Opera Omnia Luigi Einaudi

Debiti e maggiori spese

Tipologia: Paragrafo/Articolo – Data pubblicazione: 02/12/1923

Debiti e maggiori spese

«Corriere della Sera», 2 dicembre 1923

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 479-482

 

 

 

La nuova situazione dei debiti pubblici, che ho commentata dianzi su queste colonne si chiude con una cifra che suscita un ricordo. La cifra è quella dell’aumento del debito pubblico da 117.473 a 118.447 ossia di 974 milioni di lire nel quadrimestre luglio-ottobre 1923.

 

 

Il ricordo è quello dei 2.616 milioni di disavanzo per l’esercizio 1923-1924 annunciato dall’on. De Stefani alla Scala. Il disavanzo risultava in ultimo da due elementi:

 

 

1)    i 1.500 milioni di risarcimento dei danni di guerra nelle Venezie, che appunto si dovevano coprire con l’emissione di speciali obbligazioni 3 1/2 per cento. Trattasi di una spesa veramente straordinaria, in conto capitale, che nessuno può pretendere sia coperta senz’altro miracolosamente con le entrate ordinarie;

 

 

2)    i 1.152,6 milioni di lire di interessi impostati figurativamente in bilancio per il servizio dei debiti esteri, ma la cui erogazione non avverrà certo durante l’esercizio.

 

 

Il disavanzo poteva crescere per due ragioni:

 

 

1) che non si riscuotessero tutte le entrate previste. Il che si verificò sovratutto per il capitolo delle riparazioni tedesche di guerra. Invece del terzo di 1 miliardo di lire previsto in bilancio per tutto l’anno, il quadrimestre luglio-ottobre gittò soltanto 60 milioni di lire. È da sperare che si abbia in seguito una ripresa; ma prudenzialmente sarà bene che, per il raggiungimento del pareggio si faccia conto che il miliardo non esista.

 

 

Una minore riscossione si verificherà anche per l’abbandono, che ancora non ha cominciato a farsi sentire, dei due terzi dell’imposta successoria (circa 250 milioni di lire); e per il venir meno del gettito dell’imposta sui sovraprofitti di guerra, che era calcolata in bilancio per 400 milioni di lire. Tenendo anche conto della necessaria abolizione di altre imposte eteroclite di guerra, sarebbe prudente supporre che venga meno un’entrata di circa un miliardo di lire. L’imposta straordinaria sul patrimonio dovrà continuare a dare un buono, anzi crescente gettito, sino al momento in cui essa venga sostituita dall’imposta complementare sul reddito o, come sarebbe preferibile per non sovratassare il risparmio, sulla spesa. La coesistenza della patrimoniale, che di fatto è una vera imposta sul reddito con altro nome, e della complementare mi paiono incompatibili.

 

 

Sono dunque due miliardi – uno per le riparazioni tedesche, le quali, se verranno, potranno servire ad altri scopi, ed uno per imposte cessanti – di cui il disavanzo previsto in 2.616 milioni dovrebbe reputarsi accresciuto. Tuttavia, io direi che a colmare questo maggiore vuoto possono provvedere i tributi antichi e nuovi già decretati. L’imposta sui redditi agrari non ha fatto ancora la sua comparsa, se non in misura minima, nei conti di entrata. L’imposta sul vino gitterà quest’anno un’egregia somma in più del previsto. E tutte le altre imposte sono assoggettate ad una così severa revisione, che i frutti non potranno, in breve volgere di tempo, non riuscire imponenti. Già nel primo quadrimestre dell’esercizio in corso il maggior gettito complessivo, in confronto del previsto, delle entrate effettive ordinarie fu di 390 milioni di lire; e tale maggior gettito fu consumato dai minori gettiti (riparazioni tedesche, ecc.) solo fino a concorrenza di 184 milioni, risultando così un incremento netto di entrate di 206 milioni di lire. Dunque, compensandosi le minori con le maggiori entrate, anche senza uopo di istituire nuove imposte, il disavanzo dovrebbe rimanere fermo, per questo verso, in 2.616 milioni di lire.

 

 

2) se crescerà, la causa sarà intieramente dovuta alle maggiori spese. Lo studio dell’ultimo conto del tesoro fa dubitare che qualcosa di simile debba essere già accaduto.

