Dazio e prezzi del grano

Tratto da:

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 23/08/1904

Dazio e prezzi del grano

«Corriere della sera», 23 agosto 1904

 

 

 

Già da parecchie settimane è stato notato che sui mercati nazionali ed esteri avvengono oscillazioni forti sul prezzo del grano. Il posto d’onore nei bollettini commerciali, sinora tenuto dal cotone, viene contrastato vigorosamente dal grano. Dall’1 luglio in qua in Italia i prezzi sono aumentati di circa 3 lire al quintale; e, secondo le notizie ultime, pare che si stia iniziando a Chicago una nuova campagna di speculazione al rialzo simile a quella che rese nel 1898 celebre il nome del Leiter. Appunto il ricordo di ciò che è successo da noi nel 1898 ha fatto temere ad alcuno che nella primavera ventura avessero a ripetersi simiglianti dolorosi fatti, e poiché tutti sono d’accordo nel ritenere che la cagione precipua dei rialzi eccessivi di prezzo verificatisi in Italia nel 1898 sia stato il ritardo frapposto nel ridurre prima e nel sospendere poi il dazio sul grano, così oggi si sostiene che convenga subito por mano a questo provvedimento, benefico se accolto per tempo, inutile ed anzi pernicioso se protratto a lungo. Per vedere quanto vi sia di fondato in queste preoccupazioni e in questi consigli, gioverà chiarire brevemente alcuni punti fondamentali.

 

 

Un paese protezionista, come l’Italia, si trova, rispetto al prezzo del grano, in una situazione naturalmente più ardua che non un paese liberista.

 

 

Qui non si vuole per nulla pregiudicare la questione di massima se convenga o no conservare il dazio sul grano. È un problema questo che deve essere discusso a parte e da cui per chiarezza dobbiamo ora fare astrazione. Ma si dice soltanto che un dazio sul grano inacerbisce le oscillazioni in più o in meno che avvengono nei prezzi, e perciò rende i consumatori più sensibili ai ribassi od ai rialzi di essi. Invero, in un mercato libero, come sarebbe l’Inghilterra, non essendovi dazio, il prezzo non può scostarsi durevolmente dai prezzi internazionali dei paesi esportatori: Stati Uniti, Argentina, Russia, India. Se il prezzo in questi paesi è di quindici lire al quintale, il prezzo in Inghilterra non potrà essere diverso che per una piccola frazione. Ogni differenza provocherebbe una importazione od una esportazione che la farebbe subito scomparire. Invece nei paesi protezionisti, anche nei momenti di tranquillità dei mercati internazionali, ci possono essere delle variazioni molto ampie. Mettiamo che il dazio sia di L. 7,50 e che il prezzo sui mercati internazionali sia di 15 lire. Parrebbe che il prezzo all’interno dovesse essere di 15 più 7,50, ossia di lire 22,50 al quintale. Nulla di meno sicuro. Tutto dipende dal raccolto nazionale. Se il raccolto – ed il caso si è dato parecchie volte in Francia – è stato abbondante e più che sufficiente ai bisogni del mercato interno, il dazio non agisce più ed anzi può provocare dei ribassi di prezzo al disotto di 15, prezzo internazionale. Infatti, esportare non conviene, anche se il grano indigeno è sovrabbondante, perché potrebbe darsi che l’anno successivo il raccolto fosse scarso, ed allora bisognerebbe pagare il dazio di 7,50 sul grano internazionale esportato e divenuto estero, qualora lo si volesse reintrodurre in paese. Perciò il grano nazionale non esce dal paese, e per quanto possa essere tenuto lontano dal consumo per speculazione, pure esercita una influenza deprimente sui prezzi, al cui ribasso non vi è un limite ben preciso. Viceversa, se il raccolto nazionale è stato scarso – caso dell’Italia nel 1898 e nell’anno corrente, a quanto pare – i prezzi interni sono sempre quelli dei mercati internazionali, aggiuntovi l’intiero dazio. Se il prezzo è minore di lire 15 più 7,50, non conviene importare il grano estero; ed i prezzi nell’interno dovranno quindi essere almeno di lire 22,50, se non più, allo scopo di compensare i rischi che corrono i negozianti, pagando subito lire 7,50 di dazio per una merce che potrà essere venduta solo in seguito.

