Dell’uomo, fine o mezzo, e dei beni d’ozio

Tratto da:

Rivista di storia economica

Data di pubblicazione: 01/09/1942

Dell’uomo, fine o mezzo, e dei beni d’ozio

«Rivista di storia economica», settembre-dicembre 1942, pp. 117-130

 

 

 

Luigi Bandini, Uomo e valore, Giulio Einaudi, editore, Torino, 1942. Un vol. in 8° di pp. 206. Lire 20 nette.

 

 

1. – Il periodo che intercorre tra la fine del secolo XVIII et il tempo nostro è quello «dell’industrialesimo moderno, la cosidetta età della macchina», nel quale «ha inizio e svolgimento una vera e propria civiltà nuova; con forme peculiarissime, che Io distaccano dalle età precedenti in una maniera così netta e sicura, da essere la nozione di un cangiamento profondo rispetto ad esse, ed all’umanità anteriore nel suo complesso, la più comune ed universale della consapevolezza storica dell’uomo odierno, una così convinta ed estesa, certezza come è da credere che nessun’altra età di rinnovamento abbia avuto: onde sarebbe pressoché ridicolo nella sua superfluità il tentativo di convalidare mediante argomentazioni di qualsivoglia natura l’assunzione di una tale novità e tipicità» (p. 13). Bene si caratterizza l’età nostra con la designazione di «trafficante», poiché «l’attività economica, la produzione delle cose, il loro scambio e gli organi a ciò atti, riempiono di sé in tal modo questa era che è la nostra, da potersi dire che ogni altro aspetto della vita umana, ogni altra attività ed interesse, diventa al confronto secondario e d’incomparabilmente minor rilievo» (pp. 13-14). Essa è anche caratterizzata «dal culto del numero, dall’adorazione della quantità» (p. 14). Più che la macchina, è caratteristico l’elemento «traffico», parola che «bene si presta ad indicare quella attività irriflessiva e passionale, quell’operosità rumorosa, inquieta, ansiosa ed invero, abbastanza insensata, che dell’età è certo una delle peculiarità più appariscenti» (p. 16). A promuovere la «tonalità spirituale caratteristica della nostra età», tonalità «economicistica», contribuisce «la stessa materia economica : le macchine, le fabbriche, gli impianti tecnici ed amministrativi, gli organismi tutti dell’economia, con le loro complesse ed intersecantisi ragioni economiche di vita, stretti da un’inderogabile esigenza d’indefessa attività, mai come perseguitati da un sempre più aspro assillo di accrescimento di efficienza : il fato del capitale che all’infinito richiede e all’infinito genera a sé stesso capitatale» (p. 33). Si rovescia così «il rapporto fra uomo e cosa», si innalza «ad ideale supremo la realtà economica», «diventa di più in più esteso ed esclusivo e penetrante ed assorbente il predominio dell’economia e delle sue esigenze nella società e nella vita umana» ; e questo «postula il passaggio alla funzione di guide, educatori e plasmatori spirituali dell’umanità dei più diretti rappresentanti dell’economica attività» (p. 35). La nuova classe dirigente accetta come «alcunché di pacifico, di naturale, di definitivo» il fatto che «la organizzazione economia che doveva essere per creare mezzi di vita e di benessere agli uomini tali mezzi li toglie tutti» (p. 36). Con la sua «tendenza a prendere la produzione ed il suo incremento come dei fini in sé, ai quali si è disposti a sacrificare l’uomo stesso» (p. 17), la civiltà trafficante nega in fatto quella dottrina liberale di cui gli economisti auspicavano il trionfo. La sua prassi si risolve, invece, nella negazione, nonché del diritto di libertà, del diritto stesso alla vita per una gran parte dei membri della società» (p. 18), si risolve, cioè, «in un massimo di servitù per una gran quantità di soggetti umani» (p. 23). «La sconcertante legge di Ricardo», fondamentalmente la stessa che il Lassalle denominerà «la legge di bronzo dei salari», non fu considerata propria di «una soltanto ipotetica ed astratta economia pura, ma come una caratteristica sopportabile della realtà concreta»; ed «in un’atmosfera di consenso quasi universale, uomini tararono uomini come delle cose, come delle macchine, la cui sola differenza dalle macchine vere e proprie si direbbe che apparisse questa: che, siccome non costituivano capitale e si rinnovavano da sé, era indifferente che si guastassero anche rapidamente, per eccesso di carico» (pp. 36-37). Né contro quei dirigenti dell’economia «ci si sente in animo di pronunziare una condanna severa. Più che dei mostri di egoismo, di sfrenata cupidigia, di brutalità e di freddo cinismo, gli uomini che hanno promosso la grande industria moderna appaiono piuttosto come degli allucinati, dei soggiacenti ad un fascino» (p. 38). L’atteggiamento mentale di questi uomini è tale che «nella sua maturità riconosce un idolo al quale tutto va sacrificato. Ed al quale i suoi adoratori fanno, in primo luogo, incondizionato sacrificio di sé medesimi. Sono, questi uomini dell’economia, dei combattenti strenui, dei lavoratori poderosi, instancabili; e c’è qualche cosa di titanico nella maniera della loro incontenibile attività costruttiva. Insaziabilmente cupidi di guadagno bensì, ma non per il godimento: non per loro stessi, sibbene per innalzare templi sempre più superbi alla loro esigente divinità… Orbene, se è vero che danno tutti sé stessi alla bisogna, senza risparmio, illimitatamente, è certo con non diverso sentimento che prendono, a mandate, le folle straccione degli operai, uomini donne fanciulli, e le buttano, col gesto austero e sicuro di un dovere vocazionale che comanda dall’alto, nella fornace ardente e stritolante del Moloch! La realtà economica, l’impresa: ciò sta al sommo… II tono vero e più intimo del quadro… [è] …quello dell’esaltazione del lavoro in sé, dell’esaltazione dello sforzo, dell’esaltazione del fare, del produrre, del trasformare, della volontà di dominio del mondo oggettivo, di assoggettamento della materia» (pp. 40-41). La mentalità economica «è divenuta tutt’uno con la forma stessa essenziale della nostra società…»; e «anzi sembra tendete decisamente a dare al rapporto uomo (mezzo) – cosa (fine) il carattere del sacro» (p. 43). «Non soltanto come collaboratori diretti o indiretti, ma persino come consumatori la produzione tende a considerare gli uomini piuttosto mezzi che fini. Al consumo come termine finale della produzione, essa tende a sostituire un consumo al quale essa è fine. Si deve consumare finché si possa produrre» (p. 43). Con la moda, con la pubblicità, si stimolano artificialmente bisogni, allo scopo di poter vendere ciò che l’industria produce. «Forse non è lontano il giorno, o forse è già venuto, in cui essa entrerà come fattore determinativo diretto – ché indiretto lo è già largamente – anche nelle sfere più elette della spiritualità; in cui si scriveranno poesie, per esempio, soltanto per le necessità dell’industria tipografica, si scolpiranno statue unicamente per il vantaggio dell’industria estrattiva, si dipingeranno quadri esclusivamente al fine di sostenere l’industria dei colori» (p. 46). «La nascita della scienza economica nella ispirazione moderna, in quelle prime e tuttavia ben salde delineazioni che iniziano quella che si suole oggi indicare come economia politica classica», risale appunto al momento (fine secolo XVIII e inizio XIX) nel quale «si manifesta estesamente quello spirito di sopravalutazione della ricchezza, del bene economico in genere, apprezzato in vista più del produrre stesso per sé preso e dell’accumulo, che non dell’utilità vera cioè riferita all’uso e al consumo» (p. 17). Non solo assistiamo al rovesciamento dei reali rapporti – consumare per produrre, invece che produrre per il consumo – ma «si giunge addirittura alla distrazione dei prodotti allorché il loro eccesso sembra pregiudicare il ritmo economico» e così alla «negazione del principio produttivo, in sostanza l’assurdo» (p. 46). Il sacrificio dell’uomo alla cosa, ecco la caratteristica dell’economia trafficante: «la colonizzazione, la conquista dei grandi mercati, le lotte per l’accaparramento delle materie prime, le cosidette guerre del petrolio, del cotone e simili, certi momenti bancario-borsistici, certi scorci di storia europea ed americana, la rivoluzione russa, offrono cospicua massa di episodi in cui si mostra con la più piena evidenza l’atteggiamento caratteristico economistico e il poco o nessun conto che solitamente si fa dell’uomo al confronto degli interessi variamente economici» (p. 33).

