Della non novità della crisi presente

Tratto da:

Saggi

La Riforma Sociale

Data di pubblicazione: 01/01/1932

Della non novità della crisi presente

«La Riforma Sociale», gennaio-febbraio 1932, pp. 79-83

Saggi, La Riforma Sociale, Torino, 1933, parte II, pp. 411-417

 

 

 

 

Egisto Ginella: Problema del mio tempo. (Milano, Soc. An. «La Stampa Commerciale», 1932, un vol. in-8° di pag. 100. Prezzo L. 8).

 

 

L’autore, come è noto anche per la circostanza di un altro libro da lui scritto (Moderno trattato di borsa, recensito in questa rivista, fascicolo 1-2, gennaio-febbraio 1930) è un agente di cambio. Ignoro se vi siano altri suoi colleghi i quali si appassionino agli stessi problemi; ma è significativo del tormento dell’età presente vederne uno il quale si pone il quesito del perché e dei fini dell’uomo. Ginella si pone il problema: trionferà nel mondo la forza o l’imperativo categorico morale? Non monta la soluzione che egli dà al quesito; soluzione che direi di alternante vittoria or della legge della forza ed or di quella della morale. Importa che egli si sia posto il problema. Che a me non pare di dubbia soluzione, qualora si definisca in un certo modo la forza. Se si ritenga, come io ritengo, che la forza in se stessa non esiste, non è una realtà storica, ma una menzogna che par viva finché gli uomini non la smascherino e la facciano scomparire nel regno delle ombre, apparirà chiaro che la sola forza storicamente viva è quella fornita di un’idea, di un contenuto morale. L’A. concepisce morale e forza come idee contrastanti. Ma la morale del fiacco, dell’ignaro, del mendicante (perché Ginella parla di nazioni condannate alla povertà ed a cui le altre dovrebbero concedere, ossia dare in elemosina, la ricchezza?) non esiste. Se la forza lo schiaccia, non è offesa la morale; una nuova morale sorge più elevata delle precedenti. Pareva forte la Germania anti bellica; ma poiché più non si alimentava alle sorgenti immortali del pensiero dei Kant e degli Hegel, che l’avevano tratta nel secolo precedente dalla servitù e dalla disunione alla grandezza; poiché essa si fondava sul fatto bruto della ricchezza materiale e del desiderio di sempre maggior ricchezza, era in realtà debole. E dovette soggiacere. Agli uomini che soffrono sotto l’impero della forza bruta appare tarda la emancipazione la quale arriva dopo secoli; al filosofo quel tempo pare breve se era necessario perché gli oppressi spogliassero le loro scorie di viltà, di egoismo, di crasso amore per i beni terreni e si rendessero degni di divenire essi i più forti. Le grandi monarchie di Spagna, di Francia, d’Austria durarono finché un’idea le sorresse. Le lotte combattute per abbatterle offesero la legge morale? No. Sarebbe stato immorale non combattere contro una forza a cui era venuto a mancare un contenuto morale o che esteriormente grandeggiava solo perché soddisfaceva, con Napoleone, all’istinto di preda e di dominazione.

 

 

L’A. è stato condotto a riflettere su questi alti problemi dalla contemplazione dei contrasti del tempo presente. Ma qui parmi che egli elevi a dramma nuovissimo esperienze storiche note e ripetute. Perché egli, che ha vivo il senso economico, come dimostrano le sue esatte analisi della posizione della scienza economica rispetto alla disputa tra liberisti e protezionisti (pag. 41), ai cartelli (pag. 43), alla pressione tributaria (pag. 44), all’assurdità del pretendere riparazioni e rifiutarne il pagamento (p. 47), si attarda, come se fossero «singolarissimi» (p. 32), «atti a stordire» (ivi), «paradossali e beffardi» (pag. 34), di fronte a fatti così banali e ripetuti come lo squilibrio fra la produzione di certi beni economici e il consumo degli stessi beni? Poteva Sismondi denunciare il contrasto fra l’abbondanza dei beni prodotti e invendibili e la miseria delle moltitudini nude poste nella impossibilità di acquistarli; ed affermare che in questo contrasto stava la dimostrazione di un vizio insanabile della struttura economica moderna. Ma il Sismondi scriveva nel 1819; e dopo d’allora l’apparente contrasto si è alternatamente riprodotto e spento, senza che la società economica sia venuta meno. Soprattutto, il problema è stato chiarito; e fin dalle polemiche combattute in quel torno di tempo e di cui restano testimonianza immortale le lettere scambiate fra lo stesso Sismondi e Malthus e G.B. Say e Ricardo, fu dimostrato assurdo discorrere di abbondanza e di miseria in generale. Assurdo e di fatto dimostrabile non vero dalla osservazione comune. Forseché oggi tutti stanno peggio di ieri? No. V’ha chi sta meglio; ed il fatto che i percettori di redditi fissi e coloro che vivono sui bilanci statali possono oggi acquistare, singolarmente o in complesso, copia cresciuta di beni, è una delle cause di quello che chiamasi malessere generale.

