Debiti

Tratto da:

Nuovi saggi

La Riforma Sociale

Data di pubblicazione: 01/01/1934

Debiti

«La Riforma Sociale», gennaio-febbraio 1934, pp. 13-27

Nuovi saggi, Einaudi, Torino, 1937, pp. 58-71

Le crisi finanziarie, Il Mulino, Bologna, 1985, pp. 169-181

Selected economic essays, Basingstoke, Palgrave Macmillan, 2006, pp 112-123

 

 

 

Non riesco a prendere sul serio chi si lamenta o parla di crisi e non ha o non discorre di debiti, intendendo per “debiti” qualunque onere in somma la quale rimanga fissa o vari poco, mentre mutano i prezzi. Già nel giugno del 1930 e poi nell’agosto del 1933 riducevo a quel concetto la sostanza della crisi, la quale, altrimenti, osservavo, sarebbe già passata (nel giugno del 1930!) o non esisterebbe affatto.[i]

 

 

 

Se nel 1929 e poi nel 1930 e in ognuno dei momenti successivi si fosse, miracolosamente potuto ad ogni volta ricreare il mondo economico sulla base dei desideri, dei sentimenti, delle idee, dei capitali personali e materiali esistenti, se tutti i prezzi fossero stati perfettamente mobili e si fossero potuti adattare istantaneamente ai fattori produttivi esistenti, perché mai avrebbe potuto esistere crisi? Ogni prezzo sarebbe stato perfettamente adatto agli scopi voluti dagli uomini in ogni successivo momento. Essendo tutti i prezzi continuamente mobili, essi sarebbero continuamente in equilibrio tra di loro e con i fattori psicologici e tecnici del mondo economico. La crisi è sforzo impotente per ristabilire un equilibrio rotto. Essa è dovuta a qualche vincolo, che, mentre il resto muta, impedisce il mutamento di uno o di parecchi elementi del meccanismo economico, sicché questo si incanta o stride o la macchina si fracassa perché l’una parte non si incastra bene nell’altra. I vincoli sono necessari all’agire del meccanismo, perché questo è mosso dall’uomo, essere imperfetto e repugnante alla tensione nervosa continua atroce, propria di un sistema perfettamente mobile.[2] Talvolta però i vincoli vanno oltre al segno necessario a dare tranquillità di spirito alla grande maggioranza degli uomini, alieni del correre alee troppo rischiose. Gli uomini possono avere ecceduto nello scavare trincee attorno al giardino della propria vita. Le trincee doganali e consortili, i monopoli perfetti od imperfetti costituiti da imprenditori e da lavoratori uccidono la divisione del lavoro, isteriliscono la terra e scemano la produzione.[3] Caratteristica specie di trincea è il debito. Se non esistesse il contratto di mutuo, di capitali personali e materiali; se non fosse possibile investire i capitali ad un saggio determinato di interesse, ma tutti riscuotessero dividendi variabili in funzione del reddito netto dell’impresa; se non fosse possibile locare a stipendio o salario fisso il lavoro, ma tutti i lavoratori intellettuali e manuali fossero pagati con una quota del prodotto dell’impresa, perché dovrebbe esserci crisi? Tutti parteciperebbero al risultato della produzione e, fossero alti o bassi i prezzi, ognuno riceverebbe la sua quota della torta.

 

 

2. – È noto che il meccanismo economico non potrebbe assolutamente funzionare se tutto fosse così mobile come nello schema si immagina. I sistemi di partecipazione degli operai ai profitti, di azionariato capitalistico ed operaio, di cooperativismo, si chiamano propriamente “ideali” in rapporto ad una piccola minoranza di risparmiatori e di lavoratori, i quali posseggono le qualità elette necessarie a correre rischi. Si chiamano invece “scemenze” in rapporto alla grande maggioranza, la quale non sa scegliere, se di risparmiatori, un investimento diretto il quale sia anche soltanto decente o concepisce, se di lavoratori, o stato di consocio dell’impresa come un qualcosa che dà diritto a comandare senza lavorare. Perciò le categorie economiche del saggio dell’interesse, del salario, del canone di fitto, dell’imposta non sono invenzioni degli economisti, ma necessità dipendenti dalla natura umana. Dovettero ammetterle nel medioevo i canonisti, pur reputandole invenzioni di Satana; le riaccettarono, dopo averle abolite, i bolscevichi russi; gli uni e gli altri consolandosi col protestare che i “loro” interessi e salari e fitti ed imposte erano e sono diversi nello spirito da quelli vilipesi presso altri. L’impresa economica non agisce se l’imprenditore non è libero di muoversi a suo agio, a suo rischio e profitto, disinteressando a prezzo fisso impiegati, operai, fornitori di capitali e provveditori di materie prime. Se tutti contribuissero il proprio coefficiente di produzione in qualità di soci o partecipanti, avremmo baraonda e non impresa.

