Del modo di scrivere la storia del dogma economico

Tratto da:

Saggi

La Riforma Sociale

Data di pubblicazione: 01/03/1932

Del modo di scrivere la storia del dogma economico

«La Riforma Sociale», marzo-aprile 1932, pp. 207-219

Saggi, La Riforma Sociale, Torino, 1933, parte II,pp. 441-454

Giulio Capodaglio, Breve storia dell’economia. Le fonti, Giuffrè, Milano, 1979, pp. 19-23

 

 

 

 

Roberto Michels: Introduzione alla storia delle dottrine economiche politiche, con un saggio sulla economia classica italiana e la sua influenza sulla scienza economica. (Un vol. in-16° di pag. XIII-310. Bologna, Nicola Zanichelli, 1932. Prezzo L. 15).

 

 

1. – Il libro del Michels è composto di monografie separatamente venute alla luce in riviste e raccolte e qui assai ampliate e rimaneggiate, di cui il filo conduttore sta nel chiarire il contributo dato dagli italiani al progresso della scienza economica. Cucite con questo filo, quante notizie e quanta curiosità! Anche a chi non ha pazienza, come non l’ha mai lo scrivente, di riassumere compiutamente il libro, vien voglia di riportare almeno il titolo di qualcuno dei tanti problemi intorno a cui il Michels si affanna. Chi ha detto, tra gli economisti, che lo stato non deve fare se non ciò che non possono fare i privati? Chi ha soggiunto che lo stato non è buono a fare molte cose che i privati fanno? Chi sostenne che il tutto, ossia lo stato, vien prima della parte, che è l’individuo? La storia delle dottrine deve essere trattata orizzontalmente: storia delle teorie del valore, del prezzo, della popolazione, ecc., senza impacciarsi delle divisioni territoriali; ovvero verticalmente, in Italia, in Germania, in Spagna? Come si classificano, nel fare la storia, quelle teorie: in ottimiste, pessimiste, miste? ovvero liberiste, protezioniste, socialiste? ovvero positive o negative rispetto alle funzioni dello stato? La storia della scienza deve essere una storia di verità, ovvero anche di errori? Influirono gli scrittori italiani sulla formazione della dottrina estera e viceversa? Gli italiani conobbero e conoscono e in che misura la dottrina estera e gli stranieri contraccambiarono e contraccambiano? Chi, tra gli italiani, espose la tesi del primato italiano e chi la oppugnò? Scrissero più di storia economica italiana gli stranieri o gli italiani di storia straniera? L’analisi della bilancia del dare e dell’avere internazionale non era già stata fatta nel secolo XVIII da economisti italiani e principalmente dal Carli?

 

 

2. – Il libro formicola di simiglianti quesiti solleticanti per il palato dei ghiottoni di ricerche erudite; ed ognuno di essi è illustrato dal Michels con richiami di detti ed opinioni di autori noti ed ignoti, con citazioni tratte da libri comuni e da libri mai visti, scelti nelle più varie letterature. Si ha l’impressione che Michels non abbia mai fatto altro che leggere in vita sua ed appuntar su schede; sicché poi quando vuoi scrivere non ha che da tirar fuori le schede, ordinarle per soggetti e per capitoli e con calma dettare; ed ecco il libro o l’articolo fatto. [Tra parentesi: dove trova Michels tempo a dettare ed a viaggiare, così da essere divenuto forse lo studioso personalmente più noto, fra quanti hanno rinomanza internazionale, a studiosi ed a studenti delle più varie parti del mondo?] Prendasi, a cagion d’esempio, il problema del primato degli italiani nelle scienze economiche: tra i sostenitori son ricordati Galiani, Gioia, Mugnai, Bianchini, Gioberti, Mancini, e, con riserve, Romagnosi e Fuoco; tra gli oppugnatori: Cantù, Ferrara, e con riserve, Lampertico. Per ognuno di costoro si citano e confrontano brani di scritti diversi, opinioni altrui discusse o confutate. Che autori leggevano gli uomini del «Cenacolo», del «Caffè»; quali economisti francesi, inglesi o spagnuoli avevano studiato e tradotto Galiani, Genovesi; quali libri fecero tradurre i governi italiani del periodo illuministico? La conclusione che, essendo anche il libro del Michels fornito di un buon indice di nomi [gli economisti italiani, i quali spesso fanno pessimi indici sommari e punti indici alfabetici, dovrebbero assuefarsi all’idea della necessità assoluta di inserire alla fine per lo meno un indice dei nomi citati, se non vogliono costringere il lettore a fare sforzi acrobatici di memoria e di sfogliamento di pagine, per utilizzare, dopo letti, i loro libri. Quanto, ad es., minore è il sussidio fornito dal Ricca Salerno con la Storia delle dottrine finanziarie, pur così nutrita di sapiente erudizione, in confronto al Cossa dell’Introduzione? Ma il Cossa ha l’indice dei nomi, a cui Ricca Salerno non pensò], io l’ho collocato tra i libri che tengo a primo tiro di mano, tra i Dizionari di Guillaumin, di Palgrave e del Rezasco, l’Introduzione e la bibliografia del Cossa, quella del Mac Culloch e simili, per ricordare nomi, date, dottrine, titoli di libri atti a sfuggire di mente a chi non avendo mai avuto l’abitudine di far schede, deve ricorrere all’aiuto altrui a rincalzo della memoria.

