Delle utopie: a proposito della città del sole

Tratto da:

Rivista di storia economica

Data di pubblicazione: 01/12/1938

Delle utopie: a proposito della città del sole

«Rivista di storia economica», dicembre 1938, pp. 124-27

 

 

 

Tommaso Campanella, La città del sole. Testo italiano e testo latino a cura di Norberto Bobbio. Giulio Einaudi, Torino, 1941. Un vol. in 8° di 213 pp. Prezzo L. 20 nette.

 

 

Del Campanella gli economisti conoscono, quando per accidente l’abbiano, nelle solite edizioni, letta o scorsa. La città dei sole; poco o nulla ponendo mente a quale tra le stampe si siano accostati e da quale traggano le loro citazioni. È bene perciò che noi prendiamo notizia delle fatiche che Norberto Bobbio ha durato per darci nella «Nuova raccolta di classici italiani annotati» una edizione per quanto è possibile corretta e vicina al testo originale. Che dal Campanella fu redatto, probabilmente nel 1602, in lingua italiana; ma, sebbene più volte rimaneggiato e cresciuto, non fu mai reso di pubblica ragione dall’autore, e fu poscia dimenticato. Sicché quando nel 1623 comparve a Francoforte la traduzione latina, compiuta verso il 1614 dallo stesso Campanella, e questa fu da lui ristampata a Parigi nel 1637, si finì per credere da molti che questa latina fosse la stesura originale dell’opera ; come tale fu rivoltata in italiano nel 1836 e – più volte riprodotta : nella Biblioteca rara del Daelli, nella edizione delle Opere campanelliane del D’Ancona, nella Biblioteca universale del Sonzogno – è ancor oggi la più divulgata. Soltanto nel 1904, dopo alcune notizie e saggi parziali dell’Amabile e del Croce, comparve la prima edizione della stesura italiana a cura del Solmi, seguita da quella del Ciampoli (1911) e del Paladino (1920), migliore quest’ultima delle altre e particolarmente di quella, difettosissima, del Ciampoli, ma non immune da mende non piccole. Il Bobbio ha collazionato dieci sugli undici – escluso cioè quello solo di Londra oggi inaccessibile – manoscritti esistenti del testo italiano del Campanella; li ha laboriosamente classificati, secondo le norme più rigorose della scienza filologica, in famiglie e derivazioni e si è attenuto all’ultima revisione del testo italiano quale ci è fornita dal manoscritto conservato nella biblioteca governativa di Lucca.

 

 

Noi economisti abbiamo qualche esempio dì edizioni critiche: l’edizione Cannan della Ricchezza delle nazioni di Adamo Smith, l’ed. Ashley dei Principii di economia politica di J. S. Mill, quella De Bernardi di Dupuit, quelle Harsin di John Iaw e di Dutot, quella mia di Malestroit, quella Hauser di Bodin; ma salvo che per Law, Dutot e Malestroit, trattavasi di riproduzione di testi stampati dall’a., per cui bastava sostanzialmente indicare le varianti da un’edizione all’altra, ristabilire ed integrare le citazioni, correggere l’ortografia e la punteggiatura. Per Campanella si tratta di ben altro: indagare, fra undici trascrizioni l’una dall’altra variamente diverse, quale sia quella la quale più probabilmente rispecchi l’ultima mente dell’autore, e far ciò non ad arbitrio proprio, secondo il proprio gusto; ma partendo da criteri rigorosamente dedotti dal confronto, parola per parola, di tutti i mano-sciiti conosciuti. Un funzionario della polizia mi raccontò in una certa occasione in qual modo egli riuscisse, dalla lettura attenta e continua di un certo giornale, in cui gli articoli comparivano anonimi o segnati con pseudonimo, ad individuare prima la regione dalla quale talune corrispondenze che lo interessavano provenivano. Erano accenni a località a fatti a persone, erano modi di dire o parole, che non potevano essere conosciuti o usati se non da uomini appartenenti a quella regione. Poi, via via stringendo il cerchio, dalla regione egli scendeva alla provincia, di qui al gruppo di comuni, al comune e finalmente alla persona cercata. Stupivo, ammirando, col cuore stretto al pensiero delle tante possibilità di errori logici, l’uso del metodo tanto rigorosamente scientifico; e non potevo fare a meno di ricordare che del metodo stesso si serviva il Barbi per le edizioni critiche della Divina Commedia o della Vita nuova. Oggi, per cosa più vicina a noi, penserei al metodo tenuto dal Bobbio in questa sua preziosa edizione della Città del sole.

