Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Debiti e quasi debiti

«Corriere della Sera», 7 marzo 1924

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 625-628

 

 

 

Le situazioni del debito pubblico, ridotte alle cifre più sommarie, ci danno: 85,5 miliardi di lire-carta di debito pubblico interno fruttifero, 10,2 miliardi di lire-carta di debito interno infruttifero (biglietti di stato da 5, 10 e 25 lire e biglietti di banca emessi per conto dello stato) e 22,5 miliardi di lire-oro di debito verso stati esteri.

 

 

Sono però tutti compresi nelle cifre degli 85,5 miliardi i debiti interni fruttiferi? Una nota al conto del tesoro osserva:

 

 

«nella tabella non si può tener conto dei residui passivi, in quanto non rappresentano veri debiti pubblici: in gran parte costituiscono infatti delle semplici regolazioni contabili e, per l’ammontare che dovrà formare pagamento effettivo, si tratta di spese in corso di liquidazione e perciò non ancora determinate».

 

 

Cosa vuol dire la nota ufficiale? Che, oltre ai debiti veri e proprii, ci sono altri debiti a cui si dà il nome di «residui passivi», ossia somme rimaste da pagare al 30 giugno 1923. Erano 24,3 miliardi di lire, cifra grossa, ma di cui 13,3 miliardi sono puramente figurativi, trattandosi di regolazioni contabili, senza conseguenze s stanziali. Degli altri 9 miliardi poco si può dire, non trattandosi di spese liquide. Qualcosa tuttavia il conto ultimo ci dice per la prima volta con alcuni prospetti i quali si riferiscono al passato (residui passivi) e al futuro (spese impegnate per gli esercizi avvenire) di alcune partite caratteristiche.

 

 

Quando lo stato si assume l’impegno, con legge o convenzione, di pagare per 50 anni un milione all’anno a titolo di contributo, ad esempio, per un’opera di bonifica, quei 50 milioni sono o non sono un debito dello stato?

 

 

Si può essere in dubbio, riflettendo che, a tale stregua, sarebbero da annoverarsi tra i debiti dello stato anche gli stipendi che lo stato si è obbligato a pagare ai suoi impiegati.

 

 

Il debito pubblico crescerebbe a vista d’occhio: a 5 miliardi all’anno in perpetuo di stipendi sono altri 100 miliardi di debito. Non c’è quasi alcuno che giunga a tal segno, osservandosi che nel debito propriamente detto lo stato ha già ricevuto e deve solo dare; mentre lo stipendio si pagherà soltanto se e fin quando l’impiegato presterà l’opera sua. Ma ci sono dei casi nei quali lo stato ha già ricevuto e deve solo pagare; o in cui quel che riceverà sarà un qualcosa di non redditizio pecuniariamente, ma solo produttivo di vantaggi collettivi. Siamo o non siamo di fronte ad un vero debito? Non risolviamo il quesito, ché si dovrebbero fare lunghi ragionamenti sui casi singoli. Forse, invece che ad un vero debito, siamo di fronte ad una sorgente di possibili debiti. Se le annualità sono molto grosse, se il bilancio dell’anno non sarà capace di fronteggiarle con le entrate ordinarie, il debito verrà fuori. Se invece le entrate ordinarie saranno bastevoli, a poco a poco le annualità per impegni futuri saranno eliminate, senza lasciare tracce. Il quesito di principio può essere tuttavia lasciato in sospeso. Limitiamoci soltanto a riconoscere essere utile conoscere, accanto alla cifra del debito pubblico propriamente detto, la cifra degli impegni che lo stato ha assunto per fronteggiare «oneri patrimoniali perpetui e temporanei, contributi, sovvenzioni e sussidi, assegnazioni di bilancio ripartite in più esercizi per opere e lavori straordinari, annualità comprensive di capitale e interessi, ovvero di solo capitale, per ammortamento di passività». Se tutto ciò non è debito, è qualche cosa che ha col debito una grand’aria di famiglia e che importa tenere in evidenza. Ecco in riassunto ed in milioni di lire le cifre pubblicate nel conto del tesoro:

