Democrazia capitalistica

Tratto da:

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 22/03/1903

Democrazia capitalistica

«Corriere della sera», 22 marzo 1903

 

 

 

Si attribuisce al Governo il proposito d’inserire nelle nuove convenzioni ferroviarie, se e quando si conchiuderanno, una clausola per concedere al personale una partecipazione ai benefici dell’esercizio, imitando l’iniziativa previdente delle ferrovie secondarie sarde. Noi non sappiamo sino a qual punto l’esempio di una piccola azienda, come quella delle secondarie sarde, possa essere imitato sulle due grandi Reti continentali.

 

 

Ma vorremmo che gli entusiasmi per la partecipazione ai benefici dovessero prima saggiare la loro virtù di resistenza alla rude scuola dei fatti. Ora questi ci dicono che la partecipazione ai benefici nella sua forma classica, – se può riuscire utile nelle piccole aziende, dove tutti collaborano all’opera comune, se riesce vantaggiosa per interessare gli alti funzionari delle aziende grosse, i quali hanno responsabilità e la cui opera, più o meno intelligente ed amorosa, ha un’influenza diretta sui profitti, – produce effetti dubbi od addirittura irrilevanti quando le si voglia applicare al personale subalterno delle grandi aziende. Allora essa è malvista dagli operai, a cui lega le mani nelle controversie cogli imprenditori; aumenta i salari alla fine dell’anno in proporzioni ben lungi dal rappresentare qualcosa di sostanziale; e finisce per venire in uggia a principali e ad operai: ai primi, perché sancisce un quasi diritto di controllo degli operai sui loro affari; ai secondi perché, dopo aver lavorato con amore per la speranza di avere alla fine dell’anno una partecipazione larga ai profitti, vedono questi portati via da una crisi, dalla necessità di costituire un fondo di riserva straordinario, dalla inabilità dei direttori, tutte cose su cui essi non possono esercitare alcuna azione. In Inghilterra, dove si hanno le statistiche più precise in proposito, si sa che su 187 esperimenti di partecipazione ai profitti iniziatisi dal 1829 al 30 giugno 1902 ben 98 finirono con un insuccesso assoluto, e di 11 non si hanno notizie; cosicché, mentre nel 1890 circa trentadue ditte avevano applicato il sistema, negli ultimi anni appena due o tre sperimenti nuovi all’anno sono cominciati. Si aggiunge che, nei casi per cui si conoscono i risultati, il salario degli operai alla fine dell’anno fu accresciuto nel 1899 del 5,2 per cento e nel 1900 del 6,2 per cento a causa degli utili distribuiti. Troppa poca cosa per rendere contenti e tranquilli gli operai.

 

 

Non si può dunque far nulla su questa via per rendere possibile la pace sociale? Ai fatti la risposta ed ai volonterosi che vorranno tentar nuove vie. Intanto vogliamo brevemente narrare di un grandioso tentativo fatto in quest’anno da quella che forse è la più potente Società industriale del mondo: l’United States Steel Corporation di cui tanto s’è parlato quando il Morgan la fondò, a causa dei suoi cinque miliardi di lire di capitale. Che cosa non si disse allora contro il gigantesco trust che sorgeva all’orizzonte? Pareva che l’industria dell’acciaio dovesse fra breve essere monopolizzata da due o tre miliardari, despoti assoluti di tutto l’umile mondo dei consumatori.

 

 

A sfatare l’accusa ed a rendere simpatica la loro impresa, i suoi direttori si sono proposti uno scopo: rendere il popolo americano proprietario dell’azienda. Morgan ed i suoi collaboratori si considerano come degli uomini di fiducia incaricati di fondare l’azienda, renderla solida e diffonderne tutte le azioni nel popolo, cosicché non vi sia in fondo tra la loro impresa ed una impresa pubblica amministrata dal ministro del tesoro della Confederazione nessun’altra differenza fuori di questa: che nel colossale tentativo di democratizzazione non sia impegnata la diretta responsabilità del Governo e non sia spezzata la molla potente dell’iniziativa individuale. È un programma grandioso ed in apparenza utopistico. Ma l’attuazione è già cominciata, con quella prontezza di decisioni che caratterizza gli americani. I metodi sono diversi a seconda delle persone. Per i 1.750 impiegati alti, che compiono un lavoro di direzione e che ricevono un salario superiore a 2.500 dollari all’anno è concessa una partecipazione ai benefici dell’1 per cento se gli utili saranno fra 80 e 90 milioni di dollari: e la partecipazione crescerà di un quinto di 1 per cento per ogni dieci milioni in più di benefici. Se nel 1903 i benefici raggiungeranno i 140 milioni di dollari, i maggiori collaboratori a questo risultato niente affatto improbabile si divideranno fra di loro 3.150.000 dollari.