 

 

3. – A primo aspetto non si vede perché Michels abbia scelto per il suo libro il titolo di Introduzione alla storia delle dottrine economiche, il quale va a pennello al libro così ordinato e sistematico del Cossa e pare, a prima giunta, un po’ disadatto agli eleganti eruditi vagabondaggi di Michels attraverso i fioriti campi della scienza. A ripensarci su, il titolo sta bene: poiché raffigura quasi il salotto di ricevimento dove la padrona di casa presenta i famigliari e gli amici e con conversazione arguta prepara nuove e tenaci amicizie che poi saranno col tempo rinsaldate.

 

 

Come, a leggere il libro di Michels, devono improvvisamente, ai laici desiderosi di inoltrarsi nello studio, apparire venerande dottrine e controversie che ai loro occhi erano pur ieri comparse in veste di nuovissime! Questo è davvero un servigio grande che il Michels ha reso  alla nostra scienza: di ammonire, proprio lui fornito di uno spirito così amante del nuovo, storico ed estimatore dei più vari contrastanti movimenti sociali che nel nostro paese si sono succeduti, le giovani impazienti generazioni che l’Italia in possesso di un patrimonio di pensieri e di dibattiti preziosissimo, il quale da secoli si rinnova, dando e ricevendo, al contatto del pensiero internazionale.

 

 

4. – Quanto alla sostanza dei problemi discussi, non è meraviglia che io sia non di rado d’opinione differente da quella dell’autore.

 

 

Sul quesito essenzialissimo – scelto a caso, tra i tanti, ad esempio dei molti punti di discussione suggeriti dall’autore – posto dal Pantaleoni e che il Pantaleoni aveva ricordato essere stato già risoluto affermativamente, nel Cours, da J.B. Say: deve la storia della scienza economica occuparsi soltanto delle origini e successiva elaborazione dei principi ora riconosciuti veri? io, nonostante i nove dubbi manifestati dal Michels:

 

 

  • non esiste nella scienza nulla di assoluto [Pareto; ma ciò non vieta che la verità sorpassata si capisca meglio o soltanto se inquadrata nella storia della verità più vera o più ampia d’oggi];

 

  • chi presume di avere conquistata la verità cessa di pensare [come se lo studio della fatica durata a passare dalle formulazioni rozze di un tempo a quelle più perfette d’oggi non sia invece di sprone a perfezionamenti ulteriori;

 

  • il vincolo di studiare solo teorie vere conduce al preconcetto scientifico; e lo studio degli errori vale ad evitare errori nascenti dalle medesime cause che tuttodì si ripetono [nessuno nega l’utilità pratica dello studio degli errori, specie ad ammaestramento di coloro che non si occupano di scienza. Ma la storia delle dottrine non è fatta per gli uomini d’azione, sibbene per studiosi, i quali devono soddisfare alla esigenza minima di avere la mente addestrata, appunto dall’apprendimento del vero, a non lasciarsi impressionare dalle circostanze o dagli interessi favorevoli al ripetersi delle antiche superstizioni e dei vecchi errori. Chi per es., oggi, nella controversia protezionistica, si lasciasse impressionare da argomenti stupidi come sono quelli dell’inondazione od invasione di merci estere o dell’oro che se ne va o del lavoro agli operai o della reciprocità, darebbe prova palmare di non essere uno studioso, e perché curarsi di lui in un libro di storia di scienza scritto per gli studiosi d’oggi? Oggi, in tema di protezione doganale, si discute intorno a punti più fini, che trovano degno posto nella storia delle verità e della loro formazione. Quanto alla paura del “preconcetto di scuola”, è priva di significato. Se un teorema, nei limiti delle sue premesse, è riconosciuto vero, non è un preconcetto. Scuola o non scuola, è un teorema per tutti coloro i quali lo capiscono];

 

  • la storia è integrale e deve narrare il sacco di Roma, la notte di san Bartolomeo o la guerra dei trent’anni, ancorché si tratti di accadimenti cattivi e funesti. Certo non occorre dare alle teorie sbagliate peso più grande di quello assegnato a quelle vere; ma nemmeno lasciarle nell’ombre [si discute di storia delle dottrine e la discussione viene spostata alla storia dei fatti economici. La paura che l’oro se ne vada via è un fatto e chi voglia narrare la storia della legislazione commerciale passata, presente ed ahimè! futura, non può astrarre da tal paura. Ma lo storico di dottrine non fa l’altro mestiere di storico della legislazione o dei trattati di commercio o dell’economia in generale. Bisogna evitare la confusione delle lingue];

 

  • una teoria può essere vera in determinate circostanze storiche e poi diventare falsa. Così lo stesso Michels ha dimostrato che la teoria, detta marxiana, della miseria crescente era vera nell’epoca iniziale del capitalismo e divenne falsa o mutò in seguito. [Nuovo caso di mutatio elenchi. Che cosa ha da fare la teoria “storica” della miseria crescente con la storia della teoria economica? Certi storici, per accidente economisti, si persuasero che date condizioni storiche conducevano all’immiserimento dei popoli. Non giudico della perspicacia di quegli storici, la quale, al vederne ripetute oggi le medesime lugubri profezie in circostanze simili, mi pare mediocrissima. Nego si trattasse di teoria o profezia spettante alla scienza economica. Questa non si impacciò mai, come tale, di profezie di tal fatta; o se se ne impacciò, come fecero Sismondi e tanti altri, diede prova di non sapere porre esattamente le premesse del problema astratto che in teoria si doveva discutere e fu agevolmente confutata da Say e Ricardo. Quella disputa è per fermo interessantissima anche dal punto di vista della storia della scienza; allo scopo tuttavia non di esporre le vicende o le forme degli errori, ma le vie della scoperta della verità];

