Dall’imposta al dazio sul vino

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 17/02/1925

Dall’imposta al dazio sul vino

«Corriere della Sera», 17 febbraio 1925

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII, Einaudi, Torino, 1965, pp. 90-92

 

 

 

I viticultori possono dire di essersi tirata addosso quest’altra sciagura che loro capita: una addizionale al dazio consumo sul vino da lire 12 a lire 15 per il vino in fusti e di cent. 30 per bottiglia di vini fini. La dico «sciagura» perché tale la reputarono sempre i rappresentanti dei viticultori, i quali nei tempi andati accusavano il dazio consumo sull’introduzione del vino nei comuni chiusi di tutti i malanni di cui, a tratti, soffre l’industria vinicola: restrizione del consumo, incoraggiamento alle falsificazioni ed al largo impiego di acqua per diminuire il carico tributario, ecc. ecc. Il dazio consumo fu sempre considerato il nemico più acerrimo del mercato del vino nelle grandi città, le quali sono o potrebbero essere le maggiori consumatrici di vino. Ed ora il dazio, il quale nelle città di prima classe (Torino, Roma, Napoli, Milano, Genova, ecc.) era già arrivato a 40 o 45 lire l’ettolitro, balza a 55 o 60 lire. Per ogni litro di vino genuino, sono ben 60 centesimi che vanno in imposta.

 

 

La novità può essere commentata da due punti di vista: industriale e tributario. Dal punto di vista industriale, i viticultori: 1) hanno chiesto a gran voce ed ottenuto, pretestando crisi insussistenti, l’abolizione di un’imposta la quale gravava con 15 lire il consumo di tutto il vino prodotto in Italia, buono e cattivo, alcoolico e non alcoolico; 2) si devono rassegnare ora alla reintroduzione di un tributo di 15 e 12 lire (sui vini fini 0,30 per bottiglia, che vuol dire 0,375 per litro, equivalenti a 37,50 lire per ettolitro), il quale colpirà solo quei vini per cui ci sarà convenienza ad introdurli nei comuni chiusi, ossia i vini fini, più pregevoli e quelli dotati di maggior forza alcoolica ed atti per ciò a subire tagli, manipolazioni ed annacquamenti.

 

 

Più ciechi di così, i viticultori non avrebbero potuto essere. Avevano a loro disposizione una imposta, la quale, essendo uguale per tutti i vini e tutti tassandoli, agiva a guisa di premio a favore dei vini fini, a buona gradazione alcoolica, serbevoli. Quando tutti pagano, paga meno ed è premiato colui che produce vino di miglior qualità. Nossignore. Tanto fu il baccano che quella imposta fu abolita e sostituita con un’altra la quale lascia esenti precisamente i vini a bassa gradazione alcoolica, di qualità mediocre, poco serbevoli. Questi vini seguiteranno a prodursi e si venderanno nei comuni aperti e nelle campagne. Le crisi di sovraproduzione vinicola, nove volte su dieci, sono dovute ai vini inferiori, dei quali, quando l’annata è buona, si produce tanto da non sapere dove metterli. Con l’imposta sul vino, le qualità inferiori erano multate ed alla lunga la produzione ne sarebbe diminuita. Col dazio consumo sono favorite, ed al prossimo vendemmione saranno guai.

 

 

Dal punto di vista tributario, la trasformazione è parimente deplorevole. La vecchia imposta sul vino tassava tutti, fatta eccezione soltanto per una modesta, già ridotta e destinata a scomparire, esenzione del vino consumato dai produttori diretti. Il nuovo dazio consumo tassa soltanto il vino consumato nei comuni chiusi, ossia nei comuni più grossi; e quello consumato nei comuni aperti attraverso alla minuta vendita. Rimangono dunque praticamente esenti dal dazio tutto il vino consumato direttamente dai proprietari viticultori, coltivino o non direttamente i loro fondi, quello consumato dai coloni, manovali ed operai agricoli, il quale vien considerato supplemento di salario e finalmente il vino che il consumatore semplice acquista all’ingrosso. Riducendo il confronto ad una cifra, si può dire che, su una produzione media di 45 milioni di ettolitri, la vecchia imposta ne avrebbe finito di tassare 40 milioni, laddove il dazio consumo ne tassa appena 20 (precisamente 19.988.238 ettolitri nel 1923). Pagano i cittadini dei comuni chiusi ed i poveri diavoli dei comuni aperti, che non hanno i mezzi per comprare il vino all’ingrosso; restano esenti tutti gli altri. La vecchia imposta era dunque assai più equamente ed universalmente distribuita del nuovo dazio consumo.

 

 

Perché si sia compiuto tutto questo trambusto di abolire una vecchia imposta, industrialmente vantaggiosa e tributariamente bene distribuita, per sostituirla con una nuova, economicamente dannosa e socialmente male distribuita, è davvero inspiegabile. La colpa è del sistema dei decreti-legge e dell’impulsività legislativa che il sistema favorisce. Strepitano, a torto, i viticultori? Ed ecco un mezzo miliardo di lire di entrate esce dalla porta. Occorre dare un mezzo miliardo di aumento di stipendio agli impiegati? Ed ecco metà del mezzo miliardo rientrare dalla finestra, con un altro decreto. Ma siccome bisognava, ad ogni volta, evitare che il nuovo provvedimento potesse parere una condanna del provvedimento precedente, il vino paga ancora il quarto di miliardo; ma lo paga «mutato nomine» e con effetti più cattivi.

 

 

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