 

 

3. – Naturalmente, il meccanismo funziona se il fisso non uccide il mobile. Fissi sì, interessi salari fitti imposte ma per brevi periodi di tempo, per quel tempo a cui si può estendere la previsione umana. Se, essendo il prodotto dell’industria 100, la quota interessi del capitale preso a mutuo assorbe 20 e la quota salari 40, sicché le restanti 40 parti possono bastare a pagare le altre spese ed a consentire un profitto; gli interessi 20 ed i salari 40 possono rimanere tali, anche se il prodotto cala a 90 o sale a 110, perché l’imprenditore è in grado di reggere a tale variazione. Ma se il prodotto scende a 70, anche gli interessi ed i salari debbono scendere al disotto di 20 e di 40 rispettivamente; non essendo ragionevole che l’imprenditore lavori in perdita per i begli occhi altrui. Deve esistere qualche avvedimento o processo per cui le quote fisse di partecipazione al prodotto quelle che con parola equivoca si chiamano “costi” siano costrette a seguire, sia pure a distanza di tempo ed a gradini, ognuno dei quali sia per un certo tratto piano, le oscillazioni di valore del prodotto dell’impresa.

 

 

4. – Uno di questi avvedimenti è il lavorare con capitale in tutto od in notevole parte proprio. Se l’imprenditore assume a mutuo, ad es., al 6% tutto il milione necessario all’impresa sua, quegli è certo di andare colle gambe all’aria al primo stormir di fronde. Se il reddito netto scende a 40 mila lire, come farà a vivere lui e la famiglia ed a pagare per giunta 60 mila lire all’anno al capitalista creditore? Se i suoi impianti e fondi di magazzino deprezzano ad 800 mila lire, come rimborserà il milione al creditore? Se invece l’imprenditore lavora con 500.000 lire proprie e 500.000 lire prese a prestito, anche se il reddito netto scende a 40.000 lire, egli sarà sempre in grado di pagare l’interesse pattuito del 6% sulle 500.000 lire prese a mutuo, restando con 10.000 lire a proprio profitto. Poco; ma tanto che gli basta a tirar avanti, se ha senno e costumi modesti. Né il creditore, vedendosi pagati puntualmente gli interessi, richiederà la restituzione del mutuo. La crisi, ad altre cagioni dovuta, rovina il primo imprenditore e consente al secondo di aspettare tempi migliori.

 

 

5. – Queste osservazioni dettate dal buon senso e confermate dalla esperienza ordinaria della vita hanno ogni tanto l’onore di essere teorizzate dagli economisti, il che è bene, e di suggerire rimedi, dei quali, come di ogni rimedio in genere, è difficile poter dire sempre ugualmente bene.

 

 

In uno studio recente (The Debt – Deflation theory of Great Depressions, in «Econometrica», october 1933), Irving Fisher dà gran peso al debito come fattore di espansione e di depressione nei cicli economici.

 

 

Ecco quale è, ai suoi occhi, la sequenza dei fatti:

 

 

  1. nuove occasioni di proficuo impiego, sopratutto a causa di nuove invenzioni, danno origine ad investimenti;

 

  1. gli imprenditori contraggono all’uopo troppi debiti;

 

  1. i troppi debiti costringono a liquidare;

 

  1. le liquidazioni cagionano ribassi di prezzi;

 

  1. i ribassi dei prezzi, o, in altri termini, il rincaro della moneta, riducono l’attivo dell’imprenditore di più di quanto la liquidazione non consenta di ridurre i debiti;

 

  1. perciò la liquidazione in realtà non riduce ma cresce il peso dei debiti, aggravando la crisi.

 

 

Dalla quale analisi il Fisher deduce la necessità di quella che si chiama «reflazione», ossia di un insieme di provvedimenti monetari o creditizi atti a «risospingere il livello dei prezzi all’insù a quel medesimo livello medio a cui i debiti esistenti erano stati contratti dai debitori esistenti e consentiti dai creditori esistenti ed a mantenere poi quel livello invariato» (paragrafo 38). E poiché «reflare» bisogna ed è possibile, il Fisher aggiunge essere preferibile reflare durante la fase (3) anziché dopo la (5) della sequenza sopra riassunta.

 

 

6. – Vorrei distinguere tra i fatti, l’analisi dei fatti ed i rimedi. I fatti sono certi. Il Fisher ha costruito due diagrammi, di cui riproduco i dati essenziali. Il primo confronta la ricchezza nazionale degli Stati Uniti nel 1929 e nel 1933 col debito interno complessivo alle stesse date (in miliardi di dollari):

 

 

1929 –

Ricchezza nazionale

362

Quota della medesima posseduta dai creditori (possessori di capitali a reddito fisso) …………………………………………………………….