 

  • il domani è impenetrabile; l’utopia dell’oggi può essere la verità del domani, come l’utopia del ieri può essere diventata la realtà contemporanea odierna. [I due esempi di “utopie” d’un tempo, divenute verità oggi, che l’autore, seguitando, cita: l’invenzione della macchina ed il lavoro libero, perché, essendo utopie al tempo di Aristotele, avrebbero dovuto essere considerate, allora, non verità? Aristotele diede qui prova stupenda di quanto valga la divinazione del genio. Egli pose un’ipotesi astratta: che la cetra suonasse da sé e la spola da sé si muovesse. Questa era allora ed è adesso un’ipotesi astratta, perfettamente ammissibile a un punto di vista scientifico. Partendo da quella premessa egli giunse, col ragionamento o con l’intuizione, alla illazione che la schiavitù sarebbe stata abolita. Passiamo sopra alla forma del ragionamento, previsione invece che deduzione, ed alla trascuranza di altri fattori che furono storicamente importanti nell’abolizione della schiavitù. Questi sono accidenti secondari che non infirmano la bellezza logica del ragionamento, il quale era e rimane ragionamento puro astratto, vero al tempo di Aristotele e vero oggi. Qualunque invenzione la quale scemi la fatica del lavorare, libera l’uomo dalla schiavitù del faticare o del faticar molto per produrre i beni primi nell’ordine del consumo e gli concede ozi liberi che l’uomo può destinare e per lo più destina a procurarsi beni più elevati. Non dovremmo noi ricordare lo stupendo ragionamento di Aristotele a chi oggi si affanna per la crisi conseguente a razionalizzazione e ed invenzione di macchine! Cfr. quanto ne scrissi nel passato numero di questa rivista a pag. 69 e seg. ed in Il problema dell’ozio, in La Cultura, 1932];

 

  • le teorie economiche sono dotate di veracità intermittente: Othmar Spann fece rivivere Adam Muller, Edgar Salin risuscitò Friedrich List, Roscher fece altrettanto per Oresme e Benedetto Croce per G.B. Vico. Michels avrebbe potuto allungare l’elenco: la scoperta di Gossen ad opera di Adamson e di Jevons, la riscoperta di Cantillon fatta da Jevons, ed altre non meno famose riesumazioni: di Josiah Tucker, di W.F. Lloyd, di John Rae. Quanti economisti e, credo, quanti scienziati in ogni campo ebbero lo sconforto di essere incompresi dai contemporanei, dimenticati e poi riscoperti per caso dopo decenni o secoli? Che la lezione di Lloyd nel 1833 non abbia destato attenzione, che il silenzio pieno fattosi nel 1854 intorno al libro di Gossen abbia contribuito alla morte prematura dell’autore, tolgono forse che le loro scoperte intorno all’importanza teorica del concetto di utilità marginale restino scoperte, vere nel 1833 e nel 1854 tanto quanto erano vere nel 1878 quando Jevons ne scrisse a Walras ed amendue riconobbero e definirono la priorità di Gossen rispetto ai loro scritti! Che le verità, o le ipotesi rimangano in aria e attendano chi le divulghi o le faccia fruttificare è fatto che tocca non alla “veracità storica” della teoria, ma alla sua fortuna. Lo studio della fortuna delle teorie economiche è per fermo una branca di indagini interessantissima ed il Michels ha, come è suo costume, felici spunti in proposito; ma non giustifica affatto la tesi di un preteso carattere intermittente della verità scientifica: vera nel tempo A, falsa nel tempo B, vera di nuovo nel tempo C. La tesi poggia su un equivoco intorno al carattere della scienza economica; la quale, non sarà mai detto abbastanza, è scienza “astratta”, non “concreta o “reale”. In economia si pongono ipotesi, poche o molte, a seconda dello stadio della discussione e degli strumenti posseduti; e se ne traggono le conseguenze logiche. Che poi le ipotesi fatte si attaglino in parte o in tutto alla realtà quotidiana, intricatissima e mutevolissima, è un altro ed assai delicato discorso. Può essere vero che le ipotesi fatte siano o poche o semplici e che quindi i teoremi dedotti da esse non spieghino il mondo come lo vediamo attorno. Vuol ciò dire che i teoremi dedotti siano “falsi” e che per aspettare a dirli veri convenga attendere il momento nel quale nel mondo si verifichino le ipotesi immaginate! Mai no. I teoremi sono veri, se ben ragionati, sino dall’inizio; e sempre si seppe che il loro verificarsi dipende da tante circostanze le quali per forza si devono trascurare in prima approssimazione. Si può discutere ragionevolmente sul valore delle ipotesi concepite; e tra le tante possibili è corretto preferire a quelle strampalate od arbitrarie quelle le quali appaiono feconde e suscettibili di verificazione. In questa scelta sta il genio dell’indagatore; sta la ragione di preferire Gossen ad Adam Muller, Galiani a Genovesi, Serra al suo contradittore Marc’Antonio De Santis e via dicendo. The proof of the cake is in the eating. Giudici della torta sono i commensali; degli scopritori primi gli scopritori secondi. Quando vedo Gossen scoperto da Jevons e da Walras e Adam Muller da Othmar Spann, ho tanto in mano per concludere senz’altro che in Gossen trovi sicuramente un rinnovatore della teoria economica, in Adam Muller tutt’al più un banditore di sentimenti atti ad agire sui popoli. Che è cosa forse socialmente importante ma certo diversa, la quale non niente a che vedere con la scienza economica;

