Da un eccesso all’altro

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 27/03/1902

Da un eccesso all’altro

«La Stampa», 27 aprile 1902

 

 

 

Abbiamo seguito con attenzione vivissima la discussione fattasi al Senato sulla politica interna del Ministero, e ci duole dover notare che, salvo poche e lucide eccezioni, è mancata ai diversi senatori quella nota giusta e serena la quale, pur sonando disapprovazione della condotta complessiva del Ministero, non involgesse condanna di alcuni postulati economici, la cui negazione non solo non è possibile, ma qualora anche fosse possibile, sarebbe al giorno d’oggi dannosa.

 

 

Gli oratori che si succedettero, tanto ministeriali che di opposizione, non seppero, secondo il nostro parere, distinguere due lati complessi del problema, che è pur giocoforza distinguere: il lato economico e il lato politico. Dalla confusione di questi due elementi vitali sono derivati gli eccessi dei ministeriali di trovare tutto ottimo, anche la propaganda sovversiva, e gli eccessi di alcuni oppositori, i quali vedono nelle Leghe operaie un pericolo dell’industria, la rovina dell’agricoltura.

 

 

E l’onorevole Miceli ha detto chiaramente: «Sciogliete tutte le Leghe, impeditene la formazione».

 

 

Sopprimere le Leghe è un concetto talmente strano che noi non avremmo mai sospettato potesse venire in mente a dei legislatori consapevoli della gravità di un siffatto provvedimento. Voler abolire le Leghe solo perché attualmente la loro azione è disordinata e spesso nefasta condurrebbe a favorire la costituzione di Associazioni segrete, ben più nefaste e pericolose di quelle che ora si vorrebbero abolire. Né l’esperienza nostra, dopo gli scioglimenti Crispi, né l’esperienza degli altri paesi, ci incoraggiano davvero ad incamminarci sulla via della repressione, la quale diffonde lo spirito di malcontento e di rivolta.

 

 

Neppure possiamo accettare un intervento eccessivo dello Stato nelle faccende delle Leghe. Lo Stato non può né deve intervenire a regolare gli scopi delle Leghe, a permettere o proibire i mezzi con cui esse quegli scopi vogliono raggiungere, e neppure deve dettare norme intorno all’organizzazione amministrativa e contabile delle Associazioni operaie. Se questo si facesse, si cadrebbe in una vera e propria irreggimentazione statale della classe operaia. Ritorneremmo di un tratto al Medio Evo delle Corporazioni d’Arti e Mestieri, con tutte le perniciose conseguenze che ne derivano e contro di cui gli avi nostri combatterono tante belle battaglie.

 

 

No, lo Stato deve limitarsi a reprimere le azioni delle Leghe che fossero contrarie al diritto privato ed all’ordine pubblico, e deve ancora riconoscerle giuridicamente. Il riconoscimento giuridico però non deve importare formalità ed obblighi eccessivi.

 

 

Come in Inghilterra, deve consistere nell’autorizzazione (e non obbligo) concesso alle Leghe di fare registrare il proprio statuto, qualunque sia, purché non contrario alle leggi vigenti ed all’ordine pubblico; e nel diritto concesso alle Leghe registrate di possedere e stare in giudizio. Questo diritto di possedere sarà la migliore guarentigia, – a cui forse il senatore Miceli non ha pensato, – per un funzionamento ordinato, prudente e vantaggioso delle Leghe.

 

 

Oggi esse sono aggressive ed impetuose; adottano sistemi di lotta antieconomici come gli scioperi proclamati ad ogni piè sospinto; avanzano pretese incompatibili con il progresso e con l’esistenza medesima dell’industria. Ma questo accade perché le Leghe sono giovani, inesperimentate, parchè non hanno nessun patrimonio da conservare e si lasciano guidare da agitatori che vogliono la lotta per la lotta, o desiderano acquistare predominio sulle masse per intenti politici.

 

 

Ma fate che le Leghe si rassodino, acquistino esperienza e sovratutto accumulino dei fondi di cassa; incoraggiatele a ciò col riconoscimento del loro diritto di possedere, e voi vedrete le Leghe trasformarsi in uno strumento potentissimo di tranquillità e di pace sociale. Allora, come già oggi altrove, i capi delle Leghe non vedranno di buon occhio il moltiplicarsi degli scioperi che esauriscono in breve tempo i fondi di cassa accumulati con tanta fatica; e si occuperanno con tutta la loro energia a dirimere le cause di conflitto, a cercare le vie del componimento, ad istituire, d’accordo con le Associazioni degli imprenditori, degli istituti di conciliazione e di arbitrato. Come si fa la guerra a cuor leggero nelle tribù barbare e povere, e ci si decide solo come ultima ratio nei paesi civili ed armati sino ai denti, così le Leghe giovani e deboli sono causa di scioperi e di movimenti inconsulti, mentre le Leghe forti ed adulte sono promotrici di pace sociale.