 

 

«La produzione dunque esaurirebbe il suo fine in sé stessa?». Non in tutto vera, la imposizione ha in sé qualcosa di vero; «la produzione ha suoi fini che non coincidono coi fini umani». Ci si sente «afferrati come in una visione allucinante, grottesca. Di un mondo di cose che concresce a sé stesso per propria intima capacità di vita, quasi una nuova natura accanto all’antica. Una natura creata dall’uomo, ma tosto a lui ribelle, e ritrovante solo in sé stessa e a sé rivendicante la propria legge di vita». Una natura nella cui «legge ed autonoma finalità» rientra «il consumo stesso, la necessità del molto consumo e persino la guerra, nella tipica forma dell’oggi prevalentemente di distruzione». Un mondo in cui «tutti gli organi… che della produzione sono insieme risultati e strumenti», insieme con «la produzione e loro sovrana e genitrice, avanzino, ciascuno quale organismo a sé provvisto di una sua propria energia e volontà di vita e di una sua propria legge, delle analoghe singole pretese di fini il sé e per proprio conto si svolgano, divengano e crescano, ciascuno secondo esigenze interne a sé medesimo, pur concorrendo alla finalità suprema d’insieme, del produrre, del gettito». Sicché accada veramente «che per sé e per quella finalità d’insieme, ma non già per gli uomini e ai fini proprii di questi, le città si facciano sempre più grandi e più popolose; per sé e per quella le strade sempre più ampie, le case sempre più alte, i mezzi di trasporto sempre più capaci e veloci; per sé le imprese del traffico sempre più estese e le industrie sempre più poderose e le fabbriche sempre smisurate; per sé i macchinari sempre più giganteschi e possenti; per sé gli organismi amministrativi sempre più ramificati e invadenti; per sé e anche per quella gli eserciti sempre più formidabili e immensi e oberanti; per sé e per quella gli strumenti di guerra sempre più spaventosamente distruttivi. E che a tutti questi immani esseri, a questa nuova creatura, l’umanità sia resa infine irredimibilmente serva; il suo compito non più che quello di uno scorrente sangue, circolante in mille guise per ogni dove, tutt’intorno e per entro alle creature troppo cresciute da essa chiamate alla vita, e irrorarle di anima, che esse, nell’assorbirle, stampano di più in più della loro ottusa natura» (pp. 57-59).

 

 

