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Prediche inutili

Delle diverse specie di creditori e di debitori

(dove in fine si accenna al canale di Suez)

Prediche inutili, Torino, Einaudi, 1956, pp. 149-163

 

 

 

Il problema dei rapporti fra i paesi creditori ed i paesi debitori non può essere discusso supponendo che si tratti di creditori e di debitori generici. In verità, i tipi di creditori e di debitori sono molti e varii; e ad ogni tipo di debitore corrisponde un tipo appropriato di creditore; e così ad ogni qualità di creditore fa riscontro analoga specie di debitore. Al debitore, propenso a non soddisfare all’impegno contratto, si accosta, per spontanea affinità, il creditore altrettanto rotto ad ogni astuzia; così come al tipo del creditore prudente risponde il tipo del debitore onesto ed alla lunga fortunato; e tra le due coppie avvengono innumerevoli combinazioni, le quali sole interessano lo storico, ossia lo studioso di ciò che realmente capita.

 

 

Naturalmente, il mio immaginario cattivo debitore non afferma il proposito, forse inconsapevole, di non rimborsare i debiti; ma parla ed opera in base ad una dottrina, ad una fede. Fede e dottrina si riassumono in una formula, variabile da epoca ad epoca, che poté prendere il nome di anno sabatico, allo scadere del quale i debiti venivano, in ubbidienza alle tavole della legge, condonati o di divieto dell’usura, scritto nel vangelo, o di diritto del vincitore contro il vinto, o della nullità degli obblighi assunti verso il miscredente e massimamente verso l’ebreo ostinato nel negare il Messia e meritevole di essere rosolato, cosparso d’olio, al fuoco lento del signore, deciso a vendicare i torti subiti dai fedeli mercé l’estrazione dell’ultimo bizante posseduto dall’usuraio e dai suoi correligionari. Nei nostri tempi, che si dicono più leggiadri e miti, la formula muta si intitola al punto quarto di Truman, ai diritti delle contrade sottosviluppate e depresse ed ai doveri dei popoli ricchi. Essa dimostra eloquentemente che gli occidentali e sovratutto gli americani[1] hanno il dovere di aiutare i popoli, venuti ultimi nell’arringo industriale, a superare gli ostacoli del passaggio dal tipo di economia agricola e di artigianato individuale al tipo di economia moderna industriale. I paesi sottosviluppati a reddito appena bastevole a soddisfare alle esigenze minime della vita non sono in grado di produrre il risparmio necessario all’acquisto del macchinario industriale, alla costruzione di ferrovie, di strade e di porti, alla regolazione dei fiumi e dei torrenti, alla costruzione dei canali di irrigazione e degli impianti idroelettrici; alla redenzione della terra dalla malaria. Fornire i capitali necessari alla costruzione delle dighe atte a trasformare il deserto in terre fertili a prò della popolazione formicolante, per rapidissima crescita, nei paesi poveri è un dovere dei popoli ricchi. Non hanno forse questi ultimi dominato fino a ieri nell’India, nell’Indonesia, nella Birmania, nell’Egitto, nell’Africa settentrionale? Non hanno forse essi tratto dal dominio economico le fonti del loro arricchimento? Gli investimenti richiesti sono doverosi perché essi sono in realtà una restituzione del mal tolto in passato, dello sfruttamento al quale hanno per lunghi decenni e per secoli assoggettato le popolazioni oggi risorte a libertà.

 

 

