Decadenza inglese?

Tratto da:

Gli ideali di un economista

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 04/02/1901

Decadenza inglese?

«Corriere della Sera», 4 febbraio 1901[1]

Gli ideali di un economista, Edizioni «La Voce», Firenze, 1921, pp. 77-81

 

Nell’atto in cui, con la morte di Vittoria e l’assunzione al Trono di Edoardo VII, si chiude il più importante e forse più glorioso periodo della storia inglese, e uno nuovo se n’apre, una grande incognita si presenta a chi guarda il futuro della potenza economica e politica d’Inghilterra.

 

 

Il grido d’allarme, che un terzo di secolo fa innalzava il Jevons, ha trovato oggi nuovamente un’eco profonda ed una discussione vivissima ed interessante si prolunga su per le riviste e per i giornali per sapere se l’Inghilterra si trovi giunta al culmine della sua potenza industriale e stia per discendere la china della decadenza, oppure ancora le sia aperta dinanzi la via del progresso.

 

 

L’imperialismo è una manifestazione sterile di orgoglio da parte di un paese che vede di non poter oltre progredire, oppure è la genuina espressione di una vita esuberante che cerca di espandersi al di là dei confini della patria?

 

 

Gli argomenti non mancano a coloro i quali ritengono prossima la decadenza britannica. La concorrenza ognora più formidabile della Germania e dell’America, la perduta supremazia nelle grandi industrie del ferro e dell’acciaio e sopratutto l’incarimento progressivo del costo di estrazione del carbone, sono fenomeni i quali fanno seriamente dubitare essere giunta l’ora in che l’Inghilterra dovrà scendere alla condizione di potenza industriale di second’ordine e ritenersi paga di venire ricordata con affetto e con venerazione dalle numerose colonie anglo-sassoni fondate dai suoi figli nelle varie parti del mondo.

 

 

L’Inghilterra fu grande nel secolo nostro, in special guisa perché le ricchissime miniere di carbone e di ferro le permisero di diventare la fornitrice di manufatti per tutto il mondo e di trasportare sulla sua flotta mercantile i prodotti dei paesi più lontani. Ma oggi che in ogni luogo si scoprono nuove miniere coltivabili a bassissimo costo e che le miniere inglesi vanno esaurendosi di giorno in giorno, l’Inghilterra non potrà più mantenere l’antica posizione. A poco a poco, una dopo l’altra le innumerevoli fabbriche esuleranno dal suolo britannico, trasmigrando verso luoghi meno favoriti dai doni della natura. In Inghilterra rimarranno solo alcuni opifici di oggetti di lusso e le opulenti case dei ricchi colonizzatori del mondo: ma la vita febbrile ed intensa dell’oggi più non si vedrà.

 

 

Tale il quadro che Jevons faceva dell’Inghilterra futura; ed il quadro oscuro viene oggi nuovamente tracciato coi medesimi colori da altri indagatori pessimisti. Le nere previsioni meritano di essere discusse anche da noi, perché nessun paese potrebbe rimanere insensibile dinanzi ad un fatto che muterebbe la carta industriale dell’Europa e, spostando le sedi della ricchezza economica, sposterebbe necessariamente altresì le sedi della potenza militare e politica.

 

 

È perciò che noi crediamo opportuno riassumere in breve gli argomenti, coi quali uno dei più illustri economisti e statisti inglesi, sir Robert Giffen, nell’ultimo fascicolo dell’Economic Journal ha voluto fieramente opporsi alla tendenza pessimista che vuole intravedere nel futuro un’Inghilterra decaduta ed impotente.

 

 

La prosperità inglese, egli afferma, non è un fatto, il quale sia destinato a cessare collo scomparire di una o due delle condizioni che l’hanno resa possibile nel passato. Essa è andata crescendo continuamente nei due ultimi secoli e la rapidità del suo incremento è divenuta ognora maggiore. Le cause occasionali e momentanee di questa grandezza economica, possono essere state tali che il tempo può farle scomparire … Così scomparve l’industria della lana che un giorno formava la gloria della nazione; e si alternarono con vicende or prospere or avverse, le manifatture del cotone, del ferro, del carbone, della costruzione di navi. La colonizzazione dell’America e dell’Australia, ed ora quella del Sud Africa, i progressi commerciali dell’India e persino la guerra franco tedesca contribuirono a crescere la ricchezza nazionale.

