Dar tempo al risparmio nuovo

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 12/08/1925

Dar tempo al risparmio nuovo

«Corriere della Sera», 12 agosto 1925

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII, Einaudi, Torino, 1965, pp. 413-416

 

 

 

Principalissimo tra i criteri per giudicare della domanda di risparmio nuovo è l’investimento netto di capitale nelle società per azioni. Riducendo le cifre ad una sola la quale riassuma tutte le altre (capitale delle società nuove + aumento di capitale delle società vecchie – capitale delle società sciolte – diminuzione di capitale delle società esistenti) si ottengono, in milioni di lire, i seguenti risultati:

 

 

 

Investimenti netti

1922

1.044,5

1923

2.128,0

1924 Primo semestre

2.290,4

1924 Secondo semestre

2.615,0

1925 Primo semestre

4.740,0

 

 

In conseguenza di questi e dei precedenti aumenti di capitale, il numero e la consistenza delle società italiane per azioni crebbe così:

 

 

 

Numero società

Capitale milioni di lire

1 gennaio 1913

2.951

5.506,0

1 gennaio 1918

3.463

7.257,5

1 gennaio 1922

6.075

20.248,8

1 gennaio 1923

6.734

21.293,3

1 gennaio 1924

7.782

23.421,3

1 gennaio 1925

8.946

28.260,8

30 giugno 1925

9.824

33.000,0

 

 

Anche tenendo conto della svalutazione monetaria, l’aumento è ragguardevole. È impossibile, allo stato attuale delle conoscenze, sapere a quanti miliardi dell’anteguerra corrispondano i 33 miliardi d’oggi; poiché dentro ad essi sono mescolati investimenti fatti in diversi tempi e in lire a cambi svariati. Io mi meraviglierei molto se i 33 miliardi non equivalessero almeno ad una decina di miliardi antebellici: aumento in verità cospicuo.

 

 

Non intendo tuttavia tentare siffatta misurazione; ardua impresa che richiederebbe somma cura e lavoro indefesso e ben diretto di parecchi esperti e calcolatori. Più semplice è un altro fatto: l’incremento notevolissimo dei nuovi investimenti. Essendo avvenuti a lira suppergiù costante, i dati sono abbastanza bene tra loro comparabili. Nel 1923 si investe più del doppio del 1922; nel 1924 più del doppio del 1923; e nel primo semestre del 1925 più del doppio del primo semestre del 1924. Crescit eundo; a furia di raddoppiamenti dove andremo a finire?

 

 

Per ora siamo incappati negli scogli delle liquidazioni di borsa dal marzo al luglio: una peggiore dell’altra. Alle difficoltà contribuirono senza dubbio i decreti ben noti; ma, se non con altrettanta furia, ad una crisi di borsa si sarebbe giunti ugualmente. Siccome si tratta di fenomeno, per ora, non profondo e rimediabile, occorre guardare le cose in faccia e cercare il perché sostanziale dell’imbarazzo momentaneo.

 

 

A me pare che il perché stia nell’eccezionale e un po’ tumultuosa offerta di titoli nuovi sul mercato. Non si offrono nel 1924 più di 4.900 milioni di titoli nuovi e nel primo semestre del 1925 più di 4.700 milioni senza che una parte dei titoli offerti rimanga galleggiante. Badisi che se quasi sempre i titoli furono offerti alla pari ai vecchi azionisti, questi, a loro volta, cercarono parziale collocamento dei titoli ricevuti presso altre persone, con la vendita dei diritti d’opzione. Il che vuol dire altre centinaia di milioni e forse più chiesti al mercato.

 

 

Non tutti i titoli nuovi trovano subito collocamento stabile nel portafoglio dei capitalisti. Spesso deve trascorrere un periodo intermedio, in cui il titolo nuovo viene preso a balia dalle banche, dagli speculatori di borsa, dai gruppi promotori. Tutti costoro debbono farsi imprestare le somme, con cui momentaneamente ritirare il titolo, dai proprii depositanti, da casse di risparmio, da capitalisti privati riportatori. Il titolo viene così sballottato da un operatore all’altro finché, crescendo esso di prezzo e conquistando fiducia e notorietà, esso viene comperato da un capitalista definitivo il quale lo ritira in portafoglio.

 

 

I decreti De Stefani caddero su un mercato in cui i titoli a baliatico erano troppi. Le borse avrebbero durato fatica in ogni caso ad allevare i miliardi di titoli nuovi offerti; furono del tutto impari al compito, sbaragliate com’erano dai decreti e dalla sfiducia che s’era impadronita dei capitalisti riportatori e di quelli investitori. I prezzi precipitarono a livelli bassissimi, in parecchi casi inferiori alle consistenze patrimoniali moderatamente valutate.

 

 

A risollevare il mercato, gioverà la fiducia che nuovi decreti disorganizzatori non verranno più alla luce. Gioverà tuttavia altresì l’astinenza da nuove emissioni. Fa d’uopo trascorra un certo tempo per consentire ai portafogli dei privati di assorbire la massa flottante dei titoli nuovi, i quali non avendo ancora trovato classamento, sono sballottati da un balio all’altro, da chi è meno forte a chi è più forte, e nei giorni di offerta, influiscono sinistramente sulle quotazioni.

 

 

Che questo sia il nocciolo della questione è chiaro a chiunque per un momento prenda in mano due listini di borsa, coi prezzi di compenso di fine febbraio e di fine luglio. Tutti i titoli, si può dire, pagarono tributo al ribasso. Ma alcuni ribassarono di poche lire ed altri di centinaia di punti. Ognuno, che conosca i mercati di Milano, di Torino, di Genova distingue a prima vista la prima dalla seconda specie di titoli. Alla prima categoria appartengono i titoli antichi, ben collocati in una clientela fedele di azionisti, su cui non si fecero aumenti di capitale e neppure salti acrobatici. Di questi titoli è difficile trovarne da comprare, ed i pochi pacchetti che, per morte od altre cause, vengono sul mercato, trovano subito acquirenti. Su di essi la tempesta di borsa non esercitò quasi neppure influenza. Invece i titoli di società nuove o rapidamente cresciute, su cui si erano inseguiti velocemente gli aumenti di capitale, non poterono resistere. Le ultime serie emesse non avevano ancora potuto trovare collocamento. Le banche emittenti, le avevano dovute ricomprare o riportare. Al più lieve stormir di foglie l’operatore che aveva acquistato 1.000 azioni a 500 lire, possedendo non il mezzo milione occorrente per l’acquisto, ma a mala pena le 100.000 lire per pagare lo scarto alla banca od all’agente di cambio che gli anticipava le altre 400.000 lire (riporto), prendeva paura, e vendeva. Negli ultimi due mesi, essendosi sparsa la voce che i riporti sarebbero stati difficili, ossia che difficilmente i detentori di titoli avrebbero trovato danaro a prestiti per prolungare l’operazione, molti furono costretti a vendere a qualunque prezzo. Di qui i ribassi gravissimi nei corsi, limitati però ai titoli cosidetti speculativi, il che vuol dire non ancora perfettamente collocati tra i capitalisti.

 

 

L’analisi fatta dimostra che il rimedio è uno solo: dar tempo al tempo, marcare il passo, affinché il risparmio nuovo possa assorbire la merce fluttuante. Compiuta questa operazione digestiva, si potrà con la dovuta moderazione, entro i limiti del risparmio esistente, riprendere il cammino.

 

 

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