 

  • le teorie economiche non traggono sempre origine dal desiderio di scoprire la verità. «Gli uomini, – dice Pantaleoni, – si decidono per lo più a favore di una teoria economica non per motivi sillogistici, ma per sentimento od interesse». [Anche qui si sposta il problema. Newton scoperse per accidente. la teoria della gravitazione. Tutti i manuali ricordano l’aneddoto; ma l’aneddoto non è parte della storia della scienza, se non in quanto abbia valore per mettere in luce i fattori, talora casuali, della divinazione dei geni. Chi non sa che il primo quarto del secolo fu fecondissimo di scoperte o di perfezionamenti teorici nel campo dell’economia, perché le guerre napoleoniche, il blocco continentale, le emissioni cartacee aguzzarono l’intelletto di uomini come Ricardo, Say, Thornton, Tooke, Malthus, ecc., ecc., e li spinsero ad occuparsi di problemi economici piuttostoché di filosofia o di religione, come avrebbero probabilmente fatto nel secolo XVI e nel XVIII? Il rinnovarsi economico della Francia a mezzo il secolo XVIII, il salire delle classi medie, l’insofferenza verso gli antichi vincoli e privilegi fu terreno propizio a spingere i Quesnay, i Gournay, i Mercier de la Riviere, i Turgot piuttosto a studiare i problemi dei grani e delle imposte che non a disputare della grazia divina. Vuol ciò dire che le verità poste da Ricardo e da Turgot non siano verità, solo perché fu contingente l’occasione a pensarle? Quanto al volgo degli uomini che sono liberisti o protezionisti, monometallisti o bimetallisti o cartalisti, socialisti od individualisti per interesse privato o per sentimento, esso non conta nulla nel campo scientifico. Il sociologo studia le ragioni del decidersi degli uomini, ma il suo studio, importante per la psicologia dei popoli, non ha nulla a che fare con la storia delle dottrine economiche];

 

  • gli scrittori non di rado rinnegano se stessi. Michels ricorda i casi celebri di Sismondi e di Mill. [Avrebbe potuto fare anche il nome di Ricardo e di quanti tormentarono per tutta la vita il loro spirito intorno a problemi complicati ed ardui. Non vedo quale problema teorico nasca dalla mutazione di opinioni degli economisti. O gli scrittori mutarono opinione per cagioni sentimentali o politiche o di interesse; e la mutazione non ha valore rispetto alla storia della scienza. Od essi nel mondo mutato videro fatti di cui non avevano prima valutata abbastanza l’importanza, ed abbiamo il caso di un perfezionamento della teoria per introduzione di un nuovo fattore tra le ipotesi considerate. O mutarono però, senza impulso esterno, per riflessione propria o contraddizione altrui, videro l’errore nell’argomentazione antica; ed ecco il caso tipico di un passo innanzi nella scoperta della verità. Così tutti facessero e seguitassero a macerare l’intelletto in uno sforzo continuo di autocritica! Quanto sarebbe più veloce il cammino su per l’ardua via della verita!];

 

 

continuo a credere che quella scritta secondo il tipo pantaleoniano sarebbe la più stupenda tra le tante possibili specie di storie delle dottrine economiche.

 

 

5. – Scomunicarci a vicenda solo perché all’uno piace l’una sorte e all’altro una seconda sorte di storia sarebbe comico. Scriva chi vuole la storia degli errori. Storia curiosa, praticamente utilissima soprattutto in economia. Poiché la storia si dimentica e ad ogni generazione gli uomini nuovi ripetono gli errori della precedente, non vedo cosa più utile dello squadernare periodicamente gli errori del passato ad ammaestramento del presente. Anche per far vedere che sono davvero gli stessi stessissimi errori e che nove decimi delle pretese novità, inventate dalla generazione presente sono travestimenti di spropositi vecchi.

 

 

Chi ha mente atta a ciò, scriva la storia delle origini accidentali, personali, economiche, esterne, storiche delle verità o degli errori; la storia dei legami fra fatti economici ed idee, delle loro azioni e azioni vicendevoli. Chi sappia sceverare l’aneddoto inconcludente dagli avvenimenti importanti, le maldicenze dei cronisti dall’analisi compiuta della vita e dell’ambiente degli scrittori, vagliare criticamente le fonti, evitare le insalate russe di scribacchini di quart’ordine e di maestri della scienza, farà opera degna.

 

 

Chi è preso dalla dolce mania della bibliografia, ordini schede e pubblichi bibliografie ragionate e scelte per epoche, scuole, autori. L’opera sua sarà sopra ogni altra meritoria.

 

 

Chi spazi colla mente tra la filosofia, la scienza politica, la psicologia e la economia narrerà i legami fra le correnti di idee che di volta in volta dominarono i cervelli pensanti e le manifestazioni di quelle correnti nel particolar campo economico. Sarà narrazione suggestiva che ci darà, la immagine delle successive visioni del mondo reale, finora pensate e del posto che in esse tenne l’aspetto economico dell’uomo.