2.- Se taluni tratti del «carattere» che il Bandini delinea dell’imprenditore sono, riferiti a talune non infrequenti eccezioni, esatti, il quadro allucinante dell’uomo fatto schiavo dell’idolo produzione, macchina, attività fine a sé tessa, dell’uomo che costruisce città, innalza case, prolunga strade, lancia navi a solcare i mari non per sé ma perché da città nasca città, da casa casa, da strada strada, da nave nave; e fornisce armi ad eserciti affinché questi possano, distruggendole, richiedere sempre nuove armi, a quale realtà si riferisce? Quel quadro si contempla nel primo capitolo (Rovesciamento: l’uomo da fine divenuto mezzo alle cose, pp. 11-59) di un libro, del quale gli altri tre capitoli (Umana sostanza – II come e il quanto – Dialettica della svalutazione, pp. 60-206) sono dedicati ad un’analisi del processo per il quale nella società moderna si osserva un lento progressivo attenuarsi dell’individualità umana, sicché l’uomo individuo tende a scomparire nella massa e, quel che è più rilevante, a svalutare sempre più sé stesso. Se anche quel quadro dovesse essere giudicato romanzesco, non perciò scemerebbe il pregio del libro; che quel pregio sta non nel riattaccare il processo di disindividuazione e di svalutazione dell’uomo al fatto economico della civiltà trafficante, ma nell’analisi del processo medesimo, Analisi finissima e veramente degna di lettura e di meditazione. Il Bandini ha scritto pagine e note a pie di pagina: – sull’uomo che non è libero da natura, ma per sua natura e per conquista continua contro la natura (p. 73); sull’individualità che è la vera umanità dell’uomo (p. 81); sull’uomo che non tanto è parte della società, quanto la società è parte intima costitutiva di lui (p. 90); sulla ragione per la quale, potendola risolvere in uomini aventi modi e volti noti individuali, amiamo più la gente nostra che non quella altrui, che per noi sono solo il «francese», il «tedesco» (p. 95); sul livellamento, il quale si risolve nel sopprimere nell’uomo l’individualità, nel risommergerlo nell’animalità (p. 96); sull’importanza crescente della donna nella civiltà presente dovuta all’essere l’uomo già ridotto a modi di attività accessibili alla donna (pp. 108 -109); sulla perdita del sentimento di comunione dell’uomo con la natura (p. 110); sulla morte che nel piccolo centro toglie qualcosa al quadro, laddove nella città manca ogni simpatia e conoscenza vicendevole anche tra vicini (p. 115); sulla abitudine ad accogliere dai giornali le idee già fatte, propria di chi, abituato ad un lavoro diviso, piccolissima frazione di un tutto collettivo, non sa da sé far nulla di utile a lui medesimo (p. 141); sull’assurdo di impedire le guerre mercé regolamentazioni e collettivizzazioni (p. 145); sulla canonizzazione la quale prova essere l’esaltazione dell’individuo la vera caratteristica del cristianesimo, che fa l’uomo, tutti gli uomini, creati da Dio a propria immagine e somiglianza ed è ben diversa dall’uguaglianza di essi (pp. 161-62) – pagine e note le quali illuminano vivamente aspetti noti ed inavvertiti della vita sociale e costringono alla meditazione.

 

 

Anche quando si dissente – è vero che la città gigante, la grande fabbrica imponga all’uomo di uniformarsi, all’impiegato di agire con lo stesso gesto e di trascorrer la sua giornata con lo stesso ritmo di tutti? (p. 109); e come si spiega, se questa soltanto è la verità, l’annosa ricerca che fanno i capitani d’industria di giovani che siano diversi dagli altri, di uomini degni di salire, perché «eccezionali», il più frequente aggettivo che in bocca di quei capitani abbia significato di lode specialissima? Può darsi che l’uomo nella fabbrica, nell’impiego si senta oppresso dall’ordinamento, di cui è parte e di cui non intravede come liberarsi (p. 124); ma il contadino si sente forse libero rispetto alla terra; e chi dei due, operaio o contadino ha lo sguardo maggiormente rivolto verso le cose terrene, chi dei due riesce un po’ meno di rado a pensare sulle cose e gli uomini che lo circondano, altrimenti che in termini di denaro? Può darsi che la svalutazione dell’uomo a favore della collettività, la sua disindividuazione ed immersione nella nazione siano uno dei fattori dell’odio e del disprezzo che gli uomini, cessando di essere individui, sentono per le altre genti e per lo straniero in genere (p. 144); ma quanto piccolo e derivato è questo fattore di odio, di invidia e di disprezzo in confronto al fattore massimo che ha creato colla grande guerra del 1914-1918, e di nuovo creerà in circostanze consimili, tanto odio e invidia fra ceto e ceto, fra uomo e uomo, fra nazione e nazione ed è il «repentino» e «grandioso» (ambi gli aggettivi sono necessari) rivolgimento di fortune e di redditi verificatosi in «occasione» di quella guerra? E la «causa» non fu un modo particolare, forse inevitabile, di condurre la guerra medesima? V’è una connessione logica necessaria fra l’inflazione monetaria ed il colossale che si dice caratteristico dell’economia trafficante? – anche quando si dissente, il dissenso nasce dallo stimolo a pensare offerto dal libro. Il quale pertanto è un bel libro, ben degno di essere Ietto anche dagli economisti professionali.

 

 

3. – Ma l’economista consente e dissente al tempo stesso nella tesi che connette il «livellamento» universale, la disindividuazione e la svalutazione degli uomini con qualcosa di «economico» che sia accaduto durante il secolo XIX. Nel quaderno del giugno ho qui discorso lungamente del processo verso il grande e il colossale, verso il livellamento, verso le grandi città tentacolari, nelle quali gli uomini sono ridotti «ad una massa informe confusa di atomi sciolti da vincoli di famiglia, di sede stabile , di orgoglio di mestiere, di professione, di proprietà della tetra che nutre, della casa che ospita, incapaci a creare ed a far vivere di vita indipendente autonoma istituti di vita comune: la chiesa, il municipio, la cooperativa, la società mutua, la associazione di difesa e li mestiere» (cfr. Economia di concorrenza r capitalismo storico, §§ 6 ed 8, 15 e 16). L’economista consente nella tesi che il capitalismo «storico», sorto verso il 1840 e forse oggi avviato verso la sua fine, sia responsabile della tendenza verso il gigante, il grosso, verso i colossi, i consorzi, i monopoli, verso ciò che incatena ed asserve gli uomini e di cui l’ultima e più perfetta e diabolica espressione è il comunismo russo; ma non consente nell’altra tesi, tutta diversa, che la tendenza verso il colossale, distruttivo dell’uomo, come persona autonoma, e volontà indipendente, sia propria dell’economia contemporanea, capitalistica o trafficante. Quando dico che l’economista non consente, mi riferisco, s’intende, a qualcuno degli affiliati a quella schiera, non foltissima, di studiosi, sparsi variamente nei più diversi paesi del mondo, i quali tacitamente, senza alcun rapporto personale, si riconoscono, leggendosi a vicenda, membri di una particolare congrega di iniziati. Non occorre, per l’iniziazione, nessun rito; né si pronuncia alcun atto di fede comune; ché anzi l’unico obbligo assunto istintivamente è quello di discutere e di attaccar briga gli uni con gli altri. Ma, pur discutendo ed abbaruffandosi, gli affiliati alla confraternita partono da premesse accettate da tutti ed adottano metodi comuni di ragionamento. Purtroppo i laici, i quali si interessano di cose economiche e vorrebbero trarne qualche aiuto nello sforzo di interpretare la vita che si svolge attorno ad essi, non leggono, per dire a caso alcuni nomi di contemporanei viventi, né gli inglesi Keynes, Hicks o Robbins, né gli americani Viner o Knight, né i tedeschi Mayer, Schumpeter, Röpke, von Hayek o Mises, né gli italiani Jannaccone, Bresciani, Cabiati od Amoroso; ma capitano diritti e filati su libri di uomini che gli economisti hanno, col silenzio, escluso dalla confraternita, tipici, fra i citati dal Bandini, Marx, Sombart e, in parte, anche Max Weber. Li hanno esclusi perché costoro si occupano di un altro mondo, di cui gli economisti non hanno alcuna esperienza o notizia. Può darsi sia un mondo realmente esistente anche quest’altro; ma non sembra agli economisti franchi la spesa perder tempo a correre dietro a quel che ad essi pare una visione allucinante bensì, ma fantastica.

