Del dazio sulle farine e di altri dazi

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 28/12/1922

Del dazio sulle farine e di altri dazi

«Corriere della Sera», 28 dicembre 1922

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 1009-1012

 

 

 

La questione del dazio sulle farine continua ad interessare. Spigolo perciò qualche dato interessante nelle lettere ricevute.

 

 

La meno interessante è una lettera infuriata dal presidente dell’associazione granaria, il quale non vuole che il ministro De Stefani faccia commenti sugli appetiti dei mugnai ed afferma che

 

 

se essi sono insorti, la ragione delle proteste non è da ricercarsi nel taglio dei viveri protezionisti, ma per il fatto di carattere essenzialmente morale che in un comunicato ufficioso, accolto come vangelo dal sen. Einaudi, si tentava demagogicamente di far credere a fantasiosi lucri perpetrati a danno dei consumatori da una classe di industriali che può ben vantarsi di sapere vivere della propria capacità e correttezza.

 

 

E dopo queste sue affermazioni il presidente conclude «di non dovere dimostrare al sen. Einaudi quali siano le ragioni che determinano il corso delle azioni dei mulini».

 

 

Male, malissimo. Io non credo di essere un demagogo; né lo è il ministro delle finanze, dalla cui bocca ho sentito l’augurio che gli industriali guadagnassero molto, ché quanto più essi guadagnano, tanto meglio vanno le cose per la finanza. Purché, s’intende, i guadagni non siano fatti a spese della collettività. I mugnai hanno interesse grandissimo a dimostrare che il rialzo dei corsi delle azioni molitorie – mi dicono che talune siano passate da 300 a 900 – non fu dovuto al dazio; ma alla capacità dei dirigenti a comprare, a vendere, a lavorar bene, a ridurre i costi ed i prezzi in confronto della concorrenza estera. Se l’aumento fu dovuto a queste cause, tutti dobbiamo rallegrarcene, perché esso coincide con un aumento nella ricchezza nazionale; se esso fosse dovuto o per la parte per cui fosse dovuto ai dazi, esso sarebbe solo l’indice di una ingiusta trasposizione di ricchezza da classi consumatrici a classi speculative.

 

 

Che qualche parte il dazio l’abbia nei guadagni dei mulini, lo dedurrei dal seguente brano di una lettera ricevuta dai dirigenti di un importante pastificio:

 

 

Come Ella vedrà dall’accluso telegramma – ed il telegramma allegato non lascia dubbio sulla esattezza dell’affermazione – la semola importata, molto ma molto migliore del prodotto indigeno, perché più accurata nella lavorazione e conseguentemente più pulita e più asciutta, viene offerta a dollari 8,10 ed anche forse a soli dollari 8 cif Genova in doppio sacco, il che significa avere 2 lire di vantaggio. Calcolando il dollaro al cambio di 19,70 avremo una quotazione di lire 157,60 alla quale andranno aggiunte tutte le spese di trasbordo, trasporto ecc., che vogliamo ammettere in complessive lire 5 per quintale e così in totale lire 162,60 franco stazione Genova. Ebbene la società X in base al suo listino dei primi dicembre ha voluto da noi lire 182 al quintale posta vagone Genova.

 

 

Il pastificio scrivente spiega il divario notando che le semole di grano duro erano protette con un dazio di lire-oro 15,50 al quintale; ed afferma che analogo divario esisteva tra farine estere e nazionali.

 

 

Perché la pasta riesca buona deve essere fabbricata con prodotti di grano duro (semole, semolette, ecc.) e fu appunto perché fin dall’inizio per questa industria vennero adoperati i grani duri dell’Italia meridionale, Sicilia e Sardegna che il prodotto si affermò nella sua superiorità e tale si è sempre mantenuto. Invece col rincarimento delle semole noi della pastificazione ci troviamo obbligati a fabbricare la pasta con prodotti di grano tenero, pasta che non ha né può avere le qualità organiche ed analitiche volute e conseguentemente di nessun rendimento in cottura, di sapore diverso ed inferiore alla concorrenza estera.