 

 

 

Annualità risultanti dal conto dei residui al 30 giugno 1923

Annualità riferibili agli esercizi 1923-1924 e successivi

 

Stanziamenti

   
I. Per oneri patrimoniali, contributi, sussidi ed annualità assunte a carico dello stato in base a leggi o convenzioni.

 

59,4

8.265,7

II. Per spese effettive straordinarie ripartite in più esercizi finanziari.

 

2.404,8

3.860,6

III. Per ammortamento di passività e per contributi da iscriversi nel «movimento capitali» (solo capitale)

 

133,2

428,8

IV. Per ammortamento di passività, da iscriversi come sopra (capitali ed interessi)

 

0,3

245,2

 

Totale generale

2.597,7

12.800,3

 

 

Sono, in tutto, 15,4 miliardi di somme impegnate per eredità del passato e per stanziamenti da farsi in avvenire. Metto subito le mani avanti, osservando che il conto del tesoro ha tirato le somme categoria per categoria ed io ho aggiunto il totale generale, per ragione di brevità, pur sapendo che i totali in questa materia non hanno senso. Se Tizio deve pagare 1.000 lire per impegni al 30 giugno 1923 e poi dovrà pagare 1.000 lire nel 1923-24, e poi ancora 1.000 nel 1924-25 e così di seguito 1.000 lire all’anno per 10 anni, si dirà forse che egli è debitore oggi di 10.000 lire, quant’è il totale aritmetico dei suoi impegni? Mai più. Le 1.000 lire che deve già pagare valgono precisamente 1.000; ma le 1.000 e poi 1.000 ecc. che dovrà pagare poi valgono oggi assai meno. Bisognerebbe scontare quelle somme al 5% od al saggio di sconto più adatto, e riportarle al valore attuale. L’on. De Stefani, che ha già fatto molto fornendoci quelle cifre grezze, farà ancor meglio se farà eseguire i calcoli necessari per scontare quei pagamenti futuri e riportarli ad una data fissa. Non importa preoccuparsi se le somme dovute anno per anno comprendano il solo capitale o capitale ed interessi e quale sia il saggio d’interesse originariamente convenuto. Ciò interessa poco. Le annualità dovute sono quelle che sono; e per conoscerne il valore attuale basta ed è meglio scontarle al saggio corrente, all’incirca, per i buoni del tesoro novennali.

 

 

Il calcolo dimostrerà che i 15,4 miliardi di pagamenti scaglionati nel tempo valgono oggi solo 10, od 11 o 9 miliardi di lire. Sarà pur sempre una cifra grossa, indice di fatti singolarmente interessanti. Uno è la facilità con cui ministri e parlamenti si inducono a consentir spese quando l’impegno di pagarle tocchi esercizi futuri. Un altro è la opportunità di fabbricare avanzi o di diminuire disavanzi fornita dagli impegni scaglionati su parecchi esercizi: una spesa di 1.000 milioni da pagarsi subito non la si fa, perché cambia l’avanzo del bilancio in disavanzo o cresce il disavanzo; ma una spesa identica, diluita in 10 esercizi e cogli interessi di mora in 12.013 esercizi, è più accetta, perché il bilancio dell’anno non fa brutta figura. Carpe diem.

 

 

L’appetito vien mangiando. Al ministro, per ringraziarlo dell’opera moralmente sana compiuta mettendo in evidenza queste cifre pericolose, si chiede ancora: non sarebbe bene ripartire le cifre, anziché per ministeri, per titoli di spesa: scuole, strade, ferrovie, bonifiche? Non converrebbe distribuire gli stanziamenti, oltreché in ragione dell’esercizio in cui vanno a scadere, anche in ragione dell’esercizio in cui essi originarono? Nell’ultimo conto del tesoro c’è già un accenno al riguardo; ma sarebbe molto interessante sapere con precisione a quali momenti politici e sociali risalgono le ondate più imponenti di queste ipoteche sull’avvenire.

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