Crisi ministeriale a breve scadenza Il ritiro del ministro del Tesoro. L’incarico a Saracco

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 11/11/1900

Crisi ministeriale a breve scadenza

Il ritiro del ministro del Tesoro. L’incarico a Saracco

«La Stampa», 11 novembre 1900

 

 

 

Siamo oramai a pochi giorni dall’apertura della Camera, e il Governo non ha fatto ancora noto il suo pensiero.

 

 

Questo ritardo non è dovuto a cattiva volontà del presidente del Consiglio, ma a vere ed autentiche difficoltà, entro cui si agita il presente Ministero. Già da molto tempo vi accennai alle due tendenze marcatissime che si delineavano in seno al Gabinetto Saracco, quando, sotto l’ispirazione d’un Re giovane e cosciente della sua missione, i ministri furono eccitati a preparare un programma serio di lavoro parlamentare. Tutti i ministri si posero all’opera con molta alacrità, anche per guadagnare il tempo perduto, perché, a dire il vero, durante le vacanze estive nei varii Ministeri il lavoro non fu febbrile. Ebbero origine così molte proposte e molti disegni di legge, la maggior parte dei quali è intesa a riformare questo o quel rame della pubblica amministrazione; ma le riforme, in generale, implicano o un aumento di spesa o una diminuzione di entrate.

 

 

L’on. Rubini, ministro del tesoro, non ha fatto buon viso a questa nuova tendenza dei colleghi, ed ha dichiarato risolutamente che si sarebbe opposto a qualunque proposta la quale potesse indirettamente compromettere, sia pure in minima parte, l’equilibrio del bilancio. Come i colleghi siano rimasti innanzi a questo inaspettato inciampo nei loro sogni di riforma è facile immaginare. Protestarono presso l’on. Saracco, e minacciarono dimissioni e crisi immediate se l’on. Rubini avesse insistito nella sua severità finanziaria, che recava un fiero colpo a tutte le iniziative dei suoi colleghi.

 

 

L’on. Saracco fece appello a tutta la sua abilità parlamentare; chiese da un ministro il sacrifizio d’una riforma per recarla in olocausto all’on. Rubini; da questi tentò strappare una concessione per calmare qualche collega.

 

 

Ma, come già vi accennavo, tutto questo lavoro improbo dell’on. Saracco non è riuscito ad altro che a tenere assieme, per qualche giorno ancora, l’edifizio ministeriale; ma le crepe ci sono, e ogni giorno che ci avvicina all’apertura della Camera rende quelle crepe più profonde, e minaccia l’equilibrio e la stabilità dell’edifizio. Crisi prima dell’apertura della Camera non ve ne saranno certamente: è stato convenuto fra i ministri, consenziente l’on. Rubini, che il Gabinetto si presenterà immutato alla Camera dei deputati. Ma questo è tutto quanto l’on. Saracco ha potuto ottenere dai suoi colleghi; le due tendenze, quella delle riforme a qualunque costo, e quella del pareggio del bilancio a qualunque costo, non hanno trovato il punto di contatto, e non lo troveranno mai. Perciò potete ritenere come certa una crisi ministeriale, col ritiro dell’on. Rubini e di qualche altro ministro, a brevissima scadenza, o pochi giorni dopo l’apertura della Camera, o dopo Natale. Il Ministro chiederà che la Camera discuta i bilanci e rinvia ogni discussione sulla politica generale, sia per quanto riguarda il passato che per quanto riguarda l’avvenire, a dopo le vacanze natalizie; ma su ciò non farà certo questione di Gabinetto.

 

 

La Camera sarà libera nel voto: se viene nel parere che i bilanci si debbano discutere prima di ogni altro progetto di legge, la crisi ministeriale non scoppierà che dopo le vacanze natalizie, quando il Governo, discussi i bilanci, dovrà dire chiaro e netto il suo pensiero. L’on. Saracco rappresenta nel Ministero la tendenza media: non è partigiano, per ragioni finanziarie imprescindibili, delle grandi ed immediate riforme, ma è, per contro, di parere che qualche cosa bisogna fare, anche se il pareggio del bilancio potrà essere turbato. La maggior parte dei ministri, moderate le aspirazioni, s’adagiano volentieri in questa tendenza media, fatta appunto per non urtare troppo né contro la finanza, né contro la tendenza dei più a volere immediatamente le riforme.

 

 

Solo l’on. Rubini, ministro del tesoro, è irremovibile nel suo concetto: egli vuole il pareggio, non solo economico, ma aritmetico, del bilancio, e non accetterà nessuna modificazione intesa a scuotere questo equilibrio. Il che, in altri termini, vuol dire che l’onorevole Rubini si ritirerà dal Ministero, seguito da qualche collega, forse due. Se le mie informazioni sono esatte, l’onorevole Saracco non si limiterà a proporre al Re di accettare le dimissioni dell’on. Rubini e di qualche altro collega dissenziente; ma, per lasciare più libera la Corona, ed anche per avere più libertà d’azione egli stesso, presenterà al Re le dimissioni dell’interno Gabinetto. Se nessun avvenimento straordinario viene a modificare la situazione parlamentare, S. M. il Re affiderà novamente l’incarico di comporre il Ministero all’on. Saracco, il quale ha in animo di comporlo in modo da avere una grande base parlamentare, sia per quanto riguarda il numero, che per quanto riguarda l’affinità di idee e di programma. A far parte del Ministero nuovo non sarebbero più chiamate le figure secondarie dei gruppetti, nei quali dolorosamente si divide la nostra Camera, ma i capi-gruppo, le più spiccate individualità parlamentari. Si formerebbe così una specie di grande Ministero; dico «specie» perché non oso applicare questa designazione, che ricorda il Ministero Cavour, al presente o al futuro Ministero. «Grande» in confronto dei piccoli passati.

 

 

E allora si potrà chiamare così senza mancare di riverenza verso la storia: furon così piccoli i Ministeri italiani di questi ultimi tempi, che, al loro confronto, e per poco che il futuro Ministero faccia, lo si potrà chiamare grande. A questo Ministero incomberebbe un grave compito: quello di attuare le riforme che il Paese ritiene urgenti, e nello stesso tempo conservare la prosperità del bilancio. Due termini questi che, come il principato e la libertà di Tacito, paiono inconciliabili.

 

 

Qui si parrà la sua nobilitate! Basta volere, seriamente volere: ponendo un argine allo sciupio insensato del pubblico danaro, sopprimendo tutti gl’Istituti inutili, che l’Italia ha avuto in retaggio dagli staterelli in cui era divisa, il bilancio dello Stato può guadagnare cento milioni. Con cento milioni si attuano tutte le riforme più urgenti. Il futuro «grande Ministero» avrà il coraggio di eseguire questo programma? La Camera lo seconderà in questo suo arduo compito?

 

 

Ecco domande alle quale oggi sarebbe difficile dare una risposta precisa. Non si può dire ora quanta parte dello spirito vero del Paese animi la sua rappresentanza. Però, se Montecitorio non comprendesse i bisogni d’Italia, aumenterebbe il discredito che già lo minaccia, e dimostrerebbe, ciò che da molti già si susurra: ch’essa è impotente ad ogni grande ed organica riforma.

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