 

 

Il pastificio scrivente si lagna di una delle conseguenze più comuni delle tariffe protezionistiche: per fare il vantaggio di una data industria, se ne danneggiano altre, forse più importanti. Nel caso presente, l’industria della pastificazione era una delle più promettenti industrie esportatrici. Esportava fino a 600.000 quintali di paste all’anno, rendendo famoso in tutto il mondo il nome dei nostri «maccaroni». Oggi l’industria langue per l’alto prezzo artificiale delle semole, e per i fastidi di un decreto dell’11 settembre 1921, il quale pone ostacoli burocratici alla temporanea importazione del frumento per pastificazione, ostacoli insormontabili per tutti i pastifici che non abbiano a loro disposizione un mulino.

 

 

La questione merita di essere trattata a fondo, allo scopo di mettere in giusto rapporto il dazio sulle farine e sulle semole con la sospensione del dazio sul frumento. Il dazio sulle farine fu già ridotto dall’on. De Stefani a lire-oro 4; ma dovrebbe, a rifletterci meglio, essere ridotto a lire-oro 1,50. Infatti delle 11,50 lire-oro prima vigenti, ben 10 sono il compenso delle lire 7,50 di dazio sul frumento. Sospeso questo, debbono cadere le 10 lire corrispondenti; ossia il dazio ridursi a lire 1,50. Nella stessa proporzione dovrebbe essere ridotto il dazio sulle semole, il quale sembra incida ancor più severamente sulle industrie consumatrici, sull’esportazione e sui consumatori diretti.

 

 

Questo dei rapporti fra dazio sulle materie prime e sui prodotti finiti è uno dei punti su cui l’attenzione dei ministri De Stefani e Rossi più utilmente potrà rivolgersi. Nel fascicolo, or ora uscito, della «Riforma sociale» di Torino, vi è un primo saggio, dovuto al dr. Repaci, della attività del gruppo libero-scambista. È tutta una documentazione, proveniente dai pratici interessati, delle enormità incredibili della nuova tariffa doganale. Cito, fra l’altro, le seguenti cifre relative ai dazi che furono concessi all’industria meccanica principalmente per indennizzarla dell’aumento di costo subito in conseguenza dei dazi sulle materie prime:

 

 

1° Motore a gas povero di circa 30 cavalli: dazio sulle materie prime lire 5,85; id. sul prodotto finito lire 60. Protezione netta lire-oro 54,15, che col cambio a 400 ed il prezzo di lire 700 il quintale è pari al 31% del valore.

 

 

2° Pressa idraulica semplice in ghisa, da 30 quintali: dazio sulle materie prime lire 6,32; id. sul prodotto finito lire 44. Protezione netta lire-oro 37,68. Col prezzo a 280 il quintale e il cambio a 400 la protezione è del 53 per cento.

 

 

3° Fresatrice: dazio sulle materie prime lire 7; id. sul prodotto finito lire 60. Protezione netta lire 53.

 

 

4° Penne da scrivere: dazio sulle materie prime lire 37,50; id. sul prodotto finito lire 300. Protezione netta lire 262,50.

 

 

E potrei continuare; la protezione netta, dedotti i dazi pagati sulle materie prime, è sempre, a prima vista, enorme, e tale da crescere oltremisura i prezzi per i consumatori. Eppure, nella stessa rivista, un competente, l’ing. Rodanò, dimostra che tutte queste fantastiche protezioni non giovano all’industria meccanica; ma servono soltanto a quella siderurgica che può imporre le sue materie prime a quella che le deve elaborare. Si è creato un castello artificioso, il quale non può neppure essere giustificato dal punto di vista protezionistico. Occorre rivederlo, ed a fondo.

 

 

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