200

Quota residua spettante agli imprenditori – debitori (possessori di capitali a reddito variabile) ……………………………………………………….

162

1933 –

Ricchezza nazionale ……………………………………………………………….

150

Quota della medesima posseduta dai creditori (possessori di capitali a reddito fisso) …………………………………………………………….

160

Quota residua spettante agli imprenditori – debitori (possessori di capitali a reddito variabile) ………………………………………………………

-10

 

 

Nell’ultimo anno della prosperità la ricchezza nazionale americana, valutata in 362 miliardi di dollari, si divideva dunque in due parti: 200 miliardi spettavano ai possessori di titoli a reddito fisso: titoli di debito pubblico, obbligazioni, crediti ipotecari e chirografari, depositi a risparmio e simili, e 162 miliardi ai possessori di terre, case, azioni, imprese private industriali e commerciali ed altri investimenti a reddito variabile. Il pericolo non stava nel fatto che la ricchezza nazionale fosse valutata molto o poco a 362 miliardi di dollari, né nell’altro fatto che 200 miliardi spettassero ai possessori di capitali a reddito fisso e solo 162 miliardi ai possessori di capitali a reddito variabile. No. Se ognuno dei due gruppi avesse dovuto tenersi in natura la sua quota del capitale totale nazionale, niente sarebbe accaduto. Il guaio era che tutti i 362 miliardi spettavano in diritto ai possessori di capitali a reddito variabile e che questi avevano l’obbligo di rimborsare 200 miliardi invariabili ai loro creditori, possessori dei capitali a reddito fisso. Questi ultimi non erano proprietari di niente, ma vantavano solo un diritto di credito verso gli altri che facevano figura di possedere tutto. Poiché, tra i proprietari, qualcuno vi doveva pur essere che fosse alieno e libero da debiti, la situazione degli indebitati era paurosa. Molti, forse la maggioranza degli imprenditori aveva il proprio patrimonio coperto da debiti per oltre la metà del valore corrente. Un colpo di vento bastava a rovesciare il castello di carta.

 

 

Quando un uomo ha la sua fortuna coperta per due terzi, tre quarti o cinque sesti da debiti, e non ha il fiuto di vendere a tempo innanzi che il vento muti, colui è spacciato. Difatti, nel 1933, a raffica venuta e, pare, quanto a valutazioni capitali, passata, la ricchezza nazionale è caduta da 362 a 150 miliardi di dollari. Il crollo del valore delle terre, delle case, delle imprese industriali è spaventoso. Si sono contratti, è vero, anche i debiti: a furia di rimborsi, liquidazioni amichevoli, concordati, fallimenti, i debiti sono stati ridotti da 200 a 160 milioni. La riduzione è forte, in tempo di crisi; ma la somma residua è ancora alta ed è superiore al valore totale della ricchezza nazionale. I creditori hanno lasciato qualcosa di meno della camicia addosso ai debitori, sostanzialmente falliti. In ciò sta la crisi.

 

 

7. – Il quadro è un po’ meno terrificante se badiamo, invece che al patrimonio, al “reddito” nazionale. Il confronto qui è fatto tra il reddito nazionale e l’insieme dei carichi fissi gravanti su quel reddito (tra il 1929 ed il 1932, in milioni di dollari):

 

 

%

1929 –

Reddito nazionale………………………………..

85,2

 

100 –

Quota del reddito assorbito da:

Imposte

9,8

Interessi passivi

9,7

Cànoni di fitto

15,7

 

35,2

41,3

Quota residua spettante ai possessori di capitali a reddito variabile e di capitali personali (lavoro) ……………………………….

50 –

58,7

1932 –

Reddito nazionale ……………………………….

40 –

100 –

Quota del reddito assorbito da:

Imposte

7,2

Interessi passivi

7,4

Cànoni di fitto

7,8

22,4

56 –

Quota residua spettante ai possessori di capitali a reddito variabile e di capitali personali (lavoro) ……………………………….

17,6

44 –

 

 

I carichi fissi non assorbono tutto il reddito, nonostante che tra i carichi fissi siano comprese le imposte, le quali non servono soltanto al pagamento degli interessi del debito pubblico, ed i canoni di fitto (rent) che in verità remunerano un capitale che nell’altra tabella era collocato tra i capitali a reddito variabile; ma il quadro complessivo è forse ancora più illuminante rispetto a quel che succede in tempo di crisi. Le statistiche relative alla ricchezza nazionale, al patrimonio, al capitale, sono importanti; ma non interessano direttamente la vita quotidiana degli uomini. Dà certamente noia perdere il patrimonio; ma non avere reddito, ossia non avere un flusso giornaliero di mezzi per vivere, è ben peggio.