 

 

Ma il sistema non poteva servire per tutti i dipendenti in genere del trust: un vero esercito composto di 168,000 persone. Ed allora fu escogitato un altro piano: 25 mila azioni del trust furono offerte al prezzo di 82.50 dollari ciascuna agli impiegati. Per impedire che solo gli impiegati meglio pagati accaparrassero tutte le azioni (che erano offerte ad un corso inferiore a quello di Borsa) si divisero gli impiegati ed operai in sei classi: a) con più di 20.000 dollari di stipendio, che potevano impiegare nella compra non più del 5 per cento dello stipendio; b) con salari da 10 a 20 mila dollari e limite dell’8 per cento; c) con salari da 5 a 10 mila dollari e limite del 10 per cento; d) con salari da 2.500 a 5.000 dollari e limite del 12 per cento; e) (operai scelti) con salari da 800 a 2.500 dollari e limite del 15 per cento; ed f) (operai comuni) con meno di 800 dollari e limite del 20 per cento. Il pagamento delle azioni si poteva fare a rate mensili, non maggiori del 25 per cento del salario; con un accreditamento del 7 per cento sul versato ed un addebitamento del 5 per cento annuo sul residuo a versare. Agli azionisti i quali per cinque anni avessero esatto il dividendo, rimanendo alle dipendenze della Società, questa si obbligò inoltre a pagare un dividendo supplementare di 5 dollari per azione all’anno, ossia 25 dollari alla fine del quinquennio. Cosicché un operaio che avesse comperato due azioni, obbligandosi a versare i 165 dollari in un anno, alla fine dei cinque anni avrebbe versato 165 dollari, e ne avrebbe incassato 116,25 fra dividendi principali e supplementari; e si sarebbe trovato in possesso di due azioni del reddito di 14 dollari all’anno se egli fosse uscito dal servizio della Società e di 24 dollari se vi fosse rimasto.

 

 

All’offerta fatta l’1 gennaio del 1903 impiegati ed operai risposero con entusiasmo: sicché il 31 gennaio, quando si chiusero le liste di sottoscrizione, le 25 mila azioni erano sottoscritte tre volte. Ben 27.633 impiegati avevano sottoscritte 51.125 azioni. Di quest’armata di azionisti, 12.170 appartenevano alla classe infima F e ad essi furono attribuite tutte le 15.038 azioni richieste: ai 14.260 della classe E ottennero il 90 per cento delle 29,013 azioni richieste; mentre alle classi più alte D, B, C, ed A fu dato solo l’80, 70, 60 e 50 per cento delle 7.000 azioni complessivamente domandate. E così un sesto dei dipendenti della Società è divenuto interessato alle sue sorti per un capitale azionario nominale di 4 milioni e mezzo di dollari. Incoraggiati dal successo i direttori del grandioso trust faranno l’anno venturo un’offerta di azioni ancora più vistosa. Adesso essi hanno già 90 mila azionisti, compresi i nuovi venuti.

 

 

Fra cinque anni calcolano di averne 250 mila: e non passerà lungo tempo, essi sperano, che in ogni famiglia americana, e sovratutto nelle famiglie degli operai dell’industria dell’acciaio, vi sarà qualche azione della Società.

 

 

Dal tentativo della Società fondata dal Morgan molto vi è da imparare, pur facendo le dovute differenze di luogo e di proporzioni: che nulla impedisce di democratizzare l’industria; ma che a tale scopo non conviene concedere dei doni graziosi e sospettati, come sarebbe la partecipazione ai benefici.

 

 

Si pregia solo ciò che si è pagato; e vi è da scommettere che gli operai della U. S. S. C., divenuti capitalisti, si interesseranno molto alle sorti dell’azienda nella quale i loro sudati risparmi li hanno fatti entrare.

 

 

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