Anche quando l’obbligo dell’aiuto non può essere invocato perentoriamente a titolo di restituzione, perché non è evidente il legame logico fra i paesi dell’Asia meridionale, dell’Africa settentrionale e dell’America centrale e meridionale e gli Stati uniti, i quali non ebbero colonie nei paesi sottosviluppati, e perché gli aiuti non possono essere richiesti agli spagnoli, che, se ebbero l’oro e l’argento del Perù, non ne serbano se non ricordi molesti di impoverimento; né per l’Inghilterra, la Francia e l’Olanda si ha notizia di mezzi cospicui per investimenti esteri; il dovere dei popoli ricchi è tuttavia manifesto. Il dovere nasce dall’interesse. Non si commercia profittevolmente con i popoli i quali, per la povertà e per il disfacimento sociale, non hanno nulla da dare in cambio delle merci prodotte dai popoli industriali. Voi dovete prima fornirci i mezzi della resurrezione economica affinché noi possiamo poi acquistare e pagare i vostri prodotti. Non è forse vero che gli scambi più copiosi e vantaggiosi non sono quelli fra i paesi industriali ricchi ed i paesi agricoli poveri; bensì quelli i quali hanno luogo fra paesi del medesimo grado di avanzamento economico; e che il commercio fra Inghilterra e Germania, Belgio ed Europa occidentale, Svizzera e paesi vicini, Italia settentrionale e Germania, Svizzera, Inghilterra ecc. hanno sopravanzato in passato e sopravanzano oggi gli scambi fra gli stessi paesi e quelli del Levante, dell’Asia, dell’Africa e delle due Americhe centrale e meridionale? Il commercio internazionale nell’interno dei paesi ricchi dell’occidente europeo, dell’America settentrionale, e dei paesi anglosassoni non supera di gran lunga, per quantità e valore, il commercio degli stessi paesi col resto del mondo, compresa la Russia? Consentite anche a noi di diventare ricchi e riceverete compenso giusto per i vostri non sacrifici, bensì giudiziosi investimenti. Doverosi e proficui anche perché la vicinanza di paesi irrequieti perché depressi, non è comoda per nessuno e sovratutto non è comoda per i paesi ricchi. La ricchezza fomenta l’invidia; e se oggi non è probabile si ripetano le invasioni di barbari avidi di preda nelle prospere contrade dell’impero romano, le rivoluzioni sociali si propagano facilmente; ed anche nei paesi ricchi vi sono contrade depresse e sottosviluppate e classi inferiori talvolta miserabili. La ricchezza è un possesso precario, il quale non si mantiene con la forza, bensì con la lungimirante generosità, la quale dona per ricevere, solleva gli umili per non essere trascinata nella caduta.

 

 

Noi, debitori appartenenti ai paesi sottosviluppati, non vogliamo i mezzi di investimento a titolo di dono, ma di prestito. Il concetto del dono importa inferiorità, riconoscenza, continuazione dello stato di sudditanza coloniale, dal quale ci siamo liberati ed al quale non vogliamo ritornare in forma larvata. Il prestito ci deve essere fornito perché noi meritiamo fiducia. Nessuna clausula di esso deve menomare la nostra piena sovranità.

 

 

Noi non possiamo assoggettare ad alcun controllo la amministrazione del ricavo del prestito; poiché controlli e consulenti e consiglieri troppo ci ricorderebbero i giorni della dominazione coloniale. I prestiti americani sono particolarmente accetti, perché non fanno rivivere ricordi del passato; ma non devono essere congegnati in modo da sostituire alla dominazione dello stato straniero la vigilanza insolente della Banca straniera. Questa indaghi, studi, rifletta, faccia piani e preventivi prima di decidersi; noi ascolteremo i suoi consigli, e giudicheremo se convenga a noi accettare il prestito. Dopo, la esecuzione è nostra, nell’esercizio pieno della nostra sovranità.

 

 

La sovranità recentemente conquistata è più gelosa di quella antica. Nei paesi da tempo sovrani l’esperienza ha insegnato che i trattati internazionali sono necessari e vantaggiosi ad amendue i paesi contraenti; e che nel do ut des reciproco le rinunce dell’uno sono compensate da quelle dell’altro stato sovrano. Negli stati di nuova creazione, ogni vincolo è reputato asservimento, ritorno dell’antico dominatore, larvato ripristino dello stato di colonia. Il creditore, perciò stesso che è tale, appare sotto le spoglie del ricco il quale vuole sfruttare il povero.

 

 

Il debitore male tollera l’ingerenza del creditore nella attuazione dei fini che col prestito si vogliono raggiungere. Chi sono i consulenti tecnici? Perché, ignari delle situazioni e dei costumi locali, dei precedenti storici, pretenderebbero essi risolvere problemi intricati fondandosi sulla esperienza tanto diversa dei paesi sovventori? I loro compensi, conformi al livello dei salari nel paese di origine, sono un insulto ai tecnici ed agli operai locali, remunerati con salari di gran lunga più bassi; e presto sono oggetto di invidia, di malcontento, e di accuse di costi alti e di aggravio del tesoro. La nazionalizzazione del personale addetto ai grandi lavori ed impianti di ricostruzione compiuti a mezzo dei prestiti è subito chiesta a gran voce dai partiti di opposizione. Non importa che il salario decuplo del tecnico forestiero costi spesso meno di quello pagato al nazionale; l’orgoglio dell’uomo da poco divenuto libero non tollera critiche da parte di creditori anche se questi siano giustamente ansiosi di sapere bene impiegati i proprii risparmi.