 

 

Qualunque disavanzo crea indebitamento. Ma il disavanzo di 2.616 milioni non poté, nel primo quadrimestre, avere questo effetto. Ed invero su 1.152,6 milioni di lire impostati in bilancio per interessi all’Inghilterra e agli Stati uniti (a proposito, perché impostare interessi agli Stati uniti, quando a differenza dell’Inghilterra, gli interessi non ci sono, per ora, neppure fatturati dal creditore?) non si pagò effettivamente nulla. E sui 1.500 milioni di risarcimenti di danni veneti risultano pagati solo 91 milioni. È chiaro che, non essendosi fatti pagamenti o quasi per i due titoli da cui nasce il disavanzo, potevano crescere i residui passivi latenti, ma non mai il debito effettivo. Ed invece crebbe di 974 milioni, così composti:

 

 

Debito delle «Venezie»

 

+ 91

Debito estero

 

– 30

Debito interno

 

+ 913

Aumento interno

 

+ 974

 

 

Alcune annotazioni del conto del tesoro ci fanno sapere che dei 913 milioni di nuovo debito interno, ben 500 furono dovuti a pagamenti di spese residue di esercizi precedenti. Rimangono circa 400 milioni di debiti nuovi dovuti a cause relative all’anno in corso.

 

 

Manifesto è che si spese più del previsto. Quanto si sia speso in più, io non oso dirlo, per tema di errare. La prossima esposizione dell’on. De Stefani farà luce su questo punto capitale della sua gestione e ci dirà a quali maggiori spese (avvenimenti internazionali, riforma della burocrazia e delle pensioni, lavori pubblici, aviazione, difesa nazionale, ecc. ecc.) sia dovuto l’indebitamento.

 

 

Il problema finanziario italiano oggi parmi ridotto a tre punti di semplicità trasparente.

 

 

Il primo punto è che i contribuenti possono al massimo compiere lo sforzo di compensare, con una più severa esazione dei tributi esistenti, la ineluttabile scomparsa di circa due miliardi di entrate. Ciò può essere ottenuto solo assoggettandoli ad una pressione tributaria che era parsa fin qui tollerabile solo perché l’esazione avveniva con una certa longanimità. L’esazione più severa probabilmente sta già spingendo, senza uopo di nuovi balzelli, la pressione al massimo della tollerabilità. Ho la impressione che, per talune categorie di contribuenti, questo massimo sia già ora superato.

 

 

Il secondo punto è che, così stando le cose quanto all’entrate, la spesa dei risarcimenti veneti (1.500 milioni all’anno per tre anni) e quella degli interessi agli stati stranieri (che non è di 1.152,6 milioni ma di tale cifra moltiplicata per il cambio, ossia oggi, per 4,20 circa, ossia di più di 4.800 milioni) non possa essere fatta rientrare nel bilancio ordinario, coperto con entrate ordinarie. Forse, la spesa dei risarcimenti veneti in qualche anno potrebbe essere coperta da entrate straordinarie; per esempio dalle riparazioni tedesche, se e in quanto verranno. Quanto agli interessi esteri, se si dovessero anche solo in piccola parte pagare sul serio, cadrebbero nel vuoto. Anche perciò io non credo si pagheranno mai: ad impossibilia nemo tenetur.

 

 

Il terzo ed ultimo punto è che occorre una grande prudenza. Anche facendo astrazione dai due elementi più volte ricordati – risarcimenti veneti e interessi esteri – è certo che qualunque spesa nuova vuol dire indebitamento. Colui il quale chiede spese nuove, chiede perciò allo stato di indebitarsi. Quest’anno, attuandosi le premesse poste alla Scala, non si sarebbero dovuti emettere prestiti, salvo quelli delle obbligazioni venete e per la regolarizzazione di residui del passato. Se invece se ne emetteranno altri, ciò vorrà dire che nuove spese si saranno dovute fare. E queste condurranno il bilancio all’indebitamento cronico: poiché non c’è in vista nessuna fonte tollerabile di nuove entrate permanenti. Ciò sarebbe funesto.

 

 

Checché dicano i lodatori delle spese, ad incremento della ricchezza nazionale, gli esaltatori dei lavori pubblici per disoccupati, le maggiori spese, salvo quelle necessarie per la difesa del paese, alle quali è dovere inchinarsi, non creano ricchezza, non sopprimono un solo disoccupato. Contro questi errori funesti e certissimi non bisogna stancarsi di ricordare che il mezzo vero per creare ricchezza, per combattere la disoccupazione, è il pareggio. La esistenza di uno stato finanziariamente forte è la primissima condizione di prosperità economica del paese e di grandezza politica per lo stato. Il pareggio è in vista se la volontà di toccare il porto sarà implacabile.

 

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