Dazi e proibizioni

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 07/07/1921

Dazi e proibizioni

«Corriere della Sera», 7 luglio 1921

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 236-239

 

 

 

Il prof. Gualtiero Poma, direttore tecnico delle Fabbriche italiane materie coloranti Borelli e il dott. Saronio, direttore della Società italiana colori artificiali, dirigono al «Corriere» due lettere troppo lunghe per poter essere pubblicate per intero, in risposta all’articolo in cui io alcuni giorni fa delineavo quali dovessero essere i requisiti necessari per ridurre al minimo i danni della nuova tariffa doganale.

 

 

Ricorderanno i lettori che, fra gli altri requisiti, mettevo principalissimo quello che, se dazi ci dovranno essere, fossero veri dazi, anche alti, e non proibizioni di importazione con relativi permessi da chiedere a Roma. Ed adducevo l’esempio dei colori, per cui meglio sarebbe stato anche l’enorme dazio chiesto di 3 lire oro per chilogramma su merci di cui alcune qualità valgono solo 6 lire-carta per chilogramma, anziché il divieto, pure chiesto e disgraziatamente consentito dal governo, contro l’importazione dall’estero.

 

 

I miei contraddittori osservano:

 

 

  • «Che il dazio chiesto di 3 lire oro non riguarda le qualità di colori che valgono 6 lire carta, ma altre qualità le quali valgono da 25 a 60 lire e più al chilogrammo». Non di ciò si disputava; ma sul punto se fosse preferibile il sistema dei dazi, anche alti, o della proibizione. Quanto al vedere quali siano i dazi chiesti ed ottenuti in rapporto ai valori delle merci daziate, lo vedremo a giorni. La tariffa doganale è pronta e sarà attuata per catenaccio; ed io ho paura che ci siano riservate sorprese peggiori di quelle a cui io avevo accennato a proposito dei colori.

 

  • «I dazi chiesti gravano per pochi centesimi su ogni metro di tessuto». Il dott. Saronio ha compilato un quadro da cui risulterebbe che essi rincarano da 23 millesimi a 14 centesimi ogni taglio di abito di metri 3,50. Tecnici esperti mi hanno presentato tabelle da cui risulterebbe che il peso è di gran lunga superiore. Vecchia disputa, per altro; e che sarà sempre inconcludente. Ogni industriale in cerca di protezione si fa piccolo e cerca di dimostrare che il suo dazio è di tanti pochi centesimi o millesimi che il consumatore non se ne accorgerà neppure. Intanto il consumatore, gravato da tutti questi dazi infinitesimali, giace a terra e non consuma più. Noi vediamo, del resto, avvicinarsi il momento in cui l’industria tessile italiana, come tante altre, dovrà, per riconquistare e conservare i mercati esteri, lottare al centesimo. Non solo lo vediamo; ma dobbiamo augurarci che questa ritorni ad essere la condizione normale della nostra industria. I grossi profitti sono corruttori e regressivi. L’industriale progredisce solo quando ha in faccia lo spettro della rovina, ove egli non dimostri di essere capace di lavorare meglio degli altri. In queste nuove, normali e sane condizioni dell’industria tessile, anche i pochi centesimi del dott. Saronio potranno riuscire utilissimi nella lotta per la vita; ed è interesse della collettività che l’industria tessile non vi rinunci, neppure per amore di quieto vivere con i fabbricanti di colori. Questi accordi che si dicono intervenuti tra tessili e colorifici, sono contrari all’interesse generale e non sono tollerabili.

 

  • «L’industria dei colori è nuova, non ha avuto tempo di ammortizzare i suoi impianti, od almeno le profonde modificazioni apportate agli impianti di esplodenti per renderli adatti alla fabbricazione dei colori». Veramente, durante la guerra, si sentivano discorsi diversi: le centinaia di milioni spese per gli esplodenti venivano fatte ritenere utili anche per la produzione di pace dei colori; e si chiesero all’uopo esenzioni dall’imposta sui sovraprofitti. Ed io ritengo che i fabbricanti di colori, pure mantenendo la soppressione delle esenzioni mal date, abbiano ragione di chiedere che dalle somme esentate ed ora rievocate sia dedotta la differenza fra il costo degli impianti ed il loro valore effettivo attuale, tenuto conto della loro capacità di rendimento netto. Ma basta lì. Quando un industriale ha già la ventura di avere in inventario gli impianti per quel che valgono oggi, non ha nessun diritto di farseli ammortizzare a spese del pubblico, come accadrebbe se i dazi venissero calcolati in modo da comprendere anche una quota di ammortamento.