 

 

Investito il provento del prestito, chi ne garantisce il servizio di interessi ed ammortamento? Se il creditore, prima di decidersi per il sì, studia il bilancio dello stato debitore ed osserva:

 

 

  • che il disavanzo dello stato debitore è grosso e le entrate coprono troppo poca parte delle spese; e nessun programma serio persuade che le spese possano essere contenute e le entrate migliorate;
  • sicché la via d’uscita più comoda per i governanti locali sarà fatalmente il ricorso al torchio dei biglietti;
  • con le consuete conseguenze di rialzo del costo della vita, malcontento sociale, spirale inflazionistica e difficoltà crescente di mettere d’accordo le entrate con le spese;
  • di qui avvilimento progressivo della unità monetaria locale; e moltiplicazione rapida del numero delle unità monetarie locali necessarie per far fronte all’annualità del prestito, espressa in un numero fisso di unità monetarie del paese creditore;
  • cosicché il debitore che si era obbligato a pagare una annualità (interessi ed ammortamento) di un milione di dollari per il servizio del prestito, vede crescere il numero delle unità monetarie locali dagli originari 100 milioni a 200, 300, 500, 1.000 milioni. Il creditore nulla guadagna, perché riscuote il pattuito milione di dollari e niente più; ma il debitore, il quale è chiamato a pagare tanto più nella propria moneta svalutata, ha un’impressione di latrocinio dovuto ad un gioco di bussolotti speculativo; ed accusa il creditore ricco di avere artificiosamente rincarato la propria moneta allo scopo di estorcere un indebito tributo a carico del debitore povero. L’accusa è infondata; ché il deprezzamento della moneta è dovuto sempre e solo alla condotta finanziariamente rilassata del debitore.

 

 

Qual meraviglia che i creditori dimostrino scarso entusiasmo per le bancarotte di stati male amministrati, per il mancato servizio dei prestiti esteri, per i blocchi dei crediti commerciali, per i controlli ed il monopolio dei cambi, ed umilmente chiedano schiarimenti sul modo con cui il paese debitore intende mettere ordine nelle imposte e nelle spese, assicurando l’esazione in moneta stabile, a carico di tutti gli utenti, senza alcun privilegio, dei diritti di acqua per irrigazione o delle tasse per uso di energia elettrica, si che sia giustificato agli occhi dei risparmiatori l’investimento delle migliaia di milioni di dollari necessarie per la costruzione, suppongasi, di una diga destinata a consentire migliori condizioni di vita ai vecchi lavoratori e la vita medesima a milioni di nuovi lavoratori!

 

 

Non è meraviglia che il debitore si inalberi alla onesta e modesta domanda di chi ha mille modi di impiegare in patria fruttuosamente i proprii risparmi, senza correre rischio o correndo quelli che possono essere antiveduti e che le leggi del paese provvedono a ridurre a proporzioni tollerabili; ma non meraviglia d’altro canto che i paesi creditori, oggi praticamente ridotti agli Stati uniti, alla Svizzera ed a pochi altri minori, rifiutino i prestiti chiesti dai paesi sovrani detti sottosviluppati, se non ottengano garanzie decorose di buon impiego del ricavo, di servizio delle annualità, grazie ad un discreto controllo della Banca internazionale?

 

 

La risposta dei paesi sottosviluppati è ovvia; intollerabile essere la pretesa dei creditori di controllare l’uso e il servizio di prestiti doverosi. Nessuno trae merito dal compiere il proprio dovere. È dovere, è interesse dei paesi ricchi sovvenire alle esigenze di elevazione dei paesi poveri. Adempiano al loro dovere e non abbiano altre pretese. Non si lusinghino di garantirsi col farsi mentori dei paesi sottosviluppati. Si contentino se noi non ripetiamo da essi il pagamento dei danni e delle umiliazioni sofferte per tanto tempo sotto la loro dominazione; se non chiediamo la restituzione dei tributi gratuiti pagati, sotto forma di imposte, di interessi passivi, di paghe a soldati ed a civili inviati per mantenerci sotto il loro giogo. Non importa che americani e svizzeri e belgi, prestatori potenziali odierni, non siano responsabili per le malefatte inglesi, olandesi, francesi del passato. Tutto il mondo occidentale è solidale per il secolare sfruttamento dei popoli asiatici, sudamericani ed africani. L’occidente, senza distinzioni artificiose, deve a noi questa riparazione.