 

 

6. – Ci sia consentito di affermare che tutte queste nobilissime fatiche non conducono ancora ad una storia specifica delle dottrine economiche, di cui esistono saggi sparsi in monografie singole, e qualche tentativo di sintesi. Essa consiste o dovrebbe consistere nella storia del dogma in se stesso considerato, nei suoi sviluppi interni, nel suo progressivo perfezionamento.

 

 

Adopero la parola “dogma” a bella posta per far dispetto a coloro i quali quando sentono parlare di “dogma” subito immaginano che si tratti di verità “rivelata”, assunta per atto di fede ed immaginano che gli economisti siano una specie di credenti in un verbo, decisi ad imporlo altrui col ferro e col fuoco della scomunica intellettuale per gli eretici. Scomuniche accoglienti, del resto, se Boccardo dedicò un triplice volume della sua terza serie della biblioteca dell’economista agli eretici, da lui considerati acerrimi nemici della scienza. Dogma non è niente di tutto ciò; e sarebbe tempo di ammettere quella parola, come da tanto tempo pacificamente fanno i giuristi, a significare lo schema logico in base e cui provvisoriamente e successivamente si ordinarono i concetti usati dagli economisti nei tentativi di costituire una scienza. La storia del dogma ha un punto centrale, che è l’idea di tempo in tempo usata ad unificare le leggi e le nozioni economiche conosciute dagli economisti. Lo storico

 

[1] indaga quali siano state le prime manifestazioni dell’idea, che si possa, per astrazione, concepire un legame tra le diverse forze economiche, e che di quel legame fondamentale tutti gli altri vincoli siano manifestazioni particolari. Ecco profilarsi così la tela della storia. Fu Cantillon il primo a scrivere un libro di scienza astratta, derivante tutta da un’ipotesi prima? O fu qualcuno tra gli italiani, come forse si potrebbe sostenere? Partendo da quell’inizio, a poco a poco l’edificio scientifico si costruisce, la ipotesi prima diventa via via più precisa, più generale; il concetto unificatore prende a volta a volta il nome di costo di produzione, di costo di riproduzione, di utilità marginale, di equilibrio economico. Dallo studio di un momento (statica) gli studiosi trascorrono allo studio del movimento, o passaggio da un momento all’altro (dinamica). Le teorie, prima slegate, del valore, del prezzo, della moneta, del salario, dell’interesse, della rendita, del profitto si inquadrano nello schema teorico, diventano corollari di teoremi sempre più generali, sono espresse con formulazione sempre più semplice.

 

 

7. – La scienza è cosa viva; si trasforma continuamente per virtù propria. Una verità intravista o dimostrata in un suo territorio obbliga alla revisione delle teorie accettate nei vicini territori della medesima scienza; sicché ` dopo qualche decennio tutta la trattazione ne è trasformata. Lo stimolo a ristudiare un teorema o ad esporne uno nuovo è venuto non si sa di dove; e tutto sommato si può ignorarne l’origine. Nella storia del dogma interessano il lavorio della mente attorno a quello che dapprima era forse soltanto intuizione di verità nuova o dubbio intorno ad un teorema fino allora pacifico, lo sforzo di vedere più chiaro dentro ad esso, la necessità a cui l’indagatore non può sottrarsi di cercare una formula più perfetta. Passando attraverso ai cervelli potenti di Ricardo, di Cournot, di Dupuit, di Ferrara, di Gossen, di Walras, di Jevons, di Edgeworth, di Pantaleoni, il dogma, ossia lo schema astratto, la ipotesi ragionata e dedotta in teoremi, corollari, lemmi, diventa cosa viva la quale, creata, quasi cresce da sé e si ramifica e si estende ad abbracciare un numero sempre più grande di fatti. Pur cresciuta e più vicina al reale, essa rimane sempre astrazione, che la mente rivede e raffina di continuo. Lo storico dell’idea, il quale deve essere egli stesso economista, deve aver contribuito qualcosa, anche piccola, alla creazione dell’edificio od aver capita e fatta propria la creazione altrui; scrive storia di idee come altri narra storia di avvenimenti, o di vite di uomini, o di rapporti fra avvenimenti, uomini ed idee. Ogni generazione riscrive la storia del passato, poiché sente il passato in modo diverso dalle generazioni precedenti. Così la storia della scienza economica scritta da Ferrara è cosa diversa da quella scritta da Pantaleoni (parlo dei Principî che sono uno dei tanti modi con cui si scrive storia di idee), o da quella di Cannan o dall’altra di Schumpeter. Ognuno vede il vero passato al lume della dottrina presente che gli è entrata nel sangue e nella mente. Come si sarebbe potuto pretendere che Ferrara scrivesse “spassionatamente” ed “oggettivamente” la storia dei vincoli, dei protezionismi, delle restrizioni alla libertà di lavoro, di commercio, di banca? Al diavolo l’oggettività che avrebbe fatto di un capolavoro un manuale scolastico uso Bianchini, con salamelecchi a tutto il mondo, con apprezzamenti corretti verso le opinioni più diverse e più contraddittorie! Come si potrebbe chiedere a Cannan, classico sino alla punta dei capelli, pur tra calci senza numero a destra ed a sinistra ai suoi idoli, di essere equo verso Marshall e gli austriaci ed i walrasiani? Gli si chieda la ricostruzione della storia del dogma quale è da lui conosciuto  e ritenuto vero ed egli darà due libri stupendi di dottrina, di analisi, di disprezzo. Naturalmente, fra dieci anni o fra venti, altri riscriverà la storia di quel medesimo sviluppo intimo dell’idea al lume della concezione generale della teoria economica in quel momento dominante; e se lo scrittore avrà cervello forte il suo libro rivivrà e riesporrà le verità passate al lume della verità futura. Ognuna di queste storie diverrà a sua volta parte del dogma economico che lo storico futuro studierà. Le prefazioni di Ferrara, che erano nel 1850 storia del dogma passato, adesso sono ristudiate per scoprirvi un anello della catena di idee che ora ha toccato un dato momento nel suo continuo perfezionamento ed oggi l’indagatore vi scopre verità od annunciazioni che Ferrara non poteva espressamente proporsi di enunciare, perché altri anelli dovevano alla catena aggiungersi prima che dal suo si arrivasse all’ultimo. In altre parole la storia delle dottrine economiche è la storia, continuamente rifatta e non mai finita, dei germi e precedenti che nei passati scrittori si incontrano del corpo attuale ricevuto della dottrina.