 

 

4. – Questa visione può dirsi abbia avuto origine in principio del secolo XIX, quando lo storico Sismondi ne fu grandemente impressionato; prese corpo nel Capitale di Marx, ed ebbe, tra noi, varie vicende sovratutto nei libri sul capitalismo di Achille Loria – che pure nei libri stessi ed in altri, ad esempio in quello sul Valore della moneta, dimostrò di appartenere nel tempo stesso con pieno diritto alla sullodata confraternita degli iniziati – ed altrove, più tardi, in quelli sulla storia del capitalismo, sugli ebrei, sul borghese di Werner Sombart. E cito solo i maggiori sacerdoti. È la visione di una economia che vive di vita propria, autonoma, indipendente dall’uomo. La fabbrica, la macchina, il macchinismo, la banca, la borsa, il traffico, il treno ferroviario, il piroscafo a vapore, incarnazioni concrete di una entità superiore, detta capitale, la quale continuamente cresce in cerca di profitto; e per ottenere profitto deve produrre e per produrre deve vendere e costringere gli uomini a consumare. È una visione davvero allucinante, la quale ha il suo poema in Past and Present di Carlyle il cui titolo i francesi appropriamente voltarono in Cathédrales d’autrefois et Usines d’aujourd’hui, e la satira in Erewbon di Samuel Rider, dove il romanziere narra la guerra civile sorta secoli or sono nel paese di utopia fra i fautori ed i nemici delle macchine, guerra vinta dai nemici riusciti a persuadere il popolo che la macchina era dotata di virtù sua propria di incremento e di comando, sicché gli uomini sarebbero alla fine divenuti suoi schiavi ubbidienti come automi e i templi destinati alla macchina avrebbero preso il posto delle chiese dedicale a Dio; e macchine e fabbriche e ferrovie furono distrutte e se ne perdette sino la memoria. In verità siamo passati tutti attraverso questa visione del Moloch economico, divinità trascendente e posta fuor dell’uomo, agitata da insaziabile sete di incremento, di dominio e di profitto; la quale asservisce e toglie umanità all’uomo, lo costringe a consumare ed a produrre, e, in nome del progresso e della civiltà Io riduce a mero numero, ad atomo indistinto di una collettività priva di anima, mero strumento per il fine della moltiplicazione delle cose.

 

 

Tutti affascinati da qualche lettura mal digerita e prematura, abbiamo subito il brutto incubo; ed io ricordi me stesso, non ancora ventenne, fresco della lettura di qualcuno dei libri sopra ricordati, nell’atto di sunteggiarli, ad un mio saggio congiunto, laico nelle scienze economiche, ma esperto nelle cose della vita; il quale distrusse senz’altro, con solido buon senso, il quadro, osservando non aver mai avuto occasione di veder macchine e fabbriche e capitali effettivi e uomini veri comportarsi in siffatta stravagante maniera. La tesi, che, per virtù propria, l’economia delle macchine, del lavoro diviso, della concentrazione industriale produca i risultati che i romanzieri della civiltà trafficante le hanno attribuito, è davvero stravagante ed insostenibile.

 

 

Un tecnico egregio, l’ing. Mario Piazza, il quale cortesemente vuole ricordarmi di essere stato mio allievo in anni ormai lontani al Politecnico di Torino, sorpreso per l’apologia del Röpke mia dell’artigianato e della piccola e media proprietà rurale autonoma, contro il predominio della grande industria, delle imprese colossali, mi scrive:

 

 

«Quello che mi sembra chiaro, è che la suddetta struttura dell’economia non sarebbe compatibile col mondo moderno, caratterizzato da una sempre più estesa applicazione della tecnica, la quale, per esplicare tutte le sue possibilità, richiede grandi concentramenti di impianti e di capitali. Un artigiano potrà darci un’artistica cancellata in ferro battuto, o soffiare un elegante vaso di vetro, ma non potrà mai fabbricare una rotaia, che presuppone potenti laminatoi, l’intera industria siderurgica pesante, alti forni, ecc. – La fabbricazione di un pezzo relativamente di piccola importanza, come il parafango di una balilla, richiede presse idrauliche colossali; e così pure per fabbricare un portauovo in galatite, o altra materia plastica. Un sacco di cemento ci parla della grande fabbrica di cemento, con forni rotanti lunghi 30 metri. La pezza di cotonina venduta dal venditore ambulante proviene da un grande cotonificio con migliaia di fusi e centina di operai e di operaie. La lampadina elettrica, vero apparecchio di precisione (vuoto pneumatico, tenuta d’aria, filamento metallico), che pur penetra nelle più umili case, non può certo venir fabbricata da un singolo artigiano. Ciò a prescindere dalla questione del costo. Solamente la produzione in massa, la concentrazione degli impianti (fino ad un certo limite, in ogni caso molto al di là di quello che vorrebbe Röpke) e la razionalizzazione applicata ad ogni stadio del processo lavorativo consentono i bassi costi dei prodotti, che sono l’altra caratteristica del mondo moderno.