 

 

Orbene, il quadro dimostra che nel 1929, pagate le imposte ossia pagato l’occorrente per fornire le entrate ai funzionari civili e militari ed ai creditori pubblici, pagati gli interessi dovuti ai portatori di obbligazioni e ad altri creditori privati, pagati i canoni di affitto dovuti ai proprietari di case e di terreni, restavano ancora agli agricoltori, agli industriali, ai commercianti, ai professionisti ed ai lavoratori 50 miliardi di dollari all’anno da spendere. Grosso modo, due quinti (41,3%) del reddito nazionale spettavano ai possessori di redditi fissi e tre quinti (58,7%) ai possessori di redditi variabili di capitale e di lavoro. Questi ultimi, che sono assai più numerosi dei primi, potevano vivere.

 

 

Nel 1932 le proporzioni sono pressoché rovesciate; nel 1933 lo saranno state del tutto. Le quote di reddito assorbite dalle classi le quali vivono del provento delle imposte, degli interessi di crediti e dei canoni di fitto si sono bensì ridotte da 35,2 a 22,4 miliardi di dollari; ma invece del 41,3 % assorbono il 56 per cento del reddito nazionale. Agli imprenditori (industriali, agricoltori, negozianti, azionisti) ed ai lavoratori intellettuali e manuali restano solo 17,6 miliardi invece di 50, circa un terzo del reddito di prima ed appena il 44 %, invece del 58,7 %, del reddito nazionale. Questa è la crisi, per quanto tocca il reddito nazionale. Se, ribassando i prezzi, fossero ribassati simultaneamente e colla stessa velocità tutti gli elementi del prezzo; se cioè le imposte, gli interessi passivi ed i canoni di fitto fossero quantità mobili invece che relativamente rigide, sarebbe indifferente dividersi 85,2 o 40 miliardi di dollari di reddito all’anno. Supponendo che le quantità di beni prodotti non fossero mutate – ipotesi abbastanza vicina al vero – ma fossero variati solo i prezzi, è perfettamente indifferente chiamar le cose col nome di un dollaro o di mezzo dollaro. Se non si tratta di pura nomenclatura ma di sostanza viva, ciò è dovuto al fatto che, mentre ribassano i prezzi e ribassa quindi il totale del reddito nazionale, che è la torta da dividere, una parte dei partecipanti riesce a prelevare una fetta uguale o poco minore di prima, e lascia perciò gli altri partecipanti alla porzione congrua od a bocca asciutta.

 

 

Le cifre sono americane, ma hanno valore universale. La crisi 1929-1933 volle dire in ogni paese grandioso spostamento di ricchezze e di reddito dai possessori di redditi variabili ai possessori di redditi fissi. Perciò è crisi.

 

 

7. – La crisi è concetto che non si riferisce solo a perdite. Vi sono i profittatori della crisi, come della inflazione. Al tempo della inflazione profittavano i percettori di redditi variabili: imprenditori e lavoratori, e perdevano i percettori di redditi fissi; al tempo della crisi (il che monetariamente significa deflazione) perdono imprenditori e lavoratori e profittano i percettori di redditi fissi. In parte gli spostamenti sono inevitabili e vantaggiosi. Perciò crisi non è parola che si connetta esclusivamente allo star male. Crisi vuol dire anche movimento, passaggio da un equilibrio ad un altro. Il mondo economico è sempre stato in crisi. Cessazione della crisi significherebbe cessazione del movimento, ossia morte. Ogni tanto un pensatore riflette sulla felicità di un ipotetico “stato stazionario”; ed è celebre nella storia della nostra scienza il capitolo Of the stationary state di John S. Mill (Principles, IV, VI). Ma la visione, resa magnifica dall’arte dello scrittore, non ha e non è prevedibile sia destinata ad avere possibilità di avveramento. La crisi è la legge eterna di un mondo in cui vivono uomini, ossia esseri pronti ad inventare, ad entusiasmarsi e ad imitare. Siccome tuttavia, oltreché inventori ed entusiasti, gli uomini, come pecore di Panurgio, quel che l’una fa e l’altre fanno; e, se gli uni inventano e guadagnano, gli altri imitano l’invenzione e, moltiplicandola, perdono, così la crisi, da legge eterna di un mondo vivo sano in movimento, a quando a quando diventa fatto patologico. È ragionevole che l’imprenditore ingrandisca l’impresa, contraendo un po’ di debiti; è irragionevole che egli oltrepassi i limiti della sicurezza, contraendo imprudentemente molti debiti. La crisi genera rovine quando molti imprenditori, quando la maggioranza degli imprenditori contrae imprudentemente troppi debiti. In gergo di borsa, si dice che la posizione di certi titoli o dei titoli in generale è cattiva perché i titoli sono in mani deboli, le quali, al primo ribasso, non potendo coprire con mezzi propri le differenze, saranno obbligate a vendere. In altre mani, il prezzo corrente sarebbe stabile; in mani deboli, al primo attacco tracolla.