 

 

8. – Perciò in questa storia non si fa menzione, come tali, di cattolici, di socialisti, di liberisti o protezionisti, di ottimisti, di pessimisti, di reazionari e di anarchici. Questi sono stati d’animo, movimenti politici, forze sociali di grandissima importanza e degnissimi di storia; ma non sono ragionamenti intorno ad ipotesi astratte, in che esclusivamente consiste la scienza economica, al pari della fisica, della chimica, del calcolo, della geometria. Cattolici e socialisti, liberisti e protezionisti possono, tutti, aver dato contributo apprezzabile al ragionamento ipotetico, e perciò meritare di prender posto nella storia delle dottrine; ma non in quanto cattolici od ottimisti o liberisti, ma in veste di puri ragionatori intorno ad un teorema noto. Cournot era cattolico o bonapartista o protezionista? Mah! e che cosa importa a me, se faccio storia di dottrine? Quel che mi importa è il principio del prezzo in caso di monopolio; e come Cournot definisca il monopolio e come il massimo utile netto, ecc., ecc. Per accidente, accade che la maggior parte dei ragionatori fini fossero anche liberisti; e potrà essere interessante studiare anche il perché di siffatta frequenza. Non in sede tuttavia di storia delle dottrine, dove quel che importa è il ragionamento in sé, in quanto anello preparatorio alla costruzione della dottrina attuale. Perciò si spiegano le riesumazioni e le rivendicazioni; un pensiero esposto nel secolo XVIII o in principio del XIX potendo essere il germe di una dottrina che poi fu sviluppata cento o duecento anni dopo.

 



[1] Non so se questo mio tipo di storico coincida con lo «storico delle verità formali», intorno a cui si intrattiene N. Massimo Fovel, in un articolo su Scienza economica e corporativismo, che leggo nel fascicolo di ottobre-dicembre del 1931 dei «Nuovi problemi di politica, storia ed economia», pubblicato in ritardo quando già la recensione presente era stata scritta. Direi di sì a vedere compresi nella categoria di questi storici, oltre ad assai minor gente, Pantaleoni e Schumpeter. Ma si è tratti a dubitare vedendo contrapposti a costoro un gruppo di “storici di errori formali” a contorni incerti. Forse l’alone di mistero che aleggia attorno a questa seconda specie di storici detti anche “alogici” deriva dal consueto vizio che guasta gli scritti del Fovel, il quale pure è il solo scrittore del gruppo, in mezzo a cui da qualche tempo egli si agita disputando ed investigando, presumibilmente atto a fornire al lettore scritture apprezzabili. Voglio dire vizio di stile torrenziale, irruente, aggettivato, avverbializzato, interrogante, esclamante, tanto che dopo averne lette due pagine la testa gira e conviene rimandare ad altro tempo la lettura: Ma, per il terrore di essere ripresi dalla fiumana e travolti, il momento buono più non arriva; con dispiacere di coloro che pur si sono persuasi che Fovel sia in grado di dir qualcosa. Occorre che egli a sua volta si persuada di una verità: che la scienza economica non ama lo stile oratorio, esige il discorrere piano e tende al linguaggio rigoroso.

Nello stesso fascicolo dei «Nuovi problemi» in cui corre impetuoso un ramo del gran torrente foveliano, che giova sperare vorrà, superate le precipiti balza delle origini, adagiarsi col tempo in limpido fiume, leggonsi d’un fiato, per essere contenute in tre sole pagine, alcune sue considerazioni meritevoli di rilievo. A proposito di un convegno di studi sindacali e corporativi che si adunerà in maggio, il Fovel incita, se ho capito bene, gli economisti ad imitare i giuristi nel modo di porre le premesse dei problemi studiati. I giuristi, possessori di una tecnica portata «ad un grado di maturità difficilmente superabile», non assumono le loro premesse da «concetti vaghi quali, p. es., il clima storico, le tendenze attuali, ecc. ecc…, da vaghe situazioni storiche, sempre più o meno costruibili a capriccio» ma «da precisi disposti di legge, quali, p. es., la legge del 3 aprile 1926, la carta del lavoro» ossia «dalle rigorose disposizioni di legge ormai esistenti». Il Fovel vorrebbe che le tesi degli economisti «allorchè non possono essere poste se non assumendo delle premesse nuove», partano, come quelle dal giuristi, dal solido fondamento di precise norme legislative. Solo così le conclusioni alle quali l’economista giungerà «avranno valore di scienza» perché «saranno state dedotte da premesse esplicite, ben definite e non arbitrarie».

