Da emigrati ad italiani. Una bella affermazione di italianità

Tratto da:

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 23/09/1906

Da emigrati ad italiani. Una bella affermazione di italianità

« Corriere della sera», 23 settembre 1906

 

 

 

Qualche tempo fa i giornali riferivano la notizia che il Consiglio dell’Ordine dei Cavalieri del lavoro aveva accolto ed aveva preso in considerazione la proposta presentata dal dott. Ausonio Franzoni, un benemerito italiano, che per lunghi anni aveva risieduto all’estero: potersi conferire cioè la nuova onorificenza anche agli italiani che in regioni straniere si siano segnalati creando imprese potenti o additando nuove vie all’espansione commerciale italiana. A quanto pare, il Consiglio dell’Ordine che aveva in taluni casi largheggiato fin troppo nel conferimento della nuova onorificenza in Italia, si era dimostrato rigidissimo od aveva addirittura escluso che il titolo di cavaliere del lavoro, potesse onorare chi fuori di patria aveva operato in guisa da meritare quella distinzione.

 

 

Qui non è il luogo di discutere sulla opportunità della creazione di Ordini cavallereschi siffatti e sull’impulso che essi possono dare al raggiungimento di elevati fini economici generali. Certa cosa è che una distinzione fra gli italiani che lavorano in patria ed italiani che lavorano all’estero non è ammissibile in un momento storico in cui diventa ognora più convinzione universale che un paese forte e vigoroso non può limitare la sua azione all’interno; ma deve, in una forma o nell’altra, espandersi ed affermarsi anche nei rapporti internazionali. Ora quale opera più meritoria di quella dei nostri connazionali che senza nulla chiedere al Governo, creano intraprese, iniziano rapporti commerciali per cui il nome d’Italia viene ad essere conosciuto fuori dei confini della madrepatria? e quale espansione più utile economicamente e meno soggetta a tutte le critiche che alle tendenze espansioniste sono mosse dagli spiriti quieti e nemici delle avventure coloniali?

 

 

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Un fatto nuovo è intervenuto il quale dovrebbe attirare ancor più la attenzione degli italiani sulle loro colonie straniere; ed è che i nostri connazionali risiedenti all’estero cominciano a sentire altamente di sé ed a segnalare l’opera propria all’attenzione della madrepatria. Sembra questa una prova d’orgoglio ed è invece dimostrazione di un grandissimo progresso compiuto in seno alla nostra emigrazione. Fino a qualche anno fa tutto ciò che si sapeva della vita degli italiani nelle Americhe, nel Levante, nell’Africa mediterranea era contenuto nelle relazioni dei consoli, nelle corrispondenze inviate a giornali italiani da inviati speciali, nelle impressioni di viaggio di quei pochi che per diporto o per missioni ufficiali viaggiavano dove era più folta la massa emigrante italiana.

 

 

Questa, occupata a farsi largo nella lotta per la vita, non avea tempo a parlare di sé ed a segnalare alla madrepatria le opere compiute.

 

 

Oggi le cose sono cambiate. Già nel 1898, in occasione della Mostra torinese, la colonia dell’Argentina avea presentato un magnifico volume illustrato, che parve a molti una vera rivelazione.

 

 

Dopo otto anni quell’esempio ha fruttificato. Noi abbiamo sott’occhio una serie di volumi, splendidi anche per la veste tipografica, che il gran pubblico può ammirare e sfogliare in una delle sale della «Mostra degli italiani all’estero» in piazza d’Armi; e quei volumi sono intitolati: Gli italiani nella Repubblica Argentina, Gli italiani negli Stati Uniti d’America, Gli italiani in Tunisia, Gli italiani a Costantinopoli, l’Italia al Perù, rassegna della vita e dell’opera italiana al Perù, Gli italiani nel Distretto Consolare di Cordoba, Gli italiani nella Repubblica Orientale dell’Uruguay, Gli italiani nella Svizzera, ecc., ecc. Non ancora tutta la nostra emigrazione osa parlare dei propri fasti; sono i nuclei più compatti, quelli dal cui seno è uscito il numero maggiore di pionieri del progresso economico, di imprenditori arditi, di commercianti fortunati quelli nel cui cuore vibra più fervido l’amore alla lontana madrepatria e che più ardentemente vorrebbero che questa si ricordasse di loro e del loro desiderio di contribuire a farla vieppiù grande. Anche dai volumi traspare l’indole diversa della nostra emigrazione. Dove questa è temporanea, composta di uomini vaganti per qualche mese in cerca di buoni salari, ivi è minimo il contributo ideale alla formazione di quell’Italia più grande che è nel pensiero di tanti entusiasti. Il volume sugli italiani nella Svizzera dà l’immagine di questi emigranti temporanei, uccelli di passaggio, ancora divisi dalle piccole ire partigiane del paese d’origine, ancora preda di chi vuole irreggimentarli sotto questa o quella bandiera politica. Dove invece l’emigrante è già saldamente attaccato alla terra, dove egli non accarezza più l’idea del ritorno se non come una vaga aspirazione indefinita, ivi le cose mutano. Scompaiono gli irosi ricordi del 1898 e degli scioperi generali, e le passioni politiche si calmano e si confondono coi ricordi dei nomi dei grandi uomini e degli avvenimenti passati del risorgimento nazionale: Vittorio Emanuele, Garibaldi, Mazzini, Cavour, Venti settembre, Roma intangibile, ecc., ecc. Col rassodarsi dell’emigrazione non viene più in Italia il peculio racimolato in alcuni mesi di privazioni inaudite dall’emigrante temporaneo; ma si annodano fecondi rapporti commerciali, che raggiungono sino ai 130 milioni di lire di esportazione italiana in un paese di appena 5 milioni di abitanti come l’Argentina. La patria non è più il villaggio al quale si ritorna dopo una peregrinazione di alcuni mesi con qualche soldo di più in tasca e col desiderio di sfuggire al più presto di nuovo alla miseria, il cui confronto colla abbarbagliante ricchezza forestiera irrita gli uomini incolti. Ma è il paese lontano al quale vanno i ricordi dell’infanzia, che viene confuso in un nimbo di gloria e che si vorrebbe riprodurre nelle sterminate pianure argentine o nelle ridenti colline californesi colla fondazione di piccole Italie, di piccoli Piemonti; di nuove Rome, Torino, Venezie, Napoli, Asti, ecc., ecc. Sentimenti ideali e retorici, si dirà ma sentimenti che hanno pure un valore tangibile e pratico quando si concretano nella compra di milioni di manifatture, di generi alimentari, di bevande provenienti dall’Italia, o nelle colossali sottoscrizioni per la Calabria di cui dette memorando esempio la Patria degli italiani di Buenos Aires.

