Dei tipi di finanza e dell’invidia dei contribuenti nell’antica Grecia
Tipologia : Paragrafi/Articoli
Data pubblicazione : 01/03/1937

Dei tipi di finanza e dell’invidia dei contribuenti nell’antica Grecia

«Rivista di storia economica», marzo 1937, pp. 55-57

 

 

 

Athanese I. Sbarounis. – Andreades, fondateur de la Science des finances en Grece. Preface de K. Varvaressos. Paris, Librairie du Recueil Sirey, 1936. Un vol. in ottavo di pagg. ottava – 294. S. i. p.

 

 

Adorno di un ritratto di Andreades e presentato dal professore Varvaressos, il volume dello Sbarounis, direttore generale delle imposte nel ministero delle finanze della Grecia, vuole essere un riassunto fedele e devoto dell’opera scientifica dell’uomo, il quale fu nel secolo presente il cultore più noto più fecondo e più benemerito della scienza economica in Grecia. Nato a Corfù il 12 dicembre 1876, morto in Atene il 29 maggio 1935, studiò in Francia ed in Inghilterra, si addottorò a Parigi, divenne aggregato nel 1902 all’università di Atene ed ordinario nel 1906; fu delegato greco a conferenze internazionali, alla assemblea della Società delle nazioni; partecipò a congressi statistici ed economici; ebbe commercio epistolare con studiosi in tutte le parti del mondo.

 

 

La bibliografia delle opere da lui scritte (nel presente volume: primo, pubblicazioni economiche, pagg. 267 – 282; secondo, pubblicazioni diverse pagg. 283 – 288; terzo, articoli di giornali, indicazione sommaria, pag. 289), dalla Storia della Banca d’Inghilterra del 1904 (in francese, tradotta in inglese ed in giapponese) va ai corsi universitari di finanza, al volume della collezione Carnegie sugli Effetti economici e sociali della guerra in Grecia (1832) ed a quelli su Filippo Snowden (1930), e sulle «finanze dell’impero giapponese e la loro evoluzione» (1932). Il nome dell’Andreades rimarrà però raccomandato sovratutto agli scritti fondamentali sulla storia delle finanze greche.

 

 

Numerosissimi i saggi di riviste, i cui titoli si leggono per disteso, con le opportune notazioni, nel volume dello Sbarounis; oltre alle opere capitali: Dell’amministrazione finanziaria delle isole Jonie sotto la dominazione veneta (in greco), 2 vol. Atene 1914; Storia delle finanze pubbliche greche dai tempi eroici fino alla costituzione del regno di Grecia (in greco), primo vol, Atene, 1918; Prestiti pubblici e finanze pubbliche greche (1821 – 93, 1894 – 914, 1912 – 25), terzo vol. Atene, 1925 a 1927; Storia delle finanze pubbliche greche (in greco), tomo A: Dai tempi eroici fino ai tempi greco – macedoni, Atene 1928 (tradotto in tedesco e in inglese); tomo B: I tempi greco – macedoni, Le finanze di Alessandro il grande, Atene, 1930; Appendice: Le finanze di Dionigi di Siracusa, Atene 1931; Lo sviluppo economico dell’impero bizantino (in inglese), Londra, 1936 in stampa. Ad orientare il lettore nella produzione storica di Andreades soccorre egregiamente lo Sbarounis, il quale riassume i risultati principali delle indagini del maestro sia che essi si trovino già sistemati nei volumi definitivi o siano ancora disseminati nei numerosi saggi di rivista e di raccolte accademiche. È difficile dire in quale dei diversi periodi storici l’Andreades abbia scavato più a fondo.

 

 

Forse per noi italiani interessano maggiormente i due volumi sulle finanze delle isole Jonie, per le quali, trascorrendo a volta a volta dalla speranza alla gioia dinnanzi ai frammentari documenti scoperti in loco, l’Andreades giunse alla certezza tranquilla di potere concludere qualcosa solo quando, si vide dinnanzi la miniera vergine inesauribile dell’archivio dei Frari di Venezia. Ma forse l’Andreades diede l’apporto più originale suo, quando studiò la finanza classica; originale perché, senza innovare sulla sistematica delle Economiche attribuite ad Aristotele, ne arricchì il contenuto.

 

 

Lo pseudo – Aristotele aveva distinto tre tipi di economia: regia, satrapica e politica. Andreades vi aggiunge i due tipi dell’economia tirannica e di quella sacra. L’economia regia del tempo delle riforme di Dario era fondata sull’esenzione dei persiani dal tributo e sul pagamento di un’imposta a contingente, detta «taghè», per ogni satrapia, applicata con criteri diversi da regione a regione; l’economia satrapica, destinata a far fronte al versamento della taghè al re ed alle spese locali, era fondata sul reddito del demanio pubblico, sull’imposta fondiaria, sull’imposta sui greggi, sulle dogane di mare e di terra e sui dazi di minuta vendita; dell’economia politica o delle città libere greche, le caratteristiche erano: assenza di imposte dirette ordinarie sui cittadini; donazioni – liturgie ed epidoseis – ordinarie e straordinarie, per cui i cittadini spontaneamente offrivano od erano indotti ad offrire di assoggettarsi a spese, le quali avrebbero dovuto essere sostenute altrimenti dalla città; dogane a bassa tariffa e senza carattere protezionistico, diritti di mercato, diritti sulla vendita all’incanto e sui trapassi di immobili; confische; prestiti pubblici, del resto rari; falsa monetazione, raramente usata ; – l’economia sacra o dei santuari, fondata sulle donazioni e sulla decima dei bottini di guerra, consentiva la formazione di tesori, grazie a cui i santuari divennero i banchieri del mondo ellenico.

