Demagogia finanziaria

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 11/03/1922

Demagogia finanziaria

«Corriere della Sera», 11 marzo 1922

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 605-607

 

 

 

L’on. Meda ha scritto una difesa della politica finanziaria dell’on. Giolitti, alla quale sarebbe ingiusto negare qualunque valore. Egli dice in sostanza:

 

 

«Si, l’avocazione intiera dei sovraprofitti, l’inasprimento dell’imposta successoria sino alla confisca, la nominatività obbligatoria ed immediata di tutti i titoli mobiliari sono provvedimenti criticabili dal punto di vista economico e finanziario. Ma non si possono tacciare di demagogia, perché trattavasi di distruggere il mito rivoluzionario, il quale tra il 1919 e il 1920 minacciava di travolgere il paese e ridurre l’Italia al livello della Russia. Bisognava dimostrare alla nazione in generale ed al proletariato in particolare che la borghesia era pronta ai massimi sacrifici, che erano ingiuste le accuse di pescecanismo e di plutocrazia arricchita sul sangue delle masse. Ora, mutate le circostanze, diminuito assai o scomparso il pericolo della rivoluzione, si può temperare la legislazione apparsa necessaria, se non buona, nel momento del pericolo. Lo spirito pubblico, ora consente una ragionevolezza di linguaggio che non era possibile quando bisognava dare un violento colpo di sterzo alla macchina statale, indirizzata verso l’abisso».

 

 

Non si deve certamente negare che l’uomo di stato, il quale vede il bene, debba talvolta raggiungerlo predicando il male, adattandosi alle superstizioni popolari, pronunciando parole e compiendo atti di cui egli stesso riconosce tutta la insensatezza. Sono dolorose necessità dell’arte di governo, alle quali fa d’uopo piegare. Può dire sempre tutta e solo la verità solo colui il quale si tiene lontano dal potere. Ma ci sono dei limiti anche all’applicazione della massima: il fine giustifica i mezzi. Il senso morale è divenuto oggi più squisito e sensibile che ai tempi di Machiavelli; né sarebbero tollerate le infrazioni alla legge morale che allora sembravano sopportabilissime. Inoltre, e per restare nel campo puro della politica, della salus publica suprema lex, bisogna almeno almeno che il fine con quei mezzi sia stato raggiunto. Che lo spirito pubblico non sia più così acceso come due anni od un anno fa, che il pericolo della distruzione bolscevica sia scomparso è certo; ma il risultato ottimo fu raggiunto con quei mezzi? Badisi che qui non si vogliono disconoscere e discutere le benemerenze che l’on. Giolitti può aver avuto rispetto a quella pacificazione degli animi da altri punti di vista; ma unicamente rispondere alla domanda: alla pacificazione contribuirono i provvedimenti finanziari che l’on. Meda non vuole siano qualificati «demagogici»? A me pare si possa rispondere recisamente che essi non vi contribuirono né punto né poco. Essi ebbero invece un altro effetto, diverso e deplorabilissimo: rinfocolarono nelle masse i sentimenti di odio e di sprezzo delle classi dirigenti, le quali furono accusate, oltreché di sanguinoso arricchimento, di ipocrisia. Fu detto e ripetuto le mille volte dai giornali e dagli oratori socialisti che quei provvedimenti erano una lustra; che non sarebbero stati applicati; che trattavasi di polvere negli occhi per far star tranquille le plebi; che, appena passato il pericolo, sarebbero stati posti nel dimenticatoio. Ed a tali accuse diedero mano i non socialisti, declamando contro la non applicazione delle leggi, gridando alla frode ed alla connivenza tra contribuenti e governo; vi dà mano oggi lo stesso on. Meda affermando che «un giorno si vedrà quale modestissima percentuale la cifra totale dei sovraprofitti incamerati rappresenterà di fronte al movimento finanziario delle sole forniture di guerra» e soggiungendo che le denuncie dei patrimoni agli effetti dell’imposta «non diedero risultati soddisfacenti». Affermazioni, che sarebbe stato bene l’on. Meda avesse attentamente ponderato innanzi di farle; perché è possibile che i fatti finiscano per correggerle profondamente. Ed invero gli 8 o 9 miliardi che l’erario finirà di incassare – ed il grosso è ormai incassato – a titolo di avocazione sui sovraprofitti di guerra saranno una percentuale rilevante del valore delle forniture di guerra – adotto il termine di paragone non da me scelto – ove si pensi che dei forse 100 miliardi spesi dallo stato in conseguenza della guerra, una gran parte fu spesa all’estero, in stipendi e salari, in interessi di debiti, tutte cose che non potevano dar luogo ad esazione d’imposta. D’altro canto, è ben certo che sui 55 miliardi denunciati ai fini dell’imposta patrimoniale, non meno di 20 e forse anche 30 si riferiscono a titoli mobiliari, di cui non più di 6 erano al nome; e se si pensa anche qui che, su un totale di non più di 80 miliardi di titoli esistenti all’1 gennaio 1920, moltissimi spettavano ad enti morali non soggetti a denuncia: ed altri moltissimi a persone provvedute di patrimonio inferiore a 50.000 lire, pure esenti da imposta, bisogna concludere essere un miracolo che si siano avute tante denuncie. Dal giorno in cui conobbi quella cifra di 55 miliardi e mi persuasi che essa era sovratutto composta di titoli, conclusi che l’italiano era il contribuente più onesto del mondo.

 

 

Ciò, tuttavia, non giovò per nulla a calmare l’eccitazione delle masse. Si seguitò a dire che nessuno denunciava, che nessuno pagava, che non era vero che l’imposta successoria facesse piangere vedove e pupilli, che era tutta una farsa combinata; e la pacificazione degli animi fu dalla politica della finanza demagogica ritardata e non affrettata. Essa avvenne non per merito, sibbene nonostante quella politica. Talché a me pare di poter concludere che, in tema di finanza, ad ottenere la pacificazione sociale non giovano i programmi spettacolosi; giova la giustizia modesta, continua, moderata, tollerabile, applicata giorno per giorno, precisamente quella che l’on. Meda volle introdurre col suo progetto di riforma tributaria. Avrebbe giovato anche la nominatività, se applicata sul serio, a grado a grado, preparando i mezzi e gli strumenti prima di legiferare, riducendo le aliquote ed applicando le imposte a tutti, anche alle attuali classi esenti, prima di chiudere tutte le vie alla fuga dei perseguitati. A che pro l’on. Meda viene oggi a difendere una politica che si allontanò di nuovo e per tanto tempo dalla meta che egli chiaramente auspicava?

 

 

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