 

 

Ma, se queste condizioni esterne e parziali potranno forse nel futuro far difetto, non scompariranno giammai – è da sperare – quelle condizioni fondamentali su cui poggia la vera grandezza dell’Inghilterra: vogliamo dire le qualità ingenite ed acquisite della popolazione e la grande copia di capitale accumulato.

 

 

Non c’è nessun motivo per credere che la popolazione inglese vada degenerando e che il capitale cessi di cumularsi in masse prodigiose ed atte a sopportare i crudi colpi della concorrenza estera e della scomparsa di taluni speciali industrie, come quella del ferro e del carbone.

 

 

La generazione presente è altrettanto e forse più vigorosa di quelle passate, e se la ricchezza già acquisita ne ha scemata alquanto l’antica rabbiosa smania di elevarsi con energia incessante, pure non sembra che i figli siano meno dei loro padri disposti a cercar nuove vie all’impiego dei capitali e delle intelligenze.

 

 

La concorrenza estera medesima divenendo più accanita stimola continuamente gli imprenditori ed impedisce loro di addormentarsi sugli allori conquistati. Il rivale straniero, arricchendo se stesso, giova contemporaneamente all’industria inglese. I suoi clienti, comprando a minor prezzo, possono ottenere un risparmio che altrimenti non avrebbero avuto e possono impiegarlo in compre addizionali. Da tempo immemorabile in tutte le epoche in cui la prosperità dell’Inghilterra più velocemente cresceva, si udirono lagnanze incessanti contro i concorrenti esteri e previsioni continue di disastri e di ruine. Il fatto che coteste previsioni non si verificarono mai nella realtà, è arra che anche nel futuro si può far a fidanza sulle qualità preziose di energia e di intraprendenza del popolo inglese per superare quelle crisi che ai padri non ostacolarono il cammino sulla via del progresso.

 

 

Nemmeno crede il Giffen che si debba far gran conto della innegabile decadenza nelle industrie del ferro e del carbone. Se la produzione del ferro e del carbone fosse il solo fondamento della prosperità del paese, certamente si dovrebbe essere allarmati. Ma ciò è vero? Non ha forse la nazione progredito e non continua forse a progredire in mirabil guisa, malgrado che essa debba provvedersi all’estero di quasi tutte le materie greggie, e delle derrate alimentari? Nel mondo moderno la diminuzione dei prezzi di trasporto fa sì che fitta popolazione possa prosperare e numerose fabbriche possano essere esercitate in luoghi diversi da quelli ove si producono le materie greggie e gli alimenti. Quanto al carbone, i sistemi perfezionati nell’utilizzarlo, lo rendono sempre meno necessario ad una nazione manifatturiera. Una volta era necessario consumare 50 lire di carbone per produrre oggetti del valore di L. 100 che si vendevano a 105. In quelle condizioni una differenza del 10 per cento nel costo di produzione del carbone a vantaggio di un concorrente estero avrebbe avuto un’importanza grandissima, assorbendo l’intiero profitto dell’impresa. Grazie alle invenzioni moderne, 50 lire di carbone bastano ora per produrre 1.000 lire di manufatti. Una differenza del 10 per cento nel prezzo del prodotto assorbirebbe solo un decimo del profitto e potrebbe essere sopportato con facilità.

 

 

È uno sbaglio perciò credere che una industria specifica sia necessaria ad una nazione che ha una grande varietà nella popolazione, nelle industrie e nei commerci e possiede un grande capitale. Non c’è nessuna industria che sia veramente indispensabile alla vita di un paese. La società deve seguire i tempi e mutare continuamente, cosicché l’industria «indispensabile» di un periodo può scendere senza danno ad un grado affatto secondario di importanza e forse scomparire del tutto, lasciando il luogo ad altre industrie «indispensabili». Forse l’Inghilterra di domani sarà molto diversa dall’Inghilterra del ieri, ma non sarà perciò meno ricca e potente.

 

 



[1] Con il titolo L’egemonia inglese. [ndr]

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