 

 

9. – L’analisi dei fatti distingue dunque fra:

 

 

  • crisi come mutamento nel meccanismo economico derivato da mutazione di gusti e da invenzioni atte a soddisfare i gusti nuovi o a soddisfare meglio i gusti antichi; e dice eterna questa crisi, perché connaturata alla natura umana, mutevole e perfettibile; né l’analizzatore si spaventa se il mutamento è causa di qualche dolore e di qualche attrito, perché sa che le innovazioni non sono compiute dagli uomini placidi e dal cuor contento ma dagli ottimisti avventurosi e sa che questi sono portati ad esagerare ed a commettere errori, ai quali rimediano i pessimisti; anzi è persuaso che un succedersi periodico di ondulazioni verso l’alto e verso il basso nel ciclo economico sia vantaggioso, perché l’ondulazione rivolta all’alto è propria dei momenti di innovazione tecnica e di insofferenza del vecchio e favorisce quei progressi tecnici medesimi, laddove la fase decrescente del ciclo giova a correggere errori, ad eliminare inetti balordi progettisti filibustieri e simiglianti provocatori di malanni;

 

  • crisi come impedimento o ritardo al moto che dovrebbe aver luogo e quindi come generatrice di un moto diverso, rovinoso anziché creatore o riparatore.

 

 

10. – Per non parlare che del fattore “debito”, questo può essere condizione della crisi della prima specie, ossia condizione di moto e di progresso. Se si inventa la vettura automobile, e se l’imprenditore non ha tutto il capitale occorrente a fabbricarla, il debito, prudentemente limitato, è vantaggioso. Accelera il moto naturale dal tempo in cui si fabbricavano carrozze a cavalli a quello in cui si producono quasi solo vetture automobili. Ma se durante la crisi di transizione dal tempo dei cavalli al tempo della benzina, troppi si montano la testa e fan debiti per impiantare a Torino (1900-1907) dieci venti trenta fabbriche di automobili, nasce quella che chiamasi crisi della seconda specie. Causa di essa non è né l’invenzione della vettura automobile, né il debito; ma la pazzia, lo spirito di imitazione, l’ingordigia di rapido lucro degli uomini.

 

 

Durante la guerra e nel dopo guerra, nel tempo che chiameremo I, quando dappertutto la moneta rinviliva per eccesso di emissioni cartacee, alcuni si accorsero per i primi che conveniva contrarre debiti. Si assumevano a mutuo 100 lire relativamente buone, si compravano terre case azioni, e queste si rivendevano, dopo un certo tempo, a 150 od a 200 in moneta svalutata e si rimborsava il mutuo di 100 lire, tenendo per sé la differenza. L’esempio divenne presto contagioso, sicché, anche quando stavamo già passando dal tempo I al tempo II, nel quale la moneta, cessate le emissioni cartacee, s’era fermata e forse tendeva ad apprezzare, la massa, credendo d’aver mangiata la foglia del facile arricchire, si diede a far debiti ed a comprar case terre ed azioni, nella speranza da rivenderle a più alto prezzo, e, pagati i debiti, arricchire. Perciò i prezzi delle case terre ed azioni, invece di fermarsi, continuarono a crescere Finché gli imitatori in ritardo non si decisero anch’essi a vendere per realizzare gli sperati profitti. Allora fu il crollo. Cagion di esso non fu il debito contratto nel tempo I, che era frutto di un calcolo ragionato; ma il debito del tempo II, partorito dallo spirito di imitazione e dall’ingordigia di gente priva dell’intuito speculativo.

 

 

11. – L’analisi dei fatti ora condotta rende manifesta l’inaccettabilità del rimedio fisheriano. Il Fisher, se ho capito il valore del suo argomentare, constatato che ad un certo momento gli imprenditori hanno fatto troppi debiti per compiere nuovi investimenti e constatato che vi è pericolo di liquidazione affannose di attività per pagare i debiti e che le liquidazioni possono dare il via ad un tracollo di prezzi dal livello, supponiamo, 100 a livelli progressivamente decrescenti 90, 80, 70, 60 e che i crolli possono scuotere dalle fondamenta l’edificio economico, seppellendo sotto le macerie colpevoli ed innocenti, vorrebbe che si impedissero le liquidazioni fin dall’inizio, fermando, con qualche incantesimo, il livello dei prezzi a 100. Non discuto l’incantesimo, monetario nella fattispecie, per non divagare dal problema dei debiti. Suppongo che esista un incantesimo appropriato, che esso sia messo in opera da stregone peritissimo e che la riuscita sia certa. Il livello dei prezzi rimane a 100.