 

 

Nota. – Che la crisi presente non sia un fatto nuovo, né singolare, né paradossale, è verità nota ed intuitiva. Scegliendo a caso fuori della consueta letteratura sulle crisi, qualche brano il quale valga a chiarire come altra volta sia stato assunto come nuovo quel che invece era volgare, ricorderò che Sismondi, storico ed economista, nel primo fascicolo degli Annales de législation et de jurisprudence (Geneve, 1820), così riassumeva i caratteri del suo tempo: «Un malessere universale si fa sentire nel commercio, nelle manifatture, ed anche nell’agricoltura, almeno in quella di parecchi paesi. Le sofferenze sono così prolungate e così straordinarie che dopo avere recato sventura ad innumerevoli famiglie, inquietudine e scoraggiamento in tutte, compromettono le basi medesime dell’ordine sociale» (pag. 154-155). E contro Ricardo e Say, i quali dimostravano che la crisi derivava da squilibrio e mala distribuzione delle forze produttive, Sismondi replicava: «Senza dubbio un ingorgo generale nel commercio è molto più raro che un ingorgo parziale; ed era forse riservato ai nostri giorni il privilegio di offrircene un grande e funesto esempio… Un grido di dolore si alza da tutte le città manifatturiere del vecchio mondo e vi fanno eco universale le campagne del nuovo mondo. Dappertutto il commercio è colpito dallo stesso languore, dappertutto esso si imbatte nella medesima impossibilità di vendere. Da cinque anni almeno le sofferenze sono cominciate; e lungi dal calmarsi, esse si accentuano quanto più durano. In tutte le professioni che conosciamo, vi è sovrabbondanza di braccia. Come l’equilibrio, di cui ci si parla, si potrebbe ristabilire se nessun mestiere fa domanda di lavoro? … Ripetutamente si annunciò che l’equilibrio stava ristabilendosi e che il lavoro ripigliava; ma una piccola domanda aveva ogni volta la virtù di imprimere un movimento superiore ai reali bisogni del commercio e la momentanea nuova attività era stata seguita da un più penoso ingorgo. Sintomo funesto delle sofferenze universali sono le associazioni patriottiche le quali si vedono costituirsi nel Belgio, in Germania ed altrove per respingere le merci straniere» (pag. 142-143).

 

 