 

 

«(Con la lampadina elettrica fornita dalla moderna grande industria, l’alloggio di un operaio dei nostri giorni è meglio illuminato, ed a minor costo, di quanto una volta non lo fosse la reggia di Francia, con le candele fabbricate da bravi artigiani; le dame di corte di allora, che avevano poche, costosissime camicie di ruvida tela, invidierebbero quelle di cotone, o di seta artificiale, che la moglie dell’operaio può acquistare con poche decine di lire).

 

 

«Mi sembra, in altre parole, che l’auspicata struttura in imprese di modeste dimensioni dell’economia, e quindi della produzione, non tenga sufficiente conto delle imprescindibili esigenze tecniche dell’industria moderna, alla quale occorrono operai nelle fabbriche, e non artigiani nelle botteghe. Tale struttura della società, ove fosse generalizzata dappertutto, porterebbe il mondo all’incirca all’epoca intorno al 1750, con esclusione cioè dell’apporto dell’industria e della tecnica. Forse l’umanità sarebbe più felice (su ciò credo però sia lecito avere molti dubbi); in ogni modo non mi sembra inutile avere ben presente il ‘prezzo’ che occorrerebbe pagare – a parte la questione della possibilità – per conseguire tale presunta felicità. Questo “prezzo” sarebbe né più né meno che la quasi totale rinuncia al progresso industriale di questi ultimi 150 anni, con tutte le sue conseguenze.

 

 

«I mali di cui soffre la nostra civiltà sono dunque così gravi, così irrimediabili da far sorgere il desiderio di un così radicale mutamento? Non si deve invece evitare, come dicono i tedeschi, di versare il bambino insieme all’acqua del bagno? Il nostro mondo moderno è indissolubilmente legato alla tecnica ed alle sue applicazioni pratiche; essa ci ha dato l’asservimento delle forze della natura, la conquista dello spazio, la produzione in massa ed a basso costo dei beni di consumo, e quindi il miglioramento del tenor di vita, e quindi il prolungamento della vita umana. Queste sono pur belle e nobili cose, che tornano ad onore dell’umanità, per tanti secoli condannata alla miseria ed all’abbrutimento. Stringe il cuore il pensiero che esse abbiano forse un giorno a scomparire, il pensiero che mali in altro modo rimediabili possano alla fine compromettere ed arrestare lo sviluppo della nostra civiltà».

 

 

Il mio corrispondente colpisce a segno il punto. L’economia trafficante, come la chiama il Bandini, o capitalistica, come altri preferisce, non è affatto adorna del connotato del suo fatale incremento, della produzione per la produzione, del consumo per il consumo. Carattere suo sostanziale è quello di soddisfare ai bisogni degli uomini al minimo costo possibile. L’impresa vive se riesce, riducendo i costi, a fornire beni e servizi ad un prezzo più basso di quello richiesto dai concorrenti. Solo un romanziere perfettamente innocente di ogni esperienza e di ogni notizia dei fatti accaduti può immaginare che gli imprenditori siano spinti dall’assillo di produrre per produrre, di distruggere per produrre ancora. Produrre sì, ma con profitto; il che vuol dire intuire esattamente i bisogni dei consumatori, e magari, antivedendoli bene, sollecitarne la manifestazione; offrire a prezzo più basso dei concorrenti il bene atto a soddisfare quei bisogni; e pagare col fallimento il fio dell’avere preveduti male l’importanza dei bisogni altrui. Pur nei casi esterni, che fanno lo spasso degli scribi quotidiani comunisti – come se i comunisti di tutti i paesi non commettessero o non accarezzassero nella loro mente ogni giorno errori assai più grandiosi e perniciosi e meno agevolmente rimediabili! – c’è egoismo od errore di uomini, non assoggettamento degli uomini alte cose. Pur nel caso conclamato del caffè brasiliano buttato in mare non si scorge nessun assurdo insanabile proprio dell’economia trafficante o capitalistica. Si vede invece una combinazione di due assai semplici ed ovvii fatti umani, amendue deprecabili: l’uno di avidità dei produttori di caffè, i quali si coalizzano, coll’aiuto del governo brasiliano, per aumentare il prezzo del caffè ed all’uopo debbono sopprimere l’eccedenza di merce al disopra di quella che a quel prezzo di monopolio può essere venduta; l’altro di errore degli stessi produttori i quali hanno coltivate troppe terre a caffè e per vender tutto il prodotto dovrebbero darlo a prezzi di perdita. Ambe le quali alternative sono dannose massimamente ai consumatori sparsi in tutti paesi del mondo; la prima perché nuoce evidentemente a costoro pagare prezzi di monopolio, la seconda perché a nessun consumatore giova alla lunga pagare prezzi di sottocosto, essendoché ciò scoraggia i produttori e li induce a ristringere la produzione, col rischio che in seguito i prezzi salgano oltremisura. Ingordigia ed errore sono ambi fatti umani dovuti ad uomini, non a cose, non ad entità trascendentali, come sarebbe la produzione; ed uomini, non cose, debbono intendere – e sul terreno scientifico gli affiliati alla confraternita, come è loro compito d’istituto, già intendono – a scoprire i mezzi con i quali, nei limiti del possibile, sia frenata l’ingordigia e sanato l’errore.