 

 

Se l’analisi dei fatti fu da me condotta sopra correttamente, i risultati dell’operare efficace dell’incantesimo pare debbano essere i seguenti:

 

 

  • il moto ciclico normale, la crisi che dissi eterna manifestazione della natura umana, continua nel suo corso. Continuano a farsi invenzioni, nuovi investimenti nuovi debiti prudenti. Ma non sono eliminate le scorie del ciclo precedente. Se i prezzi continuano ad essere remuneratori, perché affannarsi a ridurre i costi, ad abbandonare metodi vecchi, a buttare tra rottami le macchine antiquate? Perché gli ottimisti dovrebbero anche per breve tempo, cedere il bastone del comando ai pessimisti, ai riorganizzatori, ai liquidatori degli errori, inevitabili in qualunque moto verso l’ignoto, agli apparecchiatori di una nuova fase ascendente?

 

  • dunque, l’incantesimo opera nel senso di stabilizzare e perpetuare l’equilibrio proprio di un tempo passato, ritardando l’adattamento all’equilibrio del tempo nuovo. Si conservano gli investimenti ed i debiti vecchi, prudenti nel tempo antico, divenuti imprudenti, ora che ad essi si sovrappongono i debiti del tempo nuovo. Il moto che era normale, che non era disgiunto da attriti e da scorie, ma queste erano eliminabili col procedere del moto stesso, si rallenta; ed il suo rallentarsi a poco a poco dà origine ad un irrigidimento progressivo del meccanismo economico. Debiti grossi e quindi grosso carico di interessi fissi, valori patrimoniali rimasti elevati e quindi forti oneri di inventario (quote di deperimento e di ammortamento), spese generali a vuoto (imprenditori frusti, colla mente rivolta al passato) si accavallano e si gonfiano. I punti fissi dell’equilibrio economico si moltiplicano rispetto ai punti mobili. Il meccanismo continua, per l’opera dei punti mobili, a funzionare e cioè a muoversi. Ma quando i punti fissi ossia i debiti, gli inventari patrimoniali, le teste morte che sembrano vive e colla loro presenza aduggiano i veramente vivi, sono troppi, anche i punti mobili, ossia gli imprenditori “nuovi”, i capitali “liberi”, il risparmio “fresco” non trovano più interstizi entro cui cacciarsi per dar vita e moto alla macchina, intorpidita. La macchina è divenuta pesante. Non scoppia perché l’incantesimo l’ha addormentata; ma agisce sempre più adagio e straccamente.

 

 

12. – Il che è ben peggio della crisi.

 

 

Fortunatamente, l’incantesimo opera non solo sul ciclo normale, allentandolo ed addormentandolo, ma anche nel ciclo anormale, patologico.

 

 

I pazzi e gli imitatori, i quali avevano contratto debiti al livello di prezzi 100, nella speranza di realizzare terre case ed azioni al livello 120, non ottengono i profitti sperati, ma neppure subiscono la meritata sanzione di perdite. I prezzi rimangono fermi al livello 100. Perciò gli imprudenti sperano sempre e non liquidano. Alle loro schiere altri si aggiungono. Come uno stregone trattenne i prezzi sull’orlo dell’abisso, così un altro stregone, giova sperare, li spingerà nuovamente all’insù. Lo spirito umano si secca nella contemplazione della divina perfezione del livello 100. O giù o su. E poiché giù non si può andare, si vada su. Non seguitò ad andar su, a gonfiarsi il castello di carta delle azioni, delle terre, delle case, dei debiti durante il tempo felice corso negli Stati Uniti dal 1921 al 1929 quando il livello dei prezzi oscillava, con variazioni minime, attorno al taumaturgico livello 100? Alla fine, quando il gonfiore è al punto massimo, la bolla d’aria scoppia. È la liquidazione cruenta ritardata, preferibile pur sempre alla morte per lisi.

 

 

13. – Fisher dice che si dovevano subito, nel 1929, chiamare a raccolta gli stregoni e risoffiare i prezzi cadenti a livello 100. Io replico che la caduta cominciata alla fine del 1929 fu dovuta al troppo lungo tempo per cui i prezzi rimasero, per qualche misteriosa stregoneria non bene chiarita, a livello 100, consentendo ad un numero troppo forte di errori di cumularsi. Più lunga è la tranquillità, meno intensa la eliminazione degli errori, più spaventoso è, fatalmente, il tracollo che necessariamente verrà.

 

 

Lo stregone avrebbe dovuto, nel 1929, non solo risoffiare i prezzi a 100; ma così dirigere il vento da far ribassare alcuni prezzi e rialzare certi altri; ribassare i prezzi delle case, delle terre e delle azioni nei comparti troppo gonfiati e rialzare quelli dei comparti che s’erano tenuti moderati; ribassare i prezzi delle merci per cui s’era prodotto relativamente troppo e rialzare quelli delle merci per cui la produzione era rimasta relativamente scarsa in rapporto alla domanda. Non nego che alla lunga ciò debba accadere, qualunque sia il livello generale dei prezzi, anche se mantenuto costante con stregonerie monetarie alla lunga, dico; ché frattanto le iniezioni di credito fanno tenere le posizioni, forse più le cattive che le buone, incoraggiano i senza testa ed aggravano gli errori sino allo scoppio violento. Il vero rimedio sta nel togliere o rincarare il credito agli imprudenti, indurre gentilmente a liquidazioni amichevoli, innanzi che l’errore sia divenuto pericoloso.