 

 

Andreades, che per primo rilevò le caratteristiche dell’economia tirannica, osservò, rispetto alla spesa, che il tiranno deve:

 

 

1)    mantenere una guardia numerosa e devota;

 

2)    condurre guerre frequenti per distogliere l’attenzione del popolo dalle cose interne, fargli sentire il bisogno di un capo autoritario e rafforzare la propria posizione con lo splendore della vittoria;

 

3)    costruire templi per conservare lo spirito teocratico, fortezze per dare sicurezza, monumenti artistici per rialzare il proprio prestigio, ed in genere lavori pubblici per dar lavoro al popolo e trattenerlo dalle cospirazioni e dalle rivolte;

 

4)    spendere assai per sé e per la corte, essendo i tiranni alieni dalla frugalità ed ansiosi di accumulare tesori per il giorno in cui fossero cacciati dalla città.

 

 

Per far fronte a tanta spesa, le entrate proprie dei tiranni erano:

 

 

1)    le confische, le quali avevano anche lo scopo di abbattere gli avversari politici e di compiacere alla folla, sempre invidiosa dei grandi;

 

2)    le imposte, più simili a quelle dei satrapi che delle città;

 

3)    le esazioni arbitrarie, fra le quali notabile la falsificazione delle monete.

 

 

Attraverso a grandi difficoltà di interpretazione delle fonti, l’Andreades studiò sovratutto, come tipico esempio della finanza tirannica perfezionata dal contatto con la finanza della città e già preludente al tipo greco – macedone, i sistemi finanziari di Dionigi di Siracusa, mettendone in rilievo le circostanze che ne determinarono le peculiarità, tra cui principalissima l’essere Siracusa diventata al tempo di Dionigi la prima città del mondo, capitale di un grande impero e perciò bisognosa di proventi pubblici insolitamente grandiosi in confronto alle città viventi di vita puramente municipale.

 

 

Se la finanza «tirannica» giungeva ad altezze grandi, non meno complessa si faceva la finanza «politica» nelle città a reggimento democratico, quando la città diventava egemonica. Caratteristico l’uso larghissimo delle «donazioni» all’erario pubblico in Atene quando la politica dei lavori pubblici, giunta al fastigio nell’epoca di Pericle, e la partecipazione di tutti i cittadini al governo della cosa pubblica crebbero le spese della città, sia per elevare i monumenti dell’arte, i cui resti sono oggi l’ammirazione del mondo, sia per rimunerare i cittadini che intervenivano alle assemblee.

 

 

Il peso delle «liturgie» a poco a poco cresce; ed esse da volontarie diventano obbligatorie. Nasce l’istituto dell’«antidosi», originalissimo strumento di livellamento delle fortune private: La persona designata alla liturgia, ossia designata a pagare una determinata spesa pubblica, aveva diritto di indicare un’altra persona se riteneva che questa fosse meglio in grado di sopportare il gravame dell’opera pubblica da compiere o della festa da solennizzare. Se la sua pretesa era riconosciuta esatta, egli andava esente dalla liturgia. In una prima fase storica se il secondo designato rifiutava di sostenere la liturgia, il primo aveva il diritto di entrare in possesso del patrimonio del ricusante, cedendo il proprio; ma doveva sottostare alla liturgia. In seguito, il secondo designato ebbe la scelta fra il diritto di cedere, insieme con l’obbligo della liturgia, il proprio patrimonio al primo, entrando egli in possesso della fortuna di questi; far risolvere la questione dei giudici.

 

 

L’antidosi precorreva e perfezionava il metodo del contingente, con cui si volle nei secoli scorsi e da taluno si vorrebbe nuovamente oggi che la amministrazione statale attribuisse ai cittadini l’ufficio di ripartirsi l’un l’altro l’onere delle imposte. Ma, come il contingente, allorquando non naufraga nella solidarietà dei contribuenti contro lo stato, eccita le sopraffazioni degli astuti nell’uso delle assemblee od organizzazioni dei gruppi dei contribuenti a danno degli incapaci od impotenti a far sentire la propria voce, così l’antidosi eccitava l’invidia contro i ricchi e l’arbitrio dei tribunali demagogici, e, crescendo la discordia cittadina, fece apparire tollerabile la perdita della libertà e l’asservimento ai macedoni ed ai romani.

Torna su