 

 

Se poi nel paese protezionista – e qui il caso si attaglia di nuovo benissimo all’Italia – gli importatori prevedono il caso che crescendo i prezzi, il dazio abbia ad essere diminuito o tolto, e finché dura la incertezza a tale riguardo, sono da temersi rialzi di prezzi ed oscillazioni speculative assai forti. Un importatore sa che oggi ai prezzi di 15 fuori dazio deve pagare lire 7,50 di dazio e prevede che, aumentando i prezzi internazionali del grano a 20, il Governo finirà, nell’interesse dei consumatori, a ridurre il dazio a 3 lire. È chiaro che l’importatore introdurrà solo quelle quantità di grano che egli è sicuro di vendere e che si consumano di giorno in giorno. L’importazione speculativa per i mesi venturi si arresta del tutto. Nessuno vuole pagare 7,50 per ciò che si potrà fra poco pagare solo 3 lire. Il mercato interno riesce artificiosamente rarefatto, e si dà una spinta ai prezzi che possono salire anche a più di 22,50 senza che i negozianti abbiano interesse ad importare grano estero.

 

 

È questa la ragione per la quale non è da consigliarsi l’adozione del vecchio sistema del dazio a scala mobile, stato rimesso a nuovo nel 1898 dall’on. Maggiorino Ferraris. Per quanto ingegnose fossero le sue proposte, non toglie vano di mezzo il peccato originale della scala mobile, che è di rendere permanenti le oscillazioni speculative di prezzo dovute ai timori di riduzione e di sospensione di dazio. Se infatti il dazio dovesse automaticamente ridursi di una lira per ogni aumento di prezzo del grano nell’interno al disopra di 25 lire, nessuno più importerebbe grano dall’estero quando per caso i prezzi tendessero a rialzare. Tutti aspetterebbero ad importare a dazio ridotto; e così sul mercato interno il prezzo del grano verrebbe spinto artificiosamente all’insù. Dati questi cattivi effetti dell’incertezza, è oramai principio assodato che il dazio sul grano deve essere ridotto o sospeso subito dopo il raccolto, appena i dati raccolti dal Governo lo abbiano persuaso che è conveniente impedire rialzi eccessivi di prezzo a tutela della pubblica tranquillità. E ciò per parecchi motivi. Come già dicemmo, l’incertezza è un fattore di perturbazione sul mercato. Agricoltori e commercianti non sanno se vendere o comperare finché la questione del dazio è in sospeso. Il Governo deve decidersi subito e manifestare la sua convinzione al più presto, in guisa che tutti sappiano se il dazio verrà conservato, o tolto, o ridotto. Nulla di peggio che tergiversare e tirare le cose in lungo sino ad aprile od a maggio. Se allora le circostanze imponessero poi la riduzione o la sospensione del dazio, vi sono nove probabilità su dieci che essa non abbia a giovare affatto ai consumatori, ma solo alla speculazione. Ricordiamo infatti che la incertezza avrà ridotte assai le importazioni dall’estero e quindi avrà favorito un ribasso di prezzo sui mercati internazionali, ed un maggior consumo dei paesi che con noi concorrono nell’incetta delle provviste estere. Arrivati ultimi a comperare, la nostra sarà una ricerca affannosa, sì che i detentori stranieri potranno farci pagare prezzi di monopolio. Anche le compagnie di navigazione – ed è accaduto nel 1898 – aumenteranno i noli per un trasporto richiesto tutto ad un tratto. Il Governo ci rimetterà il dazio, e questo sarà intascato da speculatori e da vettori.