 

 

Se non l’avremo, abbiamo innanzitutto in mano il pegno degli investimenti passati. Li esproprieremo senza indennità o con indennità pagabili nella nostra moneta e non in quella degli sfruttatori; e determineremo noi il valore della nostra moneta ed il tempo dei versamenti che a noi piacerà di fare. Le ricchezze naturali delle nostre terre; quelle, più abbondanti del sottosuolo ed in primo luogo dei giacimenti di petrolio, sono in nostre mani e non ne concederemo l’uso se non a quei paesi, i quali adempiranno al dovere di aiutare i poveri a giungere alla prosperità che essi hanno conquistata a nostre spese.

 

 

Oggi, i paesi ricchi non sono più i dominatori del mondo. È sorta una nuova concezione della civiltà; ed un grande paese, la Russia, ha dimostrato la sua attitudine a mettersi a capo della redenzione dell’umanità oppressa. Col suo aiuto, col suo consiglio, coll’esempio suo davanti agli occhi, noi faremo a meno dell’aiuto dei paesi capitalistici. Timorosi per i loro mal guadagnati tesori, vorrebbero costoro continuare a crescerli a nostro danno. Vana speranza. Nel loro seno è già nata la discordia. Noi siamo uniti e solidali e trionferemo.

 

 

I creditori appartenenti ai paesi detti ricchi non sono sordi alla voce del dovere. Quella voce ha tuttavia un tono diverso. Non di paesi naturalmente ricchi si deve parlare; ma di uomini i quali hanno saputo trarre dalle situazioni in cui si sono trovati i migliori risultati possibili. Non era ricco il territorio, dove sorsero Genova ed Amalfi, Venezia e Pisa, Amsterdam e Rotterdam sassi e rocce nude in un luogo, pantani e sabbie in un altro, piane malariche altrove. Eppure, certi uomini in certi tempi seppero trarre da luoghi infelici, col lavoro, coll’iniziativa e colla perseveranza ricchezza e potenza. Venute meno, per circostanze avverse e per la decadenza generata dalla prosperità medesima, le generazioni dei costruttori, talvolta alla ricchezza seguì la mediocrità e persino si perse il ricordo di quel che di grande era stato costrutto. Anche se non si voglia riandare il passato, non è naturalmente poverissimo il territorio svizzero; ed il luogo eminente in cui, per altezza del reddito medio individuale, è posto quel paese, a che cosa altro è dovuto se non al lavoro, alla tenacia, allo spirito di iniziativa ed alle abitudini di risparmio di quegli uomini? Qui non si vogliono ricercare i perché gli uomini svizzeri fossero e siano forniti di quelle qualità: se alla religione protestante della maggioranza od alla volontà di mantenersi indipendenti dallo straniero e liberi all’interno. Certo è che la ricchezza degli svizzeri non è un dono della natura, ma un fatto dell’uomo. Ed è un fatto umano la fiducia della quale le banche e le istituzioni svizzere godono, sicché i risparmiatori di ogni parte della terra, timorosi per l’avvenire dei proprii risparmi, minati dalle incertezze monetarie, da timori di torbidi sociali o dalla mala composizione della classe politica, accorrono a quei lidi ospitali e, contenti di frutti minimi, fanno sì che la Svizzera sia in grado di far prestiti a modico interesse in paese e fuori. Dei beni della natura esistenti nel territorio degli Stati Uniti non sapevano trarre partito i centomila pellirosse, i quali miseramente vi campavano di caccia, di pesca e dei frutti di vicendevoli rapine; sì ne traggono partito i 160 milioni di americani d’oggi; non monta ricercare se in virtù dell’insegnamento dei primi puritani sbarcati dalla Fior di maggio o dell’ardimento dei pionieri mossi alla conquista del lontano occidente o delle fatiche dei nuovi immigrati irlandesi, italiani, polacchi e di ogni più varia mescolanza di genti. Sta il fatto che ogni anno quei 160 milioni producono una quantità mai più vista di beni e di servizi; e che una parte dei beni prodotti è risparmiata a scopo di investimento; né fa d’uopo correre rischi forestieri per investire il risparmio prodotto. All’interno, gli investimenti, messi a frutto ragionevole e talvolta ottimo, sono bensì soggetti ad imposte non lievi, ma certe e compensate dalla difesa contro gli assalti dall’estero, e dalla sicurezza all’interno contro i criminali comuni, i filibustieri economici, e, mercé la prosperità generale ed i servizi sociali, contro i pericoli di rivolgimenti politici ed economici.