 

 

L’uso di certe parole e di certe frasi ; talune dimenticanze e talune interpolazioni; il ripetersi di dati errori fanno classificare i manoscritti in famiglie; li fanno distinguere in copie deteriori e buone e queste in copie di prima o seconda o terza mano; e, tra quelle di primi mano o di pari grado, quella più vicina all’ultima stesura. I filologi sono adusati a codeste fatiche e delizie; ma poiché gli economisti non sono, mi sia consentito di dire loro che vi può essere altrettanto merito ed altrettanto diletto nel far fuori un’edizione critica di un testo classico quanto ve ne può essere, suppongasi, nell’indagare le nuove applicazioni – applicazioni, dico, non servili negazioni o funambolesche contorsioni – della teoria dei costi comprati all’attuale babele di divieti contingentamenti regolamenti, merceologici o valutari, la quale rende complicatissimi e costosissimi gli scambi internazionali.

 

 

L’edizione del Bobbio consta sovratutto del testo italiano, corredato di dotte note intese a chiarire il significato storico e logico, per se medesimi non evidenti, di prole, persone, luoghi, istituti ricordati dal Campanella – senza le note sarebbero, ad esempio, particolarmente incomprensibili le parole e le notizie attinenti all’astrologia – e del testo latino, riprodotto secondo l’edizione del 1637, con correzioni derivate dall’edizione del 1623. Attorno ai due testi, italiano e latino, si leggono la Nota (pp. 167-197) filologica relativa al metodo tenuto nella edizione, un elenco delle opere del Campanella, una bibliografia essenziale ed un doppio indice: uno dei nomi e delle cose notabili contenute nella Città del sole ossia nel testo campanelliano ed un altro dei nomi tutti citati sia nel testo campanelliano che nel resto del volume. Precede un’amplissima introduzione (pp. 9-51) nella quale si dà notizia della fortuna del libro, sia per quanto ha tratto alle vicende delle sue varie stesure, italiana e latina, sia per quanto tocca la valutazione diversa che del libro si fece in prosieguo di tempo.

 

 

Nocque, secondo il Bobbio, alla vera intelligenza del libro l’essere esso stato – fatto quasi esclusivamente oggetto di riesumazioni o rivendicazioni da parte di storici I e teorici del socialismo ; ai quali parve doveroso ricordare per sommi tratti la Città del sole insieme con le tante altre scritture, che dalla Repubblica di Platone e dall’ Utopia di Tommaso Moro in ogni tempo furono composte e continuano a comporsi sul motivo fantastico della città ideale. Il valore della Città del sole non è nel generico schema comunistico ivi delineato. La «goffa» questione di Campanella precursore delle teorie comunistiche non interessa : «il comunismo come idea generica di una eliminazione della proprietà individuale è legato sin dall’antichità ad ogni idea di riforma, ad ogni vagheggiamento di una età felice. E in Campanella non vi è nulla all’infuori di questa idea generica, che rinvia alla remota età dell’oro e alla futura rinnovazione del secolo. C’è il grande esempio di Platone, ci sono le suggestioni che provengono dalla vita idealizzata delle prime comunità cristiane e dall’ammissione dei primi padri della Chiesa, ma manca la riflessione matura sul fatto pratico della riforma» (p. 43). La Città del sole non deve essere apprezzata in ragione di genetici accostamenti a schemi astratti di società perfette, bensì in rapporto alla breve esperienza vissuta dal Campanella innanzi ai lunghi anni del martirio nelle carceri napoletane e romane. Essa fu scritta in carcere quando, terminato il periodo dei famosi processi per la insurrezione delle Calabrie alle quali aveva preso parte, promotore o legislatore, il Campanella, «accolta come vera la sua simulata pazzia, gli si era offerta la tranquillità sufficiente per ripensare ai casi proprii. Fra i proprii casi da ripensare occupava il primo posto l’insurrezione, la quale…. già si era andata a poco a poco idealizzando in una riesumazione infarcita di profezie, di avvertimenti celesti, di apocalittici disegni. Di quest’opera di idealizzazione, dopo il disinganno dell’insuccesso, si può ben dire che la Città del sole rappresenti fa fase finale,ormai staccata, come opera dell’immaginazione, dalla storia meschina di una insurrezione fallita, ma palpitante ancora della vita, o meglio delle illusioni, che ad essa avevano condotto. Dunque questo abbozzo di stato ideale prima di essere un dialogo poetico era stato un programma di azione; la comoda e pacifica invenzione da erudito era invece il progetto rivoluzionario di un frate condannato come ribelle ed eretico…. Non si può non provare un senso di stupore nel vedere apparire tra le pagine massicce, grossolane, monotone, sgrammaticate degli atti di un processo, uscite dalla bocca di frati ignoranti ed ignari, quelle stesse idee, che diffuse poi nel mondo della cultura ad opera della Città del sole furono per tanto tempo giudicate come dotte fantasie, frutto dì una troppo fervida immaginazione.