 

 

14. – Questa è arte di banchiere avveduto e previgente. Se banchieri siffatti esistono, credo anch’io in qualche specie di incantesimo atto a prevenire la crisi. Ma l’esorcizzatore deve arrivare in tempo, lungo la fase ascendente del ciclo economico, prima che si sia giunti alla situazione paurosa esposta nel primo specchietto del Fisher.

 

 

L’economista americano a ragione dice che la situazione patrimoniale del 1933, per cui una ricchezza nazionale di 150 miliardi di dollari era ingoiata ed al di là da 160 miliardi di debiti, era assurda, e vorrebbe ritornare ai prezzi ed alla situazione patrimoniale del 1929, quando a 362 miliardi di ricchezza nazionale si contrapponevano solo 200 miliardi di debito. Io le dichiaro amendue assurde; ma dico che quella del 1933 è la conseguenza necessaria dell’assurdo del 1929. Se nel 1929 le teste calde americane non avessero fatto debiti per 200 miliardi, il valore complessivo della ricchezza nazionale non sarebbe stato spinto a 362 miliardi. Oltre un certo segno i valori delle terre case ed azioni vanno su ad opera di chi fa acquisti alla leggera con denari presi a prestito, che spera di restituire senza fatica con l’ulteriore valorizzazione della cosa comprata. Perciò il vero incantesimo doveva eseguirsi prima, fra il 1921 ed il 1929, meglio subito che più tardi, quando i prezzi rimanevano in media stabili al fatidico livello che oggi nei diagrammi dei laudatores temporis acti chiamasi a scelta zero o cento. Allora sarebbe stato opportuno dare ogni tanto qualche piccola scrollatina all’ingiù ai prezzi per avvertire gli imprenditori ottimisti che non sempre tutto va bene nel migliore dei mondi possibili. Allora, quando i banchi centrali di emissione avessero sentito – cosa stanno a fare i governatori dei banchi se non intuiscono e non sentono questi fatti elementari? – che si esagerava negli investimenti a credito, sarebbe stato necessario dare qualche piccolo o grosso giro di vite ai saggi di sconto e dare ordini di severità particolarmente oculata nella selezione della carta da scontare. Allora sarebbe stato necessario lasciare andare a fondo qualche piccola o grossa banca – malefattrice o immobilizzatrice; e colla banca i rispettivi depositanti e clienti, a solenne ammonimento che le teste calde e sceme sarebbero lasciate bollire nel loro brodo, senza trovare compatimento od aiuto in nessuno. Nella guerra economica, come nella guerra vera, è pietoso colui che è inesorabile. Con severità tempestiva, con cuor duro verso i caduti, con faccia feroce verso i queruli, i debiti invece di crescere a 200 sarebbero forse rimasti a 150 miliardi e il valore della ricchezza nazionale non sarebbe salito, supponiamo, oltre a 300 miliardi. La situazione nel 1929 sarebbe stata infinitamente più sana; il ribasso dei prezzi, cominciato prima, non sarebbe poi andato tanto oltre, e, forse, nel 1933 invece di 160 miliardi di debiti contro 150 miliardi di attività, le cifre sarebbero state, rispettivamente, qualcosa come 100-120 miliardi al passivo e 200-250 all’attivo. Gli sgonfiamenti sono inevitabili e salutari. L’arte dei dirigenti sta nel contenerli entro limiti ragionevoli.

 

 

15. – Né diversa è la condotta la quale deve essere tenuta quando, nonostante gli sforzi tempestivi rivolti a frenare le ascese troppo rapide e gli indebitamenti eccessivi, il bubbone sia scoppiato, trascinando i prezzi al ribasso e minacciando di rovina, coi cattivi, i buoni imprenditori. Risoffiare i prezzi all’insù sarebbe un voler salvare buoni e cattivi insieme. Il banco centrale d’emissione, al quale tocca la responsabilità di evitare che la crisi salutare si muti in un disastro, deve “intervenire” nel modo classico tradizionale, insegnato dalla esperienza: riscontare subito, senza tergiversazioni e senza il ritardo di un secondo, “tutta” la carta buona, così da mettere in grado le banche e le casse solide di fronteggiare qualunque richiesta di rimborso, di offrire il rimborso di 1.000 a chi chiede 100, di prolungare l’orario degli sportelli dei rimborsi dalle 4 alle 8 pomeridiane; e non riscontare carta cattiva per nessuna ragione, lasciando che i depositanti prendano d’assalto le banche avariate e queste siano costrette ad abbassare gli sportelli. In pochi giorni il panico è finito; il setaccio ha fatto il suo mestiere e la piazza è pulita.