 

  • «Le industrie tessili, che si lagnano della protezione concessa ai colori, sono antiche e forti ed hanno molto meno diritto a chiedere alla loro volta dazi protettivi». Verissimo. Forse è il solo principio giusto affermato nelle due lettere ricevute. Ne traggo subito la conseguenza che per molte qualità di filati e di tessuti bisogna abolire i dazi e su altre ridurli oltremodo. Agendo così, si eviterà anche il pericolo che i tessili si rivalgano dei dazi sui colori chiedendo un corrispondente aumento nei dazi sui filati e sui tessuti.

 

  • «Chiedemmo bensì la proibizione dell’importazione dei colori esteri: ma provvisoriamente in attesa che venisse fuori la nuova tariffa doganale. Il mercato italiano abbonda di colori: quelli delle indennità tedesche, quelli che i tedeschi svendono in Italia ed i nostri. Per poche settimane non era pericoloso chiudere la frontiera contro l’inondazione». Speriamo sia così; e che la proibizione sia davvero temporanea. Lo sciagurato decreto del 3 giugno deve essere revocato. Questo è l’essenziale. Che esso poi sia revocato il giorno 15 o il giorno 25 non importa molto. Purché lo sia sul serio. Il prof. Poma ed il dott. Saronio assicurano che i colorifici hanno chiesto solo un divieto provvisorio. Con ciò essi riconoscono che il sistema dei divieti e dei permessi è intollerabile; che esso fa parte della bardatura di guerra che va smontata, tutta, sino all’ultimo pezzo; e che l’averla rimontata, sia pure in piccola parte, fu un errore gravissimo ed un malo esempio da parte di quei ceti industriali i quali tuttodì invocano la libertà di commercio. Per mostrarsi sinceri in queste richieste di libertà, bisogna innanzi tutto cominciare ad applicarle a se stessi.

 

  • Taccio di un’ultima argomentazione in difesa della protezione da concedersi alla industria dei colori: «essa è una industria chiave». Non ho mai capito quale fosse il significato recondito di questa parola misteriosa «industria chiave» venuta fuori durante la guerra; e probabilmente non lo capirò mai. Sono del resto in ottima compagnia, di alcuni grandi industriali, duri di comprendonio al par di me. Il dott. Saronio si indigna che ci siano degli industriali tessili ostinati a non voler acquistare i colori prodotti in Italia da questa industria che dovrebbe essere la chiave per farci scoprire non so che meravigliosi tesori di Golconda:

 

 

«Soltanto un tintore in mala fede può impuntarsi e rifiutare un nostro colorante pur sapendo che la marca che egli impiega è del tutto corrispondente per composizione chimica e proprietà alla nostra e ne differisce soltanto nell’etichetta».

 

 

Parole più tristi e sconfortanti non mi accadde di aver sentito da molto tempo dalla bocca di industriali italiani. Come! Invece di essere lieti ed orgogliosi che il consumatore si serva dal concorrente e si decida poi a venire da noi dopo aver riconosciuto la nostra superiorità; invece di conquistare la clientela con la persuasione e col merito, del prezzo più basso e della qualità migliore, appena esso preferisce un’altra marca, lo si accusa di mala fede e lo si vuol costringere a venire da noi con le manette delle proibizioni e dei dazi!

 

 

Triste e sconfortante. Avevo letto, quasi nel tempo stesso, una dichiarazione ben diversa fatta da lord Leverhulme, forse il più gran fabbricante di sapone del mondo, per spiegare quale conseguenza egli ricavava dall’essere anche la sua industria una di quelle che si dicono «industrie chiavi» perché senza di essa la produzione della glicerina usata negli alti esplodenti sarebbe impossibile.

 

 

«Questa circostanza – egli disse – non ci autorizza a chiedere dazi per tener lontana la concorrenza estera. Al contrario noi preferiamo di lavorare nell’avvenire, come nel passato, in condizioni di assoluta libertà del commercio. Se un fabbricante nazionale o forestiero può produrre sapone di qualità migliore o di prezzo più basso di noi, egli, e non noi, ha diritto a vendere sapone ed il consumatore ha diritto al servizio migliore che egli può offrirgli».

 

 

Così parlano gli industriali veramente consapevoli della loro missione. Chi non è capace di offrire al pubblico merce migliore o più a buon mercato di altri, ha una sola cosa da fare: lasciare il passo al concorrente. Questa è la vera, la sola democrazia economica.

 

 

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