 

 

Una società ordinata, come quella svizzera od americana, borghese per mancanza crescente di uomini che si sentano proletari, desidera naturalmente che il mondo esterno sia fatto a sua immagine e somiglianza ed è disposta ad aiutarlo a raggiungere un più alto tenor di vita. Con la rinuncia ad impieghi tranquilli e redditizi nel proprio paese i risparmiatori americani e svizzeri, ma ci sono svizzeri sparsi in ogni luogo, là dove gli uomini produttori di beni e di servizi hanno potuto accumulare risparmio, sono pronti ad adempiere a quello che i debitori pensano sia un dovere ed i creditori considerano invece un lungimirante interesse a spegnere focolai di malcontento e di irrequietudine ed a potere commerciare con popoli non più miserabili, ma crescenti a poco a poco in prosperità e in capacità di acquisto.

 

 

I creditori debbono, tuttavia, avere fiducia. Se potessero investire in Finlandia, la fiducia sarebbe limitata solo dalla volontà dei finlandesi di consentire a ricevere prestiti. Il limite sarebbe fisicamente presto raggiunto per la scarsa possibilità di aprire nuove vie all’iniziativa già viva degli abitanti; ed oggi per la legittima preoccupazione di questi di essere accusati dal vicino gigante russo di ricevere aiuto dai paesi capitalistici. La ragione della fiducia teoricamente illimitata riposta nei finlandesi è nota ed è la esperienza del rimborso compiuto fino all’ultimo centesimo ed alle scadenze prestabilite, dei debiti di guerra contratti, ad occasione della prima guerra mondiale, con gli alleati occidentali; e poiché il caso fu isolato e nessun altro stato debitore lo imitò, esso parve e tuttora sembra meraviglioso. Dopo la seconda guerra mondiale, la Finlandia, obbligata a pagare una indennità di guerra alla Russia, di nuovo adempié all’obbligo assunto; e, nel giorno fissato, salpava dai porti finnici il carico di macchinari e di altri prodotti destinati a saldare l’ultima rata dell’indennità convenuta. Ed il fatto ancora è cagion di rispetto ammirato da parte del creditore russo.

 

 

L’esempio finlandese è un unicum stupendo tanto che nessun creditore pensa possa essere imitato mai. Il creditore aspira più modestamente a scoprire tipi di investimento nei paesi sottosviluppati i quali siano atti a fornire un tal quale reddito netto. La pretesa non è irragionevole. Se la scelta è tra la costruzione di un nuovo stadio, il quale consentirà di redistribuire meglio, forse, il reddito esistente e di procacciare un divertimento onesto agli abitanti e un impianto di regolazione di un fiume, atto a produrre energia elettrica e ad aumentare la superficie irrigata di terreni aridi, le preferenze del creditore non sono dubbie. Scegliendo la seconda via, egli compie il dovere di assicurare incremento di benessere al debitore e soddisfa nel tempo medesimo all’interesse suo di rendere meno arduo il servizio di interessi ed ammortamento del prestito. Allo stadio preferisce del pari la scuola, ancorché solo indirettamente produttiva; ché essa produce uomini meglio atti al lavoro, più capaci di iniziativa; e quindi cresce il reddito nazionale, epperciò la capacità dell’erario a servire il prestito.

 

 

Alla scelta deve necessariamente collaborare il creditore straniero. Il debitore, specialmente se esso è un capo ereditario, un dittatore nuovo, un gruppo politico oligarchico – ed a questo tipo appartengono per lo più, qualsiasi sia la forma apparente del regime, i governanti dei paesi sottosviluppati – preferisce spesso alla scuola lo stadio, all’impianto di irrigazione il molo superbo del porto o la caserma destinata ad ospitare l’esercito nuovamente formati in difesa della patria minacciata dai ricordi di passate grandezze accarezzati dai governanti.

