Dei neo rifugiati

Tratto da:

L’Italia e il secondo risorgimento

Data di pubblicazione: 23/12/1944

Dei neo rifugiati

«L’Italia e il secondo Risorgimento», 23 dicembre 1944

 

 

 

Hanno preso ad arrivare da qualche tempo. Hanno cominciato ad attraversare la frontiera soltanto dopo che la Linea Gotica fu sfondata, ma naturalmente le ragioni che essi danno alla loro tempestiva decisione non parlano di questo: parlano solo di pericoli terribili che li minacciavano nell’Italia delle S.S. e delle G.N.R., di arresti scampati per miracolo… A sentirli, i mesi trascorsi (e gli affari conclusi) dal settembre 1943 ad oggi non hanno servito loro che a meritarsi in rischi eroici una rinnovata verginità. Io non sono un sanguinario. Mi impediscono di esserlo ragioni ereditarie e motivi di elezione.

 

 

E oltre che pericolosa trovo vagamente ridicola la facilità con la quale sento tanti miei simili reclamare soppressioni e messe al muro con una piccola aria di decisione fredda e naturale, come se a ognuno di questi ottimi padri, seri lavoratori, onesti civili circolasse nelle vene il sangue di cinque o sei generazioni di Polizia Segreta. Ma la trovo ridicola anche perché non sono certo di quante mani – fra tutte queste che fanno pollice verso con tanta feroce disinvoltura – saprebbero semplicemente rifiutare la mano di varie loro vittime teoriche. Perché queste ultime furono mani illustri e distributrici di favori nel passato, e per l’avvenire non si sa mai…

 

 

O semplicemente perché è difficile e imbarazzante respingere una mano che ci è tesa. Ora, la Giustizia non è di competenza privata. Lo è invece qualche cosa di meno augusto, di meno solenne, di meno inebriante della Giustizia, ma di non meno necessario alla vita civile: qualche cosa di molto più modesto, ma di non meno essenziale, che si chiama il carattere.

 

 

È il carattere il primo dovere di ognuno verso quel Costume la cui riforma – se non pur addirittura la creazione – è la fondamentale esigenza della vita italiana di domani. Voi che dimostrate tanta affrettata intransigenza nell’insanguinare muri immaginari, siete sicuri del funzionamento di questa intransigenza in quei casi e in quei gesti di ordinaria amministrazione nei quali il carattere è e sarà incessantemente chiamato in causa, in quella che vogliamo sia la vita quotidiana unitariamente vissuta dall’uomo e dal cittadino? A ciascuno il suo, la Giustizia ai giudici, a noi questa più intima responsabilità.

 

 

Preoccupiamoci di essa innanzi tutto, e cominciamo a mostrarlo nelle prove che la vita di ogni giorno può riservarci anche oggi; per esempio in questa, di un incontro fortuito sulle passeggiate in riva ai laghi svizzeri.

 

 

Costoro dei quali parliamo arrivano tra noi con una fama dubbia intorno ai loro nomi e alle loro azioni. Dico «dubbia», e questa parola potrà essere considerata da molti troppo benevola: ma per chi invece finalmente vuol tornare a valutare le parole secondo il peso che può dar loro un dato argomento, in un argomento così tremendamente grave questa parola ha un suono ben grave. Costoro arrivano tra noi, desiderosi naturalmente di unirsi a noi, di confondersi tra noi. Decliniamo questo onore recisamente.

 

 

Che essi non trovino – in attesa della Giustizia che deve un giorno pesare sulla sua bilancia le loro azioni e le loro scuse – che essi non trovino presso di noi ad accoglierli ancora la scettica leggerezza di quell’istinto di comodità che tanta parte ebbe nelle sciagure del nostro Paese, di quello spirito che sfuggiva alla voce della coscienza nella solidarietà d’ambiente o negli opportunismi e machiavellismi spiccioli della piccola «Real Politik» privata.

 

 

A ben pochi di noi un passato totalmente libero di errori dà il diritto di atteggiarsi a Catoni e Draconi: ma tutti noi abbiamo il dovere di agire finalmente secondo una coscienza del bene e del male nei piccoli atti della nostra esistenza quotidiana di uomini e di cittadini: contro le tentazioni dell’opportunismo, o anche soltanto dell’abitudine e della comodità. Perché dobbiamo aver compreso finalmente che la grande disgrazia della Nazione è in gran parte la cambiale firmata col rifiuto di milioni e milioni di piccoli sforzi, la risultante di milioni e milioni di minuti di debolezza o di pigrizia; e che non vi potrà dunque essere ricostruzione reale senza la costante umile volontà di servire l’igiene profonda della Nazione con l’igiene quotidiana dei nostri caratteri. E dei nostri rapporti.

 

 

Questa nostra severità verso costoro non esprimerà dunque presunzione, ma volontà di riforma o di disciplina interiore. E sarà con essa che compiremo in questa circostanza il vero nostro dovere. Sento protestare, ribellarsi e inveire tutti i nostri Fouquier Thinville in doppio petto e tutte le nostre Caterine de’ Medici in gonna corta. Ma continuerò a ritenere che occorre più forza di carattere per agire semplicemente come queste righe chiedono si agisca, che per sopprimere senza processo alcune dozzine di individui al giorno a parole.

Torna su