

 

Il movimento odierno, iniziato nel 1900, ripreso nel 1904, è profondamente diverso e si può dire una realizzazione lontana delle sfortunate previsioni del Secretant. L’enorme aumento della produzione avvenuto negli ultimi anni non ha impedito che gli stocks visibili siano caduti a poche migliaia di tonn. Il rialzo dei prezzi non è stato cagionato da manipolazioni artificiali di una speculazione temeraria ma da bisogni reali dell’industria elettrica e delle costruzioni marittime. Forse un rallentamento momentaneo si potrà verificare nelle costruzioni marittime – non nelle industrie elettriche, dove il rame troverà impieghi crescenti nelle tramvie, nelle trasformazioni di ferrovie, ecc. -; forse anche la produzione, che nel 1906 non è cresciuta affatto in confronto al 1905, potrà aumentare per la scoperta di nuove miniere e per la più attenta coltivazione delle vecchie.

 

 

Ma la tenuità degli stocks e la facilità di vendere la produzione corrente sembrano essere arra che nel ribasso non si toccheranno per ora i limiti del 1894 e forse nemmeno del 1902. Non è ad ogni modo in presenza di uno stock ridottissimo di rame visibile che può prevedersi l’inizio di una crisi profonda, irreparabile. Si era ecceduto nel rialzo, ecco tutto. Ora si cerca di nuovo un punto di equilibrio e lo si troverà probabilmente ad un livello di prezzi più moderato, ma pur tuttavia ancora proficuo ai produttori. Le azioni di intraprese produttrici di rame, capitalizzate in maniera esageratissima, potranno ribassare ancora; ma che cosa ha da far ciò colla prosperità dell’industria?

 

 

* * *

 

 

Per il ferro e l’acciaio le predizioni più lugubri si fanno in Germania.

 

 

Qui si ricorda la gravissima crisi siderurgica del 1901 e 1902 e molti si compiacciono a prevederne il ritorno. «Nel 1901 – narra il Supino in un recentissimo libro sulle Crisi economiche – rovinarono in Germania molte piccole intraprese, fallirono parecchie grandi banche implicate in affari di credito mobiliare e scomparvero o diminuirono i profitti di moltissime fabbriche. Su 600 società per azioni osservate nel 1901, il 23 per cento non dettero dividendi affatto, il 43 per cento lo dettero molto inferiore agli anni precedenti e solo l’8 per cento dettero più del solito. La produzione degli alti forni che era salita ininterrottamente da 5.3 nel 1894 ad 8.1 milioni di tonnellate nel 1899 dovette ridursi nel 1901 a 7.7 milioni». Ed ancora, per trovare da vendere la diminuita produzione fa d’uopo buttarne all’estero quasi un terzo a prezzi vilissimi, qualche volta inferiori al costo di produzione, inaugurando quella politica dei premi privati di esportazione che dà tanto da pensare agli industriali ed agli economisti.

 

 

Un po’ per volta la situazione migliora. Nel febbraio 1904 si fonda da 29 stabilimenti il Sindacato delle acciaierie tedesche per la durata di 3 anni.

 

 

Il Sindacato regola efficacemente i prezzi, ridà la fiducia ai produttori togliendo le fluttuazioni estreme dei corsi e impedendo la sovrapproduzione.

Lo sviluppo colossale nei bisogni mondiali di prodotti siderurgici di ogni genere aiutò l’azione del Sindacato, cosicché la produzione e l’esportazione di ferro greggio dalla Germania ebbero questo andamento:

 

 

Produzione Tonn.

Esportaz. dedotto l’imp. Tonn.

1903

10.085.634

3.165.320

1904

10.103.941

2.425.309

1905

10.987.623

3.027.061

1906

12.478.067

2.976.698

 

 

Notisi che la prosperità ultima non ha soppresso l’esportazione all’estero, come era accaduto nel 1899 e nel 1900, quando per godere dei buoni prezzi interni, si era trascurato il mercato estero. Oggi l’industria poggia su una base più larga e può trovare altrove il compenso alle delusioni provate in qualche paese.

 

 

Fare previsioni per l’avvenire è difficile. Ci sia consentito di ricordare che per il resto dell’anno le ordinazioni abbondano, notandosi solo un certo rallentamento nelle ordinazioni nuove per l’anno venturo, rallentamento in parte provocato dal desiderio dei consumatori di stare a vedere che cosa nascerà fuori da tutto questo odierno discorrere di crisi imminente.

 

 

Qualche mese fa il pericolo più grave per l’avvenire dell’industria siderurgica non pur tedesca, mondiale, è stato superato colla rinnovazione per altri 5 anni del sindacato dell’acciaio. Se anche verrà un periodo di ristagno, non sarà un disordinato si salvi chi può, ma una momentanea ritirata sotto la guida ferma e sperimentata dei dirigenti il Sindacato.

 

 

Finalmente notiamo un’ultima circostanza che giova a mettere in luce i caratteri dell’attuale momento siderurgico. C’è un punto nel mondo al quale ricorrono i consumatori di ferro greggio per colmare le deficienze delle loro provviste e sono i magazzini generali dove si accumulano i ferri greggi del distretto di Middlesborough, sui warrants rappresentativi dei quali si compiono speculazioni gigantesche. Questi magazzini generali sono una specie di riserva mondiale, i cui alti e bassi sono il termometro più sicuro della situazione dell’industria siderurgica. Orbene i signori Connal e C. di Glasgow, che dirigono il massimo di questi magazzini generali, nei loro rapporti denunciano una diminuzione continua di stocks di ferro greggio: da 750.000 tonn. nella primavera del 1906 eravamo ridotti a 223.285 tonnellate a fine luglio. Ne` la diminuzione accenna a scemare, essendo stata di 50.468 tonn. nel giugno e di 50.080 nel luglio passati. È questo, di stocks decrescenti, un indice di vicina profondissima crisi? Sembra di no; cosicché, se sarebbe ridicolo negare la possibilità di una sosta, sembra temerario predire cataclismi mai più veduti.