 

 

I nostri sforzi debbono essere indirizzati ad accelerare questa trasformazione; il che si ottiene soltanto col tempo, colla repressione ferma degli atti illegali e colla libertà di associazione concessa largamente a Leghe a cui sia dato modo di essere riconosciute in via legale.

 

 

Questo è il lato del problema, su cui il Senato avrebbe dovuto dare ragione al Ministero: e poteva farlo tanto più con larghezza, in quanto non mancano gravi appunti da muoversi all’azione politica dell’attuale Governo.

 

 

Innanzi tutto non si potrà mai rimproverare abbastanza all’attuale Ministero di essere schiavo dell’Estrema Sinistra in modo pericoloso per lo sviluppo ordinato e graduale di tutta la vita del Paese, ivi non escluso quello dello stesso movimento operaio, che, straripando, può dare origine a pericolose reazioni: schiavitù che mette nell’impotenza assoluta il ministro dell’interno, il quale, dopo aver mille volte riconosciuta la necessità di una legge sui pubblici servizi, non ha mai avuto una parola per lasciare, anche lontanamente, comprendere che una simile legge sarà presentata. A tutti è noto che si minaccia alla scadenza delle Convenzioni un nuovo sciopero ferroviario, se altri desiderata non saranno accolti.

 

 

Il Governo ha mancato al compito suo di tenere alto il prestigio e la funzione dello Stato, lasciando infiltrare impunemente lo spirito di lotta e coalizione nei servizi pubblici. Se legittimi timori preoccupano l’animo di molti, non è già per lo sviluppo naturale e normale del socialismo, ma per la mancanza di coesione, di compattezza, di coscienza nello Stato. La Germania conta due milioni e mezzo di voti socialisti; ma di fronte a questi vi è uno Stato cosciente della sua missione e dei suoi diritti. Invece, specialmente per opera dell’attuale Ministero, lo Stato ha abdicato a tutte le sue funzioni più organiche, per limitarsi a quelle repressive, violentemente repressive, là dove sorge la minaccia immediata del disordine. Non un provvedimento di natura sociale, non l’abolizione di uno fra i tanti enti che aggravano il bilancio dello Stato; abbondano le Università, le Sotto-Prefetture, le Prefetture, i Circoli di Assise. C’è tutto un campo inesplorato di riforme amministrative…. Nulla di nulla; si è fatto qualche sgravio ridicolo, per dare polvere negli occhi, con sacrifizio delle finanze; si è rinunziato ad ogni idea seria di riforme tributarie, di riduzioni di Corpi d’armata. Tutta la politica si è ridotta a questa formula: Lasciare che avvenga quello che vuole, salvo a reprimere; e non s’è mai pensato che, a furia di lasciar andare tutto a deriva, può venire il giorno in cui anche la repressione non sia possibile. Nessuno dei grandi problemi moderni è stato risoluto, o, almeno, agitato e discusso.

 

 

Ben altro è il dovere del Governo, il quale dovrebbe con metodi moderni togliere le cause che conducono al malcontento. Perché ora non si parla più di quel Collegio arbitrale per risolvere le questioni del lavoro nelle ferrovie, la cui utilità noi abbiamo largamente dimostrata su queste colonne, e la cui utilità parve per un momento riconosciuta nelle sfere ufficiali? Forse, passata la imminenza del pericolo, non ci si è più pensato, preferendosi di vivere alla giornata e di giungere così impreparati al momento di una nuova crisi.

 

 

Tutti questi appunti sono così gravi e così veri che il Senato avrebbe potuto in essi trovare la condanna del presente Ministero, senza andare fino al punto di negare la legittimità di un movimento economico inteso a migliorare le sorti degli umili. L’Inghilterra è il paese delle Leghe e dove il socialismo ha meno seguito. Questo esempio classico ha pure un significato, che non doveva sfuggire agli oratori.

 

 

Agli eccessi delle Leghe unico rimedio, e l’abbiamo già detto ampiamente più volte, è la costituzione di Leghe fra i capitalisti. Due grandi forze mantengono molto facilmente l’equilibrio necessario al tranquillo svolgimento delle forze vive di una nazione.

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