Opera Omnia Luigi Einaudi

Dal dazio sulle farine ai pieni poteri

Tipologia: Paragrafo/Articolo – Data pubblicazione: 23/01/1923

Dal dazio sulle farine ai pieni poteri

«Corriere della Sera», 23 gennaio 1923

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 54-57

 

 

 

Opera ottimamente l’on. De Stefani a seguitare nella revisione delle incongruenze della tariffa doganale. Un primo decreto, del 16 dicembre 1922, aveva già ridotto da 11,50 a 4 lire al quintale il dazio sulle farine. Il provvedimento era giustificato, come qui si dimostrò; ma per la sua urgenza necessariamente parziale. Le osservazioni che da varie parti furono mosse al decreto hanno indotto il ministro a ristudiare la materia più a fondo ed a tener conto dei rapporti che necessariamente intercedono tra i dazi sul frumento e sui cereali e quelli delle farine, semole, crusca, ecc. Ne è venuto il nuovo decreto ampliato, i cui effetti si possono riassumere così (in lire-oro):

 

 

Dazio

antico

Decreto

16 dicembre

Decreto

18 gennaio

Farina di frumento 

11,50

4

1,50

Farina di segale 

6,50

2

1,35

Farina di avena 

6,00

2

1,35

Farina di granoturco

3,15

2

1,35

Semolino

15,50

Invariato

3,50

Paste di frumento 

16,00

Invariato

4,00

Pane e biscotto di mare

16,00

Invariato

5,50

Crusca 

2,00

Invariato

0,60

 

 

Il nuovo decreto ha certamente il pregio di armonizzare i vari dazi tra di loro, abolendo protezioni esagerate e quasi accidentali; ed estende le riduzioni al semolino, paste, biscotti e crusca, che finora erano rimasti all’antico livello.

 

 

Checché ne dicano i mugnai, le riduzioni non potranno non esercitare una influenza moderatrice sui prezzi delle farine, delle semole e degli altri prodotti farinacei. Sul giornale «La Panificazione» di Milano si leggono a questo riguardo interessanti dati. Mentre i mugnai asserivano che le buone farine da pane si sono sempre vendute ai puri prezzi di costo, in relazione ai prezzi del frumento, senza alcuna aggiunta per fruire dei vecchi esorbitanti dazi di protezione, e citavano i prezzi di Genova da 136 a 140 lire il 21 dicembre, il giornale dei fornai ricorda che a quell’epoca i prezzi erano invece a Milano da 146 a 150 lire ed a Trento da 156 a 165 ed altrove a livelli superiori a quelli genovesi. Il che, soggiunge il giornale, si verificava in misura ancor maggiore per le farine da pastificazione, la quale oggi, potendosi procurare le semole estere col pagamento di sole 3,50 lire-oro di dazio invece delle 15,50 d’un tempo, avrà maggior libertà di scelta, potrà costringere i mugnai italiani a produrre semole migliori e potrà tentare di riprendere i mercati perduti e riesportare di nuovo i 450.000 quintali d’ante-guerra, senza potere a sua volta sfruttare il mercato interno, perché anche il dazio sulle paste fu ridotto da 16 a 4 lire. Che ci sia un margine all’azione della concorrenza lo dimostrano le cifre degli utili conseguiti dalle maggiori società molitorie. La società X – non faccio nomi, perché il problema deve essere trattato nel solo interesse collettivo, senza volgari segnalazioni odiose – nel 1921 con un capitale di 20 milioni di lire, dopo forti allocazioni a riserva, conseguiva un utile netto di lire 9 milioni 425.267. La società Y con un capitale di 10 milioni e forti stanziamenti a riserva, nello stesso anno guadagnava 4 milioni 134.703 lire. È augurabile che queste società guadagnino ancor più; ma siano i guadagni dovuti al merito e non si possa sospettarne autrice, sia pure in parte, la protezione doganale. Seguiti il ministro nella revisione della tariffa doganale: sconcordanze enormi tra dazio e dazio esistono numerose: ed alcune ne segnalai qui tra i dazi sulle macchine e quelli sui ferri ed acciai sulle tracce di un preciso studio dell’ing. Rodanò nell’ultimo fascicolo della «Riforma Sociale». Un dazio di 1 sulle materie prime, il quale darebbe diritto a chiedere 1,50 sui prodotti finiti, diventa pretesto ad ottenere 5, 6, 10. Esorbitanze, contro le quali bisogna lottare, non nella qualità malfamata di liberisti, ma semplicemente di persone ragionevoli.

 

 

Ed un’altra osservazione di carattere ancor più generale è bene fare. Difesi un giorno su queste colonne i diritti dell’«uomo che passa»; e son lieto di riconoscere che il governo apprezza il contributo che l’uomo che passa può dare alla legislazione. Il decreto 18 gennaio modifica il primo, benemerito ma necessariamente schematico, decreto del 16 dicembre sulle farine appunto in seguito alla spontanea collaborazione fra il ministro delle finanze ed i memoriali ed i suggerimenti del pubblico. Perché non fare un passo avanti su questa via feconda? Invece di ampliare un primo decreto, emanato in seguito ad ottimi propositi e studi, ma necessariamente privo di quei suggerimenti che nascono dal contrasto degli interessi e dalla visione concreta che dei fenomeni hanno qua e là, caso per caso, gli uomini viventi dentro a quei fenomeni, uomini che a priori non è possibile interrogare e conoscere; perché non creare, se possibile, la figura preliminare dello «schema di decreto»? Reso noto, in via ufficiale od ufficiosa, un dieci o quindici giorni prima della sua formulazione definitiva, lo schema di decreto attrae l’attenzione pubblica. Chi non parlava, perché non supponeva che il governo si occupasse di un dato argomento, si sveglia. Legge e medita. Ognuno scopre l’errore od il pregio o la lacuna o la superfluità di quella data norma che lo tocca sul vivo. E scrive, manda memoriali al ministro. Su dieci memoriali, nove son da buttare nel cestino; ma uno suggerisce l’idea buona, la correzione utile, la integrazione che aggiunge pregio al provvedimento. I pieni poteri funzionano ugualmente, ma esiste anche quel controllo della pubblica discussione, che è l’unica salvaguardia contro l’errore. Ripeto ancora una volta che i parlamenti valgono poco e si potrebbe dire nulla come creatori di governo. La sola virtù sta nel dar agio alla pubblica critica di farsi sentire. Chi è convinto di compiere un’opera buona e grande, quegli sovratutto sente l’angoscia di non aver forse colto il segno; e sa che la sola, la vera guarentigia della verità sta nel poter essere negata dall’errore.

 

 

L’espediente dello «schema di decreto» fu già seguito dal presente governo; e probabilmente con frutto. Certo, esso non può funzionare se ogni ministro, a raccogliere i memoriali dell’uomo che passa, degli interessati, degli oppositori nei quindici giorni d’intervallo tra la pubblicazione dello schema e quella del decreto definitivo, non destina il migliore dei suoi collaboratori: non il burbanzoso che crede di sapere e guarda con sufficienza alle voci che gli arrivano: ma l’uomo colto, epperciò umile, avido di apprendere, contento di correggere e migliorare se stesso, lieto di scoprire l’idea buona nella folla dei progetti insulsi, il metallo nobile nella ganga bruta. La condizione posta alla riuscita del metodo suggerito non è di poco peso: ma tanto maggiore sarà il merito di quegli uomini di governo che la sapranno realizzare.

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