 

 

Al creditore, il quale ancora ha la disponibilità del risparmio prodotto e potrebbe, nel dubbio, scegliere l’investimento paesano sicuro, personalmente sorvegliabile e sorvegliato, e non indegnamente remunerato, dispiacciono, accanto ai propositi grandiosi dei debitori, precedenti molesti alla memoria: come del tentato e parzialmente eseguito esproprio degli impianti petroliferi attorno ad Abadan, o del ripudio dei debiti olandesi da parte del governo indonesiano o della confisca dei beni francesi nell’Indocina comunista, o della volatilizzazione dei miliardi francesi mutuati alla Russia zarista o della espropriazione del canale di Suez, con indennità forse accollata al patrimonio costituito con gli utili non distribuiti dalla compagnia espropriata o delle svalutazioni senza fine delle monete brasiliane, argentine e simili, con blocco dei fondi appartenenti ad inglesi, a francesi ecc. Piace invece la condotta dei governi indiano, pakistano ed irakiano, a favore dei quali corrono notizie di propositi di investire gli aiuti ricevuti dagli Stati uniti, dall’Inghilterra e da altri stati amici, in opere pubbliche di captazione di acque montane, di regolazione di fiumi e di redenzione di terre aride o malsane. Se anche saranno commessi errori, se anche non tutti gli impianti saranno eseguiti ai costi minimi, se pure si osserverà qualche abuso di impresari ingordi, con la connivenza tacita di funzionari dagli occhi non aperti, si constata però con soddisfazione che i capi politici paiono intesi a fare onestamente il bene dei loro popoli e volentieri si conclude che le buone iniziative, pur non essendo immuni da rischi, debbono essere incoraggiate.

 

 

Ma è invece doveroso non incoraggiare quei debitori per i quali si ha ragione di dubitare si rinnovi l’esperienza tante volte fatta di prestiti, dei quali:

 

 

  • buona parte fu assorbita da provvigioni grossolane a mezzani nazionali e forestieri ed a uomini politici;
  • ed un’altra notabile quota fu divorata da appaltatori di lavori, da ungitori di ruote amministrative e da pagatori troppo scrupolosi nella osservanza delle formalità di visti e di firme.

 

 

È ovvio che sul mercato del credito a cosiffatti debitori si adattino due sole categorie di prestatori:

 

 

  • la prima dei filibustieri, i soli i quali siano, così come con i minori d’età promettitori di pagamenti a babbo morto, pronti ad accordarsi con i dittatori in vena di confische ed a correre i rischi proprii dei paesi dove i mancamenti alla parola data, ai patti convenuti ed ai trattati firmati sono magnificati al popolo come giusta rivolta nazionale contro gli oppressori stranieri, ed urgente rivendicazione sociale dei poveri contro gli sfruttatori capitalisti. I filibustieri ben sanno, usando i metodi di corruzione e di usure nei quali sono maestri, ricuperare in tempo i capitali avventurati; sicché alla resa dei conti, quando i popoli sottosviluppati si rivolteranno, spinti dalla miseria, contro i politici dilapidatori, ed i debiti contratti per spese inutili saranno necessariamente ripudiati, i soli perdenti, accanto ai popoli ingannati, siano gli illusi risparmiatori dei paesi creditori, chiamati a constatare la perdita della loro fortuna;

 

  • la seconda degli stati interessati alla conservazione della pace e della tranquillità sociale nei paesi caduti in balia di una classe politica deteriore. Il ceto politico degli stati ordinati in regimi liberi deve talvolta rassegnarsi al ricatto; e poiché nessuna banca rispettabile è disposta ad avventurare i depositi dei proprii clienti od a consigliare questi ad impiegare direttamente capitali in paesi immeritevoli di fiducia, giocoforza è che, per scansare pericoli maggiori di torbidi, per allontanare o ritardare il momento nel quale il paese cosidetto depresso si affilierà apertamente al nemico, giocoforza è, talvolta, che il ceto politico degli stati detti capitalistici faccia pagare ai proprii contribuenti la taglia opportuna per far stare per alcun tempo quieto il capo ereditario, il tiranno, il dittatore o quel qualsiasi gruppo oligarchico che sotto una qualunque bandiera, rossa o nera o bianca, nazionalistica o proletaria, è riuscito a conquistare la signoria del paese debitore.

 

 

Il ceto politico del paese creditore subendo il ricatto sa di non poter aspirare a riconoscenza; sa che deve evitare anche il più sommesso mormorio a proposito del mancato adempimento delle promesse di rimborso del capitale o di pagamento degli interessi; sa che un suo minimo cenno di protesta otterrebbe un’unica replica: gli amici nostri, i vicini, i quali finora hanno morso il freno, sono pronti ad aiutarci. Voi, capitalisti avidi, avete lasciato pegni di impianti industriali, di acquedotti, di ferrovie, di pozzi e di raffinerie di petrolio in paesi amici nostri. Quali mezzi avete per impedire le confische senza indennità, la cacciata dei vostri servitori, la perdita della nostra clientela? La forza delle armi? l’invasione del nostro territorio? Tentate e vedrete che al nostro fianco accorreranno, a schiere compatte, milioni di armati provveduti di armi modernissime.