 

La Città del sole è costrutta su di un colle; e riferivano i congiurati : il “monte di Stilo si sarebbe chiamato monte pingue e di libertà”. I due principi nuovi della repubblica dei solari sono la comunanza dei beni e il controllo degli accoppiamenti; i congiurati parlavano di “fondare una repubblica nella quale si vivrebbe in comune e si farebbe la generazione dai soli valorosi”» (pp. 31-32).

 

 

Il Bobbio riesuma altri legami fra il programma della esperienza tentata nelle Calabrie e la sua idealizzazione nel libro scritto in carcere; fra gli ideali di riforma religiosa che Campanella agitò ed i principii della religione razionale che egli suppose accolti nella Città del sole; fra la rinnovazione politica che egli consigliava al re di Spagna ed a quello di Francia e l’archetipo che egli immaginò attuato nella sua ideale repubblica.

 

 

Dalle riflessioni del Bobbio io non trarrei la conclusione che una storia delle Utopie al punto di vista economico-sociale, non debba essere tentata; ma invece che il filo conduttore di quella storia non debba essere quello dei tipi di società comunistiche immaginati dagli utopisti. Questo sarebbe punto di vista formale, inteso a classificare il più od il meno di vita in comune, la prevalenza del concetto della attribuzione secondo il merito su quello secondo il bisogno o viceversa, la estensione della proprietà e dell’uso comune ai soli strumenti di produzione od anche ai beni di consumo e fino alle donne ed ai figli; che sono caratteri esteriori.

 

 

Vorrei invece che qualcuno mettesse la mano nel grosso cumulo eterogeneo dei libri chiamati «utopie» per rigettare nel limbo delle cose che non furono mai scritte le esercitazioni frigide di letterati in cerca di argomento in apparenza nuovo e mettere in luce le poche le quali risposero veramente ad un’esigenza dello spirito. quante sopravviverebbero? quali furono, pei pochi libri degni di essere ricordati, le esigenze spirituali a cui esse rispondevano? quale il mondo su cui esse intendevano agire? quali i problemi concreti che essi, sotto il velo dell’utopia, intendevano risolvere? perché fu scelto l’espediente dell’utopia per risolvere quel dato problema o condurre quella data battaglia? l’utopia è una specie di un genere più ampio, il romanzo. taluno di questi romanzi, non appena pubblicato, ebbe influenza meravigliosa. sebbene subito bruciato per ordine del parlamento di Parigi, Chinki, histoire cochinchinoise dell’abate Coyer, contribuì potentemente, più forse di ogni altro scritto del tempo, all’abolizione delle corporazioni d’arte e mestieri.

 

 

Il problema che qui si pone non è quello, sbagliato, dei generi letterari ; ma, preliminarmente, del perché in quel coso singolo uno scrittore, il quale aveva veramente qualcosa da dire intorno ad un problema suo e dei suoi contemporanei, preferì alla prosa ordinaria la forma utopica o romanzesca; e poi e sovratutto del rapporto fra la soluzione utopistica e quella data dall’autore alle domande che lo angosciavano.

 

 

Se ripenso al sacrificio, serenamente e consapevolmente voluto che Tommaso Moro fece della propria vita all’ideale religioso e politico, in cui egli credeva; se penso quanto poco si chiedeva da lui per fargli salva quella vita; ma quel poco era tutto per lui ed egli, per tener fede ai suoi principii, rinunciò alla vita, sono tratto a pensare che forse la sua non che essere uno scherzo, come talvolta Tommaso Moro ed Erasmo affermarono, tenga il primo posto nel catalogo ragionato delle «utopie» considerate come libri di esperienza vissuta.

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