Venticinque anni dopo, uno scrittore meno famoso, Archibald Alison, delineava i caratteri del mezzo secolo trascorso fra il 1793 e il 1845. Quattro anni (1793-1797) di dura guerra, di sconfitte dell’Inghilterra e dei suoi alleati, di crisi industriali e di panici bancari; seguiti da diciotto anni (1797-1815) di guerra, chiusa sul mare dalla vittoria di Trafalgar e in terra da quella di Waterloo, e di grande prosperità. «L’agricoltura, il commercio e le manifatture crebbero in patria in ragione mai più vista; i proprietari terrieri si arricchivano; ed i fittaioli si locupletavano in misura prima non immaginata; la terra, crescendo di giorno in giorno per fertilità e ampiezza di coltivazione, era divenuta quasi sufficiente al mantenimento di una popolazione rapidamente crescente; le esportazioni, le importazioni ed il tonnellaggio navale più che raddoppiati dopo l’inizio della guerra; e sebbene duri tempi, quanto a derrate alimentari, fossero stati sperimentati dagli operai manifatturieri, specie nel 1810 e nel 1811, nel complesso e in media la loro condizione era stata di straordinaria prosperità» (pag. 3-4). Col ritorno della pace, nonostante siano cessate le ordinazioni belliche e 300.000 soldati cerchino occupazione, la prosperità continua; lo Stato può rinunciare a 18 milioni di lire sterline annue fornite dalle abolite imposte sul reddito e sulla birra e nel tempo stesso ridurre in quattro anni (1816-1819) il debito pubblico di 10 milioni di lire sterline. Dopo il 1819 cambia la scena: «L’impero britannico ha presentato lo spettacolo più straordinario forse mai osservato nel mondo»: tra il 1819 ed il 1844 aumentano la popolazione da 20,6 a 28 milioni, le importazioni da 30 a 70 milioni di lire sterline, le esportazioni da 44 a 130; la navigazione da 2,3 a 3,9 milioni di tonnellate. Cresce la produzione agricola; l’importazione del frumento si riduce ad una centoventesima parte del consumo nazionale. Nel tempo stesso «non ci fu mai un periodo in cui il governo sia stato più imbarazzato finanziariamente ed in cui il popolo abbia durato sofferenze più acute ed universali». Si deve ristabilire l’imposta sul reddito, come in tempo di guerra; e il debito pubblico nei sei anni dal 1837 al 1842 cresce di 11,2 milioni di sterline: «La nazione, durante gli ultimi anni della guerra, prosperò, godendo di un generale benessere pur essendo i suoi 18 milioni di abitanti costretti a pagare 72 milioni di lire sterline di imposte; negli ultimi anni di pace (prima del 1845) essa ha con estrema difficoltà tratto 50 milioni di lire sterline da una popolazione di 27 milioni. I salari nel primo periodo erano alti, l’occupazione abbondante, le classi operaie prospere, con una esportazione di prodotti britannici e coloniali da 45 a 50 milioni annui; nell’ultimo, i salari erano in molte industrie bassi, l’occupazione difficile, le sofferenze generali, nonostante le esportazioni ammontassero da 120 a 130 milioni di lire sterline» (pag. 8). Due volte, nel 1825 e nel 1839, la Banca d’Inghilterra si trova sull’orlo dell’insolvenza. «Le sofferenze dei ceti commerciali per anni dopo la spaventosa crisi del dicembre 1825, delle classi agricole durante gli anni di bassi prezzi dal 1832 al 1835, dell’intiera collettività commerciale dal 1837 al 1842, furono estreme. I salari caddero, in questi disastrosi periodi, così in basso, da bastare a malapena a mantenere in vita la gran massa dei lavoratori, specialmente donne. Insurrezioni minacciose scoppiarono nel 1820 e nel 1842, in Inghilterra e in Scozia, in apparenza per ragioni politiche, ma in sostanza a causa della miseria generale diffusa fra gli operai delle fabbriche… Il capitale circolante agricolo fu dappertutto fortemente ridotto, in molti luoghi del tutto distrutto. L’Irlanda fu continuamente in stato di insurrezione latente… In Glasgow nel 1842 ben 32.000 persone su 280.000 ammalarono di tifo… La commissione dei poveri accumulò prove di miseria inaudita fra i poveri di tutte le parti della Scozia, sotto molti rispetti la contrada più prospera dello Stato; e quella dell’Irlanda dimostrò che in quel fertile paese vi sono non meno di 2.300.000 persone in stato di destituzione quasi permanente… Le ricerche statistiche hanno rivelato che, in un’epoca di ricchezza senza limiti e di generale e continua pace, una settima parte degli abitanti delle isole britanniche è in stato di destituzione e penosamente sovvenuta dalla carità legale … Ad ogni quattro o cinque anni un breve febbrile periodo di speculazione, di stravaganza e di prosperità commerciale è seguito da una lunga ed arida epoca di ansietà, miseria e depressione. Spaventosi scioperi, accompagnati da miserie senza limite tra gli operai e da odiosa oppressione democratica su di essi, chiudono regolarmente questi periodi di sofferenze, nello stesso modo come la peste segue alla carestia; e le insurrezioni popolari sono divenute così comuni, da essere divenuto raro vedere trascorrere due anni senza che sia necessario proclamare la legge marziale in qualche parte dello Stato» (pag. 9-13).

 

 

Se la prosperità del tempo di guerra (1914-1919) e quella dell’assestamento di pace (1922-1925 o 1922-1929, a seconda dei paesi) sono esattamente fotografate nel quadro relativo al 1797-1815 e 1816-1919, non pare che la depressione attuale (1925 o 1929…?) sia giunta al punto descritto dall’autore per la lunga stagione volta dal 1820 al 1842-1844. La miseria, la fame per carestia, i contrasti sociali non hanno in nessun paese europeo od americano toccato il grado di esasperazione dei tempi precedenti i moti rivoluzionari del 1848. La depressione non ha ancora avuto una durata neppur lontanamente comparabile a quella da cui il mondo uscì soltanto (coincidenza o causa che fosse) con le scoperte delle miniere d’oro dell’Australia e della California (1848). La sola ragione per profetare alla crisi presente una durata e perciò una gravità futura paragonabile a quella post napoleonica è il dubbio che identica ne sia la causa ultima, ossia monetaria, e di questa, finché gli uomini non siano divenuti assai più savi di quel che furono in passato e sono al presente, l’azione sia indefinita nel tempo. Quale causa avessero gli «straordinari» avvenimenti di cui l’Alison era testimonio, causa «grave e latente» la quale «avvelenava, per gran parte della popolazione ogni prosperità e convertiva i frutti del lavoro nelle mele di Sodoma» (pag. 16), è chiaro dal titolo del suo libro (London, Blackwood, 1845): England in 1815 and 1845; or a sufficient and a contracted Currency. L’Inghilterra prospera nel 1815 perché la sua circolazione monetaria era bastevole, misera nel 1845 a causa della deflazione. Le stesse controversie e le stesse querele si ripetono a distanza di un secolo. Perché immaginare che le cose presenti siano fuor dell’ordine ordinario, quando le stesse vicende tante volte si sono ripetute e quando il tratto veramente caratteristico oggi, oltre alla breve durata, fin qui, della crisi, è l’attitudine “mirabile” della struttura politica ed economica degli stati moderni ad alleviare le sofferenze delle moltitudini che ne sono colpite?

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