 

 

16. – Che se, per malaugurata ipotesi, la carta scontabile è poca e le immobilizzazioni sono i nove decimi del portafoglio bancario, soltanto un provvedimento di fortuna è possibile. Non resta che raccomandarsi l’anima a dio e fare il gran salto nel vuoto; rileggendo frattanto il celebre saggio di Pantaleoni sulla caduta del Credito mobiliare (in Scritti varii di economia, serie terza) e la polemica fra Cabiati e Giretti in questa rivista (primi due fascicoli del 1933).

 

 

Il salto non romperà le reni al paese, se si verificherà una condizione: che esso non incoraggi nell’avvenire nessuno a ripetere gli errori del passato. Bisogna, per parlare col linguaggio dei fatti nostrani, che nessun industriale riesca nell’avvenire a farsi aprire crediti per spese d’investimento da banche e casse ordinarie, nella fiducia che, sopravvenendo la crisi prima della liquidazione, le immobilizzazioni saranno assunte dai diversi convalescenziari ai quali si è fatto ricorso in passato. Le banche e le casse facciano il loro mestiere e non abbiano altro ricorso fuorché, nei limiti rigorosi della carta riscontabile, al banco centrale di emissione. I prestiti di investimento si ottengano esclusivamente attraverso all’I.M.I., all’I.R.I. ed agli organi tecnici da questi dipendenti, concepiti tutti come organi duraturi e non labili, operanti secondo le norme di prudenza che la esperienza consiglia per gli investimenti  a lunga scadenza. L’esperienza passata sarà stata giovevole se avrà dato luogo ad una divisione di lavoro “permanente” fra banche da una parte ed istituti di investimento lungo dall’altra; e se in avvenire i matti gli scemi ed i filibustieri, anche grossi, saranno, essi ed i loro clienti, lasciati a terra da banche e da istituti.

 

 

17. – Probabilmente i miei incantesimi, che sono quelli classici tradizionali e sono validi per tutti i paesi, tutto il mondo, in materia di errori economici, essendo paese, sono anch’essi utopistici. Ne voglio confessare candidamente il motivo. Lo stregone economico, il quale avrebbe dovuto per tempo, tra il 1921 e il 1929, esorcizzare gli ossessi dalla mania di arricchire non era un dio onniveggente. Era un misero mortale, uomo tra uomini. Come sottrarsi all’ondata di ottimismo che a tratti fa gli uomini entusiasti? Come essere di umor nero in un mondo dove tutti vedono rosa? Come resistere, poscia, al quadro delle ripercussioni sociali che la chiusura di stabilimenti male organizzati ma grandiosi potrà avere? Non bisogna chiedere agli uomini di operare oltre le umane forze. Possiamo sperare soltanto che, nonostante la storia non sia magistra vitae, l’esperienza accumulata del passato giovi a qualcosa e che almeno i guidatori delle due locomotive economiche, attività e debiti, spinte l’una contro l’altra alla velocità di 150 chilometri all’ora, sappiano qualche minuto prima applicare i freni, sicché l’urto si compia alla velocità di 50 chilometri. Dallo studio nel passato possiamo ricavare un certo moderato ottimismo. Le crisi odierne sono meno violente delle crisi del secolo XVIII e di quelle della prima metà del secolo XIX. La disoccupazione e la miseria paiono meno spaventevoli. Le crisi contemporanee colpiscono i paesi più vecchi dell’Europa occidentale meno gravemente dei paesi nuovi. Gli aspetti più gravi della crisi contemporanea non sono dovuti a fattori economici. Sono residuati della mentalità bellica e devono quindi essere curati con rimedi non economici. Senza peccare di ottimismo innocente, si può sperare, che, ove non siano frastornati dal compiere il loro dovere da forze non economiche, i governatori di banchi centrali di emissione sappiano stringere in avvenire sempre meglio e sempre più tempestivamente i freni della macchina economica mondiale, di cui essi sono i manovratori responsabili.

 



[i] Cfr. Dei metodi per arrivare alla stabilità monetaria e se si possa ancor parlare di crisi di stabilizzazione della lira nel fascicolo del maggio-giugno 1930 e Nuovi vagabondaggi intorno alla crisi in quello del luglio-agosto 1933 di «La Riforma Sociale».

[2] Sulla necessità psicologica dei “vincoli” cfr. Bardature della crisi nel fascicolo del settembre-ottobre 1932 di «La Riforma Sociale».

[3] Cfr. Trincee economiche e corporativismo nel fascicolo del novembre-dicembre 1933 di «La Riforma Sociale».

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