 

 

* * *

 

 

Se volessimo esporre adesso alcune conclusioni sulla crisi odierna di borsa, dovremmo dire che essa è una manifestazione tumultuaria e alquanto esagerata della necessità di tener conto del momento economico. Se non si può discorrere per ora di crisi industriale, se difettano i segni ammonitori del ritorno di una depressione simile a quella di quindici anni or sono, è certo che una sosta si impone. In tutti i paesi civili si sono compiuti negli ultimi anni siffatti progressi industriali che urge la necessità di prender fiato. Il rincaro del denaro e la depressione dei valori borsistici sono gli indici di questa necessità. Lo slancio industriale aveva fatto sbocciare progetti giganteschi e sorgere numerosissime imprese nuove, miranti a partecipare ai guadagni cospicui delle imprese già organizzate. Ora si vede che i capitali mancano a concretare tutti i progetti. Ed è un bene; poiché fra di essi, in mezzo ad alcuni buoni, ve ne erano parecchi cervellotici e stravaganti. La mancanza ed il rincaro del denaro sono un utilissimo crivello per scernere il loglio dal grano buono. I progetti fantastici cadranno perché i capitalisti, divenuti diffidenti, non si lascieranno più cogliere all’amo di promesse ineffettuabili; e rimarranno a galla i piani ben concretati e solidamente costrutti. Anche la sosta sarà utile rispetto alla valutazione dei titoli bancari ed industriali. Nella febbre del rialzo tutti i titoli erano saliti, i buoni insieme coi cattivi. La marea montante portava su i corpi leggeri insieme coi pesanti. La tempesta odierna ha esagerato nel senso opposto e coi valori cattivi sono discesi anche gli ottimi. Gli speculatori al ribasso ne hanno profittato per le loro solite intraprese ed hanno tentato di fare razzia dei titoli buoni, spaventando i detentori. I quali in Italia, paese di capitalisti non ancora abbastanza educati in massa agli impieghi industriali, si sono purtroppo spaventati esageratamente. Hanno cominciato a terrorizzarsi – e a ben ragione – coloro che immaginavano di aver fatto fortuna nei periodi di rialzo; e l’esempio delle rovine seminate tra gli arricchiti di recente ed i vogliosi di arricchire comincia a spargere terrore anche nelle fila dei capitalisti veri e propri che avevano comperato titoli industriali a scopo d’impiego.

 

 

Qui noi crediamo possa essere utile il consiglio ai veri capitalisti di conservare il proprio sangue freddo. Poiché sinora non si può parlare con fondamento dell’avvento probabile di una grande crisi, di una di quelle crisi, le cui ferite si rimarginano a stento in un decennio e poiché tutto induce a ritenere si tratti di una sosta utile, di un periodo di raccoglimento laborioso e produttivo, è evidente che i capitalisti non hanno ragione di vendere alla cieca tutti i titoli che essi hanno nel portafoglio. Sia per essi questo un momento di riflessione, un motivo per vagliare la bontà dei loro titoli. Si sbarazzino di quelli per i quali notizie attinte a fonte sicura fanno credere non suscettibili di avvenire; e tengano gli altri. Per molti accorti capitalisti questo anzi dovrebbe essere un buon momento per comprare a prezzi appetitosi titoli di largo reddito e di avvenire sicuro. Di solito il pubblico compra quando i prezzi aumentano per la speranza di aumenti futuri ed, impaurito, vende, quando tutto ribassa. Sarebbe utile che la psicologia del pubblico mutasse alquanto e che parecchi osassero comprare a prezzi bassi. Farebbero un buon affare ed imprimerebbero una certa stabilità ai corsi, quella stabilità che, insieme ai dividendi sicuri e non esagerati e non mutevoli, è il migliore incentivo a spingere i capitalisti agli impieghi in valori industriali. La ridda dei corsi negli ultimi anni ha danneggiato enormemente nell’opinione pubblica gli impieghi in titoli a reddito variabile ed ha respinto molti, pur vogliosi di redditi più lauti di un magro 3 e 1/2 per cento, verso le rendite di Stato e le obbligazioni. A migliorare la situazione pessima attuale contribuirà la graduale educazione del pubblico; ma a sua volta questa educazione non sembra guari probabile finché le maggiori banche di credito – lasciamo da parte le banche d’emissione, la cui opera fa egregia sempre – non si persuaderanno dell’opportunità di non lasciare a tratti il mercato in balia di una folla di speculatori di second’ordine, senza coscienza e senza garanzie. La borsa è un mercato dove i clienti accorrono se credono di aver a che fare con gente onesta e rispettabile, e donde fuggono se opinano di cadere in un covo di banditi. Purtroppo l’opinione più diffusa è oggi in Italia la seconda. Sarebbe opera meritoria quella dei dirigenti se, pur secondando le tendenze al rialzo e al ribasso del momento nei limiti del ragionevole, riuscissero a persuadere i capitalisti che le borse sono un mercato dove si possono comprare titoli ottimi a prezzi né fantastici né infimi e dove i titoli si possono rivendere senza correre il rischio di perdite eccessive.

 

 

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