 

 

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Noi non vogliamo fare un cenno compiuto dei volumi che le collettività italiane all’estero hanno pubblicato in occasione della Mostra di Milano; ci mancherebbe lo spazio per tutto quello che vorremmo dire. Un redivivo Smiles o Lessona, potrebbe trarre da quelle pagine un libro istruttivo ed interessante al pari di Volere è potere. Quei volumi sono una galleria di uomini che usciti dal nulla, privi spesso di qualunque peculio iniziale, sforniti persino della istruzione più elementare sono arrivati moltissimi all’agiatezza, parecchi alla ricchezza; mentre alcuni sono divenuti dei colossi.

 

 

Nel volume sugli italiani di Tunisi si legge che se la grande proprietà è in mano dei francesi, alla piccola e alla media proprietà hanno dato l’assalto con successo gli italiani. Per le proprietà della estensione di 10 ettari o meno su 1.069 proprietari europei, 537 erano italiani, 437 francesi e 95 di nazioni diverse; per le proprietà da 2 a 100 ettari vi erano 156 italiani contro 471 francesi e 74 altri europei; e di 379 proprietari di terreni da 101 a 500 ettari, 315 erano francesi, 29 italiani e 35 di altre nazionalità. I bravi contadini siciliani posseggono 3.824 ettari in appezzamenti di meno di 10 ettari; e di proprietari italiani sono altri 50.400 ettari. Se i francesi vogliono colonizzare e fertilizzare le loro terre, le devono dare a mezzadria a contadini italiani; e spesso torna loro conto frazionare i latifondi e venderli, con lunghe more al pagamento, ai nostri contadini. Il compilatore di una memoria sul distretto di Susa nella Tunisia ha inserito una tabella nominativa degli 82 siciliani che ora compongono la colonia di Bou-Ficha iniziata nel 1885 da quattro o cinque siciliani che si azzardarono a comprar terra a credito da una compagnia francese. Oggi quegli 82 proprietari sono ancora debitori di 246 mila lire di residuo prezzo di compra, ma il valore della loro proprietà arriva al milione di lire. Ed erano giornalieri, piccolissimi proprietari di qualche tugurio in Sicilia, i quali erano arrivati in Tunisia con un peculio non superiore alle 500 lire ciascuno.

 

 

Di simili trionfi son pieni i volumi sugli Stati Uniti, sulla provincia di Salto nell’Uruguay, sul distretto consolare di Cordoba e massime sull’Argentina. Quest’ultimo è un vero poema della gente oscura che ha colonizzato territori grandi come l’Italia e che comincia ora a diventare conscia della sua forza.

 

 

Nella provincia di Entre Rios, il granaio dell’Argentina, par di essere in Piemonte; a Mendoza la viticultura è in mano di italiani ed una famiglia, quella dei Tomba, è la più grande produttrice di vini dell’America del Sud; a Buenos Aires gli italiani son quelli che acquistano il numero maggiore di case. Ma anche altrove gli esempi insigni non mancano: nella California dove è giunta una elite della nostra emigrazione, è italiana una grande banca, è italiana la maggiore società produttrice di vini della Confederazione, sono italiani i dirigenti del Trust della frutta; e di italiani sono le terre più belle e più liete di alberi e di culture ricche.

 

 

Che meraviglia se costoro cominciano ad avere l’orgoglio di sé stessi e desiderino di far sapere alla madrepatria ciò che hanno compiuto? Che i migliori fra essi siano fatti cavalieri del lavoro in fondo importa poco e sarebbe solo una soddisfazione desideratissima nei paesi democratici dove gli italiani vivono e dove le onorificenze, perché vietate dalle costituzioni, formano oggetto di molta invidia. Ciò che importa è che l’Italia sappia che vi son dei suoi figli che colle opere ne onorano il nome; ciò che importa è che la stessa non si dimentichi di loro e li aiuti nella consecuzione di quegli ideali che gli emigranti temporanei non sentono, perché non ancora dirozzati; ma che cominciano a sentire gli italiani che nella lunga dimora all’estero si sono saputi elevare nella scala sociale. Non sono forse suggestivi il miglioramento delle qualità e l’ascensione dello smercio del libro italiano nell’Argentina? E se non si può impedire e sotto certi rispetti si deve anzi desiderare che gli emigrati anche prima della seconda generazione diventino cittadini americani, dobbiamo tutti augurare che si riaffermi questa tendenza a considerare l’Italia come un’altra patria, la patria degli antenati, l’ispiratrice di elevati ideali e la collaboratrice coi giovani popoli sud americani nell’opera grande della colonizzazione.

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