 

 

5. – La sostanza dell’economia trafficante o capitalistica che gli affiliati chiamano «economia di concorrenza», non sta nel rendere schiavi gli uomini delle cose, sì nell’opposto concetto di liberare gli uomini dalla schiavitù di lavorare così duramente come prima per ottenere la stessa quantità di cose. La macchina, la divisione del lavoro, e quel che in genere i laici qualificano come traffico – e sono certi strumenti ieri perfezionatissimi sotto il nome di banche, borse, cambi, arbitraggi, contratti a termine, ed oggi soggetti a lenta erosione ad opera di organi coattivi comunistici – hanno come loro connotato distintivo di rendere possibile per l’uomo di far domanda di ozio. Questo è il bene maggiore che l’uomo pensante, che l’individuo il quale aspira a perfezionare sé stesso può procacciarsi: l’ozio dalle horae subsecivae, che banchieri come Ricardo o Grote o Lubbock o Bagehot impiegarono a scrivere capolavori di teoria economica, di storia greca, di storia naturale o di descrizione del mondo di banca, che l’operaio reduce dalla fabbrica rallegra coltivando l’orto annesso alla casa, che l’impiegato, al quale le otto o le sei e poi le quattro ore d’ufficio consentono e consentiranno sempre più lungo tempo libero, consuma nel soddisfare alle proprie innocue manie, di collezionista di francobolli, di monete e perché no? di libri frusti; che altri destinerà allo studio, alla meditazione, alla ricerca scientifica ed altri ancora alla preghiera, od invece alle gite, alla montagna, al mare ed altri ancora a piantar chiodi in casa e spostar quadri e stampe e sopramobili.

 

 

6. – Per parecchie ragioni la civiltà trafficante non sembra riuscita a creare tant’ozio quanto la gente raffinata desidererebbe; sicché gli uomini sempre più si inabissano nelle grandi città tentacolari, travolti dalla fabbrica fumigante e rombante. Gli uomini apprezzano scarsamente il bene «ozio», collocandolo tra gli ultimissimi nella scala dei loro desiderii. Essi sono, da quel che sembra, così lontani dall’avere soddisfatto i loro bisogni fondamentali, quelli relativi alla casa, al cibo, al bere ai vestiti e simili, che hanno sinora preferito rinunciare a quel largo ozio che si sarebbero potuti procacciare, se, provvisti dalle macchine dei beni fondamentali, avessero seguitato a vivere come facevano i loro nonni e bisnonni. Invece di lavorare quattro ore al giorno, hanno voluto continuare a lavorare otto o nove o dieci invece di quattro o cinque giorni la settimana sei o sette, pur di vivere materialmente meglio ed, in aggiunta ai beni del cibo e del vestito e del bere, procacciarsi qualche svago di gioco, di trattenimenti, di cinematografi, di belletti e di fronzoli di più.

 

 

La civiltà cosidetta trafficante ha consentito agli uomini di popolare regioni deserte e di vivere nei paesi vecchi e nuovi in condizioni di sanità e di igiene ignote prima, di salvare bambini dalla morte, di prolungare la vita umana, in guisa siffatta che mai la popolazione del mondo crebbe così velocemente come nel XIX secolo. L’incremento grandioso della popolazione produsse effetti simili ad una invasione di barbari in un paese da tempo incivilito. Alle folle dei nuovi venuti, appartenenti quasi tutti ai ceti antichi più poveri, fu d’uopo provvedere non solo i beni fondamentali necessari per la vita quotidiana; ma altresì i beni strumentali necessari alla vita medesima, non solo il pane e il vestito e l’abitazione, ma i campi, e le strade e le ferrovie ed i porti e le case e la struttura amministrativa e politica. Ed i nuovi barbari non vennero solo dal basso del vecchio mondo; ma centinaia di milioni di indiani, di cinesi, di negri vi si aggiunsero, prima viventi in mercati chiusi e stazionari di numero e poi, nel secolo XIX, moltiplicatisi a dismisura grazie alla pace europea imposta a paesi prima spopolati da carneficine e da pestilenze periodiche; e questi nuovi venuti fecero domanda di beni fondamentali alla sola fonte che li poteva fornire a costi minimi e cioè alla grande industria occidentale. Questa attrasse così nella sua orbita rombante e fumigante altri uomini, non perché mossa da alcun assillo del produrre per produrre, spiegazione assurda di gente farneticante alla soluzione di problemi assurdamente posti, ma per soddisfare alla domanda crescente di sempre nuovi strati sociali appena nati o risvegliati all’idea di poter soddisfare bisogni elementarissimi della vita.

 

 

Soddisfatto l’un bisogno, ecco un altro sorgere e chiedere per spirito di imitazione urgentemente soddisfazione. Non è vero che il mondo si vada plasmando sulla massa, sulle aspirazioni dell’umanità mediocre; e che questa attenda l’ispirazione da maestri, la cui arte consista «nell’uniformarsi approssimativamente a certe tendenze e bisogni e interessi elementari, nell’attenersi alla regola infallibile del semplice e del facile» (p. 190); vero è invece che l’uomo guarda a chi sta più in alto di lui: il ricco guarda all’opulento, l’agiato al ricco, il ricco nuovo al ricco vecchio, l’impiegato al principale, l’operato scelto all’impiegato, il manovale all’operaio, il contadino al mezzo-signore del villaggio. Ognuno imita dei modi di vita di chi sta sopra di lui i costumi più appariscenti e comuni; ognuno fa domanda dei beni che si vedono più apprezzati da chi vive su un gradino più alto nella scala sociale.

 

 

Per tutte queste vie: diminuzione dello sforzo necessario ad acquistare i beni un tempo bastevoli, acquisto, per spirito di imitazione discendente nella scala sociale, di nuovi bisogni e prima di quelli più comunemente diffusi nei ceti superiori, immissione nel mondo civile unificato di masse di centinaia di milioni di nuovi consumatori pullulanti per accrescimento geografico e per incremento demo-grafico e, si deve aggiungere, per l’onestà incredibilmente e inopinatamente osservata nel secolo dal 1814 al 1914 dalla più parte dei governi del mondo, i quali diedero ai popoli una insolita, sebbene ancora scarsa, dose di giustizia e sicurezza e, con la moneta sana, diedero sicurezza ai contratti e promossero la produzione ed il consumo; per queste vie accadde che in quel secolo si ebbero condizioni grandemente propizie al fiorire della grande industria, che è quella che provvede, a costi bassi e ribassanti, ai bisogni fondamentali dell’uomo. Accadde anche che in quel secolo si moltiplicarono le invenzioni tecniche; non a caso, ma per effetto delle circostanze ora dichiarate; che non si vede perché talune di quelle invenzioni non dovessero manifestarsi – ma talvolta si manifestarono – ed operare prima, se non perché prima mancavano le condizioni opportune e sovratutto la domanda in masse crescenti di beni fondamentali. Il livellamento, che si osserva attorno a noi, non è il frutto della tecnica, del macchinismo, del grande, del colossale; ma la tecnica, il macchinismo ed il resto sono legate da rapporti di interdipendenza col livellamento medesimo. Se si dovessero – tentativo da farsi con grandi cautele, che i fenomeni economici e sociali non discendono per una scala ma vanno in circolo – porre l’un dopo l’altro i fatti nell’ordine della loro dipendenza, scriverei:

