Opera Omnia Luigi Einaudi

Debiti politici e debiti commerciali

Tipologia: Paragrafo/Articolo – Data pubblicazione: 19/05/1925

Debiti politici e debiti commerciali

«Corriere della Sera», 19 maggio 1925

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII, Einaudi, Torino, 1965, pp. 275-278

 

 

 

La nota americana pone nettamente il problema della necessità di negoziati precisi per la sistemazione dei debiti americani.

 

 

L’influenza crescente del senatore Borah, presidente della commissione senatoriale degli affari esteri, si fa evidentemente sentire alla Casa bianca e spinge a passi diplomatici, i quali avrebbero forse potuto subire, senza il suo vigoroso impulso, qualche ulteriore ritardo.

 

 

Il nuovo vigore nel chiedere non è dovuto a novità di argomentazioni. Il senatore Borah è la eco del sentimento comune dell’elettore medio americano, a cui si è fatto credere che egli è schiacciato dalle imposte perché i debitori europei non pagano i debiti sacrosantamente dovuti e, pur essendo in grado di pagare, amano meglio sperperare i loro mezzi in inutili armamenti.

 

 

I debiti devono essere pagati: questo è il punto di partenza ripetuto sino alla monotonia, dei creditori americani. Che cosa fa il debitore, il quale vuole conservare intatto il credito per il futuro? Paga. Che cosa fa il creditore intelligente, il quale non vuole costringere il debitore al fallimento? Accorda ragionevoli proroghe, minorazioni di interesse, lunghe more di ammortamento. Tuttociò che un creditore intelligente fa in commercio per salvare il debitore e salvare quindi se stesso, dicono gli americani, noi lo faremo. Dippiù, no.

 

 

L’ottimismo creditorio del sen. Borah e dei suoi compagni è così assoluto, la loro ingenua meraviglia nel vedere la resistenza europea è così francamente manifestata, che si rimane talvolta sconcertati. Che i debiti della Francia e dell’Italia non siano debiti commerciali, ma politici; che essi debbano essere considerati da un punto di vista completamente diverso dei debiti commerciali; che la prima discussione a farsi debba essere quella morale dell’origine politica del debito; che il trattamento particolare dei debiti interalleati sia monco e non possa essere scisso dalla considerazione del concorso prestato dai diversi alleati alla consecuzione dello scopo comune paiono a noi verità altrettanto intuitive ed evidenti come al medio elettore americano pare intuitiva la massima che i debiti sono debiti e devono essere pagati. Sono due mentalità in contrasto assoluto. Il tempo, le trattative amichevoli, la mutua comprensione gioveranno ad attutire gli spigoli troppo acuti. Le difficoltà che si incontreranno nell’applicazione del piano Dawes alla Germania vinta gioveranno a persuadere della futilità di iniziare un qualunque piano di pagamenti a carico di paesi, i quali non posseggono le risorse materiali della Germania e furono infinitamente più danneggiati dalla guerra.

 

 

Ma, aggiungono gli americani, la Francia può pagare. Ed anche l’Italia, sebbene in proporzioni minori. Da che cosa essi desumano questa loro persuasione è difficile dire. Non da notizie dirette sulla pressione tributaria, ché queste sembrano tutte concludere che Francia ed Italia pagano proporzionatamente imposte un po’ più alte che l’Inghilterra e notevolmente più alte degli Stati uniti; il che vuol dire che, essendo Francia ed Italia più povere, il sacrificio dei loro contribuenti è grandemente maggiore di quello inglese ed americano. Poiché s’intende che il calcolo del peso comparativo delle imposte nei diversi paesi non può essere fatto, come stranamente vorrebbe il sen. Borah, fondandosi sui pagamenti fatti per testa d’abitante, calcolo fallacissimo, in quanto supporrebbe che il reddito medio d’ogni abitante sia eguale nei diversi paesi considerati, laddove il reddito medio individuale è notoriamente di gran lunga superiore in Inghilterra che in Francia e in Italia, e sovratutto è superiore negli Stati uniti in confronto a tutti gli altri paesi associati. Non dal contegno dei cambi, il quale è instabilissimo in Francia e si rifiuta in Italia a quel miglioramento che parrebbe dover essere la conseguenza del ricuperato pareggio. Il mercato sente che il pareggio è subordinato alla condizione che i creditori non si facciano vivi a chiedere la libbra di carne di cui sulla carta siamo debitori.

 

 

Essi traggono la loro convinzione della capacità della Francia e dell’Italia di pagare da un solo fatto: dalla spesa per gli armamenti iscritta nel bilancio dei due paesi. Paghino i debiti, esclamano, invece di armarsi per la mutua distruzione.

 

 

Orbene; anche su questo punto corrono molti equivoci. Di chi la colpa degli armamenti a cui la Francia e l’Italia sentono di dover ricorrere? Chi ha abbandonato l’Europa continentale nel momento in cui più sarebbe stato vantaggioso l’intervento per togliere di mezzo i timori di aggressioni e la possibilità di nuove lotte? Perché gli americani si sono lavate le mani della lega delle nazioni; hanno rifiutato insieme con gli inglesi di garantire i confini del Reno e delle Alpi? Perché sono stati così larghi di compassione alla Germania vinta ed hanno considerato come eccessiva ogni richiesta della Francia di ottenere un serio risarcimento dei danni sofferti?

 

 

Nessun paese, gli Stati uniti meno degli altri, è disposto a mettere la sicurezza del territorio nazionale e la salvezza della propria indipendenza al disotto dell’obbligo di pagare i debiti. Prima ci si protegge militarmente; poi, se sono dovuti, si pagano i debiti. A che gioverebbe promettere, se, essendo messi in pericolo, non si potrebbe mantenere la promessa? Di fronte ad una Germania anelante alla rivincita e ad una Russia che dappertutto gitta i germi della discordia e della rivoluzione, i paesi dell’Europa occidentale hanno un preciso dovere da compiere: difendere la propria esistenza.

 

 

La Francia eccede nell’apprezzamento di questo dovere? I francesi non ne hanno la sensazione e paventano sempre più la rivincita tedesca. Non vi sarebbe altro modo di modificare questa sensazione che di offrire alla Francia un patto di sicurezza adeguato al pericolo; ma questo patto, dopo la secessione degli Stati uniti, ha incontrato difficoltà che paiono insormontabili. E allora è difficile persuadere i francesi che esagerano e superano i limiti del diritto di difesa. Ma queste considerazioni ad ogni modo riguardano la Francia, non noi. L’Italia infatti, per conto suo, risponde che essa spende ora per i due ministeri della guerra e della marina, meno, ragion fatta della potenza d’acquisto della moneta, di quanto spendesse prima della guerra.

 

 

Si faccia il confronto con lo stesso metro monetario; si dividano per sei le spese attuali e la verità di questa affermazione rifulgerà indiscutibile. Quali rimproveri ritengono doverci fare gli americani in proposito? L’argomentazione dunque in base alla quale si afferma la nostra capacità a pagare non colpisce nel segno. L’Italia spende per la difesa il necessario e nulla più. Nessuno può chiederci di ridurre questa spesa al disotto di quanto fa strettamente d’uopo per garantire la nostra esistenza nazionale.

 

 

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