A me par certo che il Fovel, consigliando agli economisti di seguire il metodo, tenuto dai giuristi, neghi la scienza economica. Il giurista “deve partire dalla premessa dalla norma, obbligatoria legislativa. Senza pretenderla a giurista, quando io espongo, ad es. il sistema tributario italiano e discorro dell’imposta italiana di ricchezza mobile parto naturalmente dalla premessa rigorosa del testo unico vigente in proposito, cerco di “quel testo” chiarire lo spirito, il significato letterale e logico, mi industrio ad illustrarlo con i lavori preparatori, con la giurisprudenza, con i richiami ad altre norme legislative ad esso collegate. Errerei gravemente se sostituissi al concetto che si ricava dalle norme vigenti intorno al reddito soggetto ad imposta mobiliare un mio arbitrario diverso concetto. Ma sia ben chiaro che, così ragionando e costruendo, faccio opera di giurista e non di economista e che i ragionamenti esposti hanno valore esclusivamente entro l’ambito della posta premessa legislativa. Le nozioni economiche che per avventura posso utilizzare intervengono a titolo puramente sussidiario, ad illustrazione della premessa posta, espressamente o tacitamente, nella norma di legge. Così come il civilista ed il commercialista tuttodì utilizzano nozioni attinte alla economia, alla morale per illustrare il significato ed il contenuto delle norme dei codici, che essi debbono interpretare, ricostruire svolgere, non mai arbitrariamente modificare.