 

 

Abbiamo voluto fare queste considerazioni un po’ astratte per giungere ad una conseguenza pratica: che cioè occorre prendere entro ottobre una decisione sull’argomento che ci occupa. Forse in tutto il mese presente ed anche pel settembre sarà ancora troppo presto per orizzontarsi in modo preciso. I dati che si hanno sul raccolto mondiale sono ancora frammentari e mal sicuri. Non parliamo dell’Italia, dove le cifre governative sulla produzione del grano, come del resto su quella del vino e di tant’altre derrate, sono una menzogna palese. Meglio sarebbe che il Ministero di agricoltura si astenesse per pudore dal pubblicare cifre che sa essere false. Ma anche le cifre estere pubblicate di questi giorni sono induzioni appena appena probabili. Pare che in Russia e negli Stati Uniti il raccolto sia inferiore alla media; cosa che coincidendo con una maggiore richiesta dell’Europa, ci lascierebbe alla mercé dell’Argentina e dell’India, dei quali paesi per ora non si sa quanto grano si potrà ricavare, sia perché il raccolto è ancora molto di là da venire, sia perché i dati ancora non si conoscono. L’unico fatto certo – ed invero importantissimo – è che i prezzi sono all’aumento, e che – fatto anche più rilevante – i contratti a termine sul grano segnano prezzi tanto più alti quanto più è lontano il termine per la consegna. Così a Chicago il prezzo del grano da consegnarsi a dicembre era il 9 agosto di 101 cents (1 cent-5 cent.) per bushel (litri 36-35), ed il prezzo del grano da consegnarsi a maggio era di 102 e un ottavo cents. Il 18 i prezzi erano rispettivamente saliti a 107 e tre ottavi e 109 e mezzo. A New York il grano di dicembre si vendeva a 104 e mezzo, ed il grano di maggio a 104 e tre quarti, mentre ora si vende a 111 e 111 e tre quarti. A Parigi il grano da consegnarsi subito valeva 22,10 fr. al quintale, quello a fine prossimo 22,20; ed il grano per i quattro mesi dopo novembre 22,80. Il 17 agosto i prezzi erano 23, 23,30 e 23,80. Vuol dire che gli speculatori prevedono un rialzo di prezzi a partire dal gennaio 1905. Ma il fatto, per quanto impressionante, si verifica tutti gli anni, e non ha finora assunto tali dimensioni da fare spavento. Ciò che importa è di non lasciarci cogliere alla sprovveduta. Nei mesi di agosto, settembre e magari anche ottobre il Governo ha tutto l’agio per formarsi una convinzione precisa sull’andamento dei mercati granari. Se i dati raccolti faranno prevedere un rialzo di prezzi sino a 19-20 lire al quintale sui mercati liberi fuori dazio, non converrà indugiare a ridurre subito il dazio a 5 od a 3 lire sino al nuovo raccolto.

 

 

Tutto ciò, ripetiamolo per essere chiari, nell’ipotesi che si creda opportuno di mantenere intatto il regime attuale di protezione alla cerealicultura. Il problema se convenga ridurre permanentemente il dazio al disotto delle lire 7,50, è ben diverso. Noi non saremmo alieni dal discuterlo in base alle mutate nuove condizioni che risulteranno dai nuovi trattati di commercio, alla probabilità di compensi dalla Russia, dagli Stati Uniti e dall’Argentina, e sovratutto in base al nuovo livello più alto dei prezzi che sembra avere sui mercati esteri sostituito i prezzi bassissimi del 1886-1896. Mentre prima si paventava l’inondazione dei cereali gratuiti, adesso illustri scienziati, come il Crookes, non esitano a pronosticare una vera carestia di grano per l’avvenire. Ma, ad esaurire un argomento così vasto, occorrerebbe un lungo discorso. Oggi invece si voleva soltanto discutere un problema transitorio.

 

 

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