 

 

Anche se la minaccia è vana, anche se fucili e cannoni sono scarichi, il ceto politico dei paesi liberi esita ad usare la forza di ritorsione che possiede; e poiché l’esitazione è seguita dalla rinuncia, la conclusione è nota: i prestiti concessi dallo stato creditore allo stato immeritevole di fiducia sono fin dal principio a fondo perduto. Restano scritti nei libri mastri dei debiti pubblici e nulla più.

 

 

Il contrasto fra creditori e debitori fin qui tratteggiato, non deve essere interpretato come contrasto fra i più nell’una e nell’altra schiera; ma come proprio di una minoranza degli uni e degli altri. Durante il secolo corso dal 1814 al 1914 prestatori di risparmio ed investitori avevano a poco a poco fatto propria la psicologia economica, in virtù della quale l’utile tendeva a coincidere con la morale. Cresceva il numero di coloro i quali desideravano dare ai proprii risparmi un investimento sicuro e remunerativo nel tempo stesso; e poiché coloro che possono offrire investimenti sicuri ed anche remunerativi sono i governi bene amministrati e gli industriali i quali sanno contemperare l’ardimento e la prudenza; così la grande massa dei risparmiatori si era sempre meglio persuasa che i redditi modesti e sicuri sono preferibili alle larghe promesse; e il saggio di interesse negli impieghi fissi, e di rendimento in quelli variabili, andava abbassandosi, sicché i buoni debitori riuscivano ad ottenere prestiti a lunga scadenza a saggio del 4, del 3,50, del 3 e del 2,50 per cento. Creditori filibustieri e governi bancarottieri non erano ignoti anche prima del 1914; ma lavoravano ai margini della società economica. Rari, quasi ignoti, i prestiti da stato a stato, inutili in tempi nei quali era divulgata la fiducia dei risparmiatori negli investimenti esteri.

 

 

La prima guerra mondiale e più la seconda, col loro corteo di svalutazioni monetarie e cioè di confisca dei risparmi investiti a reddito fisso, di rivoluzioni sociali e cioè di confisca della proprietà privata in generale, mutarono la psicologia delle due schiere dei creditori e degli investitori. I primi divennero, più di quanto non fossero mai stati, pavidi di perdere il risparmio prodotto; ricominciarono giustamente a tesaurizzare oro e preziosi e quadri, veri o falsi; e, distinguendo fra paesi relativamente stabili e paesi a regime politico incerto, si rinchiusero nei primi e tentarono la fuga dai secondi. Nei paesi malsicuri, le occasioni di impieghi sicuri e fruttiferi diminuirono; sicché si resero necessarie garanzie statali, e, venuti meno gli investimenti privati volontari, sempre più il compito fu dovuto essere assunto dai governi, che per ragioni politiche non potevano non venire in aiuto dei paesi poveri e depressi.

 

 

Fiorirono perciò le teorie dianzi chiarite del dovere dei ricchi di far credito ai poveri; e furono e sono divulgate dottrine generose sulla subordinazione dell’economia alla morale. Per lo più delle teorie del dovere e della morale profittarono i cialtroni per riuscire ad accattare danaro a prestito a saggi di interessi inferiori a quelli che sul mercato uguaglierebbero la domanda e la offerta del risparmio e per reinvestirli a saggi bassi in apparenza, ma resi usurai da provvigioni, mance e pratiche corrotte. Al luogo della pratica della osservanza degli impegni contratti, della parola data per iscritto od a voce, osservata sovratutto se l’impegno sia verbale e senza testimoni, riprese vigore la psicologia predatoria, propria non dei popoli barbari, ma di quelli corrotti e decadenti. Gli uomini di preda, siano creditori – filibustieri, siano governi pronti alla rapina della proprietà altrui, ricomparvero; e con essi si ebbero nazionalizzazioni o socializzazioni senza indennità o con indennità apparenti o parziali; protezioni sfacciatamente rivolte a favore dei potenti ed elemosine gittate a tener quieti i poveri pericolosi.

 

 

Il ritorno della psicologia predatoria si ammanta di parole grandi: lotta contro il colonialismo, rivendicazioni patriottiche della nazionalità, guerra allo straniero capitalista; difesa del povero contro il ricco, del proletario contro il borghese, della giustizia sociale contro il diritto quiritario del più forte.