L’economista non riconosce, se non voglia trasformarsi in giurista, alcuno di questi vincoli al suo ragionare. Dopo avere in qualità di giurista, cercato di capire – e continuo a trarre l’esempio delle cose che mi sono più famigliari – quale sia il concetto di reddito posto a fondamento della tassazione mobiliare dal legislatore italiano ed avere riconosciuto, suppongasi, che esso è la quantità di ricchezza nuova la quale entra nell’economia del contribuente durante una data unità di tempo (definizione A) e dopo avere dalla definizione ricavato il massimo numero di illazioni, mi pongo, in qualità di economista, il quesito: la definizione A, giuridicamente inoppugnabile ed alla quale, secondo il mio parere, contribuenti, commissioni amministrative, e corti giudiziarie debbono uniformarsi, vale anche per l’economista? Qui io non sono più astretto da alcuna premessa scritta in testi di legge o deducibili dallo spirito dei sistemi legislativi vigenti. Pongo io la premessa conformemente all’indole della scienza economica. La quale non ha affatto per iscopo di studiare quale sia la logica della volontà del legislatore, ma invece di studiare i rapporti logici e necessari fra le esistenti forze economiche. Per es., io posso chiedere: quale è la definizione del reddito la quale soddisfa alla condizione che il quantum di imposta sia un “ottimo”, intendendosi per “ottimo”, suppongasi, quel quantum che sia ottenuto col minimo di attrito e di turbativa dell’equilibrio economico esistente? Data la premessa, si definisce per reddito la quantità di ricchezza la quale in una data unità di tempo esce, a scopo di consumo, dalla economia del contribuente. La quale definizione (B) è diversa dall’altra (A), perché questa include i risparmi e gli incrementi della sorte del capitale verificatisi nel periodo di tempo considerato ed esclude i consumi del capitale esistente all’inizio del tempo medesimo, laddove la B comprende i consumi ora detti ma esclude i risparmi e gli incrementi appartenenti al tempo considerato. Ambe le definizioni sono vere, se ben ragionate, entro i limiti della premessa fatta; la A entro i limiti della premessa legislativa posta, la B entro quelli della premessa economica. Ho voluto solo chiarire che l’economista non può accettare di essere limitato nel suo ragionare da una premessa posta fuori di lui. Suo solo scopo è quello di studiare leggi, uniformità, vincoli. La definizione A, che per il giurista è la premessa a cui egli si “deve” attenere, agli occhi dell’economista diventa semplicemente una delle tante forze di cui egli deve studiare gli effetti. Altrove (Contributo alla ricerca dell’ottima imposta) ho cercato di dimostrare che dalla formula reddito = incremento di ricchezza durante l’anno, che è sicurissimamente la definizione vera secondo lo spirito della norma tributaria dominante nei paesi civili odierni (A), derivano ogni sorta di guai, di attriti, di aumenti di costi sociali, di doppi di imposizione, laddove dalla formula reddito = consumo di ricchezza durante l’anno, che è, a parer mio, la definizione logicamente deducibile dalla premessa dell’ottimo (B), derivano semplicità di tassazione, minimo costo sociale, soddisfacimento della condizione di minima turbativa dell’equilibrio economico esistente. Mi si può dar ragione o torto; ma se torto ho, ciò può nascere soltanto da mio sbagliato ragionare nel porre la premessa dell’ottimo e nel dedurne le conseguenze. Non mai mi si potrà dire che B è erroneo perché contrario ad A. Fossero, come sono, tutti i legislatori del mondo concordi nel porre A a fondamento della norma di legge, se il ragionamento prova che A produce gli effetti da me indicati e B gli effetti contrari, io rimango autorizzato nel ritenere dimostrata teoricamente la verità di B, il che vuol dire la sua conformità alle condizioni poste [Il dott. Mario Pugliese, il quale in I concetti di reddito e di entrata in economia e in finanza (saggio contenuto nei volumi di Economia politica contemporanea in onore del Supino) ricorda le due definizioni da me accolte a fini diversi, sembra però ritenere che la A abbia, nel mio pensiero, valore generale di “principio finanziario”. Parrebbe cioè che la formula reddito = incremento di ricchezza durante l’anno non sia soltanto la deduzione logica di uno o di molti od anche di tutti i testi di legge, ma sia “il” principio vero finanziario a cui la norma di legge deve uniformarsi. Colgo l’occasione per negare nel modo più reciso che questa, che è l’opinione di molti, sia anche la mia. Deduzione logica di molti (non di tutti) i testi legislativi, sì; principio da osservare finché la norma non sia mutata, sì; ma non “principio” a cui la legge “debba” inchinarsi]. V’ha di più: la convinzione della verità di B implica la critica di A e colla critica lo sforzo per riuscire a modificare la mente del legislatore, sicché col tempo questi, in tutto od in parte. dichiaratamente o tacitamente, sia portato a modificare la norma, ad attenuare A, a trasformarlo sino a convertirlo nel suo contrario B. La posizione perciò del giurista e dell’economista è di reciproca indipendenza e sussidio. L’uno parte dalla norma di legge, l’altro da ipotesi teoriche intorno alle uniformità dei fatti economici; il primo ragiona e costruisce intorno alla norma, il secondo è libero di scegliere la ipotesi che a lui paia più feconda. Il primo ha un campo amplissimo di indagine ed anche di critica, ma non sempre entro i limiti della norma legislativa. Egli può mettere in luce le imperfezioni di applicazione, le incongruenze del sistema; ma deve muoversi entro i confini del sistema voluto dal legislatore. Può uscirne; ma in tal caso diventa filosofo, politico, storico, economista; filosofo del diritto medesimo, asseveratore di un diritto naturale o razionale, non però giurista in senso proprio. L’economista non può muoversi entro gli stessi confini. Se egli assume la norma legislativa a premessa del suo ragionare, ciò fa esclusivamente per studiare gli effetti di quella premessa; e se egli trova che talun effetto è attrito, distruzione di ricchezza o di benessere, registra tale sua conclusione. Accolta la quale, il legislatore sollecito di non produrre attriti, distruzioni di ricchezza, ecc., modificherà la norma legislativa. Nello studiare gli effetti della norma, l’economista si giova dei soliti suoi strumenti di ricerca, i quali, contrariamente a quel che immaginano i laici, non sono regole di condotta, articoli di fede e somiglianti farnetici, ma puri strumenti logici, arnesi di interpretazione. La ipotesi dell’uomo economico agente secondo la regola del minimo mezzo, il metodo di astrazione di un solo fattore, quello delle successive approssimazioni sono tra i più celebri tra questi arnesi. Chi immagina che, poiché gli economisti si servono di questi arnesi o strumenti, essi credano anche che l’uomo economico sia una specie di ideale e che l’agire secondo la regola del minimo mezzo sia quasi un imperativo categorico per l’umanità o che esista di fatto o debba esistere solo la libera concorrenza, meglio è faccia un altro mestiere, non quello dell’economista. Non ne capirà mai niente.

Gli economisti sono pronti ad accogliere, nell’arsenale dei loro arnesi, qualunque altro si dimostri adatto a scoprire verità, ad accertare uniformità e leggi. Il guaio si è che gli arnesi esistenti sono stati forniti dal lavorio di secoli; né è facile improvvisarne alcuno nuovo. Questa, per chiudere la presente nota con un accenno all’argomento che vi diede origine, è la ragione per la quale i giuristi hanno avuto tanto più successo degli economisti nello studio dei problemi interessanti il corporativismo. I giuristi sono partiti, come era ufficio loro, dalla nuova norma legislativa; l’hanno analizzata, sfaccettata, teorizzata; e taluno di essi, uomo d’ingegno, ha scritto sui punti di più discussa interpretazione, ad es., significato della potestà normativa del consiglio delle corporazioni, pagine non meritevoli di quella lode che agli occhi del giurista puro è la più ambita, ossia la eleganza ricostruttiva. Taluni economisti, interpretando stortamente il loro compito, hanno seguito il consiglio di Fovel, ossia si sono mossi entro i confini della norma stessa; ma poiché non erano giuristi e difettavano degli strumenti di interpretazione e di analisi di cui millenni di lavoro critico hanno fornito costoro, si sono limitati a compilar parafrasi della norma legislativa, ossia hanno annegato in un mare di parole i concetti che la norma aveva enunciato con brevità e i giuristi avevano già analizzato colla logica propria del diritto. Perciò dico che il consiglio di Fovel non va seguitato dagli economisti i quali si vogliono occupare di corporativismo. A scimmiottare gli altri si fa brutta figura. Che sugo c’è a farsi dire dai giuristi: Chi sono costoro i quali ripetono malamente ciò che noi ragioniamo con linguaggio rigoroso?

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