 

 

  • fatto mai più visto della pax publica, che vuol dire giustizia e sicurezza e certezza nei rapporti e contratti reciproci, mantenuta, per eccezione rarissima nella storia, dalla più parte degli stati del mondo durante il secolo dal 1814 al 1914;
  • incremento conseguente mai più veduto della popolazione, per diminuzione di pesti ed altre malattie contagiose e di guerre, per incremento della natalità e diminuzione della mortalità, specie infantile e senile;
  • incremento della domanda di beni fondamentali necessari alla vita delle centinaia di milioni di nuovi venuti e per l’innalzamento del tenor di vita di tutti al disopra di quello bassissimo di prima;
  • sviluppo conseguente prodigioso della grande industria, atta a produrre i beni fondamentali richiesti dalla popolazione crescente e innalzantesi, ma non innalzantesi tanto da giungere sino a far domanda apprezzabile dei «beni d’ozio» in confronto ai beni comuni.

 

 

7. – Di qui le manifestazioni depressive della vita umana che il Röpke segnalava ed io con lui nel quaderno di giugno di questa rivista; di qui e da talun artificio messo naturalmente in opera da quei grandi imprenditori, i quali erano stati i beneficiari, non di rado ardimentosi e benemeriti, del processo storico verificatosi nel secolo XIX. Ma gli artifici, chiaminsi essi protezione doganale, brevetti industriali, contingenti, divieti, permessi, consorzi, accordi, non sono l’opera del fato, non sono qualcosa di trascendente che a guisa di incubo gravi sugli uomini. Ma le grandi città, con i grattacieli con le fabbriche fumose accanto agli alveari umani, con i cinematografi luminosi accanto all’ombra delle stanze dove vivono ammucchiati a decine di uomini e donne, vecchi e bambini, non sono qualcosa che da sé cresca ed a cui gli uomini debbano ubbidire. No, tutti questi sono artifici voluti dagli uomini, per egoismo, per non curanza, per ignoranza; e possono essere sostituiti da altri artifici, pur essi voluti da uomini più consapevoli e più illuminati, decisi a toglier di mezzo privilegi, monopoli, limitazioni, grattacieli, città disordinate e repugnanti al vivere umano.

 

 

Tutte ciò può essere voluto e compiuto, se si voglia, dagli uomini; ed, a mano a mano che ciò sarà voluto e compiuto, e già qua e là si vuole e si compie, perderanno e già perdono spontaneamente vigore le forze le quali spiegano i trionfi esclusivi della grande industria nel mondo moderno. Se un secolo di rinnovellata pax publica ritornasse nel mondo, questo si troverebbe dinnanzi ad un compito più arduo ma più elevato di quello a cui, in tanto travaglio, adempì il secolo XIX. Il quale fu il secolo del grande, del grosso, del colossale, in un mondo in cui la popolazione cresceva a centinaia di milioni e gli uomini nuovi a mala pena giungevano a conoscere i beni che rendono la vita possibile, non ancora bella. Ma da molti indizi pare dedursi che la popolazione del mondo, senza diventare nel suo complesso stazionaria, e continuando ad ubbidire al precetto di Cristo: crescite et multiplicamini, si avvii verso un optimum; che è la condizione preliminare affinché gli avanzamenti della tecnica possano produrre effetti vantaggiosi, non guasti da mali morali di maggior peso. Nessuno desidera tornare indietro, come teme il mio corrispondente. La grande industria continuerà a produrre masse di beni e di servigi fondamentali a basso costo; ed il suo campo sarà quello che essa potrà guadagnare a sé stessa senza artifici di protezioni e vincoli e monopoli e limitazioni. Questo campo nessuno glielo potrà contestare mai; e se essa riuscirà a fornire all’uomo quei beni fondamentali chiedendogli in media 6 ore al giorno di lavoro invece di 8, 4 invece di 6 e 2 invece di 4, essa avrà raggiunto il suo scopo vero, quello consentaneo alla dignità dell’uomo, alta sua autonomia morale, alla sua elevazione spirituale. Essa avrà creato le condizioni necessarie affinché l’uomo, molti uomini, forse, un giorno, quasi tutti gli uomini possano aspirare a procacciarsi, quei beni d’ozio, senza i quali la vita non val la pena di essere vissuta. Qui è il campo aperto nuovamente al contadino indipendente, all’artigiano, al piccolo e medio fabbricante, all’inventore, all’artista, allo scrittore, al poeta, al maestro, al pensatore. Il secolo XIX, il secolo del capitalismo storico, tentò di risolvere il problema della produzione dei beni fondamentali; ma non riuscì a persuadere gli uomini, la grande crescente massa umana ad innalzare il loro sguardo dalla terra e dalla fabbrica, dove quei beni sono prodotti, al disopra, là dove si producono i beni fini, quelli che son diversi per ognuno, che ognuno vuole foggiati per sé per aiutarsi a raggiungere un proprio ideale. Il secolo XIX (1840-1940) non riuscì nell’intento, perché lo sforzo durato nel fornire all’uomo la copia odierna, che pure ai più sembra modesta, dei beni fondamentali fu già eroico e perché gli uomini, ansiosi di toccare in fretta una meta che deve essere conquista faticosa e lenta, tentarono gli uni, i pochi, di dare agli altri una porzione troppo esigua della ricchezza nuovamente prodotta e gli altri, più numerosi, vollero strappare il di più con guerre, con rivoluzioni, con piani comunistici millenari; e nella lotta andò distrutta, insieme con non poca parte dei beni fondamentali, la maggior copia di quei beni d’ozio che sin d’ora potrebbero essere l’appannaggio dell’umanità. Riuscirà meglio il secolo nuovo, qualunque sia l’anno, imminente o lontano, del suo cominciamento, nell’ardua impresa di far sì che la tecnica della produzione in massa dei beni fondamentali al minimo costo ad opera della grande industria dia finalmente il frutto che è il suo proprio, che ne è la sostanza, e cioè la liberazione dell’uomo dalla necessità di faticare, dalla necessità di uccidere in sé la ragione della vita, solo per procacciarsi i beni indispensabili all’esistenza nostra animale? Questo è il compito storico e permanente della grande intrapresa, della fabbrica, della città industriale: consentite all’uomo di dedicare la maggior parte del suo tempo a procacciarsi i beni d’ozio, i beni che sono connessi con fini proprii della vita; e poiché i fini della vita sono varii e infiniti, vario e ricco e infinito è il campo a cui l’ingegno umano può applicarsi, in maniere genialmente diverse e tutte attraenti e tutte liberamente scelte, per fornire i beni d’ozio.