 

 

È certo che là dove la psicologia predatoria si diffonda, i poveri diventano ognora più poveri, sono abbattuti i ceti mediani a vantaggio degli scherani dei predoni potenti; e che invece là dove la psicologia della osservanza del contratto stipulato si serba e nuovamente si afferma, ritorna la prosperità, le disuguaglianze sociali si attenuano, le punte altissime dei redditi sono abbassate e tuttavia non vien meno lo stimolo a produrre e ad avanzare.

 

 

Oggi, forse, il propagatore più pericoloso della psicologia predatoria non è la teoria socialistica. Il colpevole maggiore è il nazionalismo; è l’idolatria dello stato sovrano. Non esistono problemi veramente gravi i quali possano essere risoluti entro la cerchia di una nazione sola. Come e più che in altre epoche storiche, non v’ha atto di governo in uno stato il quale non abbia una influenza diretta sulla vita e sulla prosperità di ogni altro popolo. La rinuncia all’idolo della sovranità è una necessità sempre più evidente. Non si può risolvere alcun problema se si rende ossequio pieno al diritto sovrano dello stato nel cui territorio quel problema è sorto. È menzognero affermare che si vuol risolvere, ad esempio, il problema del canale di Suez riconoscendo il diritto sovrano dello stato attraverso al cui territorio il canale necessariamente è costretto a passare. Da una premessa falsa non possono nascere illazioni vere. Il canale di Suez non è e non deve essere soggetto alla sovranità assoluta dominante di alcun popolo; ma può e deve essere regolato solo da accordi internazionali. Solo un potere superiore a quello dei singoli stati sovrani può imporre la rinuncia alla psicologia predatoria e il ritorno alle osservanze della parola data, del contratto stipulato, del trattato firmato.

 



[1]Gli americani del nord sono in Italia detti «statunitensi»: sia lecito preferire la forma lessicale antica che reputa fosse la sola usata in Italia, come è ancora nelle altre parti del mondo, sino ad epoca recente. Sarebbe una perdita di tempo forse non inutile ricercare quando la nuova terminologia sia stata per la prima volta introdotta nel nostro paese; forse in epoca non diversa da quella nella quale si ebbe primamente il divieto del lei e si abolì la stretta di mano e il levar del cappello in segno di saluto, a prò del voi e del saluto romano.

La lezione «statunitense», invece del tradizionale «americano», sembra spropositata per parecchi rispetti. In primo luogo, non si vede il motivo, per il quale, volendo mutare il nome ad un popolo, si sia in Italia scelta la forma latina invece di quella italiana. La scarsa familiarità degli innovatori con il latino non consentì che essi avvertissero la caduta dell’n nel passaggio dal latino all’italiano: taurinensis, ma non torinense, sibbene torinese; mediolanensis, ma non milanense, sibbene milanese; e casi messinese da messanensis e non messinense; vercellese da vercellensis e non vercellense; genovese da januensis e non genovense; fossanese da fossanensis e non fossanense; e così di seguito.

In secondo luogo, ancor meno si vede perché l’attributo di essere «uniti in uno stato» si sia applicato ad uno solo degli stati retti a forma federale. Perché soltanto i cittadini degli «Stati Uniti d’America» ebbero l’onore di essere «statunitensi» e non quelli degli «Stati uniti del Brasile» conosciuti da se stessi e dagli altri come «brasiliani»; o degli «Stati Uniti del Messico» il cui nome antico ed accettato è quello di «messicani»? Perche non affibbiare il nome di «unionisti» ai cittadini dell’«Unione del Sud africa» o dell’«Unione delle Repubbliche sovietiche socialiste»? Ogni popolo ha ragione di conservare il nome tradizionale suo proprio; e come ai messicani ed ai brasiliani nessuno contesta di darsi il nome loro proprio, così non si sa perché da noi sia venuto in mente in un certo momento di mutare i connotati agli americani chiamandoli statunitensi. Costoro, che son buona gente, non hanno posto mente alla mutazione; e, grazie alla loro noncuranza, è venuto meno il valore di quella che suppongo essere stata la sciocca ragione prima della novità che era di gettare scredito sull’idea degli Stati uniti d’Europa, che sarebbero stati fin da allora, ma allora non se ne aveva notizia, desiderati dagli americani ed, invece, repugnavano a chi ci governava.

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