 

 

8. – A far dubitare che l’inizio del secolo nuovo sia imminente costringe la sensazione del diffondersi nei giovani appartenenti ai ceti colti della psicologia del millenarismo, dell’aspettazione dei messia, dell’attesa del fatto rivoluzionario, il quale ponga rimedio a tutto ciò che di guasto essi scorrono nella società presente; mettendo al posto delle attuali classi dirigenti altre classi dette proletarie. Che è rimedio incongruo, atto ad allontanare la meta la quale può essere solo I’elevazione umana. Se la struttura economica dovesse essere ancora quella di concorrenza, non si vede come la sostituzione violenta ed improvvisa di nuovi venuti, per esperienza universale e storica avidi e rozzi, alla vecchia classe imprenditrice possa migliorare le sorti dei più; che se essa dovesse essere invece una struttura comunistica, allora sì che il quadro orripilante delle cose, delle macchine, della tecnica divenuta fine e dell’uomo, ridotto a strumento d una organizzazione colossale intesa ad una sempre maggior produzione, con al sommo un consiglio di saggi fatti tiranni di sé e di altri diventerebbe una realtà! Costoro, che ogni giorno vagheggiano il millennio, non sanno quel che si fanno. Quanto più simpatico il vecchio Fourier, il quale per lo meno aveva visto il male ed aveva offerto un rimedio con la formula del lavoro attraente! Sì, il vero vizio della economia di concorrenza è di avere grandemente ridotta se non abolita la gioia del lavorare. Venticinque anni fa richiamavo l’attenzione su un bellissimo libro[1] rivolto appunto a dimostrare che l’essenza del problema sociale moderno non sta in questo o quel modo tecnico o amministrativo di organizzare la produzione e dividere i prodotti dell’industria umana, ma nel rendere gradito e piacevole all’uomo il lavoro da lui compiuto. Che oggi, in regime di economia di concorrenza, l’uomo senta la gioia del lavoro compiuto nella fabbrica, nell’ufficio, alle dipendenze altrui, non si può affermare; ma il problema non si risolve ingigantendo la fabbrica e facendo diventar tutto ufficio, tutto dipendenza da altri, sia pure che quest’altri sia la collettività. Il problema sarebbe esacerbato e l’incubo del lavorare alle dipendenze di tutti e di nessuno, di sentire che il proprio pane e dei figli dipende necessariamente dal beneplacito altrui diventerebbe ossessionante. Il vero problema da risolvere è di conciliare la necessità economica della grande intrapresa per la produzione dei beni ordinari primari chiesti da tutti gli uomini, con l’ampliamento crescente del tempo disponibile per ottenere i beni superiori, quelli che dianzi ho detto beni d’ozio. I beni d’ozio sottratti per la loro individualità e singolarità alla produzione in serie ed in masse offrirebbero agli uomini quel che essi istintivamente cercano, senza per lo più averne chiara coscienza; la possibilità di lavorare per il piacere di lavorare, quella possibilità che a William Smart, in gioventù industriale e nella età matura insegnante universitario, faceva dire che nessuna condizione sociale, e massimamente non quella del grande ricco, gli pareva preferibile alla sua, dell’uomo fornito di reddito moderato, lieto di studiare intorno a problemi a lui diletti, più lieto ancora di comunicare a giovani desiderosi di sapere il frutto della propria lunga esperienza. In tutti i tempi della vita è possibile avere di mira un ideale siffatto. Ed é questo il vero problema sociale moderno: ricreare per l’uomo il piacere del lavorare, la gioia del lavoro ben fatto, del lavoro che è bello ed attraente in sé stesso. La gioia del lavoro non si crea certamente con qualsiasi organizzazione a tipo comunistico, nella quale si lavora assillati da gare stachanovistiche secondo un piano prestabilito da un’altura qualunque, da un consesso qualsisia di tecnici sapienti ed è assente la creazione personale autonoma; ma anche l’economia di concorrenza, che non ponga a sé stessa i necessari limiti, che non miri a ridurre al minimo il tempo richiesto agli uomini per la produzione dei beni essenziali all’esistenza, e ad ampliare al massimo il tempo liberamente disponibile per Ia creazione dei beni d’ozio, fallisce allo scopo, per cui soltanto gli uomini preferiscono questo o quest’altro tipo di struttura economica, ed è la loro elevazione morale.

 

 



[1] William Smart, Second Thought, of an Economist, whit a biographical sketch by Thomas Jones, Macmillan, 1916; tradotto in italiano col titolo II testament spirituale di un economista (Laterza, Bari, 1921). Il mio articolo, dal titolo Le confessioni di un economista, si legge nel quaderno dell’ottobre